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    Un grano di carità.

    Natale 2020

    Piero Stefani

    Una ventina di anni fa, sul New York Times apparve un articolo stando al quale le feste di dicembre venivano considerate fonte d’angoscia per molte coppie provenienti da tradizioni religiose diverse. [1] I due decenni trascorsi hanno probabilmente attenuato questo tipo di cruccio. I matrimoni caratterizzati da incroci di natura etnico-culturale-religiosa aumentano ovunque, mentre le coppie e i comportamenti queer diventano sempre meno marginali.
    L’idea che il Natale sia divisivo perché celebra la nascita di un messia affermato dagli uni e negato dagli altri sembra ormai consegnata agli archivi della storia. Diverso il discorso sul fatto che il periodo delle feste di fine anno sia velato da stati d’animo più o meno angosciosi. Ciò avviene in relazione a circostanze che fanno emergere in maniera acuta la solitudine o il ricordo di chi non è più visibilmente tra noi. Attorno alla tavola di Natale il pungolo dell’assenza è percepito, non di rado, più dolorosamente che il 2 novembre.
    Quest’anno i motivi legati alla lontananza si moltiplicano; si cerca di porvi rimedio facendo crescere gli espedienti telematici diretti ad attenuare il vuoto della non presenza. È solo un aspetto di un ventaglio di preoccupazioni contraddistinto, dentro e fuori le case, da colori cupi. Anche senza parlare della situazione estrema delle terapie intensive, è diventato difficoltoso pure l’atto di «farsi prossimo» a chi è ricoverato in varie strutture assistenziali.
    Si afferma colloquialmente che «a Natale si è tutti più buoni», tuttavia nel 2020 certi ritmi consolidati in cui si manifesta questa «bontà stagionale» si sono incagliati. In questo tempo l’invito, peraltro tutt’altro che inedito, da parte delle Chiese è di riscoprire il vero senso del Natale. Parole che assumerebbero maggior spessore se avessero il coraggio d’indagare apertamente sulle ragioni storiche, culturali e sociali che hanno fatto scolorire nel trascorrere del tempo il senso di una festa antica.
    Si è davvero solo vittime o si è anche corresponsabili? E poi, ci fu davvero un’epoca nella quale il Natale fu celebrato in modo conforme a quell’«umiltà di Dio» che il senso profondo di questo giorno testimonia e comunica? È da escludere che il significato umile perché autentico e autentico perché umile fosse presente il 25 dicembre dell’Ottocento! Epoca remota, certo non insidiata da alcuna lusinga consumistica, propensa, però, a consacrare fasti imperiali.

    Una poesia che è preghiera

    In realtà in passato come nel presente il Natale fu ed è celebrato in più modi; alcuni più prossimi e altri abissalmente lontani dai significati custoditi nella mangiatoia di Betlemme. È parola antica e attuale della fede che la festa dedicata a celebrare la nascita di Gesù attesti il grande spazio assunto dagli esseri umani nel cuore di Dio. Secondo alcune prospettive teologiche, si è giunti addirittura a sostenere che il Verbo si fece carne affinché Dio potesse congiungersi a ogni cosa, impedendo così che la sua creazione cadesse nei gorghi del nulla.
    In una sua lunga predica (Dies sanctificatus), pronunciata nella notte di Natale del 1440, Nicolò Cusano affermò che tutte le cose conseguono il loro fine ultimo in Dio soltanto mediante Cristo. Per il dotto filosofo umanista la scelta di pensare alla creatura umana come a un microcosmo costituiva il fondamento stesso del darsi del creato: «Infatti se Dio non avesse assunto la natura umana – la quale compendia in sé tutti gli altri esseri come loro centro unificante – l’universo nella sua totalità non sarebbe compiuto e perfetto, anzi non sarebbe affatto un universo». [2]
    Da allora è passato più di mezzo millennio e molto è mutato. L’universo misurato con il metro immenso dei miliardi di anni luce è consegnato, in riferimento sia allo spazio sia al tempo, a dimensioni ardue da confrontare con la breve durata della nostra umanità. Anche sulla terra le epoche si sono allungate a dismisura: alle spalle del nostro essere biologico, gli anni si contano a milioni; per giungere al genere umano c’è voluto un lunghissimo succedersi di specie.
    In questo contesto culturale l’etica ha scalzato l’ontologia, è la prima e non la seconda ad avere nelle sue corde il linguaggio più udibile per dire la dignità umana. Non ci importa più essere il centro di tutto; ci basterebbe essere capaci di riconoscerci reciprocamente come prossimo.
    Paolo VI scrisse che il Natale «è la celebrazione dell’umanesimo più vero e più bello, giunta all’espressione della sua cosciente maturità» e, ripensando ai suoi maestri d’Oltralpe, aggiunse: «L’umanesimo vero e completo non può essere che cristiano». Se le cose stessero così, al di là delle intenzioni di papa Montini, si sarebbe indotti a concludere che il cristianesimo è prossimo al naufragio. La condizione del mondo ce lo mostra in maniera evidente.
    Indipendentemente dalle volontà dei singoli, la situazione globale fa sì che alcuni gruppi umani hanno, di fatto, più diritto di esistere di altri. In questo contesto occorre affidarsi a un «dover essere» chiamato a scontrarsi con la situazione fattuale. Nella realtà empirica, la dignità del «microcosmo umano» troppe volte è tradita e avvilita. Attorno alla culla di Betlemme si affolla un’umanità degradata e offesa, vittima dell’interminabile violenza compiuta dall’uomo nei riguardi sia dei suoi simili sia di tutto quanto ha in sé alito o linfa di vita. Trent’anni fa l’incisività poetica di Giorgio Caproni lo evidenziava, non a caso, in relazione al Natale.

    Dinanzi al bambino Gesù pensando ai troppi innocenti che nascono, / derelitti nel mondo (A Valerio Volpini)

    Nel gelo del disamore… / senza asinello né bue… / Quanti, con le stesse sue / fragili membra, quanti / suoi simili, in tremore, / nascono ogni giorno in questa / Terra guasta!…
    Soli / e indifesi, non basta / a salvarli il candore / del sorriso.
    La Bestia / è spietata. Spietato / l’Erode ch’è in tutti noi.
    Vedi tu, che puoi / avere ascolto. Vedi / almeno tu, in nome / del piccolo Salvatore / cui, così ardentemente, credi / d’invocare per loro / un grano di carità.
    A che mai serve il pianto / – posticcio – del poeta?
    Meno che a nulla. È soltanto / fatuo orpello. È viltà. [3]

    «Terra guasta!...»: il riferimento è duplice, applicabile sia al poemetto The Waste Land di T.S. Eliot (1922), sia a un verso dantesco (Inferno XIV, 94). Il richiamo poetico è certo, ma l’interrogativo sta nel come misurarci con la condizione del mondo additata da Caproni.
    Accanto all’indubitabile presenza della pietas, qual è l’altra cifra trasmessaci dalla sua poesia? In particolare, quale ruolo è affidato all’evocazione dell’altrui capacità di pregare? In questi versi natalizi è contenuta una contrapposizione tra l’incerta potenza della preghiera e la certa impotenza del poeta. Sorge spontanea una domanda: ammetterlo, oltre a essere un modo per fare poesia, è anche un implicito desiderio di pregare?
    La questione resta aperta rispetto al poeta, mentre la risposta affermativa del credente dovrebbe sempre conformarsi con l’«umiltà di Dio».
    È trascorso il tempo in cui si andava alla messa di mezzanotte per pura consuetudine. È antievangelico averne nostalgia. La collocazione oraria anticipata della messa di Natale avvenuta nel 2020 di per sé è minima cosa, essa però può venire colta come occasione per simboleggiare una realtà più profonda: si è chiamati a «invocare per loro un grano di carità» nella consapevolezza che, dopo molti secoli di cristianesimo ancora non estinto e di cristianità ormai tramontata, la terra continua a essere guasta.


    NOTE

    1 Cf. H. Cox, Le feste degli ebrei, Mondadori, Milano 2003, 104.
    2 N. Cusano, Opere religiose, UTET, Torino 1971, 694.
    3 G. Caproni, L’opera in versi, edizione critica a cura di L. Zuliani, I Meridiani, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1998, 961. Apparso per la prima volta su Famiglia cristiana del 27.12.1989. Nella nota si legge: «Non risulta conservato alcun autografo di questa lunga e insolita poesia, a quanto pare l’ultima scritta da Caproni, che comparve, meno di un mese prima della morte [22 gennaio 1990] dell’autore, su Famiglia cristiana in una serie intitolata Sei poeti per Natale, e fu scritta poco prima, se il curatore inizia la sua nota scrivendo: “‘Faccio ancora in tempo?’, mi ha telefonato Caproni.  ‘Come sai io scrivo poesie brevissime ma questa mi viene lunga!’”», ivi, 1794.

    (Il Regno Attualità, 22/2020, 15/12/2020, pag. 707)



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