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    Istruzioni per un Natale

    diverso dal solito

    Massimo Recalcati


    S
    arà un altro Natale, diverso dal solito. Non può essere altrimenti. Ma forse sarà anche un Natale più vicino al senso originario di questa festa. La sua desacralizzazione si è infatti compiuta inarrestabilmente in questi ultimi decenni. Abbiamo ormai da tempo spogliato il Natale di ogni significato simbolico riducendolo ad un rituale consumistico senza anima. La nascita di Gesù è stata ridotta ad una favola tra le altre buona per rallegrare lo spirito dei nostri figli nell’età ancora senza pensiero critico della loro infanzia. La stessa celebrazione religiosa è stata trasfigurata per lo più in un’occasione mondana di ritrovo collettivo. Il trauma del Covid riporta però bruscamente alla luce quello che vorremmo invece dimenticare, ovvero il confine tragico che unisce profondamente la vita alla morte. Essere circondati dai morti e dalla malattia dovrebbe imporci uno sguardo diverso, una attitudine alla solidarietà coi più fragili, con quelli colpiti nel corpo e nella loro economia vitale con maggiore forza dal virus. Dovrebbe sospingerci a distinguere l’essenziale dall’inessenziale.

    Nondimeno anche di fronte alle piaghe dell’epidemia molti insistono nel voler festeggiare, nel ribadire la bellezza imperdibile della convivialità, dello scambio dei doni e dello stare in famiglia. È il negazionismo irriflesso che accompagna le nostre vite e il nostro pensiero magico-infantile di proiettarci già fuori dal pantano orribile in cui ci troviamo. Questa spinta a festeggiare trascura di pensare la condizione di emergenza drammatica nella quale tutti siamo ancora immersi e che rende di fatto ogni festeggiamento stonato e fuori luogo.
    Il bambino nella mangiatoia rivela la condizione di abbandono in cui tutti siamo sin dalla nostra origine. Il destino del piccolo Gesù è già scritto ed è quello di morire sulla croce. Tuttavia questo destino mortale non cancella la necessità della cura della vita che viene al mondo, ma al contrario la potenzia. È per rendere “immensamente sacra” la vita di ciascuno, come si esprime Papa Francesco nella sua ultima enciclica Fratelli tutti, che il Dio cristiano si decide scandalosamente per la sua kenosis, per la sua incarnazione facendosi bambino. La sua fragilità manifesta che ciò che rende umana la vita è la grazia dell’attenzione che la circonda, il calore del contatto, la presenza dell’altro, il dono. Non è questa la lezione più importante della festa del Natale che nel tempo atroce e inaudito del Covid dovremmo imparare a tenere con noi prima di ogni altra cosa? Insopportabile diventa allora la lamentazione per la festa mancata, per la convivialità soppressa, per il distanziamento sociale imposto dai decreti governativi, per lo sconvolgimento dei nostri rituali.
    Sarà questo, giocoforza, un altro Natale che dovrebbe spingerci a risacralizzare il suo significato: la vita dell’inerme è quella di un Dio strano che richiede cura per sopravvivere. Ecco il paradosso formidabile del Natale cristiano! Il suo senso sacro insiste a ricordarci il gesto fondamentale dell’accoglienza senza il quale la vita non diventa umana ma precipita nell’abbandono assoluto. A coloro che chiudono la porta delle proprie case rifiutando ospitalità alla famiglia che viene da lontano, rispondono quelli che hanno creduto nell’evento, che sono accorsi nella notte a trovare e a omaggiare il Dio bambino ospitato in una stalla. La notte di Natale nel racconto cristiano, sappiamo, annuncia la venuta al mondo del “Salvatore”. Esiste un modo laico per leggere la potenza di questo racconto? Ai miei occhi si tratta dell’evento che rende la vita umana immensamente sacra.
    Nel tempo traumatico del Covid la festività del Natale ci ricorda che ogni morte non è mai una morte anonima ma è la morte dell’immensamente sacro. Agostino riflette sul gesto di Maria, narrato dall’evangelista Luca, di collocare il suo “primogenito” in una umile mangiatoia sottolineando l’equivalenza del corpo di Gesù con quella del nutrimento. Questo Natale non sarà il tempo della festa, ma quello che ci obbliga a pensare all’esistenza di un altro nutrimento rispetto a quello a cui ci siamo abituati nella nostra mondanizzazione del Natale. La sofferenza e i morti di questo terribile anno ci invitano a farlo.

    (“la Repubblica” - 22 dicembre 2020)



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