Raffaele Mantegazza
(NPG 2021-05-26)
Ciascuno cresce solo se sognato
(Danilo Dolci)
Può essere che un sogno ci cambi la vita? Da quando non pensiamo più che i sogni li mandino gli dei, abbiamo forse perso anche quella capacità di interpretarli che Freud ha saputo magistralmente delineare. Un sogno a quindici anni parla di noi, del nostro presente, delle nostre paure e del nostro passato, di come ci vediamo, di ciò che amiamo e temiamo in noi; crescere senza sognare è impossibile, crescere senza interpretare i propri sogni è vano. Sognarsi adulti è assai difficile, molto più difficile di quanto non sia progettare o programmare il futuro stesso; perché il sogno ha un carattere profetico non nel senso che prevede il futuro ma che ci manifesta tutto il nostro essere, tutte le caratteristiche che albergano già in noi e che dipenderà dalle nostre scelte e dai nostri incontri saper far crescere. Sognare il futuro significa iniziare a percorrere una strada guardandosi dentro, e solo in un secondo momento osservando i cartelli stradali (quanto sarebbe importante ricordare questa precauzione ai ragazzi di III media o di V superiore, che scelgono il loro futuro abbagliati e ipnotizzati da hollywoodiani open-day quando una luce molto più calda e viva è dentro di loro e potrebbe guidarli a una scelta consapevole).
Aiutare i ragazzi e le ragazze a sognare vuol dire cercare di trasformare in immagine, presente ma lanciata nel futuro, tutto il positivo che è dentro loro; non solo: significa anche cercare di mostrare loro i valori che riteniamo fondamentali per un uomo e una donna adulti, non imponendoli dall'esterno ma dando un nome a ciò che questi giovani e queste giovani hanno già nell’anima. “Sogna, ragazzo, sogna/Ti ho lasciato un foglio sulla scrivania/Manca solo un verso a quella poesia/puoi finirla tu” (Roberto Vecchioni, Sogna ragazzo sogna).
Nel nostro articolo risuoneranno frasi di poesie e di canzoni, narrazioni di persone che hanno scoperto dentro di sé l’umiltà, la forza e la robustezza ma non hanno lasciato isolate queste tre caratteristiche; hanno costruito a partire da esse una costellazione, che è quella dell’umano.
Umile, da “humus”, terra
Sogno numero 1
Aveva quindici anni. Era nel giardino di casa. Faceva caldo. Sentì l’odore della terra sotto i suoi piedi nudi. Affondò le dita in quell’umore, sentì risalire fino alle punte dei capelli una freschezza umida che lo faceva stare bene; un brivido lo percorse. Si chinò, prese una manciata di terra e se la portò al viso, annusandola con gli occhi chiusi. Era un richiamo, un sussurro; un ritorno in qualche posto nel quale era già stato ma al contempo non era stato mai. Capì di essere prossimo a un cambiamento, capì che quel profumo sarebbe stato parte del suo futuro. Capì di essere un figlio della terra, nato dal suo grembo, e destinato a tornare, più ricco di esperienza e di anni, nel seno di quella morbida carezza profumata.
Ricordare che proveniamo dalla terra è un esercizio di consapevolezza e di umiltà; siamo terra perché la terra è qualcosa di straordinariamente alto ed elevato ma per capirlo occorre chinarci, guardare in basso, modificare la direzione del nostro sguardo. Essere umili non significa essere inutili, ma al contrario mettersi a disposizione di ciò che sta in basso, sapendo che il posto più basso potrebbe essere il nostro. “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te” (Lc 14,8).
Scoprire la propria umiltà significa riconoscere la propria creaturalità, sapere che il nostro percorso nel mondo non è una marcia trionfale (e tronfia) ma un camminare insieme ad altri su una terra che può essere aspra e dura, ma può anche regalarci uno straordinario senso di freschezza. È la terra calcata dai profughi, violata dagli eserciti, la terra che tanti migranti portano con sé in un piccolo sacchetto cucito ai vestiti nei viaggi della disperazione.
L’educazione competitiva che sottopone oggi i ragazzi e le ragazze a pressioni inaudite sembra non volerne sapere di umiltà, scambia anzi ogni gesto di umiltà per insostenibile debolezza, passo indietro nella corsa al potere; occorre essere arroganti, presuntuosi, supponenti perché è così che ci vuole il mercato. E forse in questo, ironicamente e paradossalmente, non ha torto perché è proprio la rinuncia al potere, almeno a quello acquisito a danno di altri, a costituire il gesto più nobile di chi si scopre vicino alla terra, un gesto che svela la vanità del potere e della corsa al successo. “Digli pure che il potere io l’ho scagliato dalle mani” (Fabrizio de Andrè, Verranno a chiederti del nostro amore).
Umiltà è invece collaborazione e prima di tutto capacità di vedere e di cogliere il dolore dell’altro. Abbassandoci verso la terra scopriamo la vita che pullula intorno a noi e sotto di noi, ma incontriamo anche coloro che a terra sono caduti e chiedono le nostre braccia per potersi rialzare. “Non c'è in un'intera vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi” (Luigi Pintor).
Chi conosce la terra non sottovaluta i propri talenti ma li mette a disposizione della terra stessa e di ciò che vi cresce. In una società che vuole gustare le fragole a dicembre e le noci ad agosto sembra impossibile che sia la natura a dettarci i ritmi; in un mondo nel quale un animale diurno come l’uomo è costretto a lavorare di notte e dormire di giorno sembra folle pensare che sia il firmamento a definire cosa è umano e cosa no. Ma è proprio questo orizzonte creaturale che raggiunge chi è umile, perché chiede alla terra le regole per il vivere quotidiano, e scopre nella terra (adamah, da cui Adam, Adamo) la potenza di tutte le vite che le abitano e il senso della propria e altrui presenza nel mondo; sulla Terra, appunto.
E il contatto con la terra deve essere libero da filtri e da mediazioni. “Togliti i sandali: spogliati i piedi, devono essere nudi. È così la premessa dell’ascolto, aderenza al terreno, alla buccia, senza la distanza indurita del cuoio. Scalza è la condizione dell’ascolto (Erri de Luca, Mestieri all’aria aperta); sentire la terra sotto i piedi, “esser giusti su un metro di terra, sentire che il corpo è in perfetto equilibrio” (Giorgio Gaber, L’impotenza) è la base esistenziale ed esperienziale per recuperare il senso dell’umiltà.
È l'umiltà che ci permette di comunicare con le sofferenze e i disagi altrui. Credersi al sicuro dal dolore, pensarsi su un punto più alto degli altri non ci permette di capire veramente né la vita altrui né tantomeno la nostra “Or tu chi se', che vuo' sedere a scranna,/per giudicar di lungi mille miglia/con la veduta corta d'una spanna (Dante, Paradiso, XIX, 80-81). L'umiltà ci permette di ricostruire la nostra autobiografia, senza ovviamente ignorare i momenti di gioia e anche le vittorie, ma rileggendole alla luce dei momenti di difficoltà e soprattutto di una vita normale; dove normale non vuol dire banale, perché banale e il male, ma significa una vita modulata sul nostro essere terreni.
Forte, da “fermo”
Sogno numero 2
Lui aveva diciassette anni, lei quindici, e si stavano abbracciando da qualche minuto. Il muro di fronte era chiazzato di muschio, faceva un po’ freddo ma il loro abbraccio li scaldava. Erano immobili eppure stavano vagando per l’Universo, la loro saldezza in quel luogo e il quel tempo permetteva alle loro menti di incontrarsi altrove. Erano qualcosa di stabile in mezzo al permutare delle cose, mutanti anche loro ma stretti nella saldezza che ognuno regalava all’altro. Fermi nel futuro, come frecce che stanno dentro se stesse pur non smettendo mai di viaggiare.
Fin quando si confonderanno la forza e la violenza sarà difficile intendere la prima come caratteristica realmente umana, come segno di quella fortezza biblica che è tipica dell'uomo e della donna che non si tirano indietro di fronte alla difficoltà, ma le affrontano con coraggio. Essere forti vuol dire stare fermi, non nel senso dell'immobilità arrogante nelle proprie convinzioni, ma di un radicamento che permette anche di spostarsi, mantenendo però solidi alcuni valori, alcuni punti di riferimento e di principio. Solo chi è realmente convinto dei propri principi può metterli in discussione, perché questa convinzione l’ha tratta da un continuo e rinnovato dialogo con se stesso.
I ragazzi e le ragazze per fortuna oggi incontrano tante opinioni, tanti mondi, attraversano modi diversi di raccontare la vita, la nascita, il dolore, la gioia, la morte. Sono immersi in una società che li mantiene mobili, ma spesso questa mobilità è un trascorrere da un pensiero all'altro, da una rappresentazione all'altra, perché manca il tempo di fare propri alcuni di questi spunti. Essere forti significa avere la capacità di fermarsi, di rimanere fermi per un po' di tempo a riflettere a far crescere dentro di sé ciò che si ha assimilato. La forza non ha nulla a che fare con il turgore dei muscoli ma piuttosto c’entra con la profondità temporale della mente. Questo è proprio ciò che non viene concesso ai cittadini del XXI secolo: lo stare fermo, il riflettere, il pensare. “Pensa prima di sparare/Pensa prima di dire e di giudicare/prova a pensare/Pensa che puoi decidere tu/resta un attimo soltanto, un attimo di più/con la testa tra le mani” (Fabrizio Moro, Pensa). Il pensiero richiede tempo, le opinioni richiedono la forza di soffermarsi; ogni prodotto culturale, ogni opera d'arte non parla allo sguardo superficiale, ma all’approfondita domanda che ci si pone continuamente di fronte ad essa. Occorre molta forza per rimanere; di uno sguardo che vaga sulla superficie delle cose senza mai avere il coraggio di entrare nella loro profondità sono capaci tutti coloro che veleggiano sulla rete fatta di banalità e di frasi ripetute.
Per poter essere forti occorre l’aiuto degli altri: saper chiedere aiuto è forse l’esempio più intelligente di forza, perché fa notare come la forza sia sempre una caratteristica sociale; vergognarsi di avere bisogno dell'aiuto degli altri significa vergognarsi del proprio essere umani. L'evoluzione della specie è accaduta perché ci siamo messi insieme, abbiamo capito che i nostri limiti potevano essere completati attraverso l'incontro con l'altro.
Forte è dunque l’abbraccio, forte è lasciarsi andare nelle braccia dell’altro e al contempo saperlo contenere. Se l'uomo nasce nudo forse il primo gesto che può ottenere da un altro essere umano è proprio questo abbraccio primario: in questo modo l'altro è il mio baluardo, l'altro è la mia forza, all'altro espongo con coraggio la mia fragilità e al contempo accolgo la sua. La violenza allora è la negazione del vero e profondo senso della forza, la violenza è debolezza non elaborata, mancata accettazione della propria fragilità, assurdo rifiuto della possibilità di perdere se stessi sempre insita nelle nostre vite che porta invece a distruggere quella degli altri e delle altre. Da questo punto di vista i violenti sono deboli, i forti sono fragili ma sono insieme e come collettività, come comunità sanno fare della propria fragilità in punto di equilibrio sulla terra.
Robusto, da “robur”, quercia
Sogno numero 3
Aveva diciassette anni, era nel parco davanti alla scuola, stava pensando se fermarsi qualche momento prima di tornare a casa. Poi vide la quercia; era davanti a lei, come tutti i giorni, ma era come se la vedesse per la prima volta. Si avvicinò, appoggiò il palmo della mano al fusto dell’albero interrompendo una processione di formiche. La sensazione che provò fu strana; sentiva la forza immensa della pianta ma anche la sua fragilità, sentiva di poterne sbriciolare una parte della corteccia ma anche di non avere alcuna possibilità di nuocerle veramente. Si sentì fiera, decisa, capace di agire, di scegliere, di pensare. Si sentì radicata come non si era mai sentita e al tempo stesso slanciata verso il futuro.
“E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini”. I tre sostantivi scelti da Luca sintetizzano efficacemente la crescita di un ragazzino ebreo di duemila anni fa sotto gli occhi amorevoli dei suoi genitori. Tre parole non scelte a caso. Sophia significa sapienza (da sophos, termine che ha il prefisso sof che indica il chiaroveggente, colui che sa), e ha nella tradizione biblica una importanza fondamentale come radice di uno degli atteggiamenti del popolo di Israele verso Dio e il mondo; elikia indica invece l’età, la dimensione fisica, ma anche l’inserimento in un percorso si crescita, l’adeguarsi a un modello di uomo e di donna; infine charis indica bellezza, leggiadria, incanto (dal tema di “gioire”, una bellezza che stupisce e dà felicità). Gesù sta crescendo, sta diventando un bel ragazzino intelligente e curioso.
Forse la robustezza è la sintesi di umiltà e forza. All'elasticità e alla coscienza di sé della prima abbina il coraggio della seconda. Sa essere veramente robusto non chi cura semplicemente i propri addominali ma chi parte dalla propria creaturalità per trovare un posto nel mondo: fermo nei propri principi ma sempre aperto alla loro rivedibilità a partire dalle esperienze quotidiane che la terra ci propone. In questo anche la cura del corpo ha un posto essenziale, ma robusto è che conosce il proprio corpo, chi se ne prende cura; robusto è il ragazzino che impara a rifarsi il letto e a tenersi pulito, più che il suo coetaneo che passa le ore in palestra per rincorrere un modello di bellezza imposto dall’esterno.
“Rimanetemi fedeli alla terra” (Friedrich Nietzsche): la fedeltà alla terra costituisce il passaggio dalla consapevolezza della nostra precarietà alla possibilità di vivere sulla Terra come protagonisti di una storia di amore e di redenzione. La terra ci dà le regole: Non vivere su questa terra/come un estraneo/e come un vagabondo nella natura./Vivi in questo mondo/come nella casa di tuo padre” (Nazim Hikmet, Lettera al figlio Mehmet).
Siamo soliti pensare che le regole siano del tutto inventate dagli uomini; non è vero neppure per le norme giuridiche, perché tra di esse quelle più utili ed efficaci sono quelle che assecondano il desiderio di vita felice che è proprio di ogni essere umano. La differenza tra un aratro e un organismo geneticamente modificato è che il primo si piega alle regole della terra, il secondo le viola; il primo permette lo svolgimento di un processo di crescita il cui segreto gli permane largamente estraneo, il secondo pretende di dettarlo. Il “mostro” non è, come si pensava in altri tempi, il prodotto della natura distratta ma il frutto della hybris dell’uomo scatenato con la sua tecnica senza rispetto per la disciplina del Creato. Robusto non è chi impone se stesso agli altri ma chi sa leggere le regole e le norme implicite nella terra che gli è prossima: “La disciplina della terra/Sono i padri e i figli/I cani che guidano le pecore/Tutti quei nomi dimenticati/Sotto la mano sinistra del suonatore” (Ivano Fossati, La disciplina della terra).
Nei suoi splendidi libri Stefano Mancuso ci ha mostrato la collaborazione tra gli alberi; piante che cedono il loro nutrimento ad altre sorelle, alberi morti che ancora sono di utilità ai loro fratelli che svettano; e ci ha anche giustamente rimproverato di non saper capire la disciplina delle piante, accostandole in modo innaturale solo per il nostro piacere estetico. Viviamo in un Universo regolato da norme che per fortuna non abbiamo imposto, e alle quali possiamo sottometterci, aiutando la vita a crescere, diffondendo il senso della bellezza e della cura, chiedendo alla natura la chiave non per dominarla, come scrisse Bacone, ma per essere accolti nel suo grembo. La bellezza della robustezza sta invece nell’assecondare i processi di crescita, nell’essere fedeli alla terra nei suoi riti, nei suoi ritmi e nelle sue narrazioni.
E così dunque possiamo pensare che i ragazzi e le ragazze crescano con queste qualità. Ma poi che mondo adulto si troveranno di fronte? Perché educare a principi e valori che non trovano mai una realizzazione in un modello di convivenza umana e sociale rischia di essere frustrante. I ragazzi e le ragazze ci hanno mostrato in questo ultimo anno di pandemia quanto siano maturi e rispettosi delle regole, di se stessi e degli altri. In cambio hanno ricevuto ben poco; le ferite che il Covid ha procurato ai nostri giovani sono profonde, gli adulti avrebbero potuto cercare di lenirle o perlomeno di non spargervi sopra il sale.
La società adulta non è stata umile, non è stata forte, non è stata robusta, o perlomeno non lo è stata la sua autorappresentazione mediatica che spesso è molto abile a spacciarsi per realtà. L’arroganza e la presunzione della comunicazione, anche scientifica, la mancanza di punti di riferimento saldi che sapessero aiutare a resistere nell’incertezza piuttosto che diffondere banali verità smentite il giorno successivo, la vergognosa sottovalutazione della sofferenza dei bambini e dei ragazzi: tutto questo e anche altro ha costituito la risposta a un momento di crisi mai provato prima.
L'educazione non è mai un fine a se stessa, non è nemmeno un semplice strumento, è un organismo, è un ambiente, ma ha sempre a che fare con un modello di società. Pensare a un’educazione che valorizzi la precarietà e la fragilità dell'essere umano, che cerchi la forza nella sua debolezza, significa mettersi inevitabilmente in contrasto con i principi e i valori dell'egoismo eretto a sistema, della competitività senza regole, della legge del più forte o del più furbo che da anni caratterizzano moltissimi rapporti tra adulti e purtroppo anche quelli tra l’adulto l’adolescente o il bambino. Partire dalla possibilità reale e concreta di un cambiamento sociale rende non ipocrita la richiesta di miglioramento e di crescita che rivolgiamo quotidianamente ai nostri figli. Finché certe regole e certi valori saranno validi solamente nel campo educativo, finché si crederà che il “mondo là fuori” sia una specie di giungla nel quale non valgono nulla “tutti i bei discorsi” fatti in campo pedagogico, allora l’educazione e la pedagogia saranno inutili. Oggi come ieri la forza dei deboli, il coraggio degli umili è in contrasto e in contrapposizione con la prepotenza dei violenti.
E allora come sempre occorre chiederci: noi adulti siamo umili nel senso di rimanere fedeli alla nostra precarietà, creaturalità, fragilità? Siamo forti nel senso di avere il coraggio di affrontare il mondo con il suo sempre cangiante aspetto senza mai farci venire meno il coraggio? Siamo robusti nel senso di condividere il nostro spiazzamento con gli altri, di cercare e offrire aiuto?
Spesso ci si domanda come “educare ai valori”. Ma se intanto provassimo a incarnarli, quei valori? Se provassimo a viverli? Se imparassimo ancora a sognare?
Sogno numero quattro
Era l’ultimo giorno della sua vita; lo sapeva, anche se nel sogno nessuno gliel’aveva detto, se non c’erano segni esteriori, non c’erano medici o ospedali, non era in guerra, non stava per avere un incidente d’auto. Solo, era cosciente di essere arrivato alla fine, con naturalezza, senza tragedie. Pensò al passato, ai tanti snodi della sua esistenza, alle scelte, agli errori, ai rimpianti. Era stata una vita intensa, ogni secondo era valso la pena. Era stata una vita passata ad annusare la terra, a sentirsi in equilibrio nell’attimo vissuto, a cercare gli altri. Aveva coltivato piante, aveva accarezzato cani per strada, aveva cresciuto dei figli. Lontano dall’idea di perfezione, lontano da ogni arroganza. Umile, forse. Forte, almeno ogni tanto. Robusto, per quel che poteva. E sempre con la voglia di divertirsi. Nel sogno socchiudeva gli occhi. Respirava la sua ultima sorsata di vita. “Poi nel buio, benché nessuno lo vedesse, sorrise.” (Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari)















































