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    Dottrina sociale della chiesa /1. A mo’ di introduzione: alcune nozioni di base


     

    Dottrina sociale della chiesa /1

    Luis A. Gallo

    (NPG 2006-01-39)


    L’essere umano non vive da solo nel mondo, ma sempre e necessariamente con-vive. E il suo vivere con altri ha a che fare con il suo dover essere e con il suo conseguente impegno in ordine ad esso.
    Ci sono poi dei modi di vivere con gli altri che diventano portatori di bene e di felicità, e altri che diventano portatori di male e di infelicità. E ciò è effetto, in grande misura, delle decisioni libere non solo individuali ma soprattutto collettive di coloro che convivono.
    Va pure notato che il vivere con altri comporta non solo dei rapporti, di maggiore o minore portata, ma anche delle strutture in cui tali rapporti si cristallizzano dando loro stabilità e permanenza.
    Ci sono delle strutture che umanamente parlando sono giuste, perché portatrici di bene per tutti e ognuno dei membri della società, e delle strutture che anche umanamente parlando sono ingiuste, perché arrecano loro del male.
    La percezione del «dover essere» dell’uomo, e pertanto del suo agire in ordine ad esso, è condizionato dalla visione della realtà che si ha. Più concretamente, dall’idea di ciò che è bene o male per l’uomo stesso.
    La fede cristiana ha una sua visione propria dell’uomo, che si fonda sulla rivelazione fatta da Dio attraverso i secoli e arrivata a culminazione in Gesù Cristo, l’Uomo perfetto (GS 22). Una visione che se in parte coincide con molte altre in ragione della partecipazione di Gesù Cristo nella comune umanità di tutti, differisce tuttavia più o meno marcatamente da esse. È specifica e peculiare. E tale visione fonda anche l’impegno nell’agire, tanto individuale che sociale.
    I punti fondamentali di una tale antropologia si possono raccogliere da quanto esposto dalla Costituzione «Gaudium et Spes» del Concilio Vaticano II, nei due primi capitoli della sua prima parte (nn.12-32), e ripreso fedelmente dal recente «Compendio della Dottrina sociale della Chiesa».
    Eccone un riassunto schematico.

    * «Unità di anima e di corpo, l’uomo sintetizza in sé, per la stessa sua condizione corporale, gli elementi del mondo materiale, così che questi attraverso di lui toccano il loro vertice e prendono voce per lodare in libertà il Creatore» (n.14a; cf «Compendio» nn.127-128a).
    In ciò il cristianesimo si differenzia da altre visioni dell’uomo:
    – dall’antico dualismo gnostico e da tutti i suoi derivati (in campo cattolico, dal manicheismo aperto e radicale, o larvato e attenuato...), per il quale lo spirito è sostanzialmente estraneo all’universo e il rapporto con il mondo materiale non può contribuire in nessun modo all’elevazione spirituale dell’uomo, anzi, contribuisce a degradarlo;
    – dalla visione cartesiana dell’uomo, che concepisce il soggetto umano come pura «ragione pensante», e lo separa totalmente dagli animali, dalla natura e dal resto degli esseri viventi;
    – da un certo antropocentrismo esasperato, che esalta in tal modo la centralità dell’uomo nella natura, da arrivare a disconoscere il valore degli altri esseri che ritiene «inferiori».

    * «L’uomo, in verità, non sbaglia a riconoscersi superiore alle cose corporali e a considerarsi più che soltanto una particella della natura o un elemento anonimo della città umana. Infatti, nella sua interiorità, egli trascende l’universo delle cose: in quelle profondità egli torna, quando fa ritorno a se stesso, là dove lo aspetta quel Dio che scruta i cuori là dove sotto lo sguardo di Dio egli decide del suo destino» (n.14b; cf «Compendio» n.128b).
    In questa visione dell’uomo la fede cristiana si distanzia da ogni forma di materialismo antropologico, che riduce l’uomo alla sua corporalità, propugnando un monismo materialista e considerando che la coscienza e i fenomeni sociali costituiscono solo un effetto di processi fisiologici.

    * «L’uomo può volgersi al bene soltanto nella libertà [...]. La vera libertà è nell’uomo un segno privilegiato dell’immagine divina [...]. Perciò la dignità dell’uomo richiede che egli agisca secondo scelte consapevoli e libere, mosso cioè e determinato da convinzioni personali, e non per un cieco impulso istintivo o per mera coazione esterna» (n.17; cf «Compendio» nn.135-137).
    La visone cristiana dell’uomo si dissocia, pertanto, da ogni visione determinista:
    – sia nella sua forma radicale, come quella che propugna il menzionato monismo materialista;
    – sia nella sua forma parziale, come quelle che sostengono il determinismo psicologico (Freud), socio-economico (Marx), ambientale (Skinner).

    * «Dal carattere sociale dell’uomo appare evidente come il perfezionamento della persona umana e lo sviluppo della stessa società siano tra loro interdipendenti. Infatti, la persona umana, che di natura sua ha assolutamente bisogno d’una vita sociale, è e deve essere principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali. Poiché la vita sociale non è qualcosa di esterno all’uomo, l’uomo cresce in tutte le sue capacità e può rispondere alla sua vocazione attraverso i rapporti con gli altri, la reciprocità dei servizi e il dialogo con i fratelli» (n.25a; cf «Compendio» nn.149-151).
    L’antropologia cristiana è quindi agli antipodi:
    – dell’individualismo liberale-borghese, tipico dell’Illuminismo, che considera l’individuo come un assoluto isolandolo da qualsiasi società o comunità, rimuovendo ogni tipo di solidarietà e facendo quindi di esso un essere asociale nel senso stretto della parola;
    – ma anche del collettivismo, soprattutto marxista, per il quale gli individui contano solo come parti di una totalità più grande, quella dello Stato, inteso come un tutto.

    * «L’aspetto più sublime della dignità dell’uomo consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio. Fin dal suo nascere l’uomo è invitato al dialogo con Dio. Se l’uomo esiste, infatti, è perché Dio lo ha creato per amore e, per amore, non cessa di dargli l’esistenza; e l’uomo non vive pienamente secondo verità se non riconosce liberamente quell’amore e se non si abbandona al suo Creatore» (n.19a; cf «Compendio» n.130).
    Evidentemente la fede cristiana, pensando l’uomo come essenzialmente aperto alla Trascendenza, si contrappone ai «molti nostri contemporanei [che oggi] non percepiscono affatto o esplicitamente rigettano questo intimo e vitale legame con Dio» (n.19b), ossia ad ogni visione atea della realtà, sia essa di matrice sociologica (marxismo), psicologica (freudismo), valoriale (nietzscheismo), semantica (Circolo di Vienna) o scientifica.

    * «Costituito da Dio in uno stato di giustizia, l’uomo però, tentato dal Maligno, fin dagli inizi della storia abusò della libertà, erigendosi contro Dio e bramando di conseguire il suo fine al di fuori di lui [...]. Quel che ci viene manifestato dalla rivelazione divina concorda con la stessa esperienza. Infatti l’uomo, se guarda dentro al suo cuore, si scopre inclinato anche al male e immerso in tante miserie, che non possono certo derivare dal Creatore, che è buono [...]. Così l’uomo si trova diviso in se stesso. Per questo tutta la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre. Anzi l’uomo si trova incapace di superare efficacemente da sé medesimo gli assalti del male, così che ognuno si sente come incatenato» (n.3a.b; cf «Compendio» n.143).
    In questo punto l’antropologia cristiana si distanzia da una visione eccessivamente ottimista dell’uomo:
    – sia dall’ottimismo esasperato di tipo rousseauniano, che proclama l’innata bontà dell’uomo prima della sua corruzione ad opera della società;
    – sia dall’ottimismo moderato di tipo teilhardiano.

    In sintesi, la fede cristiana vede l’uomo 1) come un essere corporeo-spirituale in cui ambedue le componenti confluiscono in una perfetta unità e godono di innegabile dignità; 2) con una parentela con il resto del mondo materiale in cui è inserito, ma superiore ad esso grazie alla sua autocoscienza e alla sua libertà, che lo rendono capace di autodeterminarsi per il bene; 3) dotato di una naturale indole sociale; 4) e di una capacità innata di apertura alla Trascendenza; 5) e segnato di fatto da una ferita profonda che lo obbliga a lottare per scegliere tra il bene e il male.
    Nei prossimi articoli di questa rubrica ci occuperemo dell’impegno sociale che scaturisce da questa visione dell’uomo:
    – anzitutto metteremo in evidenza il fondamento ultimo sul quale poggia tale impegno sociale da parte dei cristiani;
    – rivisiteremo poi a grandi tratti il cammino fatto dal Magistero sociale della Chiesa lungo la sua storia, e principalmente nel secolo e mezzo scorsi;
    – e per ultimo affronteremo, in forma estremamente succinta, alcuni dei temi specifici dell’impegno sociale cristiano: l’economia, la politica e l’ecologia.


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