Riconoscere la crisi e affrontare il rischio del momento presente
Linda Pocher
(NPG 2021-05-4)
«Dai diamanti non nasce niente,
dal letame nascono i fiori»
(Fabrizio de Andrè)
Una crisi globale
La pandemia globale del Covid-19 ha messo il mondo intero in ginocchio. È la prima volta, nella storia dell’umanità, che un fenomeno di questo tipo si realizza in modo così diffuso e pervasivo. Si tratta, inoltre, di un evento catastrofico che non sembra ancora voler terminare e di cui fatichiamo a calcolare le conseguenze, non soltanto dal punto di vista economico, ma anche dal punto di vista psicologico, sociale, spirituale.
La domanda urgente, alla quale ognuno vorrebbe poter rispondere, è la seguente: si tratta di un evento eccezionale, estremamente doloroso, ma destinato a passare, oppure di uno degli effetti collaterali della società globale che noi stessi abbiamo costruito e con i quali saremo costretti ad imparare a convivere, nostro malgrado?
Viviamo, dunque, un tempo liminale, di passaggio, tra un passato conosciuto, familiare, un futuro ancora ignoto ed un presente che ci spaventa, perché destruttura le nostre certezze. Che cosa ci aspetta? Domani, potremo sprofondare definitivamente nel baratro, oppure inaugurare un mondo nuovo, più umano, più rispettoso della creazione, più solidale (Cf. C. GIACCARDI – M. MAGATTI, Nella fine l’inizio. In che mondo vivremo, Il Mulino, Bologna 2020).
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La parola CRISI, deriva dal calco latino del termine greco krisis, nome d’azione del verbo krino, che significa «giudico». La crisi, insomma, è anticamente il momento del giudizio, ovvero della decisione, della scelta. Soltanto in epoca moderna, il termine entra nel linguaggio medico ad indicare il «momento culminante di una malattia», ovvero il momento in cui il malato si trova al confine tra la vita e la morte. Il superamento della crisi «decide» della guarigione e della vita del paziente. O viceversa della sua morte.
Una crisi annunciata
La pandemia del Covid-19, in realtà, non è affatto il primo evento traumatico globale della nostra era. Si tratta piuttosto del colpo di grazia inferto alla società del benessere, che di scosse molti potenti, negli ultimi vent’anni, ne aveva subite già altre, riuscendo però, ogni volta, a recuperare una specie di equilibrio precario che le ha permesso di continuare a procrastinare un doveroso esame di coscienza.
L’attuale pandemia, infatti, arriva a scombinare il nostro quieto vivere dopo altri due grandi eventi traumatici globali, che hanno segnato l’inizio del ventunesimo secolo: l’attentato dell’11 settembre alle Torri Gemelle di New York; il collasso finanziario globale del 2008.
Dopo alcuni decenni di pace, in seguito alla fine della guerra fredda, l’11 settembre ha messo in dubbio la capacità dell’occidente di difendere i propri confini e i propri cittadini. E l’ombra del terrorismo si è proiettata nuovamente sulle nostre città. La crisi economica, poi, colpendo famiglie, istituzioni, nazioni, nei cinque continenti, ha messo in luce la fragilità di un sistema economico certamente molto complesso ed evoluto, ma per nulla equo, tanto meno solidale.
La pandemia, insomma, ha fatto cadere le pezze, precarie, che avevamo applicato a quelle realtà difficili da affrontare e che però, già da prima, appartenevano alla nostra vita quotidiana: la povertà, la paura del diverso, la violenza, l’emergenza educativa, la solitudine, la disuguaglianza e l’ingiustizia sociale.
La crisi ecclesiale
Alla crisi sanitaria, economica e sociale, si aggiunge una crisi ecclesiale globale, anche questa senza precedenti nell’ultimo secolo. Intorno al progetto di riforma della Chiesa presentato e portato avanti da Papa Francesco, infatti, si sono create reti di appoggio e di contrasto, che oltrepassano il confine delle nazioni e dei continenti. Il confronto tra le parti in causa si svolge spesso in tono agguerrito. Senza risparmiare colpi bassi, da entrambe le parti. Sembra che, dopo la riforma protestante, la Chiesa non sia stata mai così vicina alla possibilità di uno scisma.
D’altra parte, l’elaborazione di un progetto di riforma, presuppone il riconoscimento di una crisi. Se tutto andasse bene così com’è, infatti, non ci sarebbe motivo per mettere mano ad una riforma. Una buona riforma, però, si distingue per il coraggio con cui va a toccare i punti dolenti, facendo esplodere le crisi latenti. Ed infatti sono almeno cinquant’anni che gli studiosi di fenomeni religiosi tendono a concordare nel riconoscere il XX secolo come il secolo della grande «crisi della cristianità occidentale».
Soprattutto in Europa, il processo di progressivo svuotamento delle chiese continua, unito ad una crescente disaffezione nei confronti della tradizione e della pratica cristiana che, nei venti secoli passati, aveva gradualmente plasmato l’identità e la cultura europea. Ciò che è cambiato, in particolare, è il modo di concepire il rapporto tra l’essere umano e Dio. Da un lato, infatti, si diffonde una specie di ateismo pratico, in campo etico, giuridico e scientifico; dall’altro si tende a relegare il fenomeno religioso all’ambito della vita privata del singolo individuo.
Questa situazione provoca nei credenti un duplice riflesso negativo: un atteggiamento rinunciatario nei confronti della religione oppure la propensione a formarsi una religione a propria misura, sganciata dalla dottrina ufficiale e dalla appartenenza ad una comunità. (Cf. F. SANCHEZ LEYVA Credere e non credere a confronto. Per un’“apologetica originale”, LAS, Roma 2018).
Un incredibile bisogno di credere
Eppure il bisogno di credere non abbandona il cuore dell’essere umano. La psicanalista francese Julia Kristeva, con un intrigante gioco di parole, ha definito questo fenomeno l’«incredibile bisogno di credere». L’essere umano, in altre parole, è strutturalmente un essere di fiducia, in quanto l’atto di affidarsi costituisce una necessità antropologica, prereligiosa e prepolitica, che esprime il carattere sempre eccedente della ricerca umana di senso e che si fa più forte proprio nei momenti di crisi.
Questo bisogno di credere, tuttavia, che sopravvive sorprendentemente all’erosione del secolarismo, può trasformarsi sia nel filo invisibile che connette l’essere umano alla sorgente della vita, sia in un nodo di strangolamento che ne soffoca la libertà e ne impedisce la creatività. Il bisogno di credere, perciò, si configura come una realtà che non può né deve essere né idealizzata, né strumentalizzata, né ignorata.
Richiede piuttosto, da parte degli operatori pastorali, un accompagnamento sapiente, un discernimento prudente e una capacità mistagogica provata. L’esperienza della fede, infatti, è una esperienza complessa, che tocca i punti più sensibili della storia e delle relazioni degli esseri umani e richiede per questo di essere maneggiata con cautela.
Per l’uomo contemporaneo, dunque, la fede non è affatto un tema obsoleto. Si tratta piuttosto di una domanda, che assume valore nella misura in cui la persona trova in essa un modo per scoprire come continuare o ricominciare, di fronte alle contraddizioni e alle sofferenze del momento presente, a dare fiducia alla vita, agli altri e a Dio. (Cf. M. EPIS, Il senso di Dio. Scenari contemporanei e sfide per la fede, Glossa, Milano 2019).
Affrontare il rischio della crisi
In una conferenza tenuta nel 1991 a Mirmande in Francia, la scrittrice Christiane Singer rifletteva con i suoi ascoltatori sulla necessità di affrontare il rischio delle crisi. La crisi, infatti, sia nella vita di un individuo, come nella storia di una civiltà, è un evento traumatico, che però viene ad evitare il peggio, ovvero la possibilità di vivere tutta la vita in modo superficiale, senza essersi mai fermati a domandarsi il senso, la direzione della propria esistenza.
La società dei consumi sembra fatta apposta per sviare le persone da questa domanda. Tutta l’ambizione della maggior parte dei nostri contemporanei, infatti, viene spesso indirizzata alla ricerca di una vita sicura, senza rischi. La crisi, invece, colpendoci alle spalle in modo inaspettato, come una testa d’ariete può sfondare le porte delle fortezze in cui ci siamo rinchiusi, con tutto quello che crediamo di essere e che forse non siamo.
Le crisi, dunque, nella nostra società, prendono il posto di ciò che nelle società antiche erano le iniziazioni: ritualizzazioni di un passaggio attraverso la morte, che apre l’ingresso ad una vita nuova, ad uno strato più profondo dell’esistenza. L’iniziazione, così come la crisi, mette l’essere umano in contatto con i propri reali punti di debolezza e di forza, lo distoglie dall’idealizazione di sé stesso e gli permette di sperimentare tanto la solitudine, quanto la solidarietà dei fratelli e delle sorelle. La crisi è il momento favorevole, nel quale l’essere umano può realizzare in piena autenticità l’incontro personale con il mistero vivo di Dio.
Anche prima del Coronavirus – e anche dopo il suo passaggio – ogni essere umano attraversa nel corso della sua vita momenti di crisi che determinano in modo fondamentale il suo modo stare al mondo, il suo modo di relazionarsi con Dio e con altri e il suo futuro: l’esperienza dell’amore passionale, l’eros, che afferra il cuore con la sua forza irresistibile; l’esperienza della malattia; il lutto; la nascita di un figlio; un fallimento professionale e, infine, la morte (Cf. C. SINGER, Del buon uso delle crisi, Servitium, Milano 2011).
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Il termine RISCHIO deriva dal latino medioevale resclare, forma iterativa del verbo resecare, che significa letteralmente tagliare. L’espressione veniva utilizzata nella stipulazione di contratti, per riferirsi ai pericoli incombenti sulle due parti, in conseguenza di tagli o decisioni arbitrarie e imprecise. Il rischio, in altre parole, indica la perdita a cui si va incontro in conseguenza di una scelta. Più la scelta è arbitraria e imprecisa, più è grande il rischio, ovvero la possibilità di essere danneggiati. Il rischio, però, può anche essere calcolato e scelto consapevolmente, in vista di un guadagno maggiore.
La speranza dono del Risorto
La crisi, però, non apre un passaggio in modo automatico. Pone piuttosto l’essere umano di fronte alla scelta: rischiare il passaggio, o rassegnarsi alla morte? Accettare o rifiutare il rischio per superare la crisi è, infatti, cosa della nostra libertà. Rischiare significa aprire un nuovo spazio di possibilità. Nuovo perché prima non c’era, anche se nasce dal sacrificio di qualcosa che ci apparteneva e che ora non ci serve più (Cf. A. DEFOURMANTELLE, Elogio del rischio, Vita e Pensiero, Milano 2020).
Solo una speranza certa può sostenere il prezzo del rischio. Sperare, infatti, in una situazione di crisi, significa credere che il processo inaugurato dalla crisi avrà un lieto fine. È la speranza che permette alla persona di sostenere il peso delle perdite a cui il rischio espone: perdita di sicurezza, di stabilità, solitudine; consapevolezza di non poter tornare indietro.
La speranza nella vittoria definitiva del Cristo sulla morte è il cuore del kerigma pasquale. Nella luce della resurrezione di Gesù, infatti, possiamo credere con certezza che ogni morte è preludio di una vita più grande! Per questo il Maestro ammonisce i discepoli a mettersi in gioco, a trafficare i propri talenti, a rischiare la propria vita senza temere di perderla, poiché proprio chi vuol conservare la propria vita la perderà, mentre chi rischia la propria vita per il Regno, vedrà aprirsi innanzi a sé lo spazio nuovo della vita eterna.
La celebrazione di questa fede e di questa speranza raggiungeva i cristiani delle origini al culmine del cammino di catecumenato. Assuntosi il rischio di rinunciare a tutto per seguire il Cristo, il catecumeno, nella notte di Pasqua, veniva immerso ritualmente nella morte del Maestro, per risorgere a vita nuova con Lui. Il passaggio attraverso l’acqua, rappresentava allo stesso tempo la morte e la vita. Come al momento della nascita, quando il piccolo umano viene salvato dalle acque, attraverso un avvenimento – il parto – che rasenta sempre il rischio della morte, tanto per la madre quanto per il bambino, per dare inizio ad una vita nuova.
Dalla morte alla vita
La Prima lettera di Pietro (3,20-22) invita i credenti a rileggere il racconto dell’arca che salva Noè dalle acque della distruzione, come prefigurazione del battesimo cristiano. Il battesimo, infatti, ci salva, non tanto perché lava via la sporcizia dei peccati, ma perché ci permette di vivere il passaggio da una vita minacciata dalla morte – che è la conseguenza della rottura dell’alleanza con Dio, ovvero il peccato – ad una vita nuova, nella comunione con il Signore Risorto, che donandoci il suo Spirito ci rende capaci di amare come ama Lui.
Il racconto biblico del diluvio attinge ad una tradizione mitologica molto diffusa nell’Antico Vicino Oriente, soprattutto tra i popoli appartenenti alla cosiddetta mezzaluna fertile, ovvero la zona di terra compresa tra i Tigri e l’Eufrate. Essi, infatti, a causa del clima e delle caratteristiche idrogeologiche di quella terra, avevano una certa esperienza di alluvioni violente e distruttive, che facilmente potevano essere attribuite al capriccio di divinità irascibili, oppure interpretate come punizioni divine conseguenti ai peccati degli uomini.
Il libro della Genesi, viceversa, nei suoi primi 11 capitoli, intende mostrare ai lettori l’escalation di peccato e di violenza seguito alla disobbedienza dei progenitori e il sempre rinnovato impegno di Dio nel cercare di ricucire lo strappo con le sue creature. Il racconto del diluvio si trova all’apice dell’escalation ed esprime il sentire dell’essere umano che chi ha peccato merita la morte.
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La parola SPERANZA traduce il latino spes, che deriva dal verbo sperare. La speranza, insomma, più che una cosa è una azione, anzi è una virtù, ovvero una attitudine che appartiene all’essere umano in vista dell’azione e che si consolida nella misura in cui viene esercitata. La radice indoeuropea del termine – speh – significa «tendere verso». La parola «sfera», che nell’antichità indicava il regno celeste, ovvero il regno delle certezze, in contrapposizione alla provvisorietà dell’esperienza terrena, contiene la stessa radice. Sperare, dunque, significa tendere verso il cielo, ovvero verso un lieto fine sicuro.
Il progetto sempre incompiuto di Dio
La benedizione che Dio rivolge a Noè e ai suoi discendenti dopo la fine del diluvio (Gen 9,1-17) richiama quasi alla lettera la benedizione data ai progenitori al momento della creazione (Gen 1,28-30). Ciò significa che Dio non ha rinunciato, nonostante il peccato, al proprio progetto sulla creazione, anzi, ribadisce con forza che l’essere umano è creato a immagine Sua. Proprio per questo ogni uomo è chiamato a rispettare il suo fratello, di cui dovrà rendere conto.
Passata la crisi, Dio conferma l’uomo e la donna nel loro compito di sovrintendenti del creato e di procreatori insieme con Dio. Concede però una specie di deroga: in principio, l’essere umano avrebbe dovuto cibarsi soltanto di erba. Ora, invece, può cibarsi degli animali, a patto di rispettare il simbolo del sangue, ricordo perenne che la vita appartiene a Dio. Dio, in altre, parole, è consapevole di non poter realizzare il suo progetto senza la collaborazione dell’uomo e quindi, nel rinnovare l’alleanza deve concedere qualcosa, deve venire a patti con lui!
Il passaggio attraverso la crisi e il rischio del diluvio, dunque, permette a Noè e ai suoi figli di conoscere il volto misericordioso di Dio, la sua capacità di chinarsi, di scendere al livello della sua creatura, di perdonare e di rilanciare la sua alleanza, oltre il peccato e la morte.
Adamo ed Eva, all’inizio del libro della Genesi, avevano creduto al serpente, che aveva insinuato in loro l’immagine di un Dio concorrente della felicità della sua creatura. Ora, invece, Noè riconosce che Dio sta totalmente dalla sua parte, che lo coinvolge nella sua opera e che si prende cura di lui e della sua famiglia. Un Dio che è Padre e non padrone. Un Dio che non è giudice, ma amico e compagno di viaggio sulle strade, spesso tortuose, della vita.
Le radici psicologiche della speranza
Di fronte alla crisi e alla consapevolezza della propria colpevolezza, l’essere umano ha da sempre la tentazione di tirare in causa il giudizio di Dio. La Scrittura smaschera questo procedimento fallace e aiuta i credenti a rinunciare all’immagine del Dio che punisce. Si tratta però di un processo che l’umanità non può vivere una volta per tutte.
Le grandi tradizioni spirituali insegnano, e gli studi di psicologia della religione confermano, che l’essere umano non sta in attesa della rivelazione di Dio come una tabula rasa, privo di qualunque conoscenza precedente a proposito di Dio e del divino. Fin dalla primissima infanzia, il bambino forma in sé stesso immagini di Dio, che dipendono dalle sue esperienze fondamentali e dall’influenza dell’ambiente e delle tradizioni in cui è nato e cresciuto.
L’immaginazione è un potente mezzo di conoscenza che, nell’essere umano, ha la funzione di mediare tra l’esperienza e la riflessione in vista di una decisione. Nelle immagini di Dio che la persona, spesso inconsciamente, porta in sé o rifiuta, sono racchiusi i desideri più profondi e le paure più viscerali che, molto spesso, la persona stessa non ha il coraggio di ammettere neppure a sé stessa. Le immagini di Dio affondano le loro radici nella dimensione esperienziale ed affettiva dell’essere umano, proprio per questo sono molto potenti.
L’accoglienza o il rifiuto dell’incontro con il mistero del Dio vivo, che può avvenire attraverso la mediazione degli eventi della vita o delle grandi tradizioni religiose, dipende spesso dalla conformità o difformità dell’annuncio ricevuto con l’immagine di Dio che la persona ha costruito interiormente o ereditato dal proprio ambiente culturale e familiare, piuttosto che dalla comprensione di idee o informazioni riguardanti Dio, la sua identità e il suo modo di interagire con il mondo. (G. CUCCI, Religione e secolarizzazione. La fine della fede?, Cittadella, Assisi 2019).
La purificazione delle immagini di Dio
Di fronte alla crisi del momento presente, la tentazione di scaricare la colpa su Dio si è fatta sentire, anche all’interno della Chiesa. Consapevoli di questa situazione, siamo chiamati ad assumerci il rischio della scelta: rilanciare la fiducia in Dio, o dubitare di Lui? La conversione, l’abbandono definitivo dell’immagine del Dio che giudica e punisce è possibile soltanto nella speranza che scaturisce dalla resurrezione di Gesù.
In quanto cristiani siamo tutti responsabili della fatica di credere dei nostri contemporanei, nella misura in cui con il nostro atteggiamento o con le nostre parole più che manifestare nascondiamo «il genuino volto di Dio» (Gaudium et Spes 19). Vi sono infatti alcune immagini di Dio, che Enrique Càmbon definisce «comuni ma inaccettabili» per la sensibilità e la coscienza dell’uomo contemporaneo, che possono suscitare giusti dubbi nelle persone non credenti o in ricerca di fede e che possono condure i credenti stessi su strade senza uscita, come ad esempio le forme di integralismo religioso violento.
Anche la Sacra Scrittura conosce il tema delle immagini di Dio. Gli autori sacri, pur avendo vissuto molti secoli prima della nascita della psicologia della religione, si dimostrano consapevoli dell’importanza delle immagini di Dio che l’essere umano coltiva nel suo cuore e di come esse possano condizione l’apertura o la chiusura della persona nei confronti della rivelazione.
La Scrittura, inoltre, presenta la rivelazione come un lento processo di avvicinamento tra Dio e l’uomo che culmina nella vicenda di Gesù, ma che è preceduto da una lunga preparazione ed è seguito da una continua attualizzazione di quella vicenda. Lungo tutta la storia che precede e che segue l’incarnazione, morte e resurrezione di Gesù, infatti, Dio si impegna ad educare il suo popolo, aiutando gli esseri umani a riconoscere gli impedimenti che ostacolano l’alleanza d’amore con Lui. Tra questi impedimenti vi sono anche le immagini false o inaccettabili di Dio. (Cf. E. CAMBÒN, Un Dio assente che inquieta e provoca. Perché sempre più persone non riescono a credere in Dio anche quando lo vorrebbero?, Effatà, Torino 2019).
Il fondamento della speranza
Il divieto di fare immagini di Dio, così pressante nell’Antico Testamento, si può ricondurre a questa stessa consapevolezza: se Dio è il Vivente, se è persona con cui siamo chiamati ad entrare in relazione, qualunque immagine fissa, rigida di Lui è inadeguata. Il divieto di farsi una immagine di Dio costringe il popolo di Israele ad aprirsi ad una pluralità di immagini, ovvero a lasciarsi spogliare volta per volta delle immagini inadeguate di Dio per rivestirne di nuove e sempre più calzanti a ciò che Egli rivela di sé stesso all’interno della relazione con le sue creature.
Il Nuovo Testamento propone Gesù come immagine perfettamente coincidente di Dio. Si tratta, però, non di una fotografia o di una statua e neppure di una immagine letteraria, una metafora. Ma di una persona vivente, dinamica, che può essere conosciuta dagli esseri umani soltanto in quel paziente camminare insieme che è la relazione interpersonale.
La storia della rivelazione, a partire dalla creazione fino ai giorni nostri, si può interpretare anche come il lento processo, attraverso il quale Dio, rivelando sé stesso, invita gli esseri umani a purificare le immagini che si sono fatti di Lui. Sia a livello personale, che a livello culturale o sociale, il passaggio da una immagine di Dio ad un’altra non è qualcosa che si possa realizzare semplicemente con una decisione o uno sforzo di volontà. Poiché le immagini interne si formano soprattutto a partire da una esperienza, è necessaria una nuova esperienza di Dio per modificare la propria immagine di Dio.
La speranza dono escatologico
Il momento di crisi che viviamo come comunità civile ed ecclesiale, è un momento particolarmente propizio per smontare le false immagini di Dio che ci impediscono di entrare in una relazione viva con Lui, di sentire forte in noi la spinta della speranza cristiana e di abbracciare il rischio del cambiamento, della conversione, per il rinnovamento della Chiesa e della società.
In quanto dono escatologico, la speranza ci introduce, in forza della resurrezione di Cristo, fin da subito in un mondo novo. La vita eterna, per chi crede, comincia già ora su questa terra. Nel momento presente, nel quale sperimentiamo ancora la sofferenza e la morte, la fede anticipa la resurrezione, in quanto ci rende capaci di amare e di lasciarci amare come fa Gesù, già su questa terra.
Risorto con Cristo, il credente impara giorno per giorno a riconoscere nel tempo presente l’apertura dentro la quale è possibile accedere ad una relazione con la verità. Il tempo, nella luce della speranza cristiana, non è più un nemico, ma un alleato. E il futuro, ovvero la resurrezione definitiva, diventa il punto di vista a partire dal quale guardare il presente e comprenderlo meglio anche nei suoi aspetti più dolorosi e contraddittori.
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L’aggettivo ESCATOLOGICO deriva da eskaton, una parola greca che indica le cose ultime, definitive, che verranno alla fine. L’evento escatologico per definizione è la resurrezione di Gesù, nel quale il Padre conferma la sua promessa: non siamo nati per morire, ma per vivere per sempre. Come Gesù, anche noi saremo trasfigurati, innalzati alla dignità di figli di Dio, nella gioia prorompente della creazione intera, che per ora geme e soffre insieme ai credenti nell’attesa di quel giorno (Rm 8,22-23).















































