(NPG 1984-04-5)
Alla tavola rotonda hanno preso parte Giuseppe De Rita direttore del CENSIS, Giancarlo Milanesi docente di sociologia della condizione e cultura giovanile presso la Università Salesiana di Roma, Alberto Monticone presidente nazionale dell'Azione Cattolica, mons. Clemente Riva vescovo ausiliare a Roma, Luciano Tavazza presidente del MoVI (Movimento Volontari Italiani), Egidio Viganò Rettor Maggiore dei Salesiani.
C'E UN FUTURO PER I GIOVANI?
Il 1985 è stato scelto dall'Onu come «anno della gioventù». La rivista vuole portare per tempo l'attenzione dei lettori e, attraverso di loro, delle comunità ecclesiali in Italia su questo fatto. Ci sembra una buona occasione per sollecitare a un «esame di coscienza» sulla presenza dei giovani nella società e nella chiesa. Con questa tavola rotonda vogliamo offrire alcune provocazioni sulle quali come rivista ci ripromettiamo di ritornare nei prossimi numeri.
Partiamo da una costatazione (precisiamo che vogliamo parlare di quelli compresi tra i 16 e i 25 anni e limitiamo la riflessione ai giovani italiani e europei): i giovani non fanno più notizia, non sono più, come qualche anno fa, al centro dell'attenzione dell'opinione pubblica, delle forze politiche, dello stesso mercato produttivo.
Come mai questa marginalizzazione dei giovani e dei loro problemi? E come interpretare l'attuale momento giovanile?
Riva. Non sono un esperto di problematiche giovanili. Da nove anni sono vescovo qui a Roma e quello che esprimo, lo dico partendo dai numerosi incontri con i giovani e i gruppi giovanili.
Mi limito ad alcune osservazioni.
Quello che mi colpisce è che i giovani sono senza speranza, senza prospettiva per il domani. Le cause sono molte, ad incominciare dalla crisi dei posti di lavoro. I giovani vivono accettando la vita, o meglio subendola, riflettendo solo sul presente. C'è una forte tendenza a «frastagliarsi», a suddividersi, a frammentarsi. Il pluralismo di una volta si è trasformato in isolamento, in frammentarismo. Anche quando sono in grandi masse si sentono soli e si difendono riunendosi a piccoli gruppi.
Non sono del tutto passivi. Se sostenuti, rispondono: ma l'impressione è che si tratti di un protagonismo spersonalizzante.
L'effimero, da forma di spettacolo a cultura, sta diventando oggi un modo di fare formazione nei gruppi giovanili. C'è più chiasso che formazione. La prova è che, quando viene a mancare la stampella, cadono a terra e diventano facilmente strumentalizzabili.
In altre parole, mi sembrano persone molto fragili.
Altra caratteristica è la tendenza solidaristica che si esprime soprattutto nel prendere a cuore situazioni di povertà e miseria. In questo si impegnano e molto. Tuttavia il loro volontariato mi sembra povero a due titoli. Anche qui prevale il frammentario, la politica del frammentario, lontano da ogni possibile aggregazione a ideologie. In secondo luogo vivono il rapporto con gli altri in funzione dei loro problemi. La comunità ed il servizio diventano una risposta alla insufficienza del loro mondo intimo.
Una minoranza che vive in solitudine
De Rita. Parlare oggi dei giovani significa prendere atto di una serie complessa di fenomeni e problemi. Ne elenco alcuni, quasi a titolo di provocazione. Riprendo una costatazione: i giovani si avviano oggi a essere minoranza. I giovani sono sempre di meno, mentre si ingrossano le fila degli anziani. L'industria, che in queste cose è molto sensibile se n'è accorta e ha cominciato a preparare un gran numero di prodotti per anziani. Omogeneizzati compresi! I giovani sono sempre meno padroni del mercato.
C'è da aggiungere che i giovani vivono l'essere minoranza come solitudine. Una solitudine che deve preoccupare gli adulti, i quali, abituati ad avere sensi di colpa nei confronti dei loro anziani, ancora non si rendono conto della nuova situazione dei figli.
I giovani, pur minoranza, non hanno identità precisa, come invece accade alle minoranze. Non sono un gruppo sociale. Dieci anni di movimentismo spontaneista li ha bruciati come identità di gruppo.
Da dove ripartire? Non è facile, bisogna dirlo. Non intravedo neppure i «muretti» informi su cui ricominciare a costruire. Mi spiego.
Preoccupa anzitutto la assoluta mancanza nei giovani di memoria e di tempo. Sono senza memoria: non sanno niente della storia oltre la loro vita. Non hanno neppure il senso del futuro. Al ventenne il futuro non interessa. In fondo è l'adulto oggi ad avere il gusto e a preoccuparsi del futuro. La crisi di identità nasce anche da questo.
L'appiattimento sul presente li porta poi ad essere molti relazionali e ad una relazione in quanto capace di soddisfare il sé. Vedo una buona attenzione al volontariato o anche all'obiezione di coscienza. Ma ne colgo anche i limiti. Più della nostra passata generazione essi sono attenti al rapporto umano e lo vivono in modo vario. Ma anche questo rapporto è appiattito, chiuso nella pura relazionalità, senza alcuna pretesa di costruire futuro ed elaborare una qualsiasi ideologia. Lo stare insieme per lo stare insieme, quasi come fenomeno di misticismo di gruppo chiuso verso l'esterno. Non si può negare, anche nella relazionalità, che si tratti di un fenomeno consumista. Lo vedo pure nei gruppi ecclesiali, dove il pregare non va oltre l'esperienza dello stare insieme. Da soli i giovani in genere non pregano.
La cultura giovanile è fondamentalista
Ne risulta una cultura sostanzialmente povera come contenuti ed un modo di pensare altrettanto povero. Quella dei giovani è una cultura fondamentalista, in quanto si attaccano a pochi valori e li difendono senza alcuno spazio per la mediazione. È tipico il fatto che quando devono dialogare tra di loro, ad esempio tra gruppi giovanili, ci si limita a raccontare la propria esperienza e a fare di tale esperienza l'unica verità possibile.
Nei momenti di confronto con altri, essi non fanno che riaffermare la loro verità. Hanno paura di lasciarsi inquinare a tal punto che spesso dopo aver raccontato la loro esperienza non gliene importa di ascoltare quella degli altri: basta dare testimonianza alla «loro» verità. È il meccanismo della setta e della moltiplicazione delle sette che giudicano immorale l'apertura agli altri, il dialogo, l'affrontare la complessità del reale fuori dai loro schemi semplificatori.
Mi chiedo a questo punto se esistono dei varchi di dialogo tra giovani e adulti. Ne vedo pochi. Da qualsiasi tema di dialogo essi svicolano facilmente. Diventa sempre più complesso interessarli ai problemi. Dimostrano invece un notevole interesse al mistero: mistero di sè, mistero della vita, mistero degli altri... Questo del mistero sembra l'unico varco tra adulti e giovani. Essi si interessano della psicanalisi, della magia, della medicina alternativa. Tendono a porsi su un versante non razionale della vita. Un versante volutamente povero, anche per loro scelta. La mia impressione è che mentre noi adulti non siamo in grado di comunicare con il modo con cui i giovani vedono la vita, possiamo invece comunicare con loro al livello del mistero.
Vorrei sottolineare un ultimo elemento: la ricerca di immaginazione. C'è una sostanziale ricerca di modalità attraverso cui vedersi meno banali. I giovani ricercano, anche attraverso la droga, nuovi modi di sentire, nuove sensazioni, nuove frontiere del sè. Forse è in questa ricerca una delle cause del diffondersi della droga. Una ricerca sia chiaro non intellettuale, ma esperienziale e, ancora una volta, vissuta in modo consumista.
Che dire di tutto questo rivolgendosi ora agli adulti?
Ecco, abbiamo perso la capacità di «benedire», di trasmettere benedizione, di dare speranza. La perdita di questa capacità è problematica e deve costringerci a metterci in discussione come adulti.
«Tanto tutti i giochi sono fatti»
Tavazza. L'ultima inchiesta CEE sui giovani in Europa sottolinea che i giovani italiani, assieme a quelli francesi, tedeschi e greci, sono i più insoddisfatti e insofferenti, mentre quelli degli altri paesi non denunciano grandi drammi personali. Questo deve farci pensare e chiederci quali ne sono le cause. Ne accenno una. Dalla ricerca risulta che il 70% dei giovani vive in famiglia ancora all'età di 24 anni. Se si aggiunge che un altro 13% è costituito da nuove famiglie abbiamo che ben un 83% vive in situazione familiare.
E così la generazione che ha predicato di più la rottura della famiglia è quella che ha dovuto più delle altre rimanere in famiglia. I giovani vogliono andarsene ma non possono, mentre i genitori desidererebbero lasciarli liberi. Da questo nodo sono nati una serie di conflitti generazionali in altri periodi inimmaginabili...
Del resto, dove andare? Non è solo la carenza di case a far problema.
Il problema è più crudo e nasce dalla consapevolezza che in Italia «tutti i giochi sono già fatti» e che non si entra nel mondo del lavoro o non si va avanti nella carriera se non attraverso spinte e raccomandazioni. A che serve allora, si chiedono i giovani, fare grandi progetti sul futuro? I progetti non sono che la coltivazione delle delusioni. Il risultato è quel nichilismo e quella cultura nichilista con la quale oggi dobbiamo fare i conti.
Dal nichilismo poi non si esce attraverso l'azione, il buttarsi nelle attività.
La grande difficoltà di chi si butta oggi nell'azione è passare da ciò che si fa, a volte con entusiasmo e con sacrificio, ad una qualche rielaborazione culturale.
Siamo, come diceva De Rita, ad una cultura povera tra i giovani. Manca ai giovani la capacità o la possibilità di dare un senso di sviluppo alle cose in cui si immergono. Fare azione e cultura oggi è davvero, in questo contesto, difficile.
De Rita accennava all'imporsi del mistero tra i giovani. Ho paura di questo rifuggire giovanile nel mistero per senso di «impotenza». Purtroppo la catechesi oggi si nutre di questa impotenza e si pone sempre più come fatto marginale rispetto ai veri fatti della vita. La catechesi delle comunità ecclesiale è sempre di più astorica.
«Sono» frammentati, perciò «pensano» in modo frammentato
Milanesi. Condivido quello che è stato detto, tuttavia ho paura che sia improduttivo parlare dei giovani in genere. A mio avviso, non esiste più una condizione giovanile, ma una realtà giovanile molto stratificata. Se questo è vero, tutte le categorie utilizzare finora sono da ripensare seriamente «in situazione».
C'è, oggi più di ieri, giovane e giovane. Si deve parlare di diversi tipi di cultura giovanile, se con questo termine si intende il meccanismo di adattamento tra giovani e società, da cui emerge la domanda di senso.
Poco favorevole ad un approccio globalizzante, credo tuttavia importante ricercare alcune categorie utili, in quanto applicabili ad una certa fascia giovanile, tenendo conto però sia del versante strutturale che di quello sovrastrutturale dei problemi. Provo dunque a indicare alcune di queste categorie «oggettive» in cui i giovani sono coinvolti.
La prima è la «emarginazione».
È una categoria applicabile a molti come rischio e a pochi come realtà: una minaccia che colpisce i più deboli, ma che rischia di coinvolgere un numero sempre più grande di giovani. La emarginazione è data dal prolungamento della dipendenza dalla famiglia e dalla corrispondente impossibilità di «accedere» alla società, al mondo del lavoro. La situazione degli studenti è in questo più problematica, come ben si comprende.
La seconda categoria utile per capire i giovani è la «frammentarietà».
Una frammentarietà, occorre non dimenticarlo, che è prima obiettiva e solo dopo di pensiero. I giovani sono frammentati e perciò pensano in modo frammentato. Da qui la crescente e preoccupante ghettizzazione delle nuove generazioni. La terza categoria riprende ciò che Tavazza diceva con una immagine: «i giochi sono già fatti». Parlerei di «negazione del potenziale innovativo dei giovani». I giovani oggi non sono nè possono essere agenti di cambio sociale e culturale. È a partire da un'analisi in cui si utilizzano queste tre categorie che diventa possibile chiedersi quale sia la cultura giovanile, cioè la loro domanda di senso e la configurazione delle risposte a tale domanda.
In proposito a me piace parlare di cocktails culturali caratterizzati dalla relatività e dalla frammentarietà.
Ricercando il positivo
Mi pongo, a questo punto, una ulteriore domanda: nell'attuale situazione giovanile ci sono anche elementi positivi, oltre quelli negativi che finora abbiamo sottolineato?
La domanda mi sembra importante a livello di analisi del mondo giovanile, ma soprattutto perchè è a questi elementi nuovi e positivi che dovrà fare ricorso ogni azione educativa.
In effetti stanno nascendo alcune categorie positive.
La prima è il presentismo e il pensiero utopico che lo accompagna, come risvolto positivo della mancanza di futuro e della caduta di attese messianiche. La seconda è il solidarismo, anche se per ora centrato sull'aspetto relazionale, come De Rita ricordava, e limitato solo ad alcune fasce giovanili. Il solidarismo è un elemento nuovo su cui l'educazione può fare positivamente leva.
La terza categoria nuova è il bisogno di una identità non tanto sul piano collettivo, ma su quello personale. Non c'è forse dietro una riscoperta del valore assoluto della persona? Fenomeni come l'ecologismo e il nuovo rispetto per la natura, il pacifismo e la lotta contro la guerra, lo stesso consumo visto come ricerca di beni «personalizzati», al di là delle ambivalenze di cui sono cariche, mi sembrano un tentativo di recuperare la persona come valore morale. L'immoralità di tanti gesti non mi sembrano sufficienti a offuscare una nuova ricerca della moralità della vita in quanto tale.
Stiamo andando verso una «cultura della valle»?
De Rita. Sono d'accordo con Milanesi che bisogna studiare per strati il mondo giovanile.
Mi permetto tuttavia ancora una riflessione globale su un aspetto: la caduta di protagonismo, a cui lo stesso Milanesi accennava, e la domanda di senso che ne deriva.
Mi chiedo: non stiamo noi oggi vivendo un periodo di «valle» in cui non è permesso alcun protagonismo? Mi sembra che stiamo avviandoci tutti verso un periodo non eroico, in cui diventa difficile padroneggiare le situazioni della vita. Più che di padroneggiamento bisognerà parlare di «adattamento» di un io meno forte rispetto al passato.
I giovani soprattutto evidenziano che il protagonismo centrato sul cambio non interessa. Allora la domanda da porsi mi sembra: e se fossimo destinati a vivere cinquantanni di valle che si fa? Ce l'abbiamo, per tornare al vostro tema, la cultura per accompagnare i giovani in questo cammino? Come attrezzarli per un futuro del genere?
L'unica possibilità è rilanciare la formazione, la scuola, le opere per una nuova evangelizzazione. Rilanciare, in qualche modo, un nuovo meccanismo protagonistico, attivistico. Non è possibile limitarsi a «fare compagnia» ai giovani nella «valle oscura».
Dietro queste considerazioni sta una riflessione su quel che finora si è giustamente detto.
Tutte le cose dette sono ambivalenti. Prendiamo il nichilismo. Il cristianesimo non è forse, entro certi limiti, una religione che accoglie il nichilismo?
E se dovessimo davvero affrontare alcuni decenni di «pensiero debole», perché dovremmo dire: «quelli sono altri da noi» e limitarci a rafforzare le nostre strutture formative per soppravvivere senza fare i conti con la nuova realtà? Faccio un altro esempio. Mentre gli adulti stanno a parlare di crisi della famiglia sembra avanzare una nuova solidarietà familistica che porta, ad esempio, al moltiplicarsi di aziende a conduzione familiare e a tramandarsi di nuovo il lavoro di padre in figlio. Perché scandalizzarci di questo? Certo per i protagonisti «eroici» tutto questo non è facile da accettare...
Lo stesso, mi sembra, va detto del ritorno dei giovani a meccanismi archetipi di protezione, come il rispetto della natura e il desiderio della pace. Ricercando questi meccanismi archetipi i giovani ritornano all'essenziale protezione della vita. Comprendo che questo ritorno non è facile da conciliare, anzi contraddice l'immagine dei giovani come potenziali sostenitori del cambio. In realtà la nuova generazione sembra voler tornare ai valori archetipi. Ma, tanto per fare una provocazione, perché è a questo livello che intendo mettermi nel fare queste riflessioni, perché il cristianesimo dovrebbe limitarsi a sostenere il valore di cambio e non anche quello di riappropriazione dell'archetipo?
Da questo punto di vista, condivido le perplessità di Tavazza, circa il mistero scoperto per una via d'impotenza. Comprendo le perplessità, ma mi chiedo: non è sempre mistero? Perché noi dovremmo proporre ai giovani una via razionalistica al mistero?
Lo stesso atteggiamento dobbiamo avere rispetto alla ricerca di identità personale. Siamo orfani di identità collettiva che faccia riferimento a partiti, sindacati o movimenti più in generale. Questo è un dato di fatto. Ben venga allora la ricerca di identità sul piano più personalistico.
ANNO DEI GIOVANI: VERSO DOVE?
L'anno dei giovani, oltre che una provocazione a capire i giovani e la società in cui sono immersi, è un'occasione per guardare in avanti.
Suggeriamo un atteggiamento preciso: da educatori.
Ecco la domanda: in quale direzione muoversi, quali percorsi seguire durante l'anno dei giovani, per uscire dai vecchi schemi educativi sia in campo sociale (pensiamo alla famiglia e alla scuola in particolare) che in ambito ecclesiale?
Non vi chiediamo iniziative concrete, ma solo grandi tracce di lavoro entro cui tutti si sentano chiamati alla responsabilità.
Monticone. Mi permetto di introdurmi con una esigenza che è anche un augurio: che l'anno dei giovani sia in realtà l'anno degli adulti!
Molte delle ragioni di crisi di identità e speranza nei giovani sono in effetti, almeno in campo cattolico, espressione della crisi di identità del mondo adulto. Ancora una volta dobbiamo riconoscere che l'adulto non sa svolgere la sua «professione» di adulto.
Era già successo negli anni della contestazione del '68, quando nei cattolici adulti si era assistito o ad un rifiuto globale del nuovo dei giovani e della cultura che essi esprimevano, o ad una accoglienza passiva e giovanilistica. Rinunciando in ogni caso alla professione di adulto.
In quale direzione muoversi nell'anno dei giovani?
Educare per affermare che «val la pena vivere»
Provo ad indicare tre elementi o piste.
Mi sembra importante in primo luogo che gli adulti presentino ai giovani una «fede documentata». Mi spiego. La domanda che i giovani dei gruppi ecclesiali e i loro coetanei rivolgono agli adulti è una domanda di identità, di nuovo stile globale di vita, ispirato alla fede.
Ora mi sembra che mentre si parla positivamente di accoglienza della sensibilità giovanile al mistero come via alla fede, non bisogna neppure dimenticare che troppe proposte di fede sono fatte nel nome di un fideismo preoccupante. I giovani chiedono una fede da vivere nel concreto quotidiano, una fede da vivere ragionevolmente e si propone loro spiritualità intimistiche che sono l'anticamera di una delusione ancora più tragica.
Come non denunciare le ambiguità di certe tendenze movimentistiche nell'educazione dei giovani alla fede? C'è da augurarsi e combattere per una stagione del buon senso e della razionalità delle proposte di vita ai giovani.
Come si è già detto, la crisi attuale è anche debolezza di «rinnovamente culturale». In Italia e in tutta l'Europa. Una crisi che coinvolge i giovani anche per la fortissima carenza di specifici luoghi formativi, in cui possono confrontarsi con gli adulti.
Ecco allora la seconda pista di riflessione: riscoprire la responsabilità educativa degli adulti.
I luoghi tipici di formazione nella società italiana non si presentano coerenti con la loro titolarità formativa. Basta pensare alla scuola, ai partiti, ai sindacati, alla stessa comunità ecclesiale. Come nella scuola, anche nella chiesa non mancana uomini e idee. Quello che manca è un «ambiente vitale» di formazione per i giovani e soprattutto per gli adulti. Nella chiesa mancano adeguati spazi in cui «fare un esame di coscienza», recuperare la memoria, riguadagnare il contatto con la quotidianità, ritrovare interesse per il politico e per il sociale. È questo terreno e spazio formativo che l'anno dei giovani deve contribuire a isolare e consolidare. Una terza riflessione. Sia guardando i giovani che guardando gli adulti mi sembra importante il bisogno di valorizzare l'aspetto ludico ed estetico della vita. Non basta vivere di libri, di idee, di biblioteche...
Nella gente mi pare di intravvedere il bisogno di ritrovare la bellezza, il senso del gratuito, del bello e buono. In altre parole, mi sembra che la gente sente che quel che deve essere anzitutto recuperato è che «la vita val la pena di essere vissuta». C'è di mezzo la riscoperta del gioco dello stare insieme, del piacere, del diritto alla felicità, della convivenza...
Ma gli educatori cristiani fanno cultura?
Viganò. Man mano che procedeva l'analisi della condizione giovanile e della società, diventava più chiara anche per me l'osservazione che ora Monticone ha sottolineato: al centro dei problemi, prima dei giovani, stanno gli adulti, in particolare gli educatori.
Il frammentarismo non è solo tipico dei giovani ma anche di tanti «padri culturali». Riflettevo sul fatto che come congregazioni religiose dedicate all'educazione dei giovani siamo tanti, un vero esercito, ma non dibattiamo, non progettiamo, non ci lasciamo provocare dalle nuove situazioni.
Se penso a don Bosco, come dimenticare che egli non è partito tanto da sistemi di pensiero più o meno agguerriti, ma dalla sua scelta di buttarsi concretamente in mezzo ai giovani, là dove essi erano? E noi? Siamo così attenti a far funzionare le nostre opere da dimenticarci che esse hanno senso solo se svolgono un servizio ai giovani.
Non si può dire che tanti religiosi e religiose non si sacrifichino, anzi. Quel che deve preoccupare è che non basta sacrificarsi per risolvere i problemi dei giovani. Ad esempio, visto che la situazione attuale si impone come problema di cultura, quale cultura propone l'insegnamento in tante scuole cattoliche e quale cultura propongono quei centri giovanili e oratori dove ci si limita a dare ai giovani un pallone o una chitarra? Cosa trasmettono questi ambienti educativi? E come non condividere che una certa proposta religiosa è in fondo consumismo? Nonostante tutto rimane l'idea che l'essenziale è che ognuno produca un certo numero di opere buone per salvarsi. Altro che pastorale giovanile tesa al futuro e alla costruzione della identità personale e culturale dei giovani! Una pastorale che non sia «pastorale del futuro» non è giovanile.
Tavazza. Dobbiamo essere consequenziali, come del resto si sta facendo con questi ultimi interventi. Non pretendiamo, anche nell'anno dei giovani, di rivolgersi a loro senza problematizzare la situazione degli adulti, in particolare degli educatori, genitori per primi. Da questa situazione non si esce se non pensando, anche a livello di metodo, agli adulti e ai giovani contemporaneamente. Se no ripercorriamo strade vecchie e scontate, anche nell'anno dei giovani.
Così, per fare un esempio, fino a che punto è produttivo parlare di mancanza di protagonismo giovanile e quasi esaltarlo, se non ci si chiede qual è lo spazio di protagonismo che oggi è concesso davvero ai giovani'? Il discorso del protagonismo torna quindi agli adulti, senza ipocrisie. La attuale situazione giovanile deve essere compresa dentro il «debito» che come adulti abbiamo nei loro confronti.
Anche nella «valle» si può vivere il protagonismo
Milanesi. Vorrei suggerire alcune stimolazioni proprio in questa direzione, per sottolineare che oggi dobbiamo riguardare in fondo un «atteggiamento educativo». Applicare il pensiero debole alla «valle», come ha fatto De Rita, è un tentativo interessante di problematizzare la stessa immagine di valle. Se posso proseguire tale riflessione mi sembra che noi adulti dobbiamo prepararci a valorizzare ogni tipo di soluzione al problema del come vivere oggi. La storia non prevede affatto un unico modello di vita nel tempo. Anche nella valle si può vivere il protagonismo, che ovviamente ne rimane segnato.
In altre parole, l'educazione dei giovani deve cercare un equilibrio dialettico tra l'esistente ed il possibile. Voglio dire che gli educatori, compresi quelli cristiani, devono accogliere tutto ciò di cui la valle è portatrice, ma non accontentarsi. La cultura della valle va accolta, ma non bloccata e chiusa in se stessa. C'è un pensiero debole anche nel cristianesimo, che è dinamico, tutt'altro che rassegnato, fortemente aperto alla dialettica e al cambio. Gli educatori devono quindi ripartire dal quotidiano non per banalizzarlo, ma per considerarlo «luogo educativo».
Detto questo mi sembra da aggiungere la considerazione che a volte però i problemi non sono quelli di una «cultura della valle». I giovani che fanno problema, in quanto progressivamente emarginati e dediti alla violenza o alla droga, non rappresentano la cultura della valle, ma una sfida oggettiva a cui anche i cristiani devono rispondere con iniziative appropriate, specifiche, uscendo dal generico dell'interventismo ecclesiale.
Tutto questo richiede nuove forme di convivenza. Che è quanto dire che occorre ripensare le istituzioni e le iniziative a servizio di questi settori sempre più vasti di cosiddetta devianza giovanile. Certo occorre molto coraggio e, ancora di più, forti sacrifici da parte di quell'esercito di educatori cristiani a cui si accennava prima.
Riva. Pur accettando l'immagine della valle e della cultura di cui è simbolo, mi permetto di segnalare un rischio di questa cultura in ambito ecclesiale e in particolare di pastorale giovanile.
Parto da una costatazione. Oggi non siamo in grado di contare i diversi tipi di gruppi ecclesiali e di gruppi giovanili ecclesiali. C'è un fermento enorme ed è positivo. Ma questi gruppi sono chiusi nel loro frammento: confondono la parte ed il frammento con il tutto. Pur accogliendo il presentismo ed il solidarismo come forze aggregative bisogna educare a percepire che non bastano né l'uno né l'altro a risolvere i problemi. Non si può limitare l'esperienza ecclesiale al solo «fare gruppo». Un altro esempio. Vedo un pericolo anche nel protagonismo di certi gruppi: mi sembrano troppo «diretti» da leader carismatici che si servono del gruppo per gratificare se stessi.
L'equivoco di una chiesa verticistica o di una chiesa arcipelago
Come non ricordare ancora che in certi gruppi e movimenti fa problema l'immagine di chiesa sottostante?
Oggi sembrano imporsi due modelli poveri di chiesa.
Il primo è quello di chiesa come fascio di fili che arriva direttamente al vertice senza alcuna fase intermedia. E così ci si richiama al papa senza fare i conti con le altre espressioni ecclesiali. Fino al punto da strumentalizzare lo stesso papa. Un secondo modello, non meno pericoloso, è quello della chiesa arcipelago: la chiesa come un insieme di tante isole, vicine ma non comunicanti. Certo lo stare nel piccolo gruppo è confortante in questa società. È un buon modo per reagire alla crescente massificazione. Ma non si può confondere questa massificazione con la vera e necessaria comunione ecclesiale.
In questi gruppi chiusi in se stessi non dubito che si tenti di fare formazione. Ma con quali esiti? Si tratta spesso di una formazione fideistica e «comunitaria»: appena uno esce dal gruppo si perde, non riuscendo a trovarsi a proprio agio in altri spazi e ambiti ecclesiali. Mi sembra che anche con i giovani su questo si deve essere più chiari ed educarli alla chiesa popolo di Dio e assemblea che celebra. Per arrivare a questo sono indispensabili tutta una serie di mediazioni e momenti forti di esperienza ecclesiale ai quali troppo spesso non si presta attenzione da parte degli educatori.
Non parlare dei giovani, ma del presente
Monticone. L'attenzione educativa all'attuale momento giovanile mi sembra debba portare, per rimanere nell'ambito della suggestione della «valle», a percorrere fino in fondo la strada che confusamente i giovani indicano, quella dell'attenzione al presente.
Se si vuole pensare seriamente all'anno dei giovani bisogna anzitutto vedere se è possibile far parlare i giovani, non sul passato o sul futuro e neanche su stessi, ma sul presente. Dobbiamo aiutarli ad esprimersi su questo presente a cui loro cercano faticosamente di essere fedeli, pur fra tante ambiguità.
Allo stesso modo anche gli adulti, nell'anno dei giovani, non devono anzitutto parlare dei giovani, sui giovani, ma del presente e sul presente. È questa un'operazione a cui sono da richiamare le forze laiche come quelle ecclesiali. Su questo comune terreno del presente mi sembra possibile e doveroso tentare forme di «convivenza» tra giovani e adulti. Se il luogo di scambio è il presente, il metodo mi sembra quello del «fare esperienza insieme». Non parlo di forme di convivenza tra adulti e ragazzi delle elementari e scuola media, ma tra adolescenti giovani e adulti. Senza dimenticare che a volte è più complessa una esperienza di convivenza tra adolescenti e giovani!
In queste convivenze mi sembra anche possibile attuare un'altra delle opzioni emerse nella nostra conversazione, cioè di una proposta di fede che, pur nel cammino lungo la valle, sia razionale e intelligente. Ho parlato prima di valorizzazione della dimensione estetica della vita. Credo che il tema del mistero rientri in quell'ambito di valorizzazione. Ma credo che anche in questo caso rimanga irrinunciabile «l'intelligenza della fede». I giovani ne hanno il diritto.
Solo in questo modo, del resto, mi sembra si possa rimanere fedeli a due valori di ogni società: la coscienza e la libertà.
Se di qualcosa oggi ho paura è di non educare i giovani alla coscienza e alla libertà, che non si permetta loro di vivere nella libertà. Non nascondo di avere dei timori in proposito. Non sempre è chiaro se questa generazione è amante della libertà, capace di pagare in prima persona per difenderla. Ad incominciare concretamente dalle libertà civili. Comprese la loro libertà di espressione e la possibilità di spazi effettivi in cui fare ricorso alla propria coscienza.
INIZIATIVE PER UNA NUOVA CONVIVENZA TRA ADULTI E GIOVANI
Un'ultima domanda.
È possibile ipotizzare delle iniziative concrete, muovendosi nell'ambito delle piste di lavoro appena elencate?
Alcuni suggerimenti sono già emersi. Ce ne sono altri di cui la rivista può farsi portavoce presso le comunità ecclesiali?
Un «libro bianco» e «le beatitudini dei giovani»
De Rita. Che fare in concreto?
Vorrei cominciare con una osservazione sul piano del metodo. Credo anch'io che l'anno dei giovani debba essere un momento in cui come adulti ci interroghiamo e giudichiamo la cultura di cui siamo portatori ai giovani. Non vorrei invece che si trasformasse in un anno di lavoro per trovare nuove pedagogie e strategie di intervento per vendere ai giovani cose vecchie.
Suggerisco subito anche una iniziativa concreta per sollecitare tutti ad una conoscenza dei giovani più attenta, capace di offrire nuove categorie interpretative ma evitando false generalizzazioni. L'iniziativa potrebbe essere un «libro bianco» sui giovani italiani.
Riva. Non ho un suggerimento immediato da offrire. Sottolineo invece una esigenza che nasce dalla mia esperienza: solo ora, dopo nove anni, come dicevo, di lavoro pastorale come vescovo, sto imparando a parlare il linguaggio della gente. Ecco dunque un imperativo per gli adulti nella fede: apprendere a parlare con i giovani un linguaggio di sincerità ed immediatezza. Creando nuove forme di comunicazione. Mi sta bene l'accenno fatto in precedenza alla creazione di nuove forme di convivenza e lucidità. Non dunque solo un linguaggio di parole ma di esperienze concrete, per lo più centrate sulle cose della vita, sul presente come ricordava Monticone. Su quel terreno a tutti è possibile ritrovarci con facilità e parlare in modo popolare.
La sincerità non deve evidentemente essere solo formale. È sincero un linguaggio che sa di non proporre progetti prefabbricati, di non avere valori da vendere ma da scoprire anche nell'attuale avvallamento culturale a cui stiamo assistendo.
Viganò. Sottolineo anch'io il contesto, il terreno in cui deve svolgersi l'anno dei giovani: la creazione di esperienze vitali, tutt'altro che sentimentali, in cui ritrovarsi adulti e giovani.
In questo contesto credo che i credenti abbiano un compito preciso da svolgere. Lo indico con una parola oggi, per molti almeno, inusuale: proporre la «santità». Proporre qualcosa di fortemente positivo. L'anno dei giovani può essere quello della elaborazione delle «beatitudini dei giovani». Per quelli che si ritrovano in alto sui monti e per quelli che sono scesi a vivere a valle. Noi dobbiamo credere che la santità è davvero possibile in qualunque situazione sociale. Dunque anche per i giovani italiani di questi anni.
Cosa dire loro e come parlare con loro di tutto questo? Quale spiritualità siamo chiamati ad elaborare con loro?
Non si tratta di fare in proposito delle dotte elaborazioni. Ci vuole un linguaggio facile, popolare, come ricordava Mons. Riva.
Trova anche stimolante l'idea di un libro bianco sui giovani ma diretto agli adulti, a tutti quelli che si interessano dei giovani. Un libro aperto a soluzioni differenziate, che affronti i problemi chiamandoli per nome. Con tutta la ricchezza di linguaggio tecnico necessario.
Ripartire da analisi serie del mondo giovanile
Milanesi. Sarebbe interessante, proseguendo queste riflessioni, offrire alla chiesa italiana qualche linea sistematica di «metodo per osservare i giovani». Lo dico perché spesso ci troviamo di fronte ad analisi del mondo giovanile fatte dalle forze ecclesiali in termini poveri e incompleti. Si pensi, per fare un esempio, alla tendenza diffusa a limitarsi ad analisi sovrastrutturali centrate sui bisogni e sulle attese dei giovani, sulla loro soggettività, dimenticandosi della variabile che è la società in cui i giovani vivono, sul piano quindi strutturale.
Credo sarebbe un buon passo in avanti avviare analisi del mondo giovanile più equilibrate come stimolo e punto di partenza per una buona proposta pastorale. Se la catechesi è tanto astorica e passa sopra le realtà sociali, è anche perché mancano serie analisi di partenza e criteri adeguati di lavoro in questo campo.
A livello più operativo offro questi veloci suggerimenti. Anzitutto chiedo alla rivista di farsi carico del problema coinvolgendo le forze più diverse in un lavoro di riflessione e di elaborazione delle proposte. Facendo attenzione tuttavia a seguire la strada dell'autonomia e non del facile intruppamento.
In secondo luogo mi sembra utile tentare delle iniziative comuni a livello di centri culturali, come quelli delle riveste che in campo ecclesiale si interessano del mondo giovanile, e delle associazioni che hanno una grossa esperienza di tipo educativo come l'Azione Cattolica o gli Scout, per fare due esempi.
Infine non si deve dimenticare che non si tratta di discutere soltanto ma anche di agire. Molti giovani vivono male, soffrono di un profondo malessere. La chiesa non può stare a guardare... Come accennavo in precedenza, l'anno dei giovani deve diventare l'anno del ripensamento delle nostre opere e attività pastorali per riqualificarle, magari con forti sacrifici da parte di tutti, per creare spazi di accoglienza ed educazione anche dei giovani in difficoltà o devianti. Anche in questo occorre il contributo della rivista, facendo conoscere esperienze e iniziative profetiche.
Creare spazi di confronto tra adulti e giovani
De Rita. Un anno dei giovani non deve ovviamente ridursi ad un libro sui giovani. Suggerisco altre piste di lavoro.
La prima: trovare spazi e modalità espressive adeguate perché gli adulti si sentano provocati a interrogarsi sul «peso della memoria»: cosa gli adulti si portano dentro e intendono comunicare alle nuove generazioni?
Quasi delle confessioni pubbliche e ad alta voce da parte degli adulti.
In secondo luogo insisto anch'io sulla creazione di occasioni in cui giovani e adulti possano incontrarsi. Non un incontro tra adulti e bambini ma tra adulti e giovani e tra gli stessi giovani e gli adolescenti.
Mi sembra anche utile creare delle «scenografie» con feste, esposizioni di materiali, momenti di dibattito tra giovani e adulti sul tema: «i giovani una domanda di senso». Evitando di farne dei luoghi di vendita di risposte a buon mercato. Forse lo slogan di questi incontri dovrebbe essere il ritornello della famosa canzone di Bob Dylan: «Risposta non c'è o forse chi lo sa, caduta nel vento sarà». Una buona occasione per concretizzare quello che si è detto sopra a proposito di cultura della valle e a proposito di «beatitudini dei giovani».
Incontri di questo genere tra adulti e giovani vanno moltiplicati. Per facilitarli è importante delineare con precisione alcuni temi di discussione tra adulti e giovani, come ad esempio, lo studio ieri-oggi, l'amore ieri-oggi... Credo che se non si corre questo rischio del confronto, anche in ambito ecclesiale, l'anno dei giovani si ridurrà davvero soltanto ad un libro o qualche libro in più sul mercato.
Quanto all'organizzazione di queste iniziative condivido l'istanza di Milanesi sull'autonomia delle iniziative. Se di organizzazione si deve parlare si parli di «organizzazione della cultura». Su questo terreno anche i cristiani devono compiere un grande sforzo moltiplicando e coordinando le iniziative.
Tavazza. C'è un'altra cosa da fare. Penso soprattutto agli educatori. Prendere contatto di persona con i problemi dei giovani. Non solo dei giovani della propria città o zona, a dei giovani italiani del Nord e del Sud. Come dimenticare che in certe zone del Sud la situazione, per la scarsità dei posti di lavoro, per la presenza del principio «basta che tu mi faccia una cortesia...», sta diventando ogni giorno più esplosiva? Ecco, un anno dei giovani deve sollecitare a decentrarsi, ad assumere nuove informazioni e nuovi punto di vista sui giovani, la società, la chiesa.

