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    «Il timore genera impegno

    sapremo uscirne migliori»

    Intervista a Gianfranco Ravasi


    a cura di Franca Giansoldati


    «In questi giorni ripenso alle parole del mio amico Mario Luzi. Sotto il cumulo delle macerie c'è il bulbo della speranza. Sono convinto che dalla più grande crisi che stiamo vivendo a livello globale possa fiorire una nuova umanità.

    Un po' più umana. Sarà come una scossa globale». Biblista e teologo, il cardinale Gianfranco Ravasi attinge al Libro dei Libri e ai tanti ricordi personali per esaminare con distacco un orizzonte comune confuso, pieno di paure e disorientamento.

    Lei ha un atteggiamento costruttivo. Non ha nemmeno paura di essere contagiato?
    «Francamente no, ma la riflessione che vorrei fare è proprio sulla paura: un fattore centrale nella storia dell'umanità basato sulla distinzione di due categorie ben separate: da un lato c'è la paura che è una emozione primaria negativa e produce terrore e porta all'irrazionale quando cresce. Dall'altra parte, invece, c'è il timore che è preoccupazione ma anche rispetto. La distinzione appare persino nella Bibbia ed è una delle dichiarazioni che si scrivevano sugli edifici sacri. Il principio della sapienza è il timore del Signore'. Timore significa, dunque, essere consapevoli della complessità della realtà, che noi non siamo arbitri assoluti dell'essere e dell'esistere. Il timore è una virtù e per certi aspetti una necessità che si sta conquistando spazio in questi giorni e che dovrebbe essere di tutti».

    La paura però prevale soprattutto oggi...
    «Montaigne diceva: la paura è la cosa di cui ho più paura. La intendeva come un eccesso di isteria perché quando prevale tutto si colora di negativo. Sofocle aggiungeva: per chi ha paura tutto fruscia. Il timore, invece, è diverso perché suppone che vi sia la consapevolezza della difficoltà e lo sforzo per superarla. Il timore, in fondo, è una virtù, quindi un impegno. Il timore, tra l'altro, non può essere senza speranza e la speranza senza timore. Con la sola paura, invece, si è solo in balia di uno scivolamento nel terrore».

    Trasformare la paura del contagio al solo timore del contagio non è proprio un passaggio mentale semplice...
    «Bisogna riportare tutto ad un atteggiamento positivo. Per esempio cominciare a capire il limite della creatura umana. La nostra fragilità. In un periodo di trionfo della autonomia, della autosufficienza, della tecnologia, si affaccia un limite. Siamo fragili e la scoperta di questo fattore non è affatto scontata. La sfida dei giovani che sfidavano il contagio e uscivano a Ponte Milvio.
    Non avevano ancora la percezione sapiente che non siamo eterni».

    Poi c'è il tema della scienza..
    «E bisogna sempre esaltarne la grandezza per quello che riesce effettivamente a fare ma bisogna comprendere che non può tutto. Il vaccino al coronavirus, per esempio, non l'ha ancora trovato. La scienza ha dei percorsi che non esauriscono tutte le questioni. La scienza non riesce a risolvere la paura, l'aspetto esistenziale. Qui dovrebbero essere più presenti la cultura e le religioni».

    Cosa ci sta facendo intravedere questa crisi?
    «Che vediamo avanzare i nuovi modelli di amore. Prendiamo la foto della infermiera che si addormenta sfinita sulla tastiera. E' il simbolo della generosità in un mondo tendenzialmente egoista. I medici che rischiano i contagi sono un altro esempio di amore non retorico ma concreto».

    Il virus è anche una livella, non guarda in faccia nessuno...
    «E' come se si stesse creando una migliore scala di valori. Come quando ci si trova ad affrontare una malattia grave. Anche se si hanno tanti soldi e la possibilità di avere cure migliori, la scala di valori assume un altra disposizione. Gli affetti, per esempio, come anche l'invocazione a Dio del non credente. Non tutto si riconduce alla concretezza dell'egoismo immediato. In questi giorni ci si preoccupa di più dei famigliari, del coniuge. C'è una educazione che viene chiamata la paideia del dolore. Saul Bellow ripeteva che la sofferenza certe volte serve a portare via il sonno della ragione e il vuoto della umanità. La superficiale banalità viene messa in crisi, e le cose essenziali diventano fondamentali».

    Il coronavirus ha sbriciolato il tabù della morte?
    «Eccome. Ci sta facendo capire che non siamo eterni. Siamo morituri. Nella nostra società l'idea della morte era diventata la grande apolide. Non la voleva nessuno. Era persino considerato poco educato parlarne. A questo termine venivano preferiti altri sinonimi come decesso, scomparsa. Non si poteva poi farla vedere ai bambini. Dall'altra parte poi c'era la pornografia della morte, cioè l'eccesso di immagini che ciclicamente appaiono sul web. Il coronavirus ha riposizionato l'idea di morte come percorso naturale della nostra vita. Ci dobbiamo fare i conti».

    Ci sono fondamentalisti cristiani che sostengono che il virus sia il castigo di Dio.
    «Sono concezioni retribuiste che sono nella Bibbia. Dio manda i flagelli perchè abbiamo peccato.
    Ma nel cristianesimo questa visione è totalmente superata. Gesù non ci abbandona nella nostra morte, ci resta accanto. Sempre».

    (“Il Messaggero” del 12 marzo 2020)



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