(NPG 1972-05-49)
Con questo «servizio» proseguiamo lo sviluppo di uno dei nostri progetti editoriali: la presentazione dal vivo dei centri di riferimento dei giovani italiani. Lo spirito e il motivo della scelta è già stato sottolineato introducendo l'esperienza della comunità di Bose: ci preme cogliere il raccordo tra le attese dei giovani e il messaggio» che il centro comunica. La reazione dei giovani a questo impatto «dice», con immediata evidenza, attraverso quali strade passa una proposta di fede loro accessibile.
La rassegna è, a ragion veduta, ampiamente pluralista, per affermare, con i fatti, che nella chiesa «ciascuno» si esprime secondo i carismi che gli sono stati donati.
♦ Il movimento dei Focolarini
«Dio come ideale: questo fu il punto di partenza del nostro Movimento. Quando vedemmo che tutto cadeva, giacché il Signore con le circostanze – i bombardamenti della guerra – ci mostrava a fatti la vanità di tutte le cose, vedemmo in Dio l'unico che non poteva essere toccato. E facemmo di lui l'ideale della vita».
Inizia così un tentativo di abbozzo della spiritualità dei focolarini.
La penna è quella della fondatrice del movimento stesso, la signorina Chiara Lubich.
I bombardamenti a cui si riferisce sono quelli del 1944, durante la seconda guerra mondiale.
Lo scenario è Trento. La città è sotto la cappa della guerra, ma non è ancora stata toccata da vicino, non conosce ancora le conseguenze delle incursioni aeree, le ferite laceranti provocate dalla pioggia di bombe.
È ancora una città intatta nei suoi ordinati quartieri, nei viali alberati, nei suoi monumenti. Ma per poco.
La notte del 13 maggio un violento bombardamento scuote i rioni e le persone. Il quadro si presenta subito desolante: la città è devastata, ridotta a macerie fumanti, a brandelli cadenti. Dovunque è desolazione, abbattimento. È l'ora della disperazione per quanti sono sopravvissuti. Tutto è crollato attorno a loro: le mura, gli edifici, le speranze, le persone care... Per molti anche Dio è crollato...
Eppure in quel quadro apocalittico alcune persone trovano la forza e la luce di «leggere» in maniera particolare quegli avvenimenti.
Il crollo delle case, il crollo di tanto benessere, il crollo di tanta sicurezza, significò per loro la dimostrazione più lampante della transitorietà di tutto il mondo, di tutte le cose. La conseguenza disastrosa dei bombardamenti diceva loro che una sola realtà emergeva da quelle macerie, da quella totale distruzione, dalla caducità di tutto quanto avevano intorno: Dio.
La logica che aveva portato queste persone a risalire dal dolore e dalla costatazione della vanità delle cose a Dio, le condusse anche a scegliere Dio stesso come unico ideale della propria vita, come soggetto e oggetto del proprio amore; come unico scopo valido dell'esistenza, come principio di unità e di amore tra i fratelli.
«Gesù in mezzo a noi, quando si è uniti nel suo nome, ci appariva un mistero così delizioso da costringerci a mantenere salda la nostra unità per averlo sempre fra noi...».
Con questo programma dí vita si costituì a Trento, nel 1944, il primo «focolare», al n. 2 di piazza dei Cappuccini. È una piccola e modesta casetta, a fianco di una piazza alberata che ha come sfondo una grande chiesa. Questa piccola casa. ricca di persone che cercano di vivere Cristo tra di loro, fu la culla di quella spiritualità che in breve tempo si estese in varie città d'Italia e poi del mondo. in un pullulare di «focolari» che testimoniano la validità della scelta e l'intuizione prima di quei giovani di Trento.
♦ Loppiano: una «città nuova»
Con la crescita del Movimento aumentava anche l'esigenza di edificare «una città, nuova, non solo di case, di industrie e di scuole, ma nuova di cittadini nuovi per una convivenza nuova, anzi per una comunità – meglio: per un'unità – fondata sulla legge del Comandamento Nuovo».
Quella della città era un'esigenza sentita in tutti i raduni fatti dagli aderenti e dai simpatizzanti del Movimento, in tutte le Mariapoli. E nel 1959 l'esigenza si trasformò in attuazione. Si pensò di fare una Mariapoli permanente, una cittadella in un preciso luogo, a Villa Maria Assunta, a Grottaferrata.
Una caratteristica piacque molto agli aderenti al movimento: la Mariapoli nasceva veramente piccola e nascosta e rifletteva il sorgere e il distintivo del Movimento stesso. Così sembrava che dovessero iniziare tutte le cose benedette da Dio...
Quale sarebbe stata la missione di quella città in embrione?
«Nella Chiesa madre sono senza numero le vocazioni attraverso le quali le anime o trovano o donano Dio: i contemplativi... gli apostoli... gli ordini caritativi... i martiri... Qui dobbiamo trovarlo e donarlo attraverso una città, che ci auguriamo possa far ricordare le parole del Vangelo: "una città posta su un monte, non può rimaner nascosta, e non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sul candeliere, perché faccia lume a tutti quelli che sono in casa"».
La Mariapoli permanente voleva quindi essere una città-casa, dove ognuno potesse trovare quanto andava cercando per il mondo, dove gli uomini potessero vivere e trovare vissuto l'amore, la testimonianza di Dio... Era il segno del primato di Dio su tutte le cose, è la vittoria dell'amore sull'egoismo, sulla disperazione, sul denaro, sulla concorrenza, sull'emulazione, sulla tristezza.
Ala già mentre si costruiva il primo edificio della Mariapoli permanente emerse rimpressione che si sarebbe rivelata insufficiente a tutte le richieste dei vari focolari.
Inoltre il terreno adiacente non prospettava la possibilità di un grande ampliamento.
Nel frattempo, quasi che la provvidenza avesse avvertito il problema, un focolarino mise a disposizione del Movimento una tenuta di 100 ettari a Loppiano, dalle parti di Firenze.
Ad una ricognizione della posizione e del terreno si capì subito che Loppiano aveva tutte le caratteristiche per diventare una adeguata Mariapoli permanente e suppliva in modo completo agli inconvenienti manifestati dalla costruzione di Grottaferrata.
Loppiano venne quindi pensata e costruita tenendo presente l'esperienza di Grottaferrata.
Venne anzitutto progettata, come nella precedente Mariapoli, una scuola che si sarebbe chiamata «Istituto internazionale dì cultura Mystici Corporis», e che avrebbe avuto come scopo quello di rappresentare per i focolarini e quanti vi volessero aderire, un momento di formazione di vita spirituale e di studio teologico. Accanto alla scuola si pensò a una mezza giornata di lavoro, in svariati settori, come complemento e concretizzazione di quello spirito cristiano che la scuola offriva.
Inoltre, poiché si respirava il clima del Concilio, Loppiano sembrava dovesse diventare una città di formazione di quanto la chiesa oggi ha maggiormente bisogno: i laici. Pertanto Loppiano si poneva come momento di preparazione spirituale dei laici, in modo che possano acquistare una sensibilità acuta ai problemi ecclesiali in una visione mondiale delle prospettive.
Il «progetto Loppiano» s'avviava ormai su binari di certezza, a servizio della Chiesa.
Questo è il quadro storico entro cui si situa l'esperienza che vogliamo presentare, con abbondanza di particolari e di testimonianze vive.
Contrariamente al nostro abituale modo di fare, non offriamo un quadro critico e «globale» dell'esperienza, non avanziamo cioè alcune linee di riflessione intese a situare «Loppiano all'interno di un discorso promozionale di pastorale giovanile.
I problemi che tocca e le soluzioni prospettate sono molto ampi: si va da una definizione di Chiesa (Chiesa soprattutto come popolo di Dio o come fraternità?) al raccordo tra testimonianza (a livello individuale) e impegno politico (azione sul collettivo); dal significato del «piccolo gruppo» come momento di mediazione tra individuo e collettività, ai problemi relativi alla primarietà e secondarietà nei rapporti interpersonali.
L'introduzione che volesse cogliere anche solo frettolosamente queste «provocazioni»... diventerebbe un lungo articolo.
I temi però non sono rimossi... ma solo «rimandati»: abbiamo in cantiere uno studio monografico sul rapporto giovani/Chiesa. In esso riprenderemo le linee portanti delle quattro esperienze presentate quest'anno, per ritrovare, alla verifica dei fatti, alcuni suggerimenti operativi, nel contesto degli interrogativi sopra elencati.
(L'elaborazione di questa esperienza è stata fatta in sede redazionale, a cura di F. Garelli, utilizzando l'abbondante materiale registrato in interviste condotte a Loppiano, a membri e responsabili della comunità).
LA VITA DELLA COMUNITÀ DI LOPPIANO
Qui Loppiano!
Ad essere pignoli ne passerebbe del tempo prima di elencare tutti gli edifici, le costruzioni, le casette e i complessi che insieme formano questa nostra cittadella. Eppure quand'anche l'avessimo fatto non avremmo descritto Loppiano. Loppiano è qualcosa di diverso, non identificabile con i mattoni del centro aziendale o con le vetrate del college e con le casette prefabbricate.. E un qualcosa che va al di là di questa realtà fatta di cemento e di mattoni. Loppiano sono i giovani e le persone che qui vivono e quanti li hanno preceduti e che ora si sforzano di portare questa realtà nelle città di tutto il mondo.
UN'ESPERIENZA DI VITA CRISTIANA
Loppiano consta oggi di 400 persone, tra giovani, gen rosso e gen verde, famiglie, sacerdoti, suore. Apparteniamo a 42 nazionalità tra cui Australia, Filippine, Cina, Pakistan, Tailandia, Burundi, Tanzania, Cuba, Cile, Camerun... Veniamo qui dai nostri paesi per trascorrere in questa città due o tre anni della nostra giovinezza.
Tutti noi abbiamo conosciuto nella nostra terra il movimento dei focolari, a volte per caso, spesso attirati dal comportamento singolare con cui gli aderenti al movimento erano impegnati nella propria vita.
Siamo stati conquistati da questa esperienza, e abbiamo voluto conoscerla. Al di là di questi fatti semplici c'è la voce di Dio. E lui che ci predisponeva per un incontro più profondo in questa città nuova. E a questa chiamata tutti noi abbiamo risposto. Ora ci troviamo qui, giunti da tutte le parti del mondo, con esperienze totalmente diverse, uniti solamente da quella comune chiamata e dall'entusiasmo della giovane età.
Siamo qui venuti per fare un'esperienza di vita cristiana in comune. Non sappiamo quanto durerà per ognuno di noi, né che intensità raggiungerà. Sappiamo solamente che la riuscita di questa esperienza dipenderà dalla nostra personale disponibilità e da quanto tutti insieme riusciremo a mettere in comune per la maturazione di tutti i fratelli.
Qui cominciamo ad affrontare, macinati dal tempo e dal ciclo ordinario della vita quotidiana, i punti principali della spiritualità del movimento. Ed è Dio che attraverso lo scorrere dei mesi e lo svolgersi degli avvenimenti più comuni parla a ciascuno di noi col linguaggio della semplicità e dell'amore.
Il difficile è mettersi in sintonia con questa semplicità e con questo amore.
LA GIORNATA: RIFLESSIONE, STUDIO, LAVORO
Tra riflessione, studio, lavoro, scorrono velocemente le giornate a Loppiano. Al mattino, a gruppetti, si meditano alcuni passi del Vangelo cercando soprattutto di comunicare agli altri le esperienze e le riflessioni che ad ognuno la meditazione suggerisce.
Ci si raccoglie anche di fronte a Dio, ma sempre con la preoccupazione che tutto sia messo in comune e che la preghiera faccia parte di un più ampio movimento di circolazione dei valori spirituali che ognuno vive. Tre volte alla settimana, al mattino, si svolge la scuola di spiritualità e di teologia, mentre le altre tre mattinate e tutti i pomeriggi sono occupati nel lavoro. In genere al lavoro si dedicano otto ore e mezzo al giorno. I tipi di lavoro che facciamo sono i più disparati.
Accanto a quelli che servono specificatamente per la manutenzione della città e il sostentamento e le necessità di chi vi abita, c'è anche l'accettazione di lavori commissionati da ditte italiane, scelti tra quelli che si rivelano maggiormente compatibili con l'esperienza di una vita all'interno della comunità e sui quali alcuni di noi abbiano una adeguata competenza. Così i giovani si dedicano ad agricoltura, allevamento del bestiame, alveari, falegnameria, montaggio roulottes, centro di arredamento, messa in opera di moquettes, lavori in legno, taratura e revisione di contatori elettrici per conto dell'Enel, impagliatura fiaschi, cernita di ritagli di tessuti...
Le ragazze invece si sono specializzate in un centro di ceramiche artistiche ove lavorano in più di 60, e un centro di alta moda dove le ragazze del terzo mondo in particolare, cercano di impegnarsi per riuscire a portare questo lavoro nei loro rispettivi paesi. Oltre a queste due attività vengono anche eseguiti lavori in seta e di foulards.
LA COMUNITÀ DI LOPPIANO
I piccoli gruppi di comunità
La comunità è organizzata, per le azioni normali ed ordinarie del vivere quotidiano, in piccoli gruppi, di 6-7 persone.
I giovani abitano in una piccola casa, che favorisce l'esperienza della famiglia, il momento della comunità. Le ragazze invece in un college. In queste piccole case si prende riposo e qui anche vengono consumati i pasti.
C'è una cucina comune a Loppiano. L'esperienza ha suggerito questa via come la più valida poiché alcuni gruppi avevano difficoltà a cucinare da soli. Inoltre in questa maniera alcuni, con la cucina, prestano servizio all'intera comunità e costituiscono, anche dal punto di vista economico, un notevole vantaggio.
È un momento importante nella giornata l'incontrarsi attorno ad una comune tavola, spartire lo stesso pane, essere uniti nel comune sostentamento. È il segno di una comunione che va al di là del pane materiale, che fa accettare ad ognuno di mettere a disposizione degli altri con cui vive se stesso, i suoi ideali, i suoi valori.
A mano a mano che uno di noi lascia Loppiano e il suo posto in questi gruppi per ritornare nella sua città di origine, viene sostituito da un focolarino che desidera fare la stessa nostra esperienza. E noi lo accogliamo come siamo stati accolti, come se fosse Gesù che viene ad abitare in mezzo a noi, con semplicità e calore umano.
«lo non ho avuto occasione di sperimentare la vita della famiglia. Qui però ho trovato una ottima accoglienza da parte di tutti, ed ognuno cercava di farmi contento, di considerarmi come un fratello, come un dono, come una persona particolare. Questo amore io l'ho visto in ciascuno dei miei fratelli e mi ha colpito moltissimo perché mi ha fatto capire che siamo tutti un popolo e che è possibile vivere senza guardare da dove veniamo, senza badare alle barriere. In questa esperienza di Gesù tra noi, noi cerchiamo di amarci ogni giorno di più, di vedere Lui nell'altro e considerarlo nell'aspetto più positivo. Così vediamo tutto il bene dell'altro.
Così, quando mi hanno accolto, i miei fratelli non hanno guardato ai miei difetti, ma hanno cercato di accogliermi e di amarmi come Gesù.
lo ero molto chiuso, di carattere. Questa esperienza mi ha aperto, mi ha spinto a donarmi agli altri, fino in fondo. In questo amore reciproco, in questo donarci personalmente noi diventiamo uno».
In questi semplici gesti abbiamo delle piccole attenzioni, cercando di mettere ognuno a proprio agio. Se arriva un giovane che parla lingua inglese si cercherà di attorniarlo con qualcuno con cui, almeno all'inizio, possa intendersi. Poi in seguito, dopo un progressivo ambientamento, il giovane sarà disponibile a qualsiasi cambiamento.
Ci si mescola facilmente, si cambia casa con facilità, non perché si ricerchi sempre il luogo ove star meglio, ma perché si possa comunicare con quante più persone sia possibile.
Se uno ha difficoltà di rapporti con un altro con cui vive insieme, nella stessa casa, finché non è riuscito a superare questo impasse non deve cambiare casa. Non è per fare la parte dei «duri»! Aggirare l'ostacolo non avrebbe senso. Molte volte si dà agli altri la colpa di situazioni spiacevoli in cui ci si viene a trovare. In fondo però si nota che manca a noi stessi la capacità di amare, per cui accusare l'altro diventa uno «scarica-barile» e il cambiare tetto una comoda evasione. Allora ognuno con se stesso parla chiaro. Si mette allo specchio e scopre le carte. Siamo noi, singolarmente, che dobbiamo espletare fino in fondo la nostra parte e non fermarci ai primi ostacoli e all'antipatia, per rifugiarci nei limiti degli altri.
Il riportarci a una dimensione umana ci aiuta a sforzarci di superare prontamente la situazione di disagio in cui veniamo a trovarci. Altrimenti si rischia di protrarre questa situazione per tutta la vita e non trovare mai un inserimento valido in una comunità. Ma la colpa in questo caso non sarebbe della comunità, ma della singola persona.
L'autorità
In queste piccole comunità ci deve essere una persona che esprima l'unità che si stabilisce tra tutti e che la rappresenti. Non si tratta di un superiore nel senso tradizionale della parole. E un fratello «maggiore» (non necessariamente nel senso che abbia più anni, ma perché rivela maggior capacità di amare, ha un'esperienza maggiore di questa vita di comunità). Lui esprime... l'unità, però anche per lui vale la legge dell'amore sopra tutto, anche lui deve ascoltare tutti, deve riuscire a capire il pensiero degli altri... Non è che lui imponga il suo pensiero. Cerca di meglio interpretare il pensiero comune, e la sua autorità è servizio, proprio perché ama di più chi può servire di più.
E un maggiore servizio che Gesù chiese a Pietro e chiede oggi a queste persone.
Le famiglie
Oltre ai gruppi di giovani che vivono la loro esperienza in comune, vi sono anche degli effettivi nuclei familiari residenti a Loppiano.
E una esperienza singolare. Questi papà e mamma, venuti a conoscenza del movimento, compreso lo spirito in cui si muoveva, hanno creduto bene di operare la scelta di venire a vivere alcuni anni nella nostra città con tutta la famiglia.
Attualmente sono 9. Una è giunta dalla Costa d'Avorio. Singolare il caso di alcune famiglie di Bergamo che gestivano un'impresa di costruzioni in quella città e che si sono trapiantate a Loppiano ove continuano lo stesso lavoro offrendosi per il servizio di costruzione di tutta la nostra comunità.
I sacerdoti
Vi sono anche dei sacerdoti nella nostra comunità. Alcuni insegnano teologia e danno lezioni di spiritualità, altri si prestano per l'assistenza religiosa quando vengono richiesti dai giovani del movimento.
La presenza di alcuni sacerdoti non toglie al nostro movimento la specificità di essere un'esperienza di laici che, qui a Loppiano, insieme si preparano per vivere nel mondo il Vangelo. Ma, logicamente, proprio per questa preparazione, per questa scelta precisa si rivela necessaria la presenza del sacerdote che illumini con la sua parola e renda sacramentalmente presente in mezzo a noi Cristo e ci doni il suo perdono.
DALLE CITTÀ DEL MONDO ALLA CITTÀ NUOVA»
«Io sono qui a Loppiano per l'esempio di una vita per gli altri che mi hanno dato un gruppo di medici e per la costanza di una suora.
La suora in questione, che aveva vissuto qualche settimana qui a Loppiano e che mi conosceva da quando studiavo in collegio in Tanzania, era rimasta molto colpita da questa vita e pensava che fosse una bella esperienza per un giovane africano.
Questa suora, missionaria svizzera che lavorava da 20 anni in Tanzania, tornata a casa, me ne ha fatto proposta. Ma in un modo del tutto singolare. lo prima lavoravo e studiavo come molti altri giovani tanzanezi. Ho passato una infanzia molto triste per la morte della mamma appena un anno dopo la mia nascita e per ii fatto che dopo questa disgrazia mio padre si volle sposare con una donna con cui fu difficile per me vivere. Mi rifugiai dalla nonna. Per questi motivi ho perduto la poesia e la gioia della vita di famiglia.
Sono stato dopo l'adolescenza 3 anni negli Stati Uniti dove potei studiare giornalismo. Poi rientrato in patria ho cominciato subito a lavorare per un giornale. Mi mandarono al Cairo per due mesi.
Nel frattempo la suora aveva scritto una lettera a Loppiano chiedendo se era possibile che fossi ospitato. E tutto ciò alla mia completa insaputa. Da Loppiano risposero che forse per me era meglio andare a Fontem dove una piccola cittadella come questa sta sorgendo per i giovani africani. Lì ci si prepara prima di venire qui e si può conoscere che cos'è e che cosa si fa a Loppiano. Alla risposta la suora scrisse a Fontem, nel Camerun, per chiedere se vi era posto. La risposta fu affermativa.
Lei preparò un biglietto di aereo.
Un giorno ero andato come corrispondente del giornale in Algeria, ad un grande festival culturale africano. Qui ricevetti un telegramma: «Deodat torna subito a casa!». Pensai che fosse successo qualcosa di luttuoso nella mia famiglia e feci in fretta le valigie e tornai in patria.
Ad attendermi trovo la suora che mi dice: «Ecco il biglietto del viaggio; vai a Fontem. È un posto magnifico, ove molti giovani cercano di vivere il Vangelo in famiglia, uniti insieme. Fa parte di un grande movimento mondiale. Penso che ti piacerà e che ti sarà molto utile questa esperienza. Parti».
Per me è stato molto duro seguire quel consiglio poiché mi stavano già frullando tanti piani in testa dopo quei primi mesi di permanenza al giornale ove guadagnavo bene. Avevo solamente 19 anni! Spostare tutti i miei piani dopo poco tempo di carriera si è rivelato molto difficile. Avevo però molto rispetto per quella suora e per l'esempio che sempre mi aveva dato in tutta la sua vita. Presi il biglietto col pensiero di fare un viaggio e tornare.
Così sono partito per Fontem e vi sono rimasto... 7 mesi!
La cosa che mi ha maggiormente colpito è stata l'opera prestata alle popolazioni del luogo da alcuni giovani medici del movimento.
La loro scelta del luogo era condizionata dal fatto che esiste una notevole mortalità infantile (96%). E la loro opera era attorniata dalla ammirazione della popolazione che fraternizzava con questi giovani che spendevano la loro vita per salvare i loro piccoli. Così il messaggio del Vangelo, attraverso questa opera, raggiungeva anche quelle popolazioni che conquistate dai giovani vollero conoscere i valori del movimento per condividerli.
Questa esperienza è stata per me determinante. Ho visto nella mia vita molti europei fare opere di carità, ma molte volte per filantropia.
lo preferisco vedere che qualcuno mi aiuta perché sono suo fratello, perché siamo tutti figli di Dio, siamo tutti un unico popolo in marcia. E questo aiuto vale per me che sono aiutato e per te che mi aiuti.
Un'altra cosa che mi ha impressionato è l'esperienza che mi hanno riservato a Fontem. Fa piacere e nello stesso tempo stupore arrivare in una cittadella in cui non si conosce nessuno e vedersi accolto come se sempre fossi stato con loro, come se fossimo amici da lunga data.
Ho trovato lì, per la prima volta nella mia vita, il calore della famiglia. Era un qualcosa di meraviglioso che non avevo mai provato. Per questo sono rimasto sette mesi. Dovevo fare anche la mia parte».
Questa è una delle «strade» che spingono a Loppiano. Una delle tante. Forse la meno «normale»...
Ognuno di noi potrebbe raccontare una sua storia (qualcosa appare già qua e là, sulle pagine di questo servizio): una storia «strana» ed entusiasmante.
Una cosa ci accomuna, tutti e sempre: il comune desiderio di poter approfondire gli aspetti di questa scelta di Cristo sopra tutte le cose e la scelta dei fratelli, come modo concreto di vivere l'ideale del Vangelo. Loppiano rappresenta quindi un momento di particolare maturazione della scelta cristiana della vita.
È la conseguenza dell'aver intravvisto un cammino a cui Cristo chiama e il desiderio di approfondire quello spirito che è stato notato nei vari focolari e che ha conquistato a tal punto da far compiere delle scelte radicali.
Loppiano rappresenta anche l'esigenza di dare alla propria vita una impostazione unitaria. Il rimanere in comunità nella cittadella un certo tempo in cui ognuno può saggiare le proprie energie alla luce del Cristo e dei fratelli, fa parte del desiderio di poter compiere una chiarificazione personale maggiore di quella che potrebbe essere fatta nella propria città, in mezzo alle tante contraddizioni della realtà d'oggi.
Si tratta di utilizzare un certo periodo e un certo ambiente ottimale per compiere quell'unità della propria persona attorno alla scelta di Cristo in modo che questa orienti tutta la propria vita. Le esperienze di quanti qui vivono confermano questa esigenza.
DA LOPPIANO AL MONDO
Loppiano è quindi un momento privilegiato nell'esperienza cristiana di ogni aderente al movimento e di quanti ne condividono lo spirito. È la città ideale in cui ognuno nel lavoro, nello studio, nella vita in comune, cerca di acquisire quei valori necessari per essere una persona di Cristo.
Ma Loppiano è solo un momento, non è fine a se stessa.
È un flusso di andata e ritorno quello che caratterizza la presenza dei giovani a Loppiano.
E da questa esperienza noi giovani torneremo nel mondo, nel nostro ordinario e familiare campo di impegno, in cui dovremo verificare i valori appresi e le conquiste effettuate.
Il prolungamento di Loppiano nel mondo infatti sono i focolari sparsi in molte città. Qui in gruppi di 6 o 7 vivono i focolarini, in un alloggio, condividendo lo stesso pane, la stessa vita. Di qui ognuno parte ogni giorno per il proprio lavoro, per testimoniare Cristo in fabbrica, negli uffici, sul posto dell'impegno quotidiano.
Per quanto gli impegni di lavoro lo permettono, queste persone consacrate vivono insieme i momenti salienti della giornata, in una comunione molto profonda che non è fatta solo di un semplice «essere presente». Questi focolari sono tante piccole Loppiano in mezzo al mondo.
LO SPIRITO DI LOPPIANO E DEL MOVIMENTO
È molto difficile descrivere a parole il nostro spirito. Preferiamo, in genere, raccontare la nostra esperienza, la nostra vita. il modo di vivere le cose di tutti i giorni che «dice» lo spirito del movimento.
«Sono arrivata negli Stati Uniti dopo un'esperienza di 8 anni di comunismo a Cuba. Arrivando in un nuovo stato mi ponevo l'interrogativo di che cosa avrei fatto nella vita. Non potevo più vivere per l'ideale di fare soldi, di avere una macchina fiammante, dei vestiti all'ultima moda, di girare il mondo per turismo... Tutto ciò mi sembrava un modo di vivere troppo meschino dopo l'esperienza che avevo vissuto e che mi aveva mostrato delle persone che riescono ancora ad avere un ideale bello anche se tutto, intorno a loro, crolla.
La mia esperienza mi diceva che l'ideale dei comunisti è credibile perché incarnato da persone pronte a dare la loro vita per questo ideale. E questa contestazione metteva in crisi la mia concezione di vita e fomentava in me una domanda che non mi dava pace: «qual è il mio ideale?».
Avevo intravvisto nel cristianesimo una grande ricchezza nei confronti del comunismo, ma sentivo anche l'impotenza di quella ricchezza a essere manifestata e l'incapacità di molti cristiani che la sapessero incarnare in una vita valida per loro stessi e che fosse segno per gli altri.
A New York ebbi modo di vivere situazioni che ulteriormente mi aiutarono a mettere a fuoco i miei problemi. Vidi che tre comunisti insieme realizzavano molto di più di tutta la folla inerte che andava dietro a quelli che chiamava i propri ideali, fatti standard dalla società. E in concreto per queste persone tutto si riduceva a corse frenetiche, a superlavoro, per avere libera una giornata alla settimana in cui poter dare libero sfogo ai soldi accumulati nel lavoro.
A me questa situazione sembrava sinonimo di» non senso».
A me pareva che essendo giovani valesse la pena di vivere diversamente, per un ideale, e non infangarsi fino al collo in queste cose vane.
E notavo che molti giovani americani erano dello mio stesso parere e cercavano a questa loro esigenza uno sbocco. Molti si rifugiavano nel comunismo. lo però non potevo più prendermi in giro su questo campo, dopo l'esperienza che avevo vissuto a Cuba. Di là ero venuta via perché ero convinta che questa non fosse la risposta adeguata e completa alle mie aspettative.
Ero quindi alla ricerca anch'io di uno sbocco che facesse tesoro però sia dell'esperienza avuta a Cuba sia di quella avuta a contatto con i giovani e col modo di vita americani.
Si trattava di vivere e tradurre una esigenza, di instaurare l'aspirazione a fare di tutto il mondo una famiglia, in una solidarietà universale. E tutto questo desiderio, questo insieme di tensioni e aspettative, di ideali alcuni chiari altri confusi, formava il mio animo e la mia esperienza.
Un giovane con cui lavoravo ha cominciato ad impressionarmi con il suo atteggiamento. Lavorando insieme a lui tutto il giorno avevo l'opportunità di seguirlo attentamente. Avevo notato subito che il suo atteggiamento verso di me era stato cordiale, e ciò mi aveva colpito poiché appena giunta da Cuba non avevo amici, non avevo affetto, e in queste circostanze si è maggiormente sensibili alle attenzioni anche minime. Però la cosa mi sembrava abbastanza logica da parte di una persona che conoscesse la mia particolare situazione di emigrante.
In seguito però notai che il suo atteggiamento non costituiva una particolarità nei miei riguardi, ma che era il semplice riflesso di un comportamento che quel giovane aveva con quanti riusciva ad avvicinare nei vari ambienti.
Questo mi ha incuriosita. Gli chiesi chi fosse e che cosa facesse. Mi rispose che se avessi davvero voluto conoscerlo, molti suoi amici avrebbero potuto spiegarmelo, e mi ha invitata in un focolare di 5 ragazzi ove ho trovato vissuto e condiviso quel clima che lui riusciva ad infondere nell'ambiente di lavoro. in seguito uno dei ragazzi mi ha portato dalle ragazze. E loro mi sono state di grande aiuto.
La sofferenza che avevo provato a Cuba mi aveva messo davanti a una realtà molto concreta della vita. Mi ribellavo a vivere in un mondo così e soprattutto in un mondo senza valori come mi si presentava quello borghese americano. Però anche in questo ripugnarmi sentivo che era molto facile lasciarmi andare a vivere in quella maniera, cominciare ad accettare qualche compromesso con quella vita per poi non riuscire più a risollevarmi, rimanendone invinghiata. Quelle ragazze costituirono il rimedio a questi miei iniziali tentennamenti. Trovando quelle ragazze in mezzo alla città di New York, dove non avevo trovato nessuna persona che avesse un sorriso spontaneo, che manifestasse la gioia, la felicità, in mezzo a tutta quella abbondanza in cui nuotano i giovani americani, mi sono sentita rivivere e notavo in esse più pienezza e ricchezza che i più ricchi ancora adesso stanno ricercando disperatamente. Allora mi sono interessata a saperne di più. E mi sono detta: bisogna viverlo questo ideale, non basta constatare che sia bello...
A Chicago lavoravo in un ufficio della borsa valori dove ci sono delle persone la cui respirazione e battito del cuore dipende da come va il dollaro, su o giù... Proprio qui dovevo cominciare a vivere così. Avevo il problema della lingua, ero e mi sentivo la più piccola. Inoltre gli americani considerano le persone di lingua spagnola quasi come i negri, senza cultura.
Tutti erano americani e quindi mi consideravano così.
A me non interessava questa situazione e dicevo che se non ero adatta per quel posto sarei andata a pulire le strade. A me bastava fare la volontà di Dio. E invece è stata una bella esperienza. Per il primo mese mi hanno cambiato continuamente di lavoro: non potevo rispondere al telefono, non facevo in fretta a imparare perché mi davano spiegazioni in inglese e io non riuscivo a seguire. io andavo dal capo lavoro e dicevo che se avesse voluto mandarmi via lo facesse pure perché tanto di fame non sarei morta e un lavoro l'avrei pur trovato. Sembrava strano che una persona parlasse così, tanto che al capo venne la curiosità di lasciarmi andare avanti nel lavoro per vedere chi ero. Stavo diventando una persona interessante per lui.
Cercavo di vivere come cristiana distaccata dai soldi, carriera, da tutto. Lì ho sofferto molto però andavo avanti lo stesso. Finalmente venni messa a contatto con le persone in uno sportello dove non ci fosse da rispondere al telefono, dove solamente dovevo scrivere ciò che portavano i clienti. C'era un ragazzo americano che si occupava di questo e poi passava il tutto a me. Un giorno lui aveva fatto uno spuntino più lungo del solito ed io dicevo tra me che non toccava a me fare quello però d'altra parte c'era Gesù che attendeva... Allora cominciai pur sapendo che poi sarei stata rimproverata. Ho cominciato così, poi un altro giorno, poi ancora finché il ragazzo mi chiese di aiutarlo e un giorno il capo ufficio venne da me e mi disse che c'era un cambiamento. Quel ragazzo sarebbe andato a un altro posto più importante e io diventavo responsabile di quel posto di lavoro. Provai una gran gioia perché, così poi mi hanno detto, avevo conquistato quel posto con il tratto umano, che instauravo con i clienti, anche se ancora non sapevo bene la lingua e avevo altre difficoltà.
Un giorno venne a trovarmi una ragazza del focolare e ci salutammo, anche se eravamo separate dagli sportelli, con gioia. Il capo ufficio mi chiese chí era quella ragazza e se cercava anche lei lavoro. Risposi di sì perché stava veramente cercando lavoro. Lui mi disse: pensi che sarebbe contenta di lavorare qui?
Ero felice e la ragazza venne assunta. In un posto freddo, tra gente che si interessava di tutt'altro, in cui regnava la solitudine, mi sembrava che veramente con questa ragazza fosse arrivato Gesù stesso, perché con l'amore scambievole che c'era tra me e lei potevamo avere Gesù in mezzo a quella città dove non c'era nulla».
VIVERE IL VANGELO
L'amore
Noi cerchiamo di vivere il Vangelo. Se dicessimo che facciamo altre cose non corrisponderebbe al vero. Il resto è contorno.
L'essenziale è vivere il Vangelo come Gesù l'ha annunciato nella sua essenza: il comandamento dell'amore. Il nostro impegno principale consiste in questo. Poi si cucina, si impagliano i fiaschi, si tagliano modelli, si studia, si accolgono le persone che vengono a trovarci... si fa tutto come in una vita normale. Però al di sopra di tutte queste cose c'è l'amore per il Padre, per Gesù.
La caratteristica di questa scelta dell'amore di Dio sopra tutto, del Vangelo su qualsiasi altro codice di vita, ci rende unitari nella nostra attività e in ogni nostra manifestazione. L'importante non è fare questo o quell'altro. La priorità non si rivela nell'accudire a questa esigenza piuttosto che a quell'altra. La priorità è l'amore. Il resto viene da sé, in conseguenza. Se manca quello manca tutto.
li la carità produce unità
E questa scelta oltre che a vincere le personali tendenze dispersive di ognuno di noi porta anche sulla strada dell'unità tra i fratelli.
Se vogliamo realizzare l'amore dobbiamo ricordarci che Cristo ha detto che dove due o tre sono riuniti nel suo nome, lì c'è Dio.
La carità produce unità
Il riconoscere Dio sopra tutti i valori, questa riscoperta della verticalità, della nostra totale dipendenza da lui e totale priorità su tutti gli impegni e le esigenze, ci ha portati a vivere una autentica orizzontalità con i fratelli.
Nel fratello con cui parliamo, in quello che per la prima volta avviciniamo c'è Gesù. Per questo cerchiamo di mettere lui al primo posto, cerchiamo di far leva sugli aspetti positivi, di riscoprire quanto di originale ha da comunicarci e donarci. Insieme ci sforziamo di vivere Cristo presente tra noi. In questo dialogo verticale e orizzontale, in questa essenzialità di concezione e di vita, ognuno scopre di realizzare, a mano a mano che comprende maggiormente il disegno di cui è reso partecipe, se stesso.
Per noi il prossimo è Gesù da amare, nello spirito dell'annuncio del Vangelo: «tutto quello che avrete fatto al più piccolo l'avrete fatto a me». Oltre che un comando di Gesù questa è anche un'esigenza del vivere odierno, di tutti gli uomini. Oggi si parla tanto di dialogo, anche nella fenomenologia, nella filosofia. E noi vediamo di riuscire a realizzare il dialogo proprio vivendo il Vangelo. Di fronte al prossimo cerchiamo di amare per primi, di non aspettarci niente da nessuno. Il nostro debito è la carità.
L'ascolto e il rispetto per l'uomo
Di fronte al prossimo abbiamo tutto da imparare, da conoscere, da ascoltare. È un atteggiamento di vuoto interiore per far posto alla idea dell'altro, per non accavallare la mia idea alla sua o interpretare il suo concetto secondo il mio schema mentale. Per evitare queste proiezioni cerchiamo di essere disponibili per accogliere tutti, per accettare tutti così come sono, senza mai condannare, giudicare, discutere.
È la conseguenza dell'amore.
Questo atteggiamento verso gli altri, chiunque siano, sia aderenti al movimento che persone che vediamo per la prima volta, è sulla linea di un profondo rispetto dell'uomo. Oggi si parla tanto di umanesimo. Ma è proprio Gesù che ha messo l'uomo nel suo giusto posto.
Facendo quello che Gesù ha detto, vivendo il Vangelo, noi rispettiamo l'uomo nella sua libertà, in tutto il suo essere e cerchiamo di dare a lui quella testimonianza di vita che forse attende da noi.
Tutti gli studi che vengono fatti sul Vangelo sono fatti tenendo presente la necessità di viverlo. Studiare solamente sarebbe sterile. È necessario tradurre in concreto, nella vita ordinaria, quanto di valido troviamo nelle parole di Cristo, quella frase che meditiamo al mattino. Non è importante come l'abbiamo capita ma come l'abbiamo vissuta.
La comprensione vera è manifestata dalla vita perché si rivela efficace solo se è capace di «prendere» tutta la persona e non solamente di conquistare l'intelligenza.
LA COMUNITÀ
Il vivere il Vangelo si manifesta nella scelta della comunità, nella scelta del vivere nella comunione di tutti i beni, spirituali, di doti naturali e materiali, da parte di tutti gli aderenti al movimento.
La comunità è in concreto il luogo dove si realizza la presenza di Cristo tra alcune persone riunite nel suo nome e col solo intento di vivere nell'amore.
Questa comune tensione spirituale è alla radice della vita di comunità. Essa ha la funzione di mantenere i componenti la comunità in un clima di reciproco rispetto e attenzione costante per evitare o superare tutte le difficoltà che potrebbero sorgere dal vivere ogni giorno in comune. La comunità inoltre è uno scambio arricchente di esperienze tra i componenti. Ognuno, vivendo in situazioni diverse di lavoro, essendo a tappe diverse nello studio e nella riflessione, trovandosi in una realtà spirituale originale che nessun altro suo compagno vive e conosce, può arricchire gli altri facendoli partecipi della propria situazione personale e interessandoli alla propria vita.
È un modo di vivere la povertà. Come i poveri proprio perché hanno conosciuto la miseria sono sensibili ai dolori degli altri e non ricusano di mettere in comune quello che hanno per parteciparlo a chi si trova nelle stesse condizioni, così noi a Loppiano e nel mondo cerchiamo di donare ai fratelli quello che siamo, al tempo stesso la nostra ricchezza e la nostra miseria.
La comunione di idee, riflessioni, situazioni, ci porta ad essere sempre di più «un cuor solo e un'anima sola», a riconoscere Gesù nell'altro che ogni giorno vive al mio fianco, ad accettare e volere la vita in comune come momento propulsore della giornata, e dei propri impegni. Alla luce del pluralismo di esperienze ognuno è in grado di fare una verifica della propria posizione nel cammino verso il Cristo, nella risposta alla chiamata verso il regno dell'amore nella propria vita.
Con questo spirito non deve meravigliare che le piccole comunità sparse nel mondo e la grande comunità di Loppiano abbiano attorno a sé tutta una serie di movimenti di persone attratte dallo stile e dall'essenzialità di una vita, che desiderano approfondire partecipandone.
Questo è solo la conseguenza logica e la verifica della coerenza della nostra scelta.
LA TESTIMONIANZA
Il mondo oggi non è sensibile alle parole, quanto alla testimonianza. È malato di individualismo, di egoismo, di indifferenza.
Per questo quando le persone incontrano nelle strade, nelle fabbriche, negli uffici, persone che sembrano agire secondo un fine preciso, frutto di una scelta chiara, cominciano a mettere in crisi la propria identità e a cercare di scoprire quella dell'esempio che hanno davanti.
«L'esperienza è cominciata in casa mia, in modo molto semplice.
Avevo ventun anni e lavoravo.
Io sono sempre stato un tipo attorno a cui ruotava tutta la casa, essendo la sola figlia tra tanti fratelli. In seguito, dopo la mia conversione, ho visto che ero io a dover girare attorno alla mia famiglia, ai miei genitori, ai miei fratelli. Inoltre come si sa, la gioventù ha tante esigenze, tanti problemi, e non trova più un rapporto aperto con gli adulti, sia in casa che a scuola.
In tutti questi campi notavo che l'impostazione dei rapporti e la soluzione dei problemi dipendeva da me, dall'apertura che io avevo con i genitori, affinché loro si aprissero con me, perché mi dicessero tante cose e avessero anche il coraggio di dirmele.
Così ho potuto costatare come, amando al di là di tutte le difficoltà, le cose andassero molto meglio. Al di là di tutto: perché molte volte gli adulti ti correggono per amore anche se subito tu non capisci lo spirito con cui agiscono e ti fermi molto più volentieri ai modi di intervento. Solo l'amore poteva far cambiare questo atteggiamento interiore, portandomi verso una maggior disponibilità, un essere continuamente in atteggiamento positivo.
Sono cambiata quindi nelle cose più banali.
Le mie esperienze in casa erano tanto piccole, eppure per me, in quel momento rappresentavano tutto ed erano il campo in cui dovevo convertirmi. Ogni altro discorso più ampio sarebbe stato generico e insignificante se non avessi cominciato con le piccole cose di cui era fatta la mia vita che si svolgeva prevalentemente in famiglia.
Per me, ad esempio, era un vero dispiacere quando i miei fratelli mi prendevano dalla borsetta le sigarette, entravano così nella mia intimità... Dopo fu naturale l'offrirle loro di mia stessa iniziativa. Era un atto di amore che dovevo fare. Inoltre cominciai a offrire un po' del mio tempo libero a loro, stirando la loro biancheria anche se avevamo in casa la persona di servizio che per questo guadagnava il suo stipendio. II suo era un atto di giustizia: lavorava per guadagnarsi da vivere. Il mio era un atto di amore: stiravo loro i pantaloni per un senso di affetto, di partecipazione, di mio piccolo contributo d'amore alla loro vita individuale. È una dimensione diversa da quella della giustizia. La giustizia molte volte è senza carità, e si rivela giustizia per il tuo comodo, per il tuo interesse. Questa esperienza che ho fatto e portato in casa e nei miei rapporti con gli altri si rivelava molto positiva perché unificava la mia giornata e i miei valori. Però a mano a mano che la vivevo comprendevo di non poterla limitare al livello della famiglia, ma che avrei dovuto portarla nel lavoro, anche se questa prospettiva mi appariva di difficile attuazione, per le situazioni in cui mi sarei venuta a trovare e per le scelte che mi avrebbe costretto a fare.
Però non potevo esimermi. Ne avrebbe scapitato la mia coerenza e lo stesso ideale che avevo scoperto e che vivevo con tanto entusiasmo.
Proiettando questo spirito evangelico nei rapporti di lavoro mi parve subito che il mio cristianesimo mi imponeva, nella situazione specifica in cui mi trovavo, di cercare di fondere in un unico livello gli operai e i capi. Era un grattacapo notevole. Eppure per la mia posizione, essendo l'unica impiegata nell'azienda in cui lavoravo, intravvedevo la possibilità di costituire un ponte tra questi due livelli diversi di persone. Era Gesù a richiedere questo da me, in quel momento.
Inoltre ho notato che personalmente dovevo stabilire un nuovo rapporto con gli operai, non guardandoli più dall'alto in basso, ma mettendoli al mio stesso livello e considerandomi al servizio delle loro esigenze.
E a poco a poco con mio stesso stupore questo atteggiamento mio ha coinvolto anche i capi... È stata un'esperienza molto bella, fatta un po' a bocca spalancata, quasi incredula alla potenza dell'amore.
La volontà di Dio attraverso tutte le varie situazioni che si sono venute a creare mi sembrava sempre più evidente: cercare di lavorare bene, per amore, per lui».
Sembra emanare dal nostro modo di affrontare le situazioni, dal modo di inserirci nella società, nel mondo del lavoro, uno stile caratteristico che colpisce le persone che vivono in queste situazioni.
È la scelta decisa di Cristo che comincia a dare i suoi frutti.
È la scelta dell'amore che fa da distintivo al nostro ordinario modo di vivere.
A tanti stanchi ideali dietro cui si trascinano molte persone, al pluralismo di idee contrastanti, fa riscontro un comune stile e modo di vivere da parte nostra, un disinteresse, un calore umano e una scelta precisa che sembravano essere scomparsi per sempre.
E il mondo non può essere insensibile a questi valori che noi viviamo proprio perché è minato alla base nella messa in crisi dei propri valori e di una vita percorsa su binari insignificanti.
Non ci preoccupiamo di far propaganda del nostro movimento, della nostra scelta che abbiamo maturato e che in comune portiamo avanti. A noi importa vivere e vivere in un certo modo. Il resto viene da sé. Non è che vogliamo, impazienti, vedere i frutti, o diffondere le nostre idee.
Se viviamo in modo coerente queste sono le conseguenze logiche. Anche il nostro apostolato non è fatto all'insegna di voler convincere il prossimo e di voler da lui qualcosa. Noi amiamo il prossimo come vuole essere amato, lo serviamo. Se amarlo significa anche rispondere a delle domande, aiutare ad illuminarlo, allora facciamo anche questo.
IL LAVORO
Il lavoro ha una parte importante sia nella vita della comunità di Loppiano che in quella delle comunità sparse nel mondo.
Funzione a Loppiano
Se all'inizio avevamo messo l'accento sulla formazione, sullo studio, poi abbiamo notato che conveniva fare una città dove lo studio avesse una parte importante ma non preponderante.
Abbiamo scoperto che nel lavoro c'è una potenzialità di formazione umana e cristiana che il solo studio non può dare.
Nel lavoro materiale c'è la coscienza del mantenersi, la consapevolezza di guadagnare con il proprio lavoro il diritto a vivere nel mondo e la permanenza nella nostra città. I giovani che vengono qui, infatti vi giungono senza nemmeno un soldo, sapendo che devono mantenersi mediante il proprio lavoro e, con questo, pagare i propri studi e le piccole esigenze che accompagnano una vita normale.
Inoltre il contatto con il lavoro porta a uno sviluppo considerevole della responsabilità sopperendo alle carenze che denota in questo campo una vita di studio.
«Nel lavoro alla ceramica, noi siamo tutti di diverse nazioni e culture, anche con maturità umana molto diverse, poiché ci sono persone di 28 anni che han già fatto esperienze di lavoro, altri di 29 che non ne hanno ancora fatte. Han finito gli studi e son venuti a Loppiano a fare questa esperienza. Nonostante queste diversità ci sono una maturità e una responsabilità grandi. Siccome sappiamo che il lavoro è per il beneficio di tutti, c'è l'impegno di tutti».
E ancora il lavoro serve da equilibratore della nostra vita per il senso del concreto che ci offre, grazie al quale cerchiamo di «calare» le nostre intuizioni teoriche in modo maggiormente aderente alla realtà di oggi e più vicina a tutti gli uomini.
Per il preponderante tempo che diamo al lavoro nella vita di ogni giorno, la vita di comunità pulsa attraverso il lavoro.
Qui, nell'incontro con gli altri mentre ognuno è intento a espletare il proprio dovere di lavoro, nella collaborazione che molte volte il tipo di lavoro a cui ci assoggettiamo richiede nel fluire continuo e costante delle attività e degli impegni, si rivela il banco di prova della nostra maturazione umana e cristiana. E il momento in cui ognuno verifica a che punto è del proprio ripudio dell'uomo vecchio e dell'edificazione dell'amore nella propria vita.
Qui c'è lo scambio concreto di quello che si è, poiché nessuna maschera può falsare questi rapporti logoranti e continuati di lavoro.
«È da poco più di un anno che sono nel movimento.
Quando sono arrivato ero addetto alla pulizia, in lavanderia, poi alla riparazione delle intelaiature dei contatori.
Al lavoro siamo sempre in 3 o 4, sempre insieme, tutta la giornata. Dobbiamo fare insieme il lavoro, la taratura. Uno ha un modo di fare, l'altro uno diverso. Tutti e due saranno giusti. Però io ho il mio e il mio compagno ha il suo. Entrambi riteniamo che il nostro sia il migliore. Non è che sia facile dire: facciamo così. Però siamo riusciti a fare le cose insieme, senza mai perdere la pazienza. Qualche volta l'avremmo anche persa, però c'è lo sforzo costante e dopo un po' di tempo ho visto che tra di noi c'è una amicizia, anche qualcosa di più di una amicizia.
Ultimamente uno è partito. Quando è andato via sentivo che un pezzo di me se ne andava. Abbiamo fatto questa esperienza insieme, abbiamo sofferto insieme. È una esperienza molto, molto bella».
«Per me è un'esperienza molto forte perché per natura farei tutta un'altra cosa. Quando sono arrivata qui ho cominciato a lavorare la ceramica ed è stata un'esperienza fortissima. Si stabiliva tra noi un rapporto tra cristiani impegnati al 100 per 100. Però con la volontà, perché il cristianesimo non è frutto di sentimentalismo, perché richiede la morte del nostro uomo vecchio. Lavorando da sola nel mio campo precedentemente, e avendo rapporti con tante persone, in un certo senso avevo atteggiamenti di comando, il senso di farsi rispettare, e magari, molte volte, anche obbedire.
Dopo ho visto come non ci deve essere questo atteggiamento nel lavoro. Anzi, un atteggiamento da fratelli, perché siamo tutti allo stesso livello».
Funzione nel mondo
Abituandoci al lavoro giornaliero noi ci prepariamo concretamente per il nostro ritorno nel mondo, alle occupazioni che avevamo lasciato e ad altre nuove mansioni.
Anche nelle comunità sparse per il mondo, il lavoro ha un'importanza capitale.
Oltre che per il mantenimento personale l'impegno nel lavoro è quello che ci permette di vivere il Vangelo in tutti gli ambienti, di portare nei posti più impensati la testimonianza della nostra fede e il fulcro della nostra vita: l'amore.
Anche nelle comunità del mondo noi chiediamo a una persona che eventualmente avesse molti soldi di lasciarli dove lui crede meglio e di mantenersi con il proprio lavoro. Questo ci rende liberi e ci permette di spostarci dove vogliamo e di essere là ove siamo presenti... in forza soltanto del nostro lavoro.
E proprio in forza del nostro lavoro noi riusciamo a entrare in ambienti che diversamente starebbero per sempre chiusi a qualsiasi altro modo di penetrazione e di annuncio del Vangelo.
«Io sono meccanico: è da dodici anni che partecipo a questa vita. Col mio lavoro sono stato a Milano, Grenoble, Tolosa, in Belgio. In forza del mio lavoro sono entrato in tutti gli ambienti, non tanto per predicare, ma per amare, per essere là una presenza. Poi ogni tanto qualcuno rispondeva, ma non era nemmeno questa la cosa più importante. È proprio per questa dignità legata al lavoro. Gesù ha lavorato fino a trent'anni. Anche nel mondo comunista c'è uno spazio notevole al lavoro. È poi la mentalità attuale chiedere subito e anzitutto che cosa si fa, che mestiere fai. C'è un qualcosa di importante dietro il lavoro. Qui c'è anche un clima favorevole per farlo con tanta distensione. Il lavoro è uno dei mezzi più formativi. Lavorare con gli altri, fondersi gli uni gli altri, perdere se stessi».
Lo stile del lavoro
La maggioranza delle persone che viene a Loppiano sono giovani che hanno studiato, hanno compiuto studi universitari o di scuole medie superiori. Ma nonostante questo tutti quanti sono impegnati in lavori
manuali. In genere però si cerca di sfruttare gli studi e le competenze di ognuno per poter rendere un maggiore servizio all'intera comunità. Ma questo non è pregiudiziale. Molte volte può essere più importante che venga fatto un altro lavoro.
L'importante non è che cosa viene fatto, ma come. L'importante è lo spirito che ci spinge a impegnarci in questo o quel settore, che ci fa fare le cose nel modo migliore. Il lavoro non appartiene più a noi, appartiene a Dio, deve manifestare il suo ingresso nella nostra vita, deve essere permeato di lui.
Lo spirito di distacco dalle proprie inclinazioni e dalle proprie competenze è frutto di un continuo esercizio in questi anni di permanenza a Loppiano. Quello che il Signore chiede e di cui i fratelli hanno bisogno è sempre al primo posto nell'impegno di ogni componente la comunità. È la nostra strada verso una disponibilità piena che sa mettere in secondo ordine i propri interessi e le proprie esigenze. Al varco di questa esperienza di disponibilità Dio ci attende.
«lo non ero portata a stare tutto il giorno seduta col pennello in mano.
Avevo traffici con la banca, ero un tipo molto dinamico che si muoveva molto... Qui invece tutta la giornata con un pennello in mano, seduta... Per me questo decorare è un agire per amore di Dio. La preghiera porta l'unione con Dio, pensiamo, ma anche il lavoro porta l'unione con Dio se è fatto per amore. Per me questa è l'esperienza più forte di Loppiano, perché ti completa, ti dà una maturità umana, soprannaturale, spirituale.
Dopo due anni e mezzo trascorsi a lavorare la ceramica, ora sono stata destinata al telefono.
Lì per me schiacciare il bottone del telefono vuoi dire quanto amo Dio, perché tante volte sei presa da un altro lavoro e squilla il telefono. Non è che l'altro dalla estremità del filo dirà: «eri occupata»... Ma dovrà sentire dalla mia risposta quanto amore posso dargli».
Il reddito
Una comunità di persone che mette tutto in comune, anche il guadagno. Ma questo non è il primo scopo del nostro lavoro. Il danaro è un mezzo, uno strumento di sussistenza e a questi confini noi lo releghiamo.
I frutti del nostro lavoro giornaliero, delle fatiche nei laboratori, nel centro aziendale, nella cernita dei ritagli, dei vestiti, della installazione delle moquettes, ecc., vanno a finire in una comune cassa per tutto il villaggio.
Ognuno si mantiene col proprio lavoro e le spese della comunità sono affrontate col guadagno di tutti i componenti la comunità.
Le famiglie però hanno una economia distinta, proprio per le loro particolari esigenze, con un bilancio familiare che permetta loro di affrontare tutte le spese necessarie nel corso del mese. I capi-famiglia hanno quindi ampia facoltà di disporre per tutti i componenti la famiglia e se le necessità del gruppo aumentano, aumenta anche di conseguenza lo stipendio. Però se alla fine del mese il bilanco familiare dispone di qualcosa di superfluo, questo passa ad incrementare la cassa comune.
E questo modo di mettere in comune vale anche per le comunità sparse in tutto il mondo, che hanno ognuna la propria cassa comune per far fronte alle spese di tutta la famiglia.
Questa comunione di stipendi non ha come conseguenza un interesse relativo per il lavoro e un impegno saltuario o poco interessato. Lo scopo del nostro lavoro è ben altro.
«Mettiamo insieme Io stipendio di tutti, perché facciamo la comunione anche dei nostri stipendi, e con questo potrebbe venirci in mente, dal momento che lo stipendio non ci interessa, di lavorare perché si deve lavorare. Ma non è così. lo lavoro perché sono cosciente che lavorando bene vivo come cristiano. Come studiando bene io faccio la mia parte come cristiano. Questo è il senso che noi abbiamo preso: tu studi o lavori non perché studi o lavori. Ma perché in quel momento è volontà di Dio che tu studi e che tu lavori. E inoltre tu devi anche lavorare con tutte le tue forze, con tutta la tua mente, la tua volontà, il tuo cuore, altrimenti non siamo coerenti con quelle esigenze che abbiamo dentro. Noi tutti abbiamo delle esigenze che dobbiamo compiere altrimenti non realizziamo il disegno di Dio su di noi. E magari Dio ti chiederà tutto e tu gli devi dare tutto. E non si deve far cadere tutto il peso del lavoro a chi ha la responsabilità. Dobbiamo essere capaci di portare insieme a lui tutta la responsabilità del lavoro. In pratica è proprio questa unità, questo Gesù in mezzo che ti fa portare tutto avanti. È riuscire a stabilire un rapporto di verità profondissima. Amare la croce».
I GIOVANI SCOPRONO LA COMUNITÀ DI LOPPIANO
Da marzo a novembre si può calcolare che ogni domenica vengano a Loppiano 1000 persone. Queste, in numero considerevole, sono giovani. Cerchiamo con loro per quanto è possibile un contatto personale. Quando però sono in molti, li raccogliamo in una grande sala per tentare
di intavolare con loro un discorso che trasmetta qualcosa della nostra esperienza.
Ciascuno di noi racconta come ha scelto Dio, come ha capito di dover mettere in pratica il Vangelo, e come sta realizzando questo suo ideale. E tutto ciò nel modo più semplice perché tutti possano capire. Così a turno tutti noi ci avvicendiamo a parlare, a trasmettere quello che abbiamo dentro a quanti vengono a trovarci. Talvolta parlano anche i nostri giovani ospiti.
Durante le vacanze di Natale alcuni giovani hanno sentito di dover venire a passare le vacanze con noi, di fare la vita che facciamo noi. Abbiamo cercato di accontentarli per quanto ci è stato possibile, stringendoci un po'. Qui a Loppiano vi sono sempre ospiti di passaggio, e qui trovano sempre il clima di gioia e serenità che caratterizza le giornate in cui accogliamo chi vuol venire a vivere qualche ora con noi, come i giorni in cui la sola comunità conduce la sua vita ordinaria. E questa gioia serve da risposta ai tanti interrogativi che ogni giovane si porta dentro con il suo bagaglio di sensibilità e di problematica umana.
I TIPI DI GIOVANI CHE VENGONO A LOPPIANO
I giovani che vengono hanno già sentito parlare di Loppiano o vi sono stati invitati. Vengono per conoscere. In genere sanno che si tratta di un'esperienza di vita cristiana fatta da giovani venuti da tutte le parti del mondo. Qualche volta si tratta di giovani che credono al Vangelo e sono guidati da sacerdoti, da dirigenti di A.C., vengono da parrocchie, da collegi: con una certa periodicità, anche per fermarsi qualche giorno. Noi però desidereremmo e cerchiamo di invitare i giovani che sono fuori dalla Chiesa, perché sentiamo che sono gli ultimi, quelli che hanno bisogno di Gesù.
Quando abbiamo a che fare con questi giovani lontani da una pratica di vita cristiana allora sentiamo di dover fare di più la nostra parte nei loro confronti.
Questi giovani non hanno ancora conosciuto Dio o l'hanno conosciuto in maniera sbagliata, non vitale. A noi sembra di poter comunicare questa fiamma che può ardere di più in noi quando viene comunicata agli altri Noi vogliamo costruire una città aperta soprattutto a questi giovani che cercano, che non hanno un ideale, che non sanno dare un significato alla vita e che venendo qui lo possono trovare.
CHE COSA I GIOVANI TROVANO A LOPPIANO
Non è facile mettere a fuoco che cosa i giovani vengano a cercare qui a Loppiano, nel tempo che vengono a stare con noi, a condividere la nostra esperienza per pochi giorni.
Tanti non sanno nemmeno che cosa vengono a fare.
È molto più facile però dire che cosa i giovani trovano qui a Loppiano. Anche se molti di loro non credono in Dio, si vede che alla fine del loro incontro con la nostra vita, tornano alle case portandosi dietro un qualcosa che non potranno più dimenticare. Noi diciamo che hanno scoperto l'amore. Non sappiamo come lo chiamino loro.
«È stato qui un gruppo di giovani americani che studiano a Firenze, giovani di tutte le razze, che stanno in Italia un anno o due, a studiare arte. Loro sono capitati qui e per noi è stata una cosa molto bella perché erano giovani che non avevano una grande esperienza di vita spirituale, ma alla fine della giornata hanno capito molte cose: che ognuno doveva uscire dal proprio egoismo, non pensare tanto a se stesso, quanto amare gli altri. Avevano capito ciò perché avevano visto vivere questo spirito. Per cui alla fine avevano colto dalla nostra vita un messaggio che sentivano valido anche per loro e che quindi dovevano cominciare a vivere. A noi è sembrato che avessero, quel giorno stesso, cominciato a viverlo».
Quello che li ha colpiti non sono le parole che abbiamo loro detto, né le costruzioni, né l'aspetto esteriore di Loppiano. Sono stati impressionati dalla vita che c'è tra noi, dal clima, dal volerci bene che cerchiamo di tradurre in realtà, ogni giorno.
Subito forse non l'ammettono, ma dopo, quando ci scrivono, quando il rapporto si fa personale, ci dicono che qui hanno trovato Dio perché l'hanno visto vissuto nel tratto umano cordiale, nella semplicità, nell'amore.
Non sono state le nostre parole, i nostri ditini alzati a mo' di: «questo è l'amore. Tu devi fare questo e quello!». Ma è stato lo sforzo comune di perseguire il necessario perché i nostri giovani ospiti si sentissero bene, si sentissero amati.
«Sono venuto in contatto con questo movimento attraverso un raduno di qualche giorno. Anche se avevo avuto una educazione cattolica, in un famiglia cattolica, mano a mano mi interessavo sempre meno della chiesa perché notavo che non mi dava molto, per cui soddisfacevo le mie esigenze altrove, nello studio, nella politica, nello sport, con altri giovani... in un club.
In questo raduno ho visto queste persone che si amavano, che facevano molte cose, ma ogni cosa aveva lo stesso valore, perché facevano tutto per amore e quindi tutta la vita era indirizzata e illuminata da un unico ideale, mentre notavo che la mia era spezzata in varie direzioni, non era unitaria.
L'unica cosa che mi sembrava mi rimanesse da fare era dedicare la mia vita a questo amore a Dio e quindi all'amore del prossimo. Questa vocazione era l'unica che mi interessava. Ho provato. Tutte queste esigenze che avevo nello studio nella politica, mi parevano e ancora mi sembrano cose utili, però ora momentaneamente le ho tralasciate. Non so se poi le riprenderò, ma se lo farò non sarà per soddisfare delle mie teorie che mi sono fatto insieme agli altri, o di sconvolgere la situazione politica, ad esempio. Ma le riprenderò per amore degli altri, per fare una società bella, un mondo bello.
Se riprenderò lo studio (studiavo fisica) lo farò per lo stesso motivo: dare qualcosa al mondo.
Non importa se lo farò dentro il movimento o staccato da esso. L'importante è come lo farò, per quale motivo. Questa è la mia conversione».
Il nucleo della nostra accoglienza è l'ascolto.
Basta avere questo atteggiamento recettivo, per cui ognuno sa di essere a casa propria, sa di non disturbare, di non essere misurato nel rapporto con gli altri dallo scandire impietoso delle lancette del tempo che passa. In questo clima buttano fuori tutti i loro problemi e i loro dolori, e con questi rapporti improntati all'amore, e quindi alla massima sincerità, ognuno di noi riesce a dir loro quanto sente in coscienza di dover dire, anche se il discorso è difficile, spinoso per la coerenza a cui la maggior parte delle volte richiama. E così, proprio non nascondendo loro il nostro pensiero, noi rendiamo un servizio a questi giovani.
Cerchiamo di amare ciascuno nella maniera in cui ognuno ha bisogno di essere amato. E per alcuni basta il semplice ascolto, per altri è necessario uno stimolo, per altri una tirata d'orecchi.
«Ho parlato con tanti ragazzi. Dopo i colloqui, quando ci scrivono o prima di partire ci dicono: tu, voi, mi avete distrutto.
La carità più autentica è la verità. Quando loro si sentono amati, noi siamo anche in grado di poter loro dire le cose come stanno: senti, tu sbagli qui, devi far così, colà. Però loro, come risposta, dicono: tu mi hai distrutto. Mi hai distrutto tutto quello che ero e che pensavo di essere. Noi siamo abbastanza decisi: diciamo quello che dobbiamo dire. Se tu la prendi così, bene, diversamente pazienza. Ti chiediamo scusa e basta.
Questi contatti aperti e sinceri rappresentano le esperienze più belle, perché in seguito i giovani con cui abbiamo parlato tentano qualche esperienza che nasce proprio dai nostri colloqui, e ci scrivono quanto riescono a realizzare facendo il confronto con quanto dicevamo loro, parlando delle nostre esperienze».
«lo ho avuto un rapporto profondo con un giovane di Brescia, che mi ha raccontato molto delle sue crisi, della sua vita. Mi parlava dei sindacati, degli scioperi nella scuola, di molte altre cose.
lo molto semplicemente lo ascoltavo, lo stavo a sentire, non è che gli dessi soluzioni immediate... lo non avevo esperienza dei sindacati, ad esempio. Lui qui ha trovato la fede in Dio. Mi chiedeva: come fai a credere in Dio quando vedi tutte queste cose che non vanno attorno a te, nel mondo. lo risposi: basta che tu ami perché tu veda il lato positivo dell'altro. Quando uno vuole bene, riesce a superare tutti questi problemi e si accorge che tocca lui ad amare... Così lui ha trovato la fede in Dio.
Una volta mi ha detto: non voglio più venire lì con voi, perché per me quella vita è molto difficile... Però mi chiedeva quando poteva venire a parlare con me. Vengono qui per essere caricati, per avere la forza di affrontare il mondo, per poter di nuovo credere che questa è una vita vera non solo per se stessi, ma per tutti gli uomini».
CHE COSA I GIOVANI DANNO ALLA COMUNITÀ
I giovani che vengono la domenica e in altri tempi qui a Loppiano non «prendono» solamente qualcosa dalla comunità. Danno anche alla comunità parecchi valori di cui ci sentiamo tutti quanti arricchiti. Quello che sempre ci hanno trasmesso queste visite è stata una gioia che noi sentiamo «dentro». È la gioia di avere il senso di Dio in noi, di averlo comunicato anche ad altri. Questa è la gioia più grande che noi possiamo avere.
I giovani, tornati alle loro case e occupazioni abituali, ci scrivono come hanno cominciato a vivere nella loro famiglia questo amore cristiano, come hanno cominciato ad aiutare la mamma nella cucina, come hanno salutato il papà alla mattina, come hanno aiutato i compagni di scuola. Queste notizie ci comunicano una gioia immensa e ci confermano che questa vita che qui stiamo conducendo è una vita vera, che Dio opera sempre e dovunque, che Dio opera in noi quando amiamo, e forse ci spinge a moltiplicare le nostre energie perché nessuna anima che cerchi l'amore non abbia a sfiorarci invano.
Noi siamo coscienti che gli altri hanno qualcosa da darci. In genere il nostro primo movimento nei loro confronti è quello di ascoltarli, perché sappiamo che la loro caratteristica è una ricchezza per noi. Di questo siamo convinti.
Noi diamo loro qualcosa se lo chiedono. Ma alla base c'è il profondo rispetto per quello che in ognuno vi è. Sappiamo che la loro è la visita di Gesù, magari di un Gesù abbandonato, ma proprio per questo più bella. E dopo siamo più contenti perché è un'esperienza nuova che è passata in noi, non è una luce che poi ristagna. Noi poi la diamo ad altri e quindi ingrandisce.
«Un giorno venne a farci visita un gruppo di stranieri, venuti da un'università qui vicino.
Alla fine di quella giornata, quando sono partiti, io sentivo di aver preso molto da loro. Ascoltavo loro, la loro problematica, cercavo anche di dare loro quanto cercavano, quanto volevano.
Così ho scoperto la loro profondità».
Sotto l'aspetto superficiale c'è sempre una profondità. Ognuno è lavorato dentro dalle sofferenze che ha vissuto, dai contatti, dalle difficoltà. Attraverso questi contatti noi veniamo a conoscenza dei loro problemi, entriamo nelle loro università, fabbriche, quartieri...
E questo è molto importante per noi.
È tutto un mondo, una problematica che si apre ai nostri occhi. Ognuno ci apre un po' sull'umanità, sui problemi che tanti uomini vivono, sulle loro ansie e preoccupazioni, i loro dubbi, interrogativi...
Siccome abbiamo scelto la croce dopo che Dio ci ha mostrato il suo amore, sappiamo e cerchiamo di far comprendere questa caratteristica che deve accompagnare la vita di ogni cristiano e la speranza che non deve mai tramontare.
L'essere immessi in questa problematica umana, in questa sofferenza calda perché toccante da vicino il cuore di chi ce la svela, ci arricchisce facendo incarnare il nostro cristianesimo su questa terra. Cerchiamo così di andare verso l'equilibrio per non illuderci di amare Dio e i fratelli se non misurando con i fatti concreti il nostro amore per lui e per tutti quanti ci avvicinano.















































