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    Fenomenologia della sequela evangelica

    L'esperienza vissuta dei primi discepoli



    Introduzione
    L'irruzione dell'inaspettato

    Nei racconti evangelici della chiamata, emerge sempre un elemento di irruzione improvvisa che spezza la continuità dell'esistenza ordinaria. Simone e Andrea gettano le reti da una barca, Giacomo e Giovanni riparano le reti con il padre Zebedeo, Matteo siede al banco delle imposte: ciascuno è immerso nella propria routine quotidiana quando la voce di Gesù irrompe con un "Seguimi" che cambia tutto.
    Fenomenologicamente, questo "Seguimi" non è mai una proposta tra le altre, ma un evento che rivela improvvisamente una possibilità esistenziale mai immaginata prima. È l'irruzione del sacro nell'ordinario, del definitivo nel provvisorio, dell'eterno nel tempo.

    La struttura fenomenologica della chiamata evangelica

    L'immediatezza della risposta: "Subito lasciarono..."
    Un tratto costante nei racconti di vocazione è l'immediatezza della risposta. "Subito lasciarono le reti e lo seguirono" (Mt 4,20). Questa immediatezza non va interpretata come impulsività irrazionale, ma come riconoscimento istantaneo di un'evidenza che si impone alla coscienza.
    Dal punto di vista fenomenologico, esistono momenti in cui la verità si manifesta con tale chiarezza da non richiedere lunghe deliberazioni. I primi discepoli sperimentano in Gesù quella che potremmo chiamare un'"evidenza originaria": non sanno ancora chi sia questo uomo, ma riconoscono immediatamente in lui un'autorità che trascende l'ordinario.
    Levi-Matteo, al banco delle imposte, sperimenta questa stessa evidenza: lo sguardo di Gesù non è condanna del peccatore, ma riconoscimento della persona oltre il ruolo sociale. In quello sguardo, Matteo intuisce la possibilità di essere qualcun altro, di vivere diversamente.

    La logica del "lasciare per seguire"
    La sequela evangelica ha sempre una struttura di abbandono e acquisizione: si lascia qualcosa per guadagnare qualcos'altro. Ma fenomenologicamente, questo "lasciare" non è perdita, bensì liberazione. I pescatori lasciano le reti non perché le reti siano cattive, ma perché hanno intravisto una pesca più grande: "d'ora in poi sarete pescatori di uomini" (Lc 5,10).
    Il giovane ricco (Mt 19,16-22) rappresenta il caso opposto: chiamato a lasciare le ricchezze, "se ne andò triste". La sua tristezza rivela fenomenologicamente cosa accade quando si percepisce la grandezza della chiamata ma non si riesce a operare il distacco necessario. Non è condannato da Gesù, ma dalla propria incapacità di abbandonarsi.

    L'esperienza del camminare con Gesù

    La vita itinerante come forma esistenziale
    I Vangeli descrivono costantemente Gesù e i discepoli "in cammino". Questo non è solo dato geografico, ma struttura esistenziale della sequela. Chi segue Gesù entra in una forma di vita caratterizzata dal movimento, dall'apertura, dalla disponibilità al nuovo.
    Durante il cammino verso Gerusalemme (Lc 9,51-19,44), i discepoli vivono un'esperienza pedagogica continua. Ogni villaggio, ogni incontro, ogni parabola diventa occasione di apprendimento. La sequela si rivela così come forma di vita "in progress", mai definitivamente acquisita.
    Pietro sperimenta drammaticamente questa dinamica: dalla confessione di Cesarea di Filippo ("Tu sei il Cristo", Mt 16,16) al rinnegamento durante la passione, fino al pianto amaro e alla riabilitazione presso il lago (Gv 21). La sua sequela è un cammino di cadute e rialzate che rivela la misericordia infinita del Maestro.

    L'apprendimento attraverso l'osservazione
    I discepoli imparano la sequela prima di tutto osservando Gesù. Lo vedono pregare e chiedono: "Insegnaci a pregare" (Lc 11,1). Lo vedono accogliere i bambini, benedire i poveri, sfamare le folle, perdonare i peccatori. La sequela si configura così come imitazione vissuta, non mera osservanza di precetti.
    Maria di Betania, seduta ai piedi di Gesù ad ascoltare la sua parola (Lc 10,38-42), rappresenta iconicamente questa dimensione contemplativa della sequela. Contro Marta che si agita nel servizio, Gesù difende Maria che "ha scelto la parte migliore". La sequela autentica integra sempre azione e contemplazione, ma trova nella contemplazione la sua sorgente.

    Le esigenze radicali della sequela

    "Se qualcuno vuole venire dietro a me..."
    In Lc 9,23, Gesù enuncia le condizioni della sequela: "Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua". Fenomenologicamente, queste non sono imposizioni arbitrarie, ma la descrizione di ciò che accade necessariamente nell'esperienza autentica della sequela.
    Il "rinnegare se stessi" non è autodistruzione, ma superamento dell'ego come centro dell'esistenza. Chi segue Gesù scopre di non essere il protagonista assoluto della propria vita, ma parte di un disegno più grande. È la liberazione dall'angoscia narcisistica dell'autorealizzazione.

    La radicalità delle rinunce richieste
    A chi vuole seguirlo, Gesù non nasconde le esigenze: "Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo" (Mt 8,20). La sequela comporta una forma di "esodo" permanente dalle sicurezze umane.
    Il giovane che chiede di seppellire prima il padre si sente rispondere: "Lascia che i morti seppelliscano i loro morti" (Mt 8,22). Non è durezza di cuore, ma rivelazione dell'urgenza del Regno: esiste una priorità assoluta che relativizza tutti gli altri doveri.

    L'esperienza della condivisione di vita

    La comunità dei Dodici come laboratorio di fraternità
    I Dodici vivono con Gesù un'esperienza di vita comune che anticipa la Chiesa nascente. Condividono la borsa comune (Gv 12,6), mangiano insieme, pregano insieme, discutono insieme. Questa condivisione non è sempre armoniosa: ci sono discussioni su chi sia il più grande (Mc 9,34), gelosie, incomprensioni.
    La fenomenologia di questa convivenza rivela che la sequela non cancella l'umano, ma lo trasfigura. Giacomo e Giovanni chiedono i primi posti nel Regno (Mc 10,35-40), rivelando come l'ambizione umana debba essere progressivamente purificata dall'amore. Gesù non li condanna, ma li educa: "Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore" (Mc 10,43).

    L'istituzione dell'Eucaristia come culmine della condivisione
    Nell'Ultima Cena, la condivisione di vita trova il suo culmine simbolico e reale. Gesù dona se stesso come pane e vino, trasformando la condivisione del cibo in partecipazione alla sua stessa vita. Per i discepoli, questo gesto rivela retroattivamente il senso di tutti i pasti condivisi: erano anticipazioni di questa donazione totale.
    La lavanda dei piedi (Gv 13,1-15) accompagna questo dono rivelando la forma concreta che deve assumere la sequela: il servizio reciproco. Pietro, che inizialmente rifiuta, comprende poi che accettare di essere servito da Gesù è condizione per poterlo servire a propria volta.

    Le crisi e le purificazioni della sequela

    L'incomprensione del mistero pasquale
    Quando Gesù inizia a parlare della sua passione e morte, i discepoli entrano in crisi. Pietro arriva a rimproverarlo: "Non sia mai, Signore; questo non ti accadrà mai" (Mt 16,22). La risposta di Gesù è durissima: "Va' dietro a me, Satana!".
    Fenomenologicamente, questo episodio rivela che la sequela autentica comporta sempre il passaggio attraverso l'incomprensione e lo scandalo. Ciò che sembrava chiaro e luminoso si fa oscuro e paradossale. È la "notte oscura" che accompagna ogni autentico cammino spirituale.

    La fuga e l'abbandono
    Durante la passione, tutti i discepoli fuggono. "Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono" (Mt 26,56). Questo abbandono non è solo tradimento morale, ma rivelazione fenomenologica della fragilità umana di fronte al mistero della croce.
    Pietro, che aveva dichiarato solennemente la sua fedeltà ("Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò", Mt 26,35), sperimenta il crollo delle proprie sicurezze. Il suo pianto amaro dopo il rinnegamento (Mt 26,75) è l'espressione di chi scopre di non essere quello che credeva di essere.

    La sequela trasfigurata dalla risurrezione

    Il riconoscimento del Risorto
    Gli episodi post-pasquali mostrano una modalità nuova della sequela. I discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35) camminano con Gesù risorto senza riconoscerlo, finché non lo vedono spezzare il pane. La sequela post-pasquale ha questa caratteristica: Gesù è presente ma in modo nuovo, riconoscibile solo attraverso segni specifici.
    Maria di Magdala al sepolcro (Gv 20,11-18) rappresenta iconicamente questa nuova modalità: cerca il Gesù del passato e incontra il Gesù risorto. Il suo "Rabbunì!" esprime la gioia di chi ritrova il Maestro perduto, ma in una forma rinnovata.

    La missione come frutto della sequela
    L'apparizione finale in Galilea (Mt 28,16-20) rivela il senso ultimo della sequela: non un privilegio da custodire gelosamente, ma un dono da condividere. "Andate e fate discepoli tutti i popoli" trasforma i discepoli in apostoli, i seguiti in chiamanti.
    Fenomenologicamente, questo passaggio rivela che la sequela autentica è sempre feconda: genera nuova sequela. Chi ha autenticamente seguito Cristo non può tenere per sé questa esperienza, ma deve necessariamente testimoniarla e trasmetterla.

    Le figure paradigmatiche della sequela evangelica

    Pietro: la sequela della debolezza trasfigurata
    Pietro rappresenta la sequela dell'uomo comune, con le sue contraddizioni e fragilità. La sua parabola - dalla chiamata presso il lago alla confessione di fede, dal rinnegamento alla riabilitazione, dal dubbio alla testimonianza fino al martirio - mostra che la sequela non richiede perfezione previa, ma disponibilità alla trasformazione.
    Il triplice "Mi ami tu?" (Gv 21,15-17) rivela la pedagogia di Gesù: non elimina la ferita del tradimento, ma la trasforma in umiltà feconda. Pietro impara che l'amore per Cristo non può fondarsi sulla propria forza, ma sulla grazia ricevuta.

    Giovanni: la sequela dell'intimità
    Giovanni rappresenta la sequela contemplativa, quella che si fonda sull'esperienza dell'essere amati. "Il discepolo che Gesù amava" non è titolo di privilegio, ma descrizione fenomenologica: Giovanni ha compreso esistenzialmente di essere oggetto dell'amore di Cristo, e questo diventa il centro della sua identità.
    La sua presenza ai piedi della croce, quando tutti gli altri sono fuggiti, rivela che solo chi ha sperimentato profondamente l'amore può rimanere fedele nell'ora della prova.

    Maria Maddalena: la sequela della riconoscenza
    Maria di Magdala rappresenta la sequela di chi ha sperimentato la liberazione. "Da cui erano usciti sette demoni" (Lc 8,2) non è solo informazione biografica, ma chiave fenomenologica: chi ha sperimentato la liberazione dall'oppressione del male diventa testimone privilegiato della misericordia.
    La sua fedeltà durante la passione e la sua presenza al sepolcro rivelano che la gratitudine autentica genera fedeltà indissolubile. Chi sa di essere stato salvato non abbandona il salvatore.

    Matteo: la sequela della conversione sociale
    Matteo-Levi incarna la sequela di chi deve operare una conversione non solo personale ma sociale. Dal banco delle imposte alla sequela significa passare dalla collaborazione con l'oppressore romano al servizio del Regno. È la sequela che comporta rottura con un intero sistema di valori e relazioni.
    Il banchetto che Matteo offre a Gesù in casa sua (Lc 5,29) rivela la gioia di chi ha trovato finalmente la propria identità autentica e vuole condividerla con tutti.

    La pedagogia di Gesù nella formazione dei discepoli

    L'insegnamento attraverso le parabole
    Gesù educa i discepoli alla sequela utilizzando principalmente parabole, che sono forme narrative che richiedono partecipazione attiva dell'ascoltatore. La parabola non trasmette informazioni, ma genera comprensione esistenziale.
    Quando i discepoli chiedono spiegazioni ("Perché parli loro con parabole?", Mt 13,10), Gesù rivela che a loro "è dato conoscere i misteri del regno dei cieli". La sequela apre a una forma di conoscenza che va oltre la semplice informazione: è conoscenza partecipativa, coinvolgimento esistenziale.

    La correzione attraverso l'esperienza
    Gesù corregge i discepoli non attraverso rimproveri teorici, ma facendoli sperimentare direttamente le conseguenze dei loro atteggiamenti. Quando discutono su chi sia il più grande, prende un bambino e lo pone in mezzo a loro (Mc 9,33-37). Quando Pietro vuole impedire la lavanda dei piedi, Gesù gliela impone come condizione per "aver parte con lui" (Gv 13,8).
    La tempesta sedata (Mc 4,35-41) diventa lezione di fede attraverso l'esperienza diretta della paura e poi dello stupore. I discepoli imparano chi è Gesù non attraverso una lezione di cristologia, ma sperimentando il suo potere sulla natura.

    Le esigenze paradossali della sequela

    "Chi ama padre o madre più di me..."
    Le parole di Gesù sulla necessità di "odiare" padre e madre, moglie e figli (Lc 14,26) rappresentano una delle esigenze più scandalose della sequela. Fenomenologicamente, non si tratta di disprezzo per i legami familiari, ma di riordinamento gerarchico degli amori.
    La sequela rivela che esiste un amore più grande di quello familiare: l'amore per Cristo e per il Regno. Questo non distrugge gli altri amori, ma li purifica e li orienta. Chi ama Cristo sopra tutto ama anche i familiari in modo più autentico, perché li ama in Dio.

    "Prendi la tua croce ogni giorno"
    L'esigenza quotidiana della croce (Lc 9,23) rivela che la sequela non è evento puntuale ma forma permanente di esistenza. Ogni giorno il discepolo deve scegliere nuovamente di seguire Cristo, rinnovando l'abbandono iniziale.
    Fenomenologicamente, questo "ogni giorno" indica che la sequela è processo, non stato acquisito una volta per tutte. È fedeltà che si rinnova attraverso le circostanze concrete della vita.

    L'esperienza della missione: da discepoli ad apostoli

    L'invio dei Dodici
    Quando Gesù invia i Dodici in missione (Mt 10,5-15), li fa sperimentare una forma particolare di sequela: quella dell'annuncio. Le istruzioni sono precise e radicali: "Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone".
    Questa povertà non è ascetismo fine a se stesso, ma pedagogia della fiducia. I discepoli devono sperimentare che si può vivere fidandosi completamente della Provvidenza. È la sequela come abbandono fiducioso.

    Il ritorno dalla missione
    Al ritorno, i discepoli sono pieni di gioia: "Anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome!" (Lc 10,17). Hanno sperimentato che la sequela è feconda, che produce frutti concreti nel mondo. Ma Gesù li riorienta: "Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli" (Lc 10,20).
    È lezione fondamentale: il frutto principale della sequela non è l'efficacia dell'azione, ma la trasformazione dell'essere. Chi segue Cristo diventa "cittadino del cielo" prima ancora di essere operatore del Regno.

    La prova finale: la passione come verifica della sequela

    Lo scandalo della croce
    La passione di Gesù rappresenta la verifica ultima della sequela dei discepoli. Tutto ciò che avevano immaginato del Regno crolla di fronte alla realtà della croce. Il Maestro che avevano seguito come liberatore potente muore come un malfattore.
    Fenomenologicamente, questo è il momento della "purificazione" della sequela: cadono tutte le motivazioni interessate (speranza di potere, di gloria terrena, di realizzazione personale) e rimane solo l'amore puro per la persona di Gesù.
    L'episodio delle donne sotto la croce (Gv 19,25) rivela che alcune forme di sequela resistono meglio di altre alla prova finale. L'amore materno di Maria, l'amore riconoscente della Maddalena, l'amore contemplativo di Giovanni: questi amori "purificati" non vengono meno neanche di fronte allo scandalo della croce.

    Il silenzio del Sabato Santo
    Il giorno tra la morte e la risurrezione rappresenta fenomenologicamente il momento più drammatico della sequela: quando tutto sembra finito, quando la speranza sembra morta insieme al Maestro. È l'esperienza del "silenzio di Dio" che ogni autentico discepolo deve attraversare.
    Questo silenzio non è vuoto, ma attesa gravida. Come il seme che muore nella terra per germinare, così la sequela deve passare attraverso l'apparente fallimento per giungere alla vita nuova.

    La sequela trasfigurata: l'esperienza pasquale

    Il riconoscimento trasformato
    Gli episodi di riconoscimento del Risorto rivelano una modalità nuova della sequela. A Emmaus, i discepoli riconoscono Gesù "nello spezzare il pane" (Lc 24,35). Al lago di Tiberiade, Giovanni riconosce il Signore e dice a Pietro: "È il Signore!" (Gv 21,7).
    Questa nuova modalità di riconoscimento indica che la sequela post-pasquale è mediata dai segni sacramentali: l'Eucaristia, la Parola, la comunità. Gesù rimane presente, ma in forma diversa, che richiede occhi di fede purificati dalla prova.

    La missione universale
    La sequela trova il suo compimento nella missione universale: "Andate e fate discepoli tutti i popoli" (Mt 28,19). Chi è stato chiamato a seguire diventa chiamante. È la logica della fecondità: l'amore ricevuto non può essere trattenuto, ma deve espandersi.
    Fenomenologicamente, questo rivela che la sequela autentica è sempre apostolica: tende naturalmente a comunicarsi, a generare nuova sequela. Non per proselitismo, ma per sovrabbondanza di amore.


    Sezione ermeneutica pedagogica
    La sequela evangelica come modello per l'educazione giovanile oggi

    Principi fenomenologici per una pedagogia della sequela

    1. Il primato dell'incontro personale
    Come Gesù chiamava ciascuno per nome - "Simone", "Matteo", "Maria" - così l'educazione alla sequela deve partire dal riconoscimento dell'unicità di ogni giovane. Non esistono ricette universali, ma solo incontri personalizzati che sanno riconoscere e risvegliare la vocazione particolare di ciascuno.
    Metodologia concreta: L'educatore impara a "vedere" ogni giovane come Gesù vedeva i suoi discepoli: non per quello che erano, ma per quello che potevano diventare attraverso la grazia.

    2. La pedagogia dell'esperienza diretta
    I discepoli hanno imparato seguendo Gesù, non studiando su di lui. Questo suggerisce che l'educazione alla sequela deve privilegiare l'esperienza diretta: momenti di preghiera autentica, servizio concreto ai poveri, vita comunitaria reale.
    Proposta metodologica: Creare "laboratori di sequela" dove i giovani possano sperimentare concretamente cosa significa vivere secondo il Vangelo, prima di ricevere spiegazioni teoriche.

    3. L'accompagnamento paziente attraverso le crisi
    L'esempio di Gesù con Pietro - dalla chiamata al rinnegamento alla riabilitazione - mostra che la sequela autentica comporta sempre crisi e purificazioni. L'educatore deve essere preparato ad accompagnare i giovani attraverso questi passaggi difficili senza scoraggiarsi.
    Chiave interpretativa: Le crisi giovanili (dubbi di fede, ribellioni, allontanamenti temporanei) non sono necessariamente fallimenti educativi, ma possono essere momenti di purificazione necessari per una sequela più autentica.

    Connessioni con le sensibilità giovanili contemporanee

    La ricerca di autenticità
    Come i primi discepoli furono attratti dall'autenticità di Gesù - "insegnava come uno che ha autorità" (Mt 7,29) - così i giovani di oggi cercano testimoni autentici. La sequela può essere presentata come la forma più radicale di autenticità: essere totalmente se stessi davanti a Dio.
    Linguaggio pedagogico: "Seguire Gesù significa smettere di recitare un ruolo e iniziare a vivere la propria verità più profonda".

    Il desiderio di relazioni significative
    La comunità dei discepoli intorno a Gesù mostra che è possibile vivere relazioni profonde e autentiche. In un'epoca di relazioni liquide e superficiali, questo modello può affascinare i giovani.
    Proposta concreta: Creare piccole comunità giovanili che sperimentino forme di condivisione ispirate alla vita apostolica: preghiera comune, servizio condiviso, sostegno reciproco.

    La sensibilità per la giustizia sociale

    Le beatitudini e l'opzione preferenziale di Gesù per i poveri intercettano direttamente la sensibilità sociale dei giovani. La sequela può essere presentata come la forma più radicale di impegno per la giustizia.
    Metafora pedagogica: Come Gesù ha rovesciato le logiche del mondo (i primi saranno ultimi, chi serve è il più grande), così chi lo segue oggi è chiamato a essere "rivoluzionario dell'amore".

    Itinerari formativi ispirati al modello evangelico

    Fase della chiamata (ascolto e riconoscimento)
    Educare i giovani all'ascolto interiore, al riconoscimento della voce di Dio nella propria vita. Utilizzare la lectio divina sui racconti di vocazione evangelica, momenti di silenzio e discernimento, accompagnamento spirituale personalizzato.

    Fase del cammino (apprendimento e crescita)
    Come i discepoli hanno imparato camminando con Gesù, così i giovani devono sperimentare forme concrete di vita evangelica: servizio ai poveri, vita comunitaria, preghiera condivisa, studio approfondito della Parola.

    Fase della prova (purificazione e fedeltà)
    Preparare i giovani alle inevitabili crisi della fede, alle difficoltà della sequela, alle incomprensioni del mondo. Come Gesù ha preparato i discepoli alla passione, così l'educatore deve preparare i giovani alle prove che incontreranno.

    Fase della missione (testimonianza e fecondità)
    Guidare i giovani verso forme concrete di apostolato e testimonianza, mostrando che la sequela autentica è sempre feconda e missionaria.

    La figura dell'educatore come nuovo "Giovanni Battista"
    L'educatore cristiano si ispira alla figura del Battista: è colui che prepara la strada, che indica il Cristo, che sa diminuire perché lui cresca. Non trattiene i giovani a sé, ma li orienta verso l'incontro personale con Gesù.
    Metafora finale: Come Giovanni indicò Gesù ai suoi discepoli dicendo "Ecco l'agnello di Dio" (Gv 1,36), così l'educatore contemporaneo è chiamato a indicare Cristo presente nella storia, permettendo ai giovani di riconoscerlo e seguirlo con la stessa immediatezza e totalità dei primi discepoli.

    Conclusione
    La sequela come risposta alla sete di infinito

    L'analisi fenomenologica della sequela evangelica rivela che seguire Cristo non è imposizione estrinseca, ma risposta alla struttura più profonda dell'essere umano. Come i primi discepoli, ogni giovane porta in sé la capacità di riconoscere nell'appello di Cristo la voce che attendeva senza saperlo.
    L'educatore che sa risvegliare questa capacità, presentando la sequela attraverso la testimonianza vissuta e l'esperienza diretta piuttosto che attraverso discorsi astratti, può sperare di vedere nei giovani di oggi quella stessa trasformazione gioiosa che i Vangeli testimoniano nei primi chiamati da Gesù.



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