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    La curva dell’angoscia

    Massimo Recalcati

    La prima angoscia è stata persecutoria: la paura del contagio, della malattia e dei suoi rischi. Se il pericolo del contagio è potenzialmente dappertutto, è stato necessario il distanziamento sociale per arginare la sua presenza intrusiva. Il mio simile si è rivelato non più per motivi ideologici, ma per motivi scientifici, come un pericolo riattivando la paura arcaica nei confronti dell'ignoto e dello sconosciuto.
    Quando il primo decreto governativo, legato all’emergenza dell’epidemia, ha compresso la nostra libertà nella reclusione delle nostre abitazioni ha solo provvisoriamente risolto questa prima angoscia. Questa risoluzione si è tradotta inizialmente in un sentimento inedito di solidarietà e di unità nazionale. Il trauma collettivo anziché separare nel dolore ha reso più coese le nostre esistenze. Ci siamo sentiti riuniti in una comunità fatta di solitudini. Una sorta di “narcisismo di squadra” si è positivamente sviluppato per contrastare la disperazione di una malattia che si era rivelata assai più aggressiva e temibile di come era stata inizialmente rappresentata e delle morti che nel tempo si accumulavano. Il noi ha prevalso sull’io, il carattere individualistico della libertà ha lasciato il posto all'idea collettiva della libertà come solidarietà.
    Ma dietro alla porta covava un’altra angoscia. Non più quella del rischio del contagio, né quella della privazione della libertà, ma quella assai più insidiosa e catastrofica della perdita del mondo. Questa nuova angoscia non si manifesta più con vissuti persecutori di intrusione - essere contagiati dal virus - ma assume i caratteri di una sorta di lutto collettivo. Abbiamo perduto il nostro mondo, le nostre abitudini, la possibilità di vivere insieme come prima. È l’atmosfera francamente depressiva in cui tutti siamo finiti di fronte al ritratto delle città del mondo trasformate in deserti. La configurazione di questa seconda angoscia ha confermato il vissuto apocalittico della fine del mondo: non sarà mai più come prima.
    Sicché i cambiamenti che l’epidemia ci impone non saranno solo misure provvisorie ma altereranno inevitabilmente la nostra vita insieme. Si spalanca allora una nuova angoscia, la più attuale: la vera costrizione non è più quella della reclusione ma quella della necessaria convivenza con il virus. Dal punto di vista sociale questo significa schiacciare i soggetti più fragili in una condizione di totale dipendenza e gettare nell’impotenza quelli con un potenziale generativo più alto. Per i primi l’angoscia è quella di abbandono, per i secondi è quella dell’immobilità. Per gli uni l’angoscia è quella della sopravvivenza, per gli altri è quella della morte professionale e imprenditoriale. Il punto è che facciamo fatica ad abituarci all’idea che ricominciare non può significare ripartire a “guerra” finita. È questa una immagine rassicurante di tipo regressivo. Essa ci proietta in un futuro prossimo finalmente liberi dall’angoscia del virus. Ma ogni trauma lascia sempre dei resti che non possono essere mai del tutto smaltiti.
    Dovemmo abituarci all’intruso, a un governo che non può che essere solo provvisorio della sua minacciosità. La nostra fantasia sarebbe invece quella di un vero inizio, libero dalla presenza ingombrante del virus. Ma si tratta di una fantasia infantile: separare nettamente il bene dal male per liberare la nostra vita dall’angoscia che comporta la loro presenza simultanea. La nuova angoscia è quella della riapertura della vita in un tempo di inevitabile convivenza collettiva col male. È quella di un’apertura alla vita tanto necessaria quanto incerta, fatalmente esposta al rischio.
    Compito di una comunità è certamente quello della protezione della vita, soprattutto dei soggetti più fragili, ma è anche quello, come accade nel mito biblico del profeta Noè, sopravvissuto alla catastrofe del diluvio, di saper piantare la vigna. Le parti migliori di noi e del nostro Paese sono quelle che assomigliano a Noè; il “resto salvato” dalla distruzione, le forze positive che resistono alla devastazione del male. Ma nel nostro caso la vigna esige di essere piantata anche se attorno c’è ancora morte e distruzione. Non potrà accadere alla fine del diluvio, ma in una zona di transito, fatalmente incerta. È questa la durissima prova di realtà che questo trauma collettivo esige e che non si potrà rinviare. È l’angoscia di non riuscire a rappresentarci come saremo e cosa diventeremo in un tempo che non ci permette di scindere il passato traumatico dall’avvenire del ricominciamento. È l’instabile zona di mezzo che stiamo percorrendo: non la luce o le tenebre, ma la luce obliqua nelle tenebre; non la paura o il coraggio, ma il coraggio nella paura. Non potremmo più essere quello che siamo stati ma non sappiamo bene ancora cosa potremmo diventare.
    Quello che è certo è che quello che diventeremo non è già stato, non potrà essere quello che siamo già stati.
    Non più dopo questo trauma. È questa la nostra paura più grande. Ma come diceva bene Jung: “Là dove è più grande la paura, questo è il nostro compito”.

    (La Repubblica - 12 aprile 2020)



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