(NPG 1972-08/09-02)
CHIESA GIOVANE O CHIESA DEI GIOVANI?
Ci vuol poco a costatare che i giovani, oggi, hanno un peso sociale notevole. Contano e fanno moda. Sono l'avvenire; chi ha i giovani dalla sua, sente di avere una buona ipoteca sul futuro.
Il tema giovani-società ha il fascino del facile applauso. E, forse proprio per questo, la tentazione incombente della retorica. Ci si può riempire la bocca di parole altisonanti. Anche perché le parole forniscono una copertura, una maschera che restituisce credibilità almeno a prima vista; per catturare l'esuberante disponibilità giovanile.
Nel rapporto giovani-chiesa la tentazione della cattura o del verbalismo non è meno all'ordine del giorno. La dimensione umana e sociale della chiesa può giocare un peso frenante, nel quotidiano incarnarsi della Parola di salvezza. L'irrigidimento e la conseguente emarginazione dei principi di novità, immanente in ogni istituzione, non risparmia, evidentemente, le istituzioni ecclesiali. I giovani oggi sono nel fuoco di questo conflitto: il peso della loro presenza e la reazione che essa suscita, costruiscono una definizione pratica di chiesa. La chiesa, per essere credibile in un contesto sociale che esalta solo ciò che ha il sapore della gioventù, deve lasciarsi catturare da pretese giovanilistiche, diventando una «chiesa dei giovani»? Oppure essa, per fedeltà alla propria vocazione, sí fa perenne giovinezza di una storia minacciata di invecchiamento precoce, diventando una «chiesa giovane», animatrice di profezia?
La risposta è facile.
Per non coprire però di forme nuove le vecchie strutture, ci pare opportuno tentare di concretizzare maggiormente lo stato della questione. L'accettazione coi fatti di ciò che i giovani cercano, l'interiorizzazione cosciente delle loro urgenze, il ridimensionamento, anche se scomodo, di eventuali loro pretese massimaliste e inconcludenti... tutto questo dice la scelta di preferenza: chiesa dei giovani o chiesa giovane?
Il peso dei giovani
in una società minacciata di invecchiamento precoce
Due cose oggi i giovani chiedono, tra le tante; con voce spesso fatta roca dalla necessità di gridare le loro attese. Vogliono una condivisione a tutti i livelli del potere e cercano nell'utopia il principio di un perenne rinnovamento sociale.
* La condivisione del potere
I giovani hanno preso coscienza di avere un peso sociale e quindi di avere dritto al potere. Ma avvertono, nello stesso tempo, che le strutture che guidano a questa presa di coscienza e persino quelle che ne enfatizzano il «diritto» a livello intellettuale, di fatto sono restie a dividere con altri la torta. Il peso reale urta, con stridore, sulla pratica assenza di spazio di esercizio. E questo crea un grosso conflitto interiore: o si lotta per conquistare con i denti quella parte di potere di cui è stato avvertito il diritto; o si tenta di capovolgere, dalla radice, un sistema sociale così contraddittorio.
La corresponsabilità è entrata nel sangue dei giovani: credono alle istituzioni sella misura in cui queste sanno rendersi credibili sulla piattaforma di una reale corresponsabilità.
* Il ruolo dell'utopia
I giovani hanno scoperto il senso dell'utopia: hanno chiaro il valore e il limite si ogni esperienza, proprio perché inserita in una struttura sempre perfettibile. Il punto di confronto è con un dato che va al di là di ciò che si realizza. Forse, hanno inconsapevolmente assorbito il contenuto della profezia biblica che invita a «prendere le distanze» da ogni realtà esistente, perché la verità è essenzialmente più avanti di ogni passo il più avanzato. I giovani mettono in discussione lo «status quo», perché sentono di dover mettere in discussione l'assolutizzazione di tutti i punti d'arrivo.
È vero: ci sono giovani che problemi del genere neppure li sognano. Vivono tranquilli e indifferenti, affogati negli ozi di un consumismo facile.
Sono i più, numericamente. Ma non certo i più significanti. I giovani «sensibili» sono spesso la coscienza critica degli altri. Tra essi, molti hanno rotto i ponti con la chiesa, proprio a partire da queste due percezioni. Sentono la chiesa come depositaria di un ordine intangibile e quindi arroccata su posizioni di un potere indivisibile. La avvertono compromessa come punto di sostegno e di legittimazione di istituti sociali decisamente conservatori. Ne scoprono il gioco di reciproco vantaggio: la conservazione dell'ordine costituito serve – dicono – ad un certo tipo di gestione della cosa pubblica e alla permanenza di una certa definizione statica e burocratica di chiesa.
Come redazione prendiamo le distanze da queste suggestioni. Le rifiutiamo nella assolutizzazione con cui sono formulate, perché inficiate di una chiave si lettura angusta e parziale.
Ma è facile avvertire che molte intuizioni rinnovatrici si nascondono sotto le denunce oltranziste.
Dí fatto i giovani più sensibili, con onesto realismo, chiedono di partecipane corresponsabilmente alla gestione di tutto l'impianto ecclesiale; chiedono di non assolutizzare nessun dato di fatto, per contestare profeticamente ogni conquista. E si scontrano con irrigidimenti, rimandi di responsabilità, inviti alla pazienza e alla attesa, a «preparazione-in-vista-di...».
L'utopia non può, da sola, governare la storia: la renderebbe un cammino troppo affannoso e inconcludente. Anche la corresponsabilità non può mai di fatto essere totale, almeno a livello spicciolo: ogni decisione sarebbe presto inviluppata da una lentezza burocratica esasperata.
Nella chiesa, poi, la corresponsabilità ha dei limiti oggettivi, da accettare pena il rifiuto della sua identità. L'utopia soffre il continuo ridimensionamento necessario principio di realtà.
I giovani portano alla chiesa una ventata di aria rinnovatrice mentre ricevono un contributo di «realismo» operativo. Se riescono ad entrare nel mistero della chiesa, scoprono il senso della storia, del «passato», come luogo in cui si matura il futuro; avvertono il significato del trascendente, di ciò che è «dato», di una ricerca che non è mai assoluta, come «condizionamento» all'integrismo di prospettive; maturano la dialettica del dialogo nel necessario gomito a gomito con persone dalle scelte e dalle mentalità diverse, contro la tentazione dell'assolutizzazione e del massimalismo; scoprono una comunità che non è frutto di soli dinamismi umani, che è prima un dono che una costruzione, contro la facile enfasi dei rapporti primari.
Ogni nuova nascita ha come culla la sofferenza: questo impatto tra attese e risposte, tra contributi da portare e da ricevere, si filigrana sul «conflitto» interiore.
La chiesa locale, luogo di questi conflitti
La chiesa locale (la diocesi e più spesso la parrocchia) è il luogo di questi conflitti. Lì si gioca la verifica delle affermazioni programmatiche; lì strutture e persone portano il peso di una propria visione nella realtà; lì la richiesta di compartecipazione e di invenzione è fatta più pressante, perché passa dalla generica progettazione al concreto «che cosa facciamo qui-ora».
Anche perché è la chiesa locale che definisce nel giovane il «volto» di chiesa. Una esperienza negativa (il contatto con sacerdoti, suore, istituti educativi, non significativi o, peggio, falsanti una visione «cristiana» della vita) lascia una traccia rilevante nella futura accettazione di chiesa; una esperienza positiva la favorisce notevolmente. D'altra parte, è proprio a livello di chiesa locale che la compartecipazione e l'utopia si ridimensionano, per diventare lievito capace di fermentare, senza slittare nel massimalismo: i concreti problemi quotidiani hanno bisogno dell'utopia per una loro soluzione «in avanti», ma nello stesso tempo la impastano di sano realismo.
Il perno della nostra monografia è quindi la chiesa locale, luogo del conflitto e chiave di risposta, sintesi, nel vissuto, tra utopia e realtà.
La risposta all'interrogativo: il progetto per la monografia
Elaborando in redazione il progetto, ci siamo chiesti: dove vogliamo arrivare?
Il dato di realtà, quello che abbiamo descritto nelle pagine che precedono, è abbastanza patrimonio comune. Ma questo patrimonio può essere speso su vari mercati o può essere sepolto, per paura delle conseguenze («so che sei un uomo esoso e ho avuto paura»).
Come sempre è più facile intravedere gli sbocchi negativi, da rifiutare cordialmente, che quelli «positivi».
La risposta all'interrogativo nasce quindi prima di tutto dal rifiuto di alcune mete possibili:
♦ Non si può risolvere il conflitto tra giovani e istituzioni (anche ecclesiali), inventando a tavolino una sintonia di ruoli. Non vogliamo fare l'elenco delle competenze o il quadro dei servizi: i giovani portano questo e questo; gli adulti invece quest'altro; quindi è facile programmare un mercato comune, di domanda-offerta, purché ciascuno resti al proprio posto, entro i confini ben trincerati delle proprie competenze. Un processo del genere sarebbe possibile solo se esistessero quadri previ e chiari. Oggi essi sono di fatto saltati.
♦ Non è neppure possibile tentare una composizione di ordine burocratico, creando degli spazi fittizi, delle zone smilitarizzate, al cui interno sintonizzare i ruoli. Da qualche parte è stato tentato ma i risultati hanno declassato i progetti: l'ingranaggio si è subito grippato.
La crisi è più latente: va curata quindi nel profondo.
♦ Tanto meno vogliamo operare una cattura dei giovani, istituzionalizzando il loro ruolo, per renderlo meno pericoloso. L'esperienza di molti gruppi giovanili aiuta a chiarire il nostro pensiero. Il dissenziente è scomodo. Per neutralizzarlo lo si etichetta come il «solito brontolone». Ogni volta che apre bocca... tutti sanno che lo fa per dissentire. Quindi non ci si impressiona più. Quindi lo si lascia parlare tranquillamente. Le sue parole lasceranno il tempo che hanno trovato.
Istituzionalizzare il ruolo dei giovani significa prendere coscienza che non saranno mai contenti, che vorranno qualcosa di diverso, comunque. E quindi li si lascia parlare tranquillamente; nella coscienza riflessa che il coltello per il manico l'ha un altro... e terminato lo sfogo oratorio, le cose riprenderanno il ritmo di sempre.
Questo è l'aspetto negativo: sono affermazioni facili e chiare. Più complicato ci risulta tentare una descrizione positiva.
♦ Prima di tutto pare importante sottolineare che l'analisi «negativa» non è solo la «pars destruens» della logica classica. C'è di più. Oggi la ricerca, lo stato di attesa, è la formula da assumere. Sgombrare il terreno da false sicurezze significa dare una sicurezza: quella della ricerca permanente. Quella della capacità di lettura attenta della mutevole quotidiana realtà, per inventare, momento su momento, il gesto giusto per il tempo giusto, con una coraggiosa e disponibile creatività.
Questo atteggiamento di fondo ci sembra un atto di fede nella presenza permanente dello Spirito. Lo Spirito che non vive di rendita... ci proibisce di essere gli uomini della «facile esperienza».
«Mai un educatore o una comunità educatrice hanno concluso il loro lavoro: una tensione spirituale profonda li tiene continuamente desti, sempre pronti a trovare il loro posto nella vita di coloro, dei quali devono aver cura» (RdC 159).
♦ Camminiamo quindi più verso l'inquietudine che verso la funzionalità. Rifiutiamo il desiderio di progettare in gran fretta un nuovo strumento pastorale, entro cui collocarci, per assumere la coscienza che con un po' di buona volontà le cose sono risolvibili.
Ci pare importante invece scoprire che ciascuno di noi e le istituzioni (anche ecclesiali) come insieme, devono porsi in umile atteggiamento di ascolto di tutte le voci. Delle mille vocazioni e provocazioni che il quotidiano suggerisce. I giovani sono una di queste voci. Forse, in un facile assopimento cui la tranquillità dell'età avanzata conduce, una delle voci più significative, verso quel rinnovamento continuo che permetta di rispolverare nell'intimo la propria credibilità.
L'ascolto disponibile, pieno, amoroso agli altri è la condizione base per la verità di un ascolto dell'Altro: al Cristo che è Parola, sussurrata sempre in toni dimessi (1 Re 19,11).
♦ Progettazione aperta e stato di ricerca che tengano però profondo conto della trascendenza della chiesa, della sua perenne oggettività, della sicurezza che nasce dalla indefettibile presenza di Cristo.
♦ La sintesi di queste dimensioni articola il progetto della monografia:
• la prima parte guida a prendere coscienza, in una linea piuttosto descrittiva, delle tensioni al cui interno sfamo chiamati a vivere la nostra porzione di storia;
• la seconda parte prospetta un'immagine di chiesa, come premessa verso una soluzione;
• la terza parte tenta di indicare alcune condizioni «strutturali» (cambi sociale di mentalità) per rendere attuabile il progetto;
• il progetto editoriale della monografia prevedeva una quarta parte: la ricerca di che cosa, concretamente, i giovani possono offrire alla chiesa oggi, per farsi promotori, in lei e con lei, di una perenne giovinezza della storia. Purtroppo la tirannia delle pagine non ne ha permesso la realizzazione. Le esperienze presentate nei numeri scorsi danno già una prima risposta all'interrogativo. Molto presto lo riaffronteremo di getto, attraverso una lettura critica delle stesse esperienze.
Nessuna parte esaurisce il quadro delle problematiche.
A ragion veduta: per i limiti insiti in un numero di rivista, anche se a carattere monografico. Ma soprattutto per lasciare a ciascun operatore pastorale la responsabilità di interrogarsi, di scegliere, di progettare, dopo aver preso coscienza, attraverso queste pagine, che il problema è «caldo»...
La chiesa come dono di sicura speranza
La ricerca di un «nuovo» progetto di chiesa (una chiesa-giovane) non è né una ricerca in assoluto né una ricerca il cui sbocco sia problematico, perché tutto relativo alle sole umane capacità.
La chiesa è un «dato» di fatto, da accettare prima che da ricercare. È una realtà che trascende ogni connotazione umana e ogni dialettica di partecipazione. Quel Cristo che ansiosamente ricerchiamo, leggendo nel controluce delle dimensioni umane che ha voluto assumere per farsi contemporaneo a ciascuno di noi, è Persona viva. La nostra faticosa ricerca di luì è animata dalla sicura speranza di una presenza che ci perseguita con un amore senza confini. Cerchiamo chi già ci sta accanto. Chi sicuramente si farà trovare.
Questo è da affermare, con decisione.
L'inquietudine a cui dobbiamo abituare il nostro cuore, per essere uomini di dialogo, non è l'angoscia di chi brancica nel buio.
È la trepida attesa di una Verità che si intravvede continuamente più avanti dei nostri passi più avanzati; che è però certezza, sicurezza, significato totalizzante per la vita. Perché è una Persona. Il Vivente. Il Liberatore.
La chiesa è istituzione, legata dai freni di ogni umana istituzione quando progetta il futuro. Ma è essa stessa futuro: un futuro che ogni giorno inizia a diventare presente.
Il conflitto, nella chiesa, passa in una direzione più profonda.
Non è soltanto conflitto di partecipazione e potere; e neppure conflitto tra utopia e realtà, tra ruoli diversi e complementari.
Esso attraversa il cuore stesso del mistero della chiesa: la sua perennità e oggettività e il contemporaneo stato di urgente, continua progettazione.
La consapevolezza del «che cosa succede»
Ogni giorno, le cronache dei giornali registrano fatti che denunciano un modo «strano e diverso» di mettersi in rapporto con la chiesa ufficiale:
• chiese occupate: per protesta, per smuovere l'opinione pubblica, per cercare un tetto a chi ne è privo;
• costruzioni destinate al culto «contestate» in forma aperta e polemica;
• preti e vescovi «contestati», a faccia o attraverso documenti;
• scelte politiche di intonazione marxista di gruppi situati nell'area tradizionale dell'apostolato cattolico;
• abbandono, spesso anche razionalizzato, della pratica religiosa: preghiera, confessione...
E si potrebbe continuare. L'esperienza di ciascuno può arricchire la rassegna di elenchi e di particolari.
C'è anche l'aspetto direttamente positivo: partecipazione intensa alla vita liturgica, servizio verso i più piccoli, i poveri, il Terzo Mondo, rifiuto del verbalismo per l'azione immediata...
Che cosa sta succedendo? È la domanda che rimbalza di bocca in bocca, con gli accenti dolorosi di chi avverte in gioco valori profondamente impegnativi.
Ci sono due modi di «leggere i fatti», per tentare una risposta all'interrogativo:
• una lettura superficiale (a livello di cronaca), costruita magari a partire da alcune categorie mentali che già schedano il bene e il male;
• il tentativo di scendere in profondità, nel cuore del problema, attraverso una analisi scientifica, per guidare a capire che cosa succede e perché.
Abbiamo evidentemente scelto questa seconda strada. Ma non avanziamo soluzioni prefabbricate. Ci preme inquadrare il problema, per impiantare una batteria di premesse che ci soccorra lungo il cammino della monografia.
(Articoli di Mario Pollo e Giancarlo Milanesi)
L'immagine della chiesa
La comprensione dei fenomeni non è fine a se stessa. Non possiamo accontentarci delle fredde misurazioni del tecnico. La vocazione di operatori pastorali, vivamente preoccupati di un approccio giovani-chiesa condotto sul filo di una reciproca amorosa disponibilità, ci chiede di comprendere per intervenire.
L'intelligenza del fenomeno – per noi – è vera se immediatamente sbocca nell'azione: i fatti appellano ad impegni.
Ma tutto questo è possibile solo se è chiaro dinanzi un punto d'arrivo, un «progetto» ottimale cui tendere.
Facciamo qualche esempio, per illuminare l'assunto.
• C'è contestazione all'autorità. L'autorità deve trincerarsi nel suo status o deve scendere a patti? Deve chiedere rispetto e obbedienza o deve soprattutto dialogare?
• Pullulano una infinità di mentalità e di scelte le più disparate, anche in campo ecclesiale. Si deve mirare all'unità a tutti i costi o è possibile pensare ad un'unità costruita sul pluralismo? Ad una unità frutto di dialettica nell'amore?
La risposta non può essere di tipo funzionalistico o, peggio, derivata a spanne, da quel «buon senso» che troppo spesso è la trincea dell'ignoranza. Entra in campo «una» ecclesiologia. Quindi è problema di fede.
Questa seconda parte vuole offrire alcuni spunti per maturare una immagine di chiesa capace di favorire il cammino verso la soluzione delle tensioni. Lo si fa necessariamente a flash, toccando solo i punti nevralgici della questione. Ed in linea teorica: per offrire all'operatore pastorale gli strumenti di abbondanti ripensamenti personali.
Arrticoli di Bruno Maggioni, Luigi Bettazzi, Claudio Bucciarelli)
Verso strutture nuove
La storia e la cronaca ci mettono all'erta contro i facili entusiasmi:
• i cambi di mentalità o passano attraverso gli adeguati cambi strutturali o restano lettera morta, nella stragrande maggioranza dei casi;
• ogni cambio strutturale minaccia di istituzionalizzarsi, perdendo la duttilità e flessibilità originarie (anche perché spesso i tempi di lavorazione e la necessaria prudenza e gradualità rendono vecchi gli strumenti prima che siano all'opera);
• i contrasti tra le grandi affermazioni programmatiche e le singole scelte pratiche producono frustrazioni e impazienze;
• viviamo in un'epoca di «transizione di valori»: è difficile ancorare scelte e funzioni su quadri fissi e sicuri.
Perché questa lunga panoramica, certo non incoraggiante?
Per ricordarci che l'impatto giovani-chiesa sarà secondo le linee che sono state ipotizzate, solo se accompagnato dalla messa in opera di «condizioni oggettive di possibilità», che lascino il minimo indispensabile alla buona volontà dei singoli...
Anche a questo livello sarebbe necessario fare un discorso concreto e articolato. Evidentemente non è possibile. Segnaliamo solo «alcuni» elementi (forse neppure i più importanti, perché sono di ordine più tecnico che interiore).
Molte indicazioni sono già state fornite dalle pagine della rivista. Si vedano, per esempio, le voci «corresponsabilità», «gruppo», «pastorale», «programmazione», «dialogo»... sull'indice analitico 1967-1971.
Il dosaggio degli interventi, il raccordo tra proiezione in avanti e realtà ufficiale locale... non può essere programmato a tavolino. Perderebbe quel sapore di quotidiano e di concretezza che gli è indispensabile.
(Articoli di Riccardo Tonelli, Renzo Ruffelli, Valentino Castellani, Giuseppe Anfossi, un vice-parroco)

