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    La libertà di inventare

    Enzo Bianchi

    Siamo ritornati a una situazione di “cattività”, cioè di prigionia, costretti a ciò dal rinnovato diffondersi vertiginoso della pandemia.
    Dobbiamo restare in casa, limitare le uscite a quelle strettamente urgenti e necessarie e vivere in modo diverso da quello che era fino a qualche giorno fa il nostro ritmo quotidiano. Avevamo sperimentato questa condizione in primavera e pensavamo di non dovervi ricadere, anche se eravamo certamente avvertiti della permanenza del virus tra noi, non ancora debellato. Eppure ora ci sembra di dover reinventare tutto, in particolare di dover mutare il nostro rapporto con il tempo e lo spazio.
    Ecco dunque manifestarsi, quasi spontaneamente, la ribellione: una litigiosità tra le istituzioni politiche, una non accettazione dei limiti imposti e il bisogno di trovare soggetti ai quali imputare la colpa. Non vogliamo ancora accettare che questa pandemia non è colpa di nessuno, né di Dio né di qualche volontà umana, ma è semplicemente uno dei segni della nostra fragilità e mortalità.
    Non siamo immortali né onnipotenti ma siamo viventi che nascono, crescono, declinano e conoscono la morte, come le foglie che in questi giorni muoiono e cadono per raggiungere la terra.
    Soprattutto nel nostro occidente abbiamo occultato la morte, l’abbiamo rimossa dal nostro orizzonte come oscena, eppure essa in ogni caso ci attende al culmine della nostra vecchiaia o malattia ed è un esito da cui nessun essere umano è esente. Tutti conosciamo le inadempienze, i ritardi e gli errori che sono stati commessi dai governanti, dagli scienziati e dagli altri soggetti ai quali competeva la vigilanza, a beneficio dell’intera collettività. Ma da parte di molti si è manifestata e si manifesta tuttora, contro ogni evidenza, una mancanza di responsabilità verso la salute propria e altrui.
    Viviamo così una sofferenza a volte disperante, in situazioni molto diverse: essa riguarda gli anziani e quanti vivono da soli, che nelle nostre grandi città sono ormai in numero uguale a quello di quanti sono in nuclei di convivenza; riguarda i malati ai quali non si possono prestare cure negli ospedali, che non hanno possibilità di accoglierli; riguarda quanti non hanno una casa e non riescono più a trovare cibo per sopravvivere. Vi sono poi tutti quelli che vivono nella paura, per i quali la notte è popolata da orrendi incubi e fantasmi.
    Si ripete spesso che siamo tutti sulla stessa barca.
    Questo però in realtà non è del tutto vero; lo sarebbe se ci fosse attenzione e cura verso gli altri, se si praticasse la solidarietà nei confronti dei più fragili.
    Ognuno di noi in questa cattività si ponga dunque una domanda: “Come posso essere vicino a chi ha più bisogno di me di non sentirsi solo e dimenticato?”. E chi ha la grazia di convivere e di non essere solo, eserciti la mitezza, la pazienza e l’ascolto, perché quando si è costretti a vivere accanto, a stretto contatto, spesso ciò è difficile e faticoso. Sì, la cattività è una mala condizione, ma spetta a noi umanizzarla!

    (La Repubblica - 9 novembre 2020)



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