Con piacere segnaliamo

Presentazione di Paolo Greco
A quindici anni dalla pubblicazione del libro Dire Dio: dal rifiuto all’invocazione (2011) di Zelindo Trenti, pioniere dell’ermeneutica esistenziale in Italia, con cui aveva collaborato nella stesura del testo, il prof. Roberto Romio, ritorna sull’argomento e ci consegna un vero e proprio vademecum pedagogico per educare all’esperienza credente. L’attuale contesto storico, è segnato soprattutto nell’Occidente, da un diffuso disinteresse verso la domanda del credere e da una inedita afasia verso una possibile risposta.
Il testo di Romio Alle radici dell’esperienza credente. Un’infinita nostalgia di pienezza (Edizioni San Lorenzo 2025) costituisce il 3° volume della collana “Ricostruire” del Centro di Ricerca Educativa CeRFEE, nato per interpretare la condizione diffusa di incertezza e offrire dei criteri per il processo di ricostruzione culturale e sociale. Il volume segna la continuazione dell’impegno di ricerca religiosa dell’autore che si muove dalla esperienza di docente di Religione nei Licei e poi di Progettazione didattica e di Didattica dell’Insegnamento religioso presso vari Istituti di Scienze Religiose e nei Master di Pedagogia religiosa dell’Università Salesiana di Roma.
La domanda di partenza
“Siamo davvero gli ultimi cristiani e gli ultimi credenti?”. Il testo si sviluppa a partire da questa domanda, una provocazione reale, che l’autore fa propria e alla quale in una riflessione scientificamente valida e con un linguaggio chiaro e comprensibile, confrontandosi con l’attuale contesto socio-religioso e credente, cerca di dare una risposta. L’Europa sta vivendo in questi ultimi anni una condizione imprevista e impensata di affievolimento della fede, sfidata anche da un contesto storico e culturale segnato da una molteplicità di crisi (economica, ecologia, guerra, pandemia) e una pervasiva secolarizzazione che pongono nuovi interrogativi all’esperienza credente.
Se l’intento che muoveva la ricerca di Zelindo Trenti era quello di dare una risposta agli interrogativi: “In chi crede colui che crede? Perché ci crede”. Quello di Roberto Romio è di dare una risposta alle domande: “C’è ancora spazio per i segni della fede? Qual è oggi il compito di chi crede?”. Il testo analizza l’avvenuto cambio di paradigma: nei secoli passati Dio era presente nella vita sociale e l’attività pubblica del cittadino contemporaneo, mentre oggi sembra che nessuna sfera della vita faccia più riferimento a Dio e all’esperienza credente.
In tale contesto il compito che avverte l’autore è quello di dare una risposta ai nuovi interrogativi, abitando la complessità del tempo presente, confrontandosi con i conflitti e le ambiguità dell’attualità, ed offrire dei criteri per la costruzione di un itinerario condiviso per la realizzazione della propria identità e di un progetto comune aperto all’irriducibile sorpresa di Dio che risvegli l’inquietudine e la passione della ricerca aperta ad un futuro pienamente umano e religioso.
Il libro
Esso si compone di cinque parti, con una presentazione generale, un’introduzione specifica, ed una conclusione. L’autore ha scelto di mettersi in ascolto della realtà ed in particolare di coloro che vivono la complessa problematica, su differenti frontiere dell’esperienza credente. Molto interessanti le interviste ad un vescovo, un teologo, un pedagogista, un sacerdote ed un laico impegnato dalle quali emerge l’appello all’ascolto di questo tempo e il comune denominatore della insopprimibile domanda di senso che agita il cuore dell’uomo (Prima parte). Successivamente si esplora la condizione attuale dell’esperienza credente in Europa ed in particolare in Italia, servendosi delle statistiche di alcune ricerche socio-religiose che fotografano l’attuale situazione storica dell’esperienza credente, sempre più in movimento, incerta, soggettiva e secolarizzata (Seconda parte).
Viene analizzato poi il complesso fenomeno dell’esperienza credente nella prospettiva di Zelindo Trenti che ispirandosi alla svolta ermeneutica maturata nelle correnti filosofiche fenomenologica ed esistenziale del secolo scorso, predilige la via induttiva e costruttiva rispetto a quella deduttiva e trasmissiva. Si passa così da un approccio normativo credente a quello esistenziale, da una centralità sulla verità oggettiva ad una centralità sull’esperienza originale della persona, da una fede rituale e devozionale ad una fede critica, matura e impegnata (Terza parte).
Nelle ultime due parti del testo viene illustrata la proposta educativa didattica dell’ermeneutica esistenziale. Mettendosi in ascolto dell’esperienza umana, sempre relazionale e dialogica, si può cogliere una infinita nostalgia di pienezza e si rivela il presagio di poter colmare la domanda di assoluto che lo caratterizza. Assume qui importanza la dimensione dell’intimità e dell’interiorità quale luogo educativo, ma anche la conoscenza e la decodificazione del linguaggio religioso, in particolare della “Parola Sacra”, del “Mito”, del “Rito” e del “Simbolo” (Quarte e Quinta parte).
Temi emergenti
È terminata l’epoca della trasmissione acritica e passiva dei contenuti della fede e si è aperta un’epoca nuova, più confusa e incerta, già annunciata da tanti segni in questi anni. Si tratta di una trasformazione culturale e sociale profonda che pone un inedito rapporto dell’uomo con sé stesso, con gli altri, con la società, le cose del mondo, la natura e la comunità credente.
In occidente è caduto il legame con le realtà ultime, la devozione, la fede, Dio. La secolarizzazione è pervasiva e performante, plasma ogni cosa, la religione e la fede sono diventate una cosa privata sempre più percepite con indifferenza dalla società.
Alcune tendenze emergono dalle statistiche: la fede dubbiosa che supera la fede certa, l’incertezza e l’inquietudine che coinvolgono 3 persone su 4 in Italia; cresce la ricerca di una spiritualità appagante, consolante e liberante, non legata alla pratica né al magistero religioso, né alle influenze ideologiche; la categoria di chiesa-religione, pur dominante nel pensiero comune, si rende poco presente nella quotidianità del credente, mentre va aumentando la non credenza.
Ciò che sembra essere andata in crisi è la capacità di convocare da parte della comunità credente e l’intermediazione, ossia la capacità di ascoltare e dialogare con l’uomo contemporaneo. Bisogna recuperare la categoria della “relazione” che nella prospettiva di Martin Buber si esprime nella relazione “io-tu”. In una relazione personale, unica e totale l’io-tu si apre all’io-Tu della persona in rapporto all’assoluto e a Dio.
In tale contesto bisogna ritornare al coraggio della testimonianza della bellezza del Vangelo, non fermarsi alla logica commerciale imperante che riduce le persone a numeri e l’esperienza credente ad una cifra. Bisogna recuperare la prassi del Rabbi di Nazareth che si sviluppa nell’osservare, ascoltare, andare incontro alla persona. In ogni persona egli si connette con l’inquietudine del cuore umano e con il bisogno di salvezza, fa emergere le domande più profonde di ciascuno, si china sulle ferite e le fascia con il balsamo dell’amore divino.
L’uomo è immerso nell’essere, un mistero che lo supera, ma da esplorare in modo da prenderne consapevolezza e trovare la risposta all’inquietudine che lo scuote. L’essere è un’arcana presenza che assale l’essere umano e lo spinge ad indagare la percezione che avverte nella sua stessa carne, nel mistero che porta con sé. Il mistero dell’essere che l’uomo porta nel cuore non è un dato oggettivo e impenetrabile, bensì è una intuizione inconscia e indefinita che si può avvertire ed esplorare per arrivare ad una consapevolezza.
La “radicale precarietà” dell’esperienza umana presuppone principalmente la “radicale umiltà”, che muove l’uomo alla domanda dell’assoluto. La ricerca del trascendente, condotta sinceramente non può che tramutarsi in appello ad un essere che tutto può e tutto conosce, come scrive Gabriel Marcel: “Tu che solo possiedi il segreto di ciò che io sono, di ciò che sono atto a diventare”.
Un modello pedagogico didattico per l’educazione religiosa
L’autore a conclusione dell’analisi e della riflessione invita a porre in atto un rinnovamento dell’educazione religiosa. La prospettiva dell’ermeneutica esistenziale può offrire delle piste pedagogiche molto interessanti che provocano il lettore e quanti operano nel campo dell’educazione religiosa ad un esame di coscienza e ad una pratica rinnovata dell’insegnamento religioso.
Tale percorso di rinnovamento si snoda, secondo l’autore, attraverso un’educazione generativa, capace di mettere in atto una “grammatica della domanda”. L’arte socratica della maieutica, del tirare fuori, ma anche il coraggio di assumere la sfida dell’utopia e del dubbio, del sogno e dell’incertezza, spingono alla ricerca creativa, reale e personale dell’esperienza credente, che include l’assimilazione della “categoria del regno” e della “vocazione”.
Promuovere “il pensiero divergente” e “laterale”, può stimolare soluzioni diverse alla domanda e risolvere i problemi in maniera creativa, originale e unica. Per questo Romio propone di scrostare l’educazione religiosa dal formalismo che impedisce di ritrovare un nuovo lessico comune, una rinnovata prassi che colleghi idee, volontà e comportamenti.
In tale prospettiva l’educazione religiosa deve essere “espressiva” e “ancorata al reale”. Deve sapere riconoscere il valore della tradizione e dei testi scritti per utilizzarli come strumenti che consentono di elaborare risposte nuove a domande antiche e sempre attuali, in un processo che sappia correlare informazioni, risolvere problemi, inventare, sbagliare, identificare l’errore e ricominciare (Circolo ermeneutico).
Altra pista importante da assumere e necessariamente da percorrere è il confronto dell’educazione religiosa con l’innovazione tecnologica, oggi sempre più diffusa e pervasiva. L’educatore religioso non può ignorare questa risorsa, ma è chiamato a saperla utilizzare responsabilmente, quale strumento, nel processo educativo che mette in atto.
Al centro di tutto il processo, di ciò che viene definito la svolta ermeneutica, si trova la persona. La svolta nel processo educativo consiste proprio nel passare dalla comprensione del testo e dei contenuti alla consapevolezza dei bisogni formativi della persona su cui evidentemente insistono i contenuti. Altrimenti sarebbe una mera trasmissione di nozioni fine a sé stessa. Si sposta il centro del processo educativo, si passa dalla comprensione del testo all’interpretazione dell’esistenza, mediante l’ausilio della tradizione religiosa e della cultura attuale. Si tratta di uno spostamento decisivo che conduce dall’oggetto di conoscenza al soggetto, dalle nozioni alla vita della persona.















































