Le beatitudini

di Matteo e Luca

José A. Pagola

 

LE BEATITUDINI

«Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli.
Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli» (Matteo 5,1-12a).

La felicità di Gesù

Non è difficile tracciare il profilo di una persona felice nella società conosciuta da Gesù. Si trattava di un uomo adulto e in buona salute, sposato con una donna onesta e feconda, con figli maschi e delle terre ricche, osservante della religione e rispettato nel suo paese. Che si poteva chiedere di più?
Certamente non era questo l'ideale che animava Gesù. Senza sposa né figli, senza terre né beni, impegnato a percorrere la Galilea come un vagabondo, la sua vita non rispondeva a nessun tipo di felicità convenzionale. Il suo modo di vivere era provocatorio. Se era felice, lo era in maniera contraria alla cultura corrente, opposta a quanto istituito.
In realtà, non pensava molto alla propria felicità. La sua vita ruotava piuttosto intorno a un progetto che lo entusiasmava e lo faceva vivere intensamente. Lo chiamava «regno di Dio». A quanto sembra, era felice quando poteva rendere felici gli altri. Si sentiva bene rendendo alla gente la salute e la dignità che le erano state tolte ingiustamente.
Non cercava il proprio interesse. Viveva creando nuove condizioni di felicità per tutti. Non riusciva a essere felice se non comprendeva gli altri. A tutti proponeva criteri nuovi, più liberi e radicali, per creare un mondo più dignitoso e felice.
Credeva in un «Dio felice», il Dio creatore che guarda tutte le sue creature con amore sviscerato, il Dio amico della vita e non della morte, più attento alla sofferenza della gente che ai suoi peccati.
Partendo dalla fede in questo Dio, rompeva gli schemi religiosi e sociali. Non predicava: «Felici i giusti e i devoti, perché riceveranno il premio di Dio». Non diceva: «Felici i ricchi e potenti, perché ne riceveranno la benedizione». Il suo grido era sconcertante per tutti: «Felici i poveri, perché Dio sarà la loro felicità».
L'invito di Gesù dice questo: «Non cercate la felicità nel soddisfacimento dei vostri interessi o nella pratica interessata della vostra religione. Siate felici operando in modo fedele e paziente per un mondo più felice per tutti».

Ascoltare da vicino le beatitudini

Quando Gesù sale sul monte e si siede per annunciare le beatitudini, c'è folla intorno, ma solo «i discepoli si avvicinano» a lui per ascoltare meglio il suo messaggio. Cosa ascoltiamo oggi noi, i discepoli di Gesù, se ci avviciniamo a lui?
Felici i «poveri in spirito», coloro che sanno vivere con poco, confidando sempre in Dio. Felice una Chiesa con animo da povero, perché avrà meno problemi, sarà più attenta ai bisognosi e vivrà il vangelo con maggiore libertà. Di essa è il regno di Dio.
Felici «i miti», coloro che vivono con cuore benevolo e clemente. Felice una Chiesa piena di mansuetudine. Sarà un dono per questo mondo pieno di violenza. Erediterà la terra promessa.
Felici «quelli che sono nel pianto», perché patiscono ingiustamente sofferenze ed emarginazione. Con loro si può creare un mondo migliore e più degno. Felice la Chiesa che soffre per essere fedele a Gesù. Un giorno sarà consolata da Dio.
Felici «quelli che hanno fame e sete della giustizia», coloro che non hanno perso il desiderio di essere più giusti né l'ansia di creare un mondo più degno. Felice la Chiesa che cerca con passione il regno di Dio e la sua giustizia. In essa ci sarà il meglio dello spirito umano. Un giorno il suo anelito sarà saziato.
Felici «i misericordiosi», che operano, lavorano e vivono mossi dalla compassione. Sulla terra sono quelli che più somigliano al Padre del cielo. Felice la Chiesa a cui Dio strappa il cuore di pietra per dare un cuore di carne. Lei otterrà misericordia.
Felici «gli operatori di pace», che, con pazienza e fede, cercano il bene di tutti. Felice la Chiesa che introduce nel mondo pace e non discordia, riconciliazione e non scontro. Lei sarà «figlia di Dio».
Felici quelli che, «perseguitati a causa della giustizia», rispondono con mansuetudine alle ingiustizie e alle offese. Essi ci aiutano a vincere il male col bene. Felice la Chiesa perseguitata perché segue Gesù. Di essa è il regno di Dio.

Un contenuto inesauribile

Chi si accosta ripetutamente alle beatitudini di Gesù avverte che il loro contenuto è inesauribile. Hanno sempre nuove risonanze. In esse troviamo una luce sempre diversa a seconda del momento che stiamo vivendo. Così oggi «risuonano» in me le parole di Gesù.
Felici i poveri in spirito, quelli che sanno vivere con poco. Avranno meno problemi, saranno più attenti ai bisognosi e vivranno con maggiore libertà. Il giorno in cui lo capiremo saremo più umani.
Felici i miti, quelli che sgombrano il loro cuore dalla violenza e dall'aggressività. Sono un dono per il nostro mondo violento. Quando lo faremo tutti, potremo convivere nella vera pace.
Felici quelli che piangono vedendo gli altri soffrire. Sono gente buona. Con loro si può costruire un mondo più fraterno e solidale.
Felici coloro che hanno fame e sete di giustizia, quelli che non hanno perso il desiderio di essere più giusti né la volontà di fare una società più dignitosa. In loro c'è il meglio dello spirito umano.
Felici i misericordiosi, coloro che sanno perdonare nel fondo del loro cuore. Solo Dio ne conosce la lotta interiore e la grandezza. Sono loro quelli che meglio possono farci avvicinare alla riconciliazione.
Felici quelli che mantengono il proprio cuore puro da odi, inganni e interessi ambigui. Si può confidare in loro per costruire il futuro.
Felici coloro che operano per la pace con pazienza e fede, senza scoraggiarsi davanti agli ostacoli e alle difficoltà, e cercando sempre il bene di tutti. Ne abbiamo bisogno per ricostruire la convivenza.
Felici i perseguitati perché agiscono con giustizia e rispondono con mansuetudine alle ingiurie e alle offese. Ci aiutano a vincere il male col bene.
Felici sono coloro che vengono insultati, perseguitati e calunniati perché seguono fedelmente la parabola vitale di Gesù. La loro sofferenza non andrà perduta inutilmente. Deformeremmo, tuttavia, il senso di queste beatitudini se non aggiungessimo qualcosa che si sottolinea in ciascuna di loro. Con belle espressioni, Gesù pone davanti ai suoi occhi Dio come garante ultimo della felicità umana. Coloro che vivono ispirandosi a questo programma di vita, un giorno «saranno consolati», «saranno saziati di giustizia», «troveranno misericordia», «vedranno Dio» e godranno in eterno nel suo regno.

Il Dio dei sofferenti

Se qualcosa appare chiaro nelle beatitudini è che Dio è il Dio dei poveri, degli oppressi, di quelli che piangono e soffrono. Dio non è insensibile alla sofferenza. Non è apatico. Dio «soffre dove soffre l'amore» (Jürgen Moltmann). Per questo il futuro progettato e voluto da Dio appartiene a coloro che soffrono, perché difficilmente c'è un posto per loro nella società o nel cuore dei fratelli.
Sono diversi i pensatori che credono di osservare un aumento crescente dell'apatia nella società moderna. Sembra che stia crescendo la nostra incapacità di percepire la sofferenza degli altri. È l'atteggiamento di chi è cieco al dolore. È l'intorpidimento di chi rimane insensibile davanti alla sofferenza.
In mille modi evitiamo la relazione e il contatto con chi soffre. Eleviamo muri che ci separano dall'esperienza e dalla realtà della sofferenza altrui. Ci manteniamo il più lontano possibile dal dolore. Ci preoccupiamo delle nostre cose e viviamo «asetticamente» nel nostro mondo privato, dopo aver collocato il relativo cartello «Do not disturb».
D'altra parte, l'organizzazione della vita moderna sembra aiutare a coprire la miseria e la solitudine delle persone, nascondendo la sofferenza. Raramente sperimentiamo in forma sensibile e immediata la sofferenza e l'angoscia degli altri. Non è frequente incontrare da vicino il volto perduto di un uomo emarginato. Non ci tocca la solitudine e la disperazione di chi ci vive accanto.
Abbiamo ridotto i problemi umani a numeri e dati. Contempliamo la sofferenza altrui in forma indiretta, attraverso lo schermo televisivo. Corriamo ciascuno alle nostre occupazioni, senza avere il tempo di fermarci davanti a chi soffre.
In mezzo a questa apatia sociale diventa ancora più significativa la fede cristiana in un «Dio amico dei sofferenti», un Dio crocifisso, che ha voluto soffrire insieme agli abbandonati di questo mondo: il Dio delle beatitudini.
«Possiamo cambiare le condizioni sociali che provocano sofferenza agli uomini... Possiamo persino far regredire e sopprimere la sofferenza che anche oggi si produce a vantaggio di pochi. Ma in tutte queste vie ci imbattiamo in frontiere che non si fanno superare. Non solo la morte... Ma anche l'abbrutimento e la mancanza di sensibilità. L'unico mezzo per superare queste frontiere consiste nel condividere il dolore con i sofferenti, non lasciarli soli e rafforzare il loro grido» (Dorothee Sölle).

Credere è una cosa buona

Talvolta si pensa che la fede sia qualcosa che ha a che fare con la salvezza eterna dell'essere umano, ma non con la felicità concreta di ogni giorno, che è quanto ci interessa adesso. C'è di più. Vi sono alcuni che suppongono che senza Dio e senza religione saremmo più felici. Per questo è utile ricordare alcune convinzioni cristiane che possono essere state dimenticate o offuscate da una presentazione sbagliata o insufficiente della fede. Eccone alcune.
Dio ci ha creato solo per amore, non per il proprio profitto o in vista del suo interesse, ma cercando la nostra felicità. L'unica cosa che interessa a Dio è il nostro bene.
Dio vuole la nostra felicità non solo dopo la morte, in quella che chiamiamo «vita eterna», ma già ora, in questa vita. Perciò è presente nella nostra esistenza accrescendo il nostro bene, mai il nostro male.
Dio rispetta le leggi della natura e la libertà dell'essere umano. Non forza né la libertà umana né la creazione. Ma ci è vicino, appoggiando la nostra lotta per una vita più umana e attraendo verso il bene la nostra libertà. Per questo, in ogni momento contiamo sulla grazia di Dio per essere il più possibile felici.
La morale non consiste nel compimento di alcune leggi imposte arbitrariamente da Dio. Se lui vuole che ascoltiamo le esigenze morali che portiamo nel cuore, è perché il loro compimento è buono per noi. Dio non proibisce quanto è buono per l'essere umano né obbliga a quanto può essere dannoso. Vuole solo il nostro bene.
Convertirsi a Dio non significa decidersi per una vita più infelice e fastidiosa, ma orientare la propria libertà verso un'esistenza più umana, più sana e, in definitiva, più felice, anche se esige sacrifici e rinunce. Essere felici comporta sempre delle esigenze.
Essere cristiani significa imparare a «vivere bene» seguendo la via aperta da Gesù. Le beatitudini sono il nucleo più significativo e «scandaloso» di questa via. Verso la felicità si cammina con cuore semplice e trasparente, con fame e sete di giustizia, operando per la pace con indole di misericordia, sopportando il peso del cammino con mansuetudine. La via disegnata nelle beatitudini porta a conoscere già su questa terra la felicità vissuta e sperimentata dallo stesso Gesù.

(La via aperta da Gesù. 1. Matteo, Borla 2012, pp. 51-56)


UNA FELICITÀ NON CONVENZIONALE

In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C'era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone.
Ed egli, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete,
perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell'uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi, che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti» (Luca 6,17.20-26).

Beati quelli che noi emarginiamo

Gesù non aveva il potere politico o religioso necessari per trasformare la situazione ingiusta in cui versava il suo popolo. Aveva solo la forza della sua parola. Gli evangelisti raccolgono le grida sovversive che Gesù lanciò per i villaggi della Galilea in diverse situazioni. Le sue beatitudini restarono impresse per sempre nei suoi seguaci.
Gesù si incontra con persone impoverite, che non possono difendere le loro terre dai potenti proprietari terrieri e grida loro: «Beati voi, che non possedete nulla, erché Dio è il vostro re». Osserva la fame delle donne e ei bambini denutriti, e non può trattenersi: «Beati voi, c e ora avete fame, perché sarete saziati». Vede piangere di rabbia e impotenza i contadini quando gli esattori delle imposte si portano via il meglio dei loro raccolti, e li incoraggia: «Beati voi, che ora piangete, perché riderete».
Ma tutto questo non è forse una beffa? Non è cinismo? Lo sarebbe forse, se Gesù stesse parlando loro da un palazzo di Tiberiade o da una villa di Gerusalemme; invece Gesù sta con loro. Non porta denaro, cammina scalzo e senza due tuniche. È un altro indigente, che parla loro con fede e con convinzione totale.
I poveri lo capiscono. La ragione della loro felicità non è affatto la loro povertà. La loro miseria non è uno stato invidiabile né un ideale. Gesù li chiama «beati» perché Dio è dalla loro parte. La loro sofferenza non durerà per sempre. Dio farà loro giustizia.
Gesù è realista. Sa molto bene che le sue parole non significano la fine immediata della fame e della miseria dei poveri. Ma il mondo deve sapere che loro sono i figli prediletti di Dio, e questo conferisce alla loro dignità una serietà assoluta. La loro vita è sacra.
Questo è quello che Gesù vuole che rimanga ben chiaro in un mondo ingiusto: quelli che non interessano a nessuno interessano a Dio; quelli che noi emarginiamo occupano un posto privilegiato nel suo cuore; quelli che non hanno nessuno che li difenda hanno lui come Padre.
Noi che viviamo agiati nella società dell'abbondanza non abbiamo diritto di predicare a nessuno le beatitudini di Gesù. Quello che dobbiamo fare è ascoltarle e cominciare a guardare i poveri, gli affamati e quelli che piangono come li guarda Dio. Da lì può nascere la nostra conversione.

Prendere sul serio i poveri

Abituati ad ascoltare le «beatitudini» così come appaiono nel vangelo di Matteo, è duro per noi cristiani dei paesi ricchi leggere il testo che ci offre Luca. Apparentemente, questo evangelista - e non pochi dei suoi lettori - apparteneva a una classe agiata. Tuttavia, invece di mitigare il messaggio di Gesù, Luca lo presenta in modo più provocatorio.
Insieme all «beatitudini» rivolte ai poveri, l'evangelista ricorda i «gu » rivolti ai ricchi: «Beati voi, poveri... voi, che ora avete e... voi, che ora piangete». Ma, «guai a voi, ricchi... voi, ché ora siete sazi... voi, che ora ridete». Il Vangelo non può esiere ascoltato ugualmente da tutti. Mentre per i poveri è una Buona Notizia che li invita alla speranza, per i ricchi è una minaccia che li chiama alla conversione. In che modo ascoltare questo messaggio nelle nostre comunità cristiane? Innanzi tutto, Gesù pone tutti noi davanti alla realtà più dolorosa che esiste nel mondo, quella che lo fa soffrire di più, quella che arriva più al cuore di Dio, quella che è più presente davanti ai suoi occhi. Una realtà che, dai paesi ricchi, cerchiamo di ignorare, occultando in mille modi l'ingiustizia più crudele, di cui in buona parte noi siamo complici. Vogliamo continuare a ingannare noi stessi oppure aprire gli occhi alla realtà dei poveri? Abbiamo voglia di verità? Prenderemo qualche volta sul serio questa immensa maggioranza di coloro che vivono denutriti e senza dignità, di quelli che non hanno voce né potere, di quelli che non contano nulla nella nostra marcia verso il benessere?
Noi cristiani non abbiamo ancora scoperto l'importanza che i poveri possono avere nella storia del cristianesimo. Loro, più di tutti, ci danno luce per vederci nella nostra verità, scuotono la nostra coscienza e ci invitano alla conversione. Loro possono aiutarci a configurare la Chiesa del futuro in modo più evangelico. Ci possono rendere più umani: più capaci di austerità, solidarietà e generosità.
L'abisso che separa ricchi e poveri continua a crescere in modo inarrestabile. Nel futuro sarà sempre più difficile presentarci davanti al mondo come Chiesa di Gesù, ignorando i più deboli e indifesi della Terra. O prendiamo sul serio i poveri oppure ci dimentichiamo del Vangelo. Nei paesi ricchi, ci risulterà sempre più difficile dare ascolto all'avvertimento di Gesù: «Non potete servire Dio e la Ricchezza». Sarà per noi insopportabile.

Di fronte alla sapienza convenzionale

Che ne siamo coscienti o meno, tutti impariamo a vivere dal nostro contesto culturale. Nel corso degli anni interiorizziamo la «sapienza convenzionale» predominante nella società. Alla fine è questa «coscienza cultural » a modellare in buona parte il nostro modo di intend e e di vivere la vita. Senza quasi rendercene conto, que «sapienza convenzionale» sta determinando i principi, i alori e i criteri di comportamento che orientano il nost{ro stile di vita. Questo modo di funzionare non è proprio di poche persone, ma è quello l'abituale. Si può addirittura dire che per molti diventare adulti significhi interiorizzare la «sapienza convenzionale» predominante nella società.
Abituati a corrispondere ai suoi dettami, ci costa renderci conto della nostra cecità e della nostra mancanza di libertà per vivere in modo più profondo e originale. Ci crediamo liberi, mentre in realtà viviamo addomesticati; ci consideriamo intelligenti, ma badiamo solo a quello che ci offre la società. C'è qualcosa di ancora più grave. Crediamo di ascoltare nel nostro intimo la voce della coscienza, ma ciò che ascoltiamo in realtà sono i «valori» che abbiamo interiorizzato dalla coscienza sociale, e che portano nomi molto concreti: benessere, sicurezza, successo, soddisfazione, buona immagine, soldi, potere.
Uno dei tratti che i ricercatori moderni evidenziano maggiormente in Gesù è il suo impegno nel liberare le persone da questa «sapienza convenzionale» per accogliere il progetto di Dio di un mondo più umano. Il suo messaggio è chiaro: si deve imparare a vivere partendo da un altro «luogo», ascoltando la voce di un Dio che vuole una vita più degna e felice per tutti. Di fronte alla «sapienza convenzionale», Gesù vive e insegna a vivere in modo nuovo e provocatorio, plasmato da diversi valori: la compassione, la difesa degli ultimi, il servizio ai derelitti, l'accoglienza incondizionata, la lotta per la dignità di ogni essere umano.
In questo contesto dobbiamo ascoltare le parole di Gesù: «Beati voi, poveri... voi, che ora avete fame... voi, che ora piangete... perché vostro è il regno di Dio». Dio vuole regnare in un mondo diverso, dove tutti possano conoscere la felicità e la dignità.

Quale felicità?

Tutti quanti portiamo nel più profondo del nostro essere una fame insaziabile di felicità. Quando incontriamo un essere umano possiamo essere sicuri di trovarci di fronte a qualcuno che cerca esattamente la stessa cosa che desideriamo noi: essere felici.
Tuttavia, quando ci si domanda cosa sia la felicità e come trovarla, non sappiamo dare una risposta troppo chiara. La felicità è sempre qualcosa che ci manca. Qualcosa che non possediamo ancora pienamente. Per questo il semplice ascolto delle beatitudini provoca sempre in noi una speciale risonanza. Da una parte, il loro tono fortemente paradossale ci sconcerta. Dall'altra, ci attrae la promessa che racchiudono, poiché offrono una risposta a questa sete che si trova nel più profondo del nostro essere.
Noi cristiani abbiamo dimenticato che il Vangelo è una chiamata a essere felici. Non in un modo qualunque, ma attraverso le vie suggerite da Gesù e che sono completamente diverse da quelle proposte dalla società attuale. È questa la sua sfida più grande. Secondo lui, è meglio dare che ricevere, è meglio servire che dominare, condividere che accumulare, perdonare che vendicarsi. In fondo, quando cerchiamo di ascoltare sinceramente il meglio che c'è nel più profondo di noi stessi, intuiamo che Gesù ha ragione. E dal profondo avvertiamo la necessità di gridare anche oggi le beatitudini e le maledizioni gridate da Gesù. Beati quelli che sanno essere poveri e condividere il poco che hanno con i loro fratelli. Guai a coloro che si preoccupano solo delle proprie ricchezze e dei loro interessi.
Beati quelli che conoscono la fame e il bisogno, poiché non vogliono sfruttare, opprimere e calpestare gli altri. Guai a coloro che sono capaci di vivere tranquilli e appagati, senza preoccuparsi dei bisognosi. Beati quelli che piangono le ingiustizie, le morti, le torture, gli abusi e la sofferenza dei deboli. Guai a coloro che ridono del dolore degli altri mentre si godono il proprio benessere.

La felicità minacciata

L'Occidente non ha voluto credere nell'amore come fonte di vita e felicità per l'uomo e la società. Le beatitudini di Gesù continuano a essere un linguaggio incomprensibile e incredibile, anche per noi che ci chiamiamo cristiani.
Noi abbiamo posto la felicità in altre cose. Siamo addirittura arrivati a confondere la felicità con il benessere. E, anche se sono pochi quelli che hanno il coraggio di ammetterlo apertamente, per molti ciò che è decisivo per essere felici è «avere soldi».
A malapena hanno un altro progetto di vita. Lavorare per avere soldi. Aver soldi per comprare cose. Possedere cose per acquisire una posizione ed essere qualcuno nella società. Questa è la felicità in cui crediamo. La via che tentiamo di percorrere per cercare la felicità.
Viviamo in una società che, in fondo, sa che in tutto questo si racchiude qualcosa di assurdo, ma non è capace di cercare una felicità più autentica. Ci piace il nostro modo di vivere, anche se sentiamo che non ci rende felici.
Noi credenti dovremmo ricordare che Gesù non ha parlato solo di beatitudini. Ha lanciato anche minacciose maledizioni per quanti, dimentichi della chiamata all'amore, se la spassano appagati nel proprio benessere. Questa è la minaccia di Gesù: coloro che possiedono e godono tutto quello che il loro cuore egoista ha agognato, un giorno scopriranno che per loro non esiste una felicità più grande di quella che hanno già provato. Forse stiamo vivendo tempi in cui cominciamo a intuire meglio la verità ultima racchiusa nelle minacce di Gesù: «Guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete».
Cominciamo a sperimentare che la felicità non consiste nel puro benessere. La civiltà dell'abbondanza ci offre mezzi per la vita, ma non ragioni per vivere. L'insoddisfazione attuale di molti non è dovuta soltanto né principalmente alla crisi economica, ma innanzi tutto alla crisi di autentici motivi per vivere, lottare, godere, soffrire e sperare.
Poca gente è felice. Abbiamo imparato molte cose, ma non sappiamo essere felici. Abbiamo bisogno di così tante cose da essere dei poveri bisognosi. Per ottenere il nostro benessere siamo capaci di mentire, truffare, tradire noi stessi e distruggerci a vicenda. E così non si può essere felici.
E se Gesù avesse ragione? La nostra «felicità» non è forse troppo minacciata? Non dobbiamo forse cercare una società diversa il cui ideale non consista nello sviluppo materiale senza fine, ma nel soddisfacimento delle necessità vitali di tutti? Non saremo forse più felici quando impareremo ad avere meno bisogni e a condividere di più?

(La via aperta da Gesù. 3. Luca, Borla 2012, pp. 77-82)