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    Così il nemico invisibile

    ha cambiato le nostre paure

    Massimo Recalcati


    La prima manifestazione della sofferenza che ha coinciso con lo scoppio dell’epidemia ha assunto le forme dello spavento e dell’angoscia nei confronti di una minaccia che si è rivelata, al tempo stesso, indeterminata e incombente. Questo ha innescato comportamenti collettivi regressivi di cui sono stati esempi i saccheggi dei supermercati e gli assalti ai treni, la fuga dai territori più colpiti dal virus, dal Nord verso il Sud. L’esigenza impellente era quella di allontanarsi il più rapidamente possibile dal pericolo ma, come avviene nella tragedia greca, coloro che vogliono allontanarsi dal male ne divengono spesso tremendi diffusori. Il carattere sistemico dell’epidemia ha del resto soppresso l’idea che possa esistere davvero un "fuori pericolo", un luogo non ancora intaccato dalla presenza minacciosa del virus. Pandemia significa infatti che il virus è dappertutto e che non può esistere un luogo sicuro nel quale rifugiarsi. In quelle settimane la sensazione più diffusa è stata quella dell’intrappolamento. Di qui la diffusione del panico che ha segnalato il venir meno dello scudo protettivo (fobico-paranoico) che abitualmente difende i nostri confini identitari dal rischio di subire una intrusione: distinguere l’amico dal nemico, il familiare dall’estraneo, il conosciuto dallo sconosciuto, il buono dal cattivo. Con la deflagrazione dell’epidemia tutte queste distinzioni sono state polverizzate e le nostre carte si sono mescolate drammaticamente: chi è davvero amico e chi è davvero nemico? Chi è familiare e chi è estraneo? Di chi mi posso fidare e di chi no? Il virus ha scompaginato brutalmente queste ripartizioni ordinarie tracciando una nuova geografia nella quale l’amico, il congiunto, il padre, il figlio, persino il medico o io stesso, possono rivelarsi veicoli della malattia e della morte. La risposta sanitaria alla minaccia pervasiva del virus è stata quella del confinamento. In questo modo si è provato a restaurare le barriere difensive che l’impalpabilità oscura del nostro nemico aveva fatto saltare. Per questa ragione molti pazienti hanno vissuto la reclusione forzata della prima onda come un sollievo. Il distanziamento sociale e il confinamento non solo li proteggeva dal rischio del contagio ma, soprattutto, dal punto di vista psichico, li sollevava dal peso di stare nel mondo, della competizione, del confronto con gli altri, della relazione. Perdere la possibilità delle relazioni non è stato per tutti una privazione. Per diversi è stata, almeno inizialmente, una liberazione, una benvenuta disintossicazione psichica.

    Ma questo effetto non è durato molto. Lo strano benessere del sentirsi tagliati fuori dal mondo ha lasciato il posto ad una profonda angoscia depressiva, individuale e collettiva. Ci siamo chiesti e continuiamo a chiederci se avremo ancora la possibilità di incontrare il mondo come lo conoscevamo prima. Il rischio che abbiamo avvertito e ancora avvertiamo è quello di perdere il mondo come lo abbiamo conosciuto e amato. È quello che si rivela in modo eclatante nel delirio psicotico della fine del mondo. Questo delirio si è presentato paradossalmente come reale. Per questa ragione alcuni miei pazienti psicotici hanno letteralmente smesso di delirare: la realtà appariva assai più delirante del loro stesso delirio. Ma questa profonda angoscia depressiva ha generato altri disagi che miravano a compensare il vuoto aperto dalla mancanza delle relazioni: abusi di alcool, di cibo, di psicofarmaci, somatizzazioni, impulsi aggressivi e atti autolesivi. Lo sfondo di tutti questi sintomi è l’incertezza sul futuro. Le sedute attraverso lo schermo hanno provato a preservare in questo tempo difficile il lavoro terapeutico. Senza la tecnologia la pandemia avrebbe davvero demolito ogni forma di relazione umana. È grazie alla tecnologia, la cui essenza, secondo Heidegger, ridurrebbe il mondo a mera risorsa strumentale da sfruttare, che, paradossalmente, siamo potuti restare umani. È avvenuto a scuola con la Dad, nelle psicoterapie con le sedute a distanza, ma anche con lo smart working e, più in generale, nella possibilità che la tecnologia ha offerto a tutti noi di collegarci permettendoci di custodire e anche di potenziare le nostre relazioni affettive e professionali. Poi la prima onda ha perso la sua forza, la curva, con l’avvicinarsi dell’estate, si è appiattita.
    Pensavamo di avercela fatta; la nostra vita riprendeva le sue abitudini dimenticando di preservare atteggiamenti di prudenza. Era stato solo un incubo dal quale eravamo usciti ammaccati ma in grado di sopravvivere. L’estate ha coinciso con l’illusione di ritornare alla vita. Per questa ragione la seconda onda scatena non solamente ancora morte e diffusione della malattia, ma anche il lutto atroce di questa illusione. È l’angoscia della recidiva. La guarigione non può essere intesa come una emancipazione senza resti dalla malattia. Si affaccia il tema di una convivenza inevitabile con il virus che disgrega le fantasie che volevano opporre alla fase uno (quella della malattia) la fase due (quella della ripresa). La malattia si è rivelata più ostinata e meglio organizzata dei nostri sforzi sanitari e terapeutici. In questo tempo di grande crisi emergono fatalmente nuove perturbazioni psichiche.
    Innanzitutto il sentimento depressivo si accentua. Doppia caduta: disillusione della guarigione e, nuovamente, perdita di futuro. La sofferenza dei pazienti diviene ancora più insopportabile. La domanda di presenza è avvertita come una necessità per non sentirsi soli ed essere lasciati cadere. La convivenza col virus cancella l’idea di un periodo di restrizioni della libertà necessario alla ripresa della vita rendendo queste restrizioni la nuova forma che ha assunto la nostra vita. Chi lo avrebbe mai potuto pensare all’inizio? Per questo i sintomi depressivi, nella loro gamma variegata, sono aumentati.
    Maggiore stanchezza, maggiore sfiducia e minore capacità reattiva costituiscono lo sfondo sul quale appaiono passaggi all’atto suicidari, agiti violenti, fobie sociali, sentimento diffuso di superfluità.
    Nei nostri stessi figli la chiusura necessariamente prolungata della scuola ha fatto venire meno quasi un’appendice fondamentale dei loro corpi. La scuola non è infatti solo il luogo dove si trasmettono delle nozioni, ma una comunità nella quale i nostri figli sono immersi. Avere perduto questo mondo ha generato vissuti di chiusura, di tristezza, di passività, di abulia, di resa. Senza il bisogno di etichettare questa generazione come "generazione covid", offrendo ad essa il nefasto alibi della vittimizzazione, come ho già scritto su questo giornale, non si può certo ignorare il loro disagio. Ma anche le stesse famiglie hanno vissuto l’alterazione profonda della loro vita ordinaria. Difendere i nostri anziani ha comportato l’interruzione di relazione affettive fondamentali. Nel cuore stesso della famiglia si è dovuto praticare un distanziamento contronatura. La domanda di aiuto psicologico si è ormai diffusa a macchia d’olio anche tra il personale sanitario. Offrire l’ascolto alla parola di chi vive un’angoscia che toglie il futuro non può essere considerato un fattore secondario nella gestione della crisi. La perdita del lavoro e della propria stabilità economica e sociale ha significato per molti sentirsi abbandonati dalle istituzioni. Bisogna che questo ascolto dell’angoscia non sia lasciato, dunque, solo agli psicoterapeuti ma caratterizzi anche una nuova postura delle nostre istituzioni.

    (La Repubblica - 21 febbraio 2021)



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