Il sacerdote animatore al centro delle tensioni



    Un vice-parroco

    (NPG 1972-08/09-92)

    Da quando ho messo piede nella «macchina» ecclesiastica mi sono sempre trovato in mezzo ai conflitti. È importante per me prendere coscienza della ineliminabilità del fatto.
    Più che ogni altra struttura la Chiesa non fa solo riferimento al futuro, ma si fonda sul passato. Per questo penso che l'educatore non debba, ad un certo punto, trasmettere la speranza del superamento del conflitto, ma anzi debba avere la funzione di spegnere tale speranza.
    Di qui l'importanza, per i giovani, del tema della morte. È essenziale parlare ai giovani della morte e dell'escatologia: davanti ai traguardi ultimi il giovane riesce a guarire la sua miopia. È miopia infatti «sperare», tendere alla «pace fra poco».
    Ora più che mai, al terzo anno di vita di questa nostra comunità che si sta attualmente assestando e chiarificando, vedo l'importanza di evidenziare sempre di più gli elementi «scandalizzanti» della fede come fatto equilibratore delle tensioni.

    IL PRETE COME ANIMATORE

    Dal punto di vista tecnico-tattico mi pare indispensabile nell'animatore un'età matura che gli permetta il coraggio del compromesso (non compromissione!). È troppo facile l'atteggiamento infantile di uno pseudo-eroismo che tenta le posizioni oltranziste.
    È necessario che l'animatore abbia una sua vita personale, fatta di letture, amicizie, incontri, che gli permetta da un verso di aver sempre presente, chiara ed affascinante, «l'utopia», e per altro verso di avere altrettanto ben chiaro l'orizzonte, la pluralità, la pesantezza, la dimensione storica, o meglio anche storiografica, del fatto Chiesa.
    L'animatore è la coscienza del gruppo non solo in quanto la esprime, ma più ancora in quanto la crea. Se l'animatore, fornito di una monumentale statura morale, vive e soprattutto porta in sé senza squilibri la tensione tra il fatto e l'utopia, il gruppo lo seguirà nella difficile pista della sintesi.
    È proprio per l'estrema difficoltà di questa sintesi che penso opportuna una certa età dell'animatore (30 anni?!) ed una sua certa sistemazione «sociologica» (ad esempio: prete, lavoratore stabile, fidanzato). È infatti ben difficile che la fede (dal momento che penso che l'equilibrio fra le tensioni, è fondamentalmente una questione ascetica) riesca da sola, senza un substrato di umana stabilità, a recuperare continuamente la sintesi, soprattutto considerando che le tensioni in campo ecclesiale non riguardano soltanto la sfera operativa ma raggiungono i conflitti di coscienza (ortodossia, profezia, obbedienza...), diventando così qualcosa di estremamente logorante dal punto di vista psicologico. Legata al fatto della maturità c'è la necessità nell'animatore in conflitto tra le tensioni, di un certo distacco, anzi direi «sfiducia» verso i giovani. I giovani sono mutevoli. Quando l'animatore pensa di potersi «schierare» per uno dei due elementi dialettici, si sente forte, le spalle al sicuro, ma sicuramente ben presto nella lotta ingaggiata si troverà solo. Di qui la crisi di tanti viceparroci.
    A questo proposito mi pare di riscontrare nell'animatore in conflitto la provvidenzialità del celibato come atteggiamento di fondo al non essere di nessuno. Come la comunione fra i giovani si costruisce attorno alla solitudine di uno (il prete, ponte sul quale tutti passano ma sul quale nessuno abita), così la comunione tra le chiese si costruisce attorno ad uno che non è di nessuno, non nel senso che non si schiera, ma nel senso che, pur avvertendo sulla propria pelle, trafiggente, il conflitto, spazia continuamente oltre i confini del «qui e adesso» e, nell'ottica della fede, tenta la sintesi. Si tratta di un celibato inteso come sentirsi ben più uniti ai morti e a quelli che devono ancora nascere, che a quelli per i quali si sta dando la pelle, di giorno e di notte.
    Per il gruppo lo stato di conflitto è il più idoneo alla sua nascita e crescita.

    TRE STADI DI CONFLITTO

    La vita di una comunità, come quella di ogni persona, è costellata di conflitti. È il segno dell'autenticità. Il prenderne coscienza aiuta a superarli in maniera positiva, per una effettiva maturazione di chi li vive.
    La comunità di cui faccio parte ha vissuto tre successivi conflitti.

    Primo conflitto: giovani e chiesa

    Cronologicamente il primo si è verificato con l'istituzione «chiesa locale»: il confronto tra la «chiesa giovane» (con tutti i suoi connotati facilmente intuibili e già vecchi nel '72: liturgia, impegno sociale, promiscuità, riviste parateologiche, ecc.) e l'istituzione.
    Dopo i primi tentativi abbiamo abbastanza presto cercato il compromesso. Porto alcuni esempi concreti che illustrano questo compromesso. Chi legge e si trova in analoga posizione pastorale può facilmente sostituire i nostri compromessi con quelli che vive nella propria situazione.
    La nostra parrocchia, ad esempio, ha voluto costruire un campanile alto 70 metri, dal costo di 60 milioni. I giovani, ovviamente, avrebbero preferito che quei soldi servissero per costruire 60 chiese in Africa, o altre opere necessarie... Di fatto però ci siamo impegnati in un campo di raccolta carta per reperire i soldi per il campanile.
    Un altro caso: pareva un fatto scontato la promiscuità tra i giovani, che fuori del «sacro recinto» vivono sempre insieme. Invece fu negata. Si fecero parecchi passi indietro, si tornò alle «sezioni» distinte, graduando l'incontro promiscuo.
    L'ultimo esempio riguarda la presenza che la parrocchia esige da un centinaio di giovani al vespro domenicale, nel bel mezzo del pomeriggio.
    Ovviamente i giovani vogliono pregare, ma preferirebbero pregare diversamente, con un vespro loro e in un'ora un po' più comoda. E invece no, è meglio un taglio netto, spartano, anche se questo comporta che tutte le domeniche i giovani organizzino giochi e caccia al tesoro per accalappiare i ragazzini, e poi, chiuse le porte d'uscita, intrappolarli in chiesa.
    A questo punto si potrebbe dire: ma questi giovani non sono coscienti della situazione? Perché accettano questa serie di condizionamenti? Perché si sporcano col compromesso?
    Mi pare che la risposta più esauriente suoni così: i giovani insieme ad un adulto, il prete, hanno deciso fermamente di vivere nella chiesa e perciò nella chiesa locale, la parrocchia.
    Questa è la prima preoccupazione loro, dinanzi alla quale sono disposti anche a «venire a patti», ad accettare alcuni compromessi che non tocchino l'essenza di quanto si sono prefissati.
    È l'avere lo sguardo più avanti, il non fermarsi all'immediato.
    Di fatto questo atteggiamento ha portato i suoi frutti, anche nell'incontro con l'altra «sponda» della parrocchia. Quando cominciano a fiorire risultati anche chi non credeva in noi è costretto ad aprire gli occhi e ad ammettere che siamo una realtà. E questo «accorgersi» di noi diventa il miglior tavolo di incontro, il tappeto su cui ci si può sedere insieme, in cui ci si può ritrovare. In questo stadio di conflitto della nostra comunità con l'istituzione «chiesa locale» abbiamo anche tentato di aprirci a gruppi esterni non ecclesiali. È questa un'avventura che porta arricchimento alla comunità a patto che l'animatore e il gruppo leader poggino su solide basi spirituali. ll maggior vantaggio che abbiamo acquisito da questa esperienza è il notare come al di fuori del fatto storico del cristianesimo non vengano presi in considerazione valori anche umani quali il silenzio, la carità, la speranza, la sensibilità, la purezza, ed altri, dei quali è facile avvertire il fascino e la irrinunciabilità.
    Aprendosi agli altri, impegnandosi come gruppo nella propria chiesa locale, vivendo all'interno della chiesa le tensioni che sono avvertite a tutti i livelli della società, e poi dando come sbocco alla propria azione ecclesiale il quartiere, la città, si può evitare il pericolo di sentirsi dire dai giovani: «per fare qualcosa è necessario andare con quelli di Lotta Continua o Stella Rossa...».

    Secondo conflitto: giovani e famiglie

    Il secondo conflitto in ordine cronologico che la nostra comunità dovette affrontare riguarda il delicato rapporto con le famiglie dei ragazzi e dei giovani. Ben presto in famiglia ci si accorse che i figli non desideravano più quello che i genitori avevano sempre desiderato per loro.
    All'interno della comunità i giovani avevano maturato un ideale di vita che nulla aveva a che vedere con la visione standard offerta loro dalla quasi totalità delle famiglie.
    I valori non costituivano più un comune campo di incontro tra genitori e figli.
    giovani si sentivano quindi «in rottura» con le proprie famiglie. L'aver conquistato a prezzo di faticosa maturazione un proprio modo di vedere la realtà li portava a sentirsi l'animo dei cristiani alle prime crociate: sembrava loro quasi di dover combattere una guerra santa in difesa delle proprie scelte e in opposizione a quelle che ritenevano per loro pericolose dal momento che erano incarnate nella propria famiglia.
    E naturalmente tutto questo clima traspariva dal nostro giornale, che puntualmente arrivava ai genitori a puntualizzare e rendere dichiarata una tensione che ogni famiglia già viveva per sé.
    Così ci fu un via vai di padri e madri che venivano a esigere spiegazioni all'animatore. Mi domandavano come mai il figlio rifiutava le vacanze in Vai d'Aosta o perché la figlia non voleva il vestito nuovo... Ed era una preoccupazione unica che s'allargava a macchia d'olio.
    A questo punto la comunità ha pensato di fare marcia indietro.
    Non per rimangiarci tutto, ma per poter andare più avanti.
    Ne ha fatto le spese il giornale che era già in macchina. Si è ritenuto che valesse la pena di sacrificarlo, anche se come al solito era costato non poco sudore. E così l'abbiamo sostituito con una serie di foglietti quindicinali, stile «bollettino parrocchiale», che sostituiscono il giornale nella funzione di portare a conoscenza delle famiglie la vita che si svolge nella comunità. Inoltre si è costituito un ristretto «gruppo di comunione» genitori-figli.
    Il binario che abbiamo imboccato in questo secondo conflitto è chiaro: siamo per la non violenza come unica strada per l'efficienza. Siamo insomma per l'evangelico «amare i nemici».

    Terzo conflitto: nel profondo di ogni giovane

    Attualmente stiamo vivendo il terzo conflitto.
    Molti giovani arrivati a una certa età, terminati gli studi, sentono a fondo il problema del prezzo che a ciascuno è richiesto per non essere un birillo in serie, per fare del proprio cristianesimo una proposta di «vita diversa».
    Si trovano davanti a stimoli e situazioni che esigono scelte concrete e importanti: scelta di una professione piuttosto che un'altra; improvviso alzo di livello sulle qualità richieste per fidanzarsi; compromissione politica; improvviso alzo di tiro nella formazione spirituale di gruppo...
    Di fronte a questi «scatti» che la vita richiede e che è necessario perseguire se ognuno vuol incarnare quell'ideale che aveva davanti, ciascuno comprende che in fin dei conti i precedenti conflitti erano, almeno parzialmente, degli «alibi», mentre il vero conflitto è dentro di sé.
    Allora l'animatore non è più il «cuscinetto» o lo stratega fra due parti in urto, ma è invece l'esempio vivo e vivificante, il compagno di viaggio di quelli che stendono a lui la mano soprattutto per «risolvere» se stessi.