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    Dio non ci abbandona

    nella tempesta

    ma spetta a noi

    lottare contro il virus

    Enzo Bianchi


    In questo lungo tempo di pandemia, la crisi, ora di rivelazione e di giudizio, frangente nel quale si svela la gravità della malattia e si individua il percorso della guarigione, ha toccato tutte le realtà: dalle più evidenti, quali l'economia e i rapporti sociali, alle più personali e intime. Una realtà particolarmente scossa, a tratti destabilizzata, è stata la Chiesa, la comunità dei credenti cristiani, molto presente nel nostro Paese.
    I credenti cristiani conservano nella memoria un'immagine che non a caso ha attirato a sé milioni di telespettatori. Il 27 marzo scorso nell'ora del declino del giorno, quando già faceva buio, sotto una pioggia battente papa Francesco ha attraversato da solo una piazza San Pietro deserta.
    Lì ha fatto una breve preghiera, dopo che una mesta campana aveva accompagnato i suoi passi spediti, sebbene vacillanti. Poche parole, tra le quali tutti ricordano: «Signore, non lasciarci in balia della tempesta!», insieme alla constatazione: «Ci siamo resi conto di trovarci tutti sulla stessa barca».
    Le parole del Papa, rivolte verso il crocifisso abitualmente collocato nella chiesa di San Marcello al Corso (ritenuto miracoloso perché «protesse» Roma dalla peste nel XVI secolo), sono apparse un grido disperato; l'invocazione estrema di un Papa che si vuole intercessore per tutti presso Dio, che pone davanti a lui la sofferenza, il dolore e la morte di uomini e donne colpiti dalla pandemia.
    Vorrei riflettere su tali parole da credente, con un breve pensiero che possa intrigare anche quanti non professano una fede religiosa.
    Bisogna innanzitutto constatare che in questa situazione di crisi si è registrata una certa effervescenza religiosa: nella tempesta molti sono tornati a invocare Dio, dopo anni nei quali avevano tralasciato, senza rimpianti, atteggiamenti e stili tipici dei credenti. Va confessato con molta pace: «L'uomo nel benessere non comprende», secondo il ritornello del Salmo 49, mentre nella disgrazia si rivolge facilmente a Dio o agli dèi, perché la paura crea gli dèi, come affermavano con intelligenza gli antichi.
    Anche il Dio dei cristiani per molti è ancora il Dio che «vede, scruta, ispeziona» i comportamenti umani, per sanzionarli, ove necessario, con il castigo. Sono dunque apparsi falsi profeti che si sono arrogati un ministero di condanna, pronti a leggere nel virus un angelo sterminatore inviato da Dio per castigare i peccati tipici del nostro tempo, a loro dire: aborto, omosessualità, divorzio, eutanasia, mancanza di una fede militante. Predicatori evangelicali e preti cattolici hanno scovato profezie che spiegavano così la pandemia.
    Questa è una perversione dell'immagine di Dio: il Dio vendicatore e castigatore non è il Dio di Gesù Cristo, ma va rifiutato ed escluso dalla vita di fede cristiana. In verità, l'unica cosa che possiamo affermare è che, come in ogni situazione, anche nella pandemia Dio manifesta la sua presenza elusiva: egli è invisibile, impossibilitato a intervenire facendo cessare il virus, così come non poteva mandarlo. Il nostro Dio è onnipotente solo nell'amore, ma non può farci del male. Spetta a noi umani lottare contro il virus e la morte, assumendo responsabilmente la cura degli altri, tra i quali in particolare i più poveri e i più fragili. Non imputiamo a Dio i nostri mali, né domandiamoci: «Dov'è Dio?», perché il Dio di Gesù non ci abbandona, ma è accanto a noi con la forza del suo Spirito, per aiutarci ad attraversare la malattia e la morte.
    Ma allora perché il Papa prega? Perché preghiamo Dio nella pandemia? Perché Dio non guarda tanto alle parole che gli diciamo ma al desiderio che esse vogliono esprimere. La nostra preghiera non cambia la volontà di Dio, non è un atto magico, non ha potere contro quanto appartiene alla nostra condizione umana segnata dalla morte, il limite estremo da cui non potremo mai liberarci. I cristiani non fanno di Dio il «tappabuchi» – secondo l'espressione di Bonhoeffer – ma lo sentono come una presenza invisibile eppure efficace che dà loro forza, senso, vita, capacità di amare. Gesù ce lo ha detto: se chiediamo a Dio il suo Spirito Santo, egli ce lo dona sempre quale forza che opera in noi; ma senza di noi Dio non può fare nulla mentre abitiamo questa Terra.
    Proprio per questo, ogni grido che sale dalla Terra, generato dal dolore, dalla sofferenza insita nella natura o creata dagli umani, ogni grido, anche inarticolato, raggiunge Dio, il quale lo ascolta. Il grido del non credente e quello del credente si intrecciano, e Dio li ascolta entrambi. Anche la bestemmia, che pure sembra offendere Dio, a volte è una protesta, un appello a Dio, una fame di lui, dunque una preghiera. Quando Anna, la madre di Samuele, andò al santuario per pregare nella sua amarezza, non si capiva ciò che le sue labbra mormoravano davanti a Dio, tanto che il sacerdote Eli la ritenne ubriaca. E invece Dio esaudì lei e il suo mormorio, non la formula di culto del sacerdote (cfr. 1Sam 1,9-18)!
    Sì, siamo tutti sulla stessa barca, nel mare in tempesta, credenti e non credenti. Se ci salviamo, ci salviamo insieme, non da soli!

    (“La Stampa” - 17 maggio 2020)



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