Lasciarsi guidare dal realismo dell’utopia

Inserito in NPG annata 2006.

Intervista a Mario Pollo

(NPG 2006-04-11)



Il futuro della società, il futuro dell’umanità

Domanda. Rispetto al tema del prossimo convegno ecclesiale di Verona, come lettore delle dinamiche socioculturali della società italiana, vede segni particolari di speranza o di sua assenza?
Risposta. Noi viviamo un’epoca storica segnata da una profonda crisi della speranza che ha alla radice, insieme alla crisi della noo-temporalità, la fine delle grandi narrazioni o delle ideologie che ha attraversato l’ultima parte del secolo scorso.
Ideologie che avevano proposto una sorta di messianismo scientifico che postulava un futuro luminoso e felice prodotto dallo sviluppo della scienza e della tecnica, che avrebbe progressivamente condotto alla sconfitta delle malattie, della povertà e delle condizioni che rendevano degradata e infelice la vita di molte persone. Non ultima delle speranze era addirittura quella di vincere la morte.
«Il futuro non era allora nient’altro che la metafora di una promessa messianica. Nelle nostre culture occidentali non era solo il giorno dopo a venire… No, quella di essere il proprio messia, il proprio redentore era davvero una promessa che l’umanità aveva fatto a se stessa: così futuro faceva rima con promessa, era la promessa» [1].
Il sogno prometeico dell’uomo di essere il proprio salvatore si è dissolto e la speranza di un futuro migliore è stata sostituita da un radicale pessimismo che lascia intravedere un futuro pieno di minacce e angoscianti incognite: inquinamento e degrado ambientale, disuguaglianze sociali, disastri economici, nuove malattie, terrorismo, ecc.
Il sapere tecnico-scientifico, pur essendosi enormemente sviluppato, sembra incapace di offrire speranza per il futuro e nello stesso tempo molte persone hanno smarrito i saperi esistenziali e religiosi che erano in grado di aprire alla speranza verso il futuro.
Questa asimmetria tra sapere tecnico-scientifico e sapere umano è il varco attraverso cui passa la fuga dal futuro, il rinchiudersi nel presente nel tentativo di esorcizzare l’angoscia evitando di osservare l’orizzonte da cui in ogni istante possono provenire minacce impreviste e imprevedibili.
Il futuro non appare più come una promessa ma come una minaccia, e i giovani vengono educati ad armarsi per combattere le minacce del futuro o perlomeno ad una sorta di cinico o fatalistico disincanto. I dati della mia ricerca sul rapporto degli adolescenti e dei giovani con il tempo lo confermano. Infatti la maggioranza dei giovani è convinta che la società italiana nel futuro sarà peggiore di quella attuale soprattutto per quanto riguarda la solidarietà, la libertà, la giustizia e il benessere.
Questo però non significa che i giovani non abbiano dei sogni circa il futuro della società, ma solo che essi pensano che i loro sogni non potranno realizzarsi. Alla base di questa loro sfiducia vi è una sorta di rassegnazione fatalistica, fondata sulla convinzione che il futuro della società non può in alcun modo essere influenzato dalla loro azione individuale e politica nel presente.
Infatti per loro il futuro della società è determinato da poteri e fatti che sfuggono al loro controllo, e non hanno perciò alcuna fiducia nei confronti delle azioni di cambiamento sociale che possono essere prodotte dal loro eventuale impegno sociale e politico.
L’immagine che rende bene l’atteggiamento dei giovani italiani verso il futuro sociale è quella dello spettatore disincantato e passivo.
Si tratta, tra l’altro, di una situazione paradossale, in quanto i sogni di questi giovani nei confronti del futuro della società appaiono spesso concreti e realizzabili e sono molto distanti dalle proiezioni ideologiche astratte che hanno caratterizzato nel passato i sogni di altre generazioni di giovani.
Passando dall’atteggiamento verso il futuro della società a quello verso il futuro dell’umanità, il pessimismo manifestato dai giovani appare ancora più profondo.
La grande maggioranza di essi, ad esempio, è convinta, o perlomeno teme, che nel futuro possa scoppiare una guerra mondiale. La stessa quota di giovani è sicura poi che la fame e la povertà nel mondo non potranno essere sconfitte e che, quindi, le disuguaglianze tra i paesi ricchi e quelli poveri continueranno ad esistere se non ad incrementarsi.
Questo sguardo pessimistico nei confronti del futuro dell’umanità è ulteriormente arricchito dalle paure del terrorismo, delle catastrofi naturali, degli effetti delle manipolazioni genetiche e, in generale, dalla convinzione dell’esistenza di tendenze autodistruttive nell’essere umano.
Da notare poi che la quasi totalità dei giovani è convinta che non potrà mai realizzarsi la pace universale.
Anche riguardo al futuro dell’umanità compare perciò lo stesso senso di impotenza, e quindi di speranza, già rilevato nei confronti del futuro della società. Impotenza che nasce da un senso di profonda estraneità, condito di sfiducia, nei confronti della politica e dalla convinzione presente in molti giovani che il futuro sia solo parzialmente nelle sue mani, in quanto crede che esso sia il frutto di un mix complesso di scelte personali e di destino.

I semi del Regno

D. Una domanda al laico e al cristiano: essere testimoni di Cristo e portatori di speranza è una possibilità realistica o un’utopia? Quali secondo Lei i modi, i tempi e i luoghi, le esperienze da valorizzare?
R. La risposta a questa domanda che mi sento di dare, anche se può apparire una battuta paradossale, è che la possibilità di testimoniare Cristo ed essere testimoni della speranza è possibile solo se il cristiano si fa guidare dal realismo dell’utopia. Dal realismo di chi sa che i suoi gesti quotidiani, per poveri e modesti che siano, se compiuti nella fedeltà alla Buona Notizia e alla concreta sequela di Gesù seminano quel granello di senape da cui sboccerà il Regno.
I tempi e i luoghi da valorizzare, posto questo assunto, sono quelli della vita quotidiana tra cui in particolare quelli dell’educazione, del lavoro, della preghiera, della festa, della politica, della comunità e della famiglia.
Ho citato per primo il tempo e il luogo dell’educazione non solo per ragioni corporative, ma perché sono convinto che la prima testimonianza che una cultura sociale può dare della speranza è attraverso la proiezione dei propri giovani verso un futuro presentato loro come il luogo in cui possono realizzare la promessa della propria unicità umana e far avanzare la condizione umana dal punto di vista sociale.
Oggi i giovani non sono percepiti e, quindi, non si percepiscono come il futuro su cui la società investe per portare al di là della morte delle persone che la formano il disegno della redenzione della condizione umana che l’incarnazione di Gesù ha reso operante nel mondo. Infatti, essi sono percepiti solo come dei contemporanei di età differente.
Accanto all’educazione vi è il lavoro il cui senso deve essere riscoperto perché, nella odierna cultura sociale dominante, il lavoro e i suoi effetti sono visti quasi esclusivamente da un’ottica economica. Al massimo, vengono sviluppate riflessioni che riguardano gli effetti del lavoro sulla realizzazione psicologica delle persone. È invece carente la riflessione che riguarda il rapporto tra lavoro ed emancipazione della condizione umana nel mondo. Questa riflessione, in un recente passato, non aveva caratterizzato solo il pensiero religioso; infatti, era stata sviluppata, in modo più o meno adeguato, anche da sistemi di pensiero politico. La crisi delle ideologie, cui ho accennato prima, e l’affermarsi di una sorta di utilitarismo pragmatico sembra aver svuotato il lavoro dai suoi sensi più antichi e profondi.
È chiaro che questa visione economicistica del lavoro si riflette anche in una concezione della storia che vede il progresso esclusivamente come un aumento dei beni disponibili al consumo da parte degli uomini.
L’impegno del lavoro dell’uomo nel mondo risulta così svuotato del suo senso più profondo e ridotto alla funzione esclusiva di risposta a bisogni più o meno immediati. Che senso ha il lavoro se non serve più, sia pure in piccola parte, a costruire un mondo redento?
L’alienazione del lavoro passa anche all’interno del suo svuotamento di senso. È naturale poi che una vita, quando non trova un senso autentico al lavoro che la costruisce, divenga essa stessa povera di senso. Quello che appare preoccupante, oggi, è la quasi totale scomparsa di movimenti sociali che abbiano al centro la liberazione del lavoro e, quindi, il tentativo di utilizzarlo per la creazione di una diversa storia umana. Al massimo si agisce, e anche questo è importante, per migliorare le condizioni e la produttività del lavoro. I sogni e le utopie dell’uomo sembrano aver dimenticato il lavoro come proprio protagonista. È chiaro che, in questo contesto, a poche persone è offerta la possibilità di vivere il lavoro anche come sviluppo di un progetto personale e collettivo di vita e come il cammino, faticoso e difficile, verso la costruzione di possibilità di vita umane più fedeli al disegno di amore e di giustizia che il dono gratuito della vita di Gesù ha introdotto nel mondo.
Proprio in ragione di questa situazione, che prevale nella vita sociale attuale, molte persone pensano che la costruzione della propria salvezza sia un fatto privato o, quando non lo è, sia un fatto separato dalla propria vita quotidiana, che si manifesta in gran parte attraverso il lavoro; un fatto da perseguire in gruppi e comunità che costituiscono delle oasi, nel grande deserto della società.
Questo induce a reintrodurre nella nostra cultura sociale l’antica distinzione tra tempo sacro e tempo profano, dove quello profano appare insignificante ai fini della salvezza, in quanto solo il tempo sacro è quello autentico e portatore della salvezza.
Il cristianesimo, completando la concezione ebraica del tempo, ha invece sin dalle sue origini unificato questi due tempi, rendendo tutta la vita manifestazione del disegno divino di salvezza, e ha spinto il cristiano a vivere la sua fede nella storia. Ridare senso al lavoro significa ricuperare questa unità profonda dell’impegno dell’uomo nella storia che intesse quello spazio e quel tempo chiamato mondo e che va nella direzione del regno.
La costruzione di comunità umane in cui si ristabiliscano i legami di solidarietà è un altro luogo fondamentale della speranza. A questo proposito è necessario ricordare l’indebolimento dei legami comunitari che accompagna l’individualismo che caratterizza la cultura sociale di questo tempo e che mette profondamente in crisi la stessa realizzazione individuale. Infatti, oggi l’onere di tessere l’ordito della sua vita e la responsabilità totale del successo o del fallimento, cade principalmente sulle spalle dell’individuo e questo genera una profonda angoscia, essendo ogni individuo sottodeterminato rispetto alla propria autocostruzione. Angoscia che viene esorcizzata in vari modi, ma in particolare con espressioni di forme di egoismo radicale che sconfinano verso il narcisismo e che sono socialmente validate attraverso i miti dell’autorealizzazione.
La dissoluzione dei legami comunitari tocca anche quella particolare comunità che è la famiglia, che perde la sua caratteristica di luogo del progetto collettivo per divenire, in molte situazioni, il luogo della convivenza, all’interno di una relazione di intimità, di progetti individuali reciprocamente impermeabili. In questa famiglia nessun membro sembra disponibile a rinunciare a una parte del proprio progetto personale per sostenere o il progetto dell’altro o la costruzione di un progetto, che realizzi il bene comune della famiglia.
La costruzione della comunità richiede l’azione della politica. E questo significa che il cristiano non può abdicare dall’impegno politico ma che, soprattutto, deve concepire la politica non solo come il luogo del potere, dell’affermazione della propria parte sociale e del proprio modello culturale, ma come il luogo in cui le utopie, gli ideali e i valori cercano, faticosamente ma con qualche successo, la propria manifestazione nella storia.
Infine, tutti questi tempi e luoghi per essere segno di speranza debbono essere benedetti dalla preghiera, intesa nella sua forma più pura di dialogo e di apertura dell’uomo e del suo mondo a Dio. Un dialogo capace di dare senso al quotidiano, a volte apparentemente banale, in cui si svolge la vita delle persone e il loro impegno umano, sociale e religioso. Quindi, una preghiera che radica il cristiano nel suo impegno mondano e non lo sradica in una spiritualità incorporea e indifferente alla realtà di un mondo in cui miliardi di persone gioiscono, soffrono, si perdono o si salvano nei risvolti della vita quotidiana. Una preghiera capace anche di ri-generare la festa che, come indica la Sacra Scrittura non è un tempo simile agli altri perché ha in sé un dono. Il dono della primizia dell’eterno nella vita umana. Questo fa sì che il tempo della festa abbia una qualità e una consistenza differente.
Consistenza che non può essere colta se non si fa silenzio e riposo. Ma quando si dice riposo non si intende l’abbrutimento dell’ozio, ma il ritmo armonico un po’ lento, di quei gesti con cui l’uomo si prende cura di sé. Il buon cibo, una attività piacevole di svago, l’amore, sono tutti modi per declinare il riposo. Un riposo però che ruota intorno a un nucleo pesante e duro: Onorare il Signore nostro Dio. La festa senza la preghiera e la Messa non ha consistenza, perché le manca il centro ordinatore che può creare armonia.
La festa è un tempo diverso, perché in essa l’uomo può amare con più coerenza se stesso, gli altri, la vita e, quindi, Dio. La festa è il giorno in cui il cristiano può lasciare in un canto i compromessi, le piccole viltà, gli abituali tradimenti del proprio essere se stesso, in accordo al progetto che ha di sé, per poter sopravvivere materialmente e psicologicamente nella non sempre rispettosa, per il cristiano, vita sociale del mondo.
La domenica può ritrovare se stesso, chiedere perdono dell’infedeltà e cercare di essere se stesso nella felicità e nella gioia. Questo gli consentirà l’indomani di essere un po’ più forte, un po’ più coerente e, quindi, più fedele alla verità.
La festa è la celebrazione dell’essere se stessi all’interno dell’Amore di Dio. Fare festa è anche «viaggiare nel tempo», perché il tempo della festa consente di viaggiare al suo interno, a differenza del tempo profano. Viaggiare nel tempo significa, ad esempio, rivivere, attraverso la possibilità offerta dal rito della Messa, l’esperienza storica del sacrificio di Gesù.
Qui si evidenzia un altro motivo della festa: che essa ha bisogno di essere strutturata dal rito. Senza rito, la festa non riesce ad ospitare sino in fondo il dono della menuchà.
La festa va vissuta all’interno del disegno del tempo realizzato dal rito. Il rito non ridotto solo alla celebrazione del precetto festivo, ma che inizia, ad esempio, il sabato al calar della sera. La liturgia delle ore che apre la festività domenicale con i vespri del sabato manifesta questa sapienza della festa.
La festa va attesa, il suo arrivo onorato, la sua permanenza celebrata come quella di una regina, e il suo congedo va segnato dalla gratitudine, dal rimpianto e dalla promessa del suo ritorno tra sei giorni.
Il rito non è qualcosa di negativo, di fossilizzato, di falso, ecc., come una certa cultura contemporanea vorrebbe far credere. Il rito è lo strumento vivo che fa risuonare le intime fibre del tempo, fa risplendere il significato dei simboli e delle immagini, e aiuta perciò il farsi presente del discorso che svela all’uomo la verità sul senso del suo esistere nello spazio e nel tempo.
La festa è, quindi, il luogo in cui la speranza si nutre delle anticipazioni del Regno che questo tempo sacro offre alla vita quotidiana.

La PG e i giovani

D. Rispetto alla maturazione del giovane, come vede il compito e le risorse della pastorale giovanile?
R. Circa il compito della pastorale giovanile posso affermare che, a mio modesto avviso, essa deve sostenere il compimento di una formazione umana integrale orientandola alla scoperta di Gesù signore della vita.
La PG deve costruire luoghi educativi in cui il giovane possa scoprire che può realizzare compiutamente la propria unicità e, quindi, la propria umanità particolare solo se si apre e si abbandona a una dipendenza radicale dall’Altro che ha il volto di Gesù.
Una PG che deve amare i giovani accogliendoli non come portatori di problemi ma di risorse, di potenzialità inespresse, la cui perdita sarebbe un male per la vita dell’intera umanità, e di uno sguardo costitutivamente aperto alla speranza.
Una PG che veda, quindi, i giovani non come contenitori da riempire ma come soggetti che opportunamente stimolati e guidati possono assumere nelle proprie mani la costruzione del loro sé e del progetto di una vita alla sequela di Gesù.
Concludendo, una PG che esprima la cura, la tenerezza, il richiamo severo all’impegno rigoroso che Gesù ha espresso quando nella sua vita terrena si è rivolto ai giovani e la consapevolezza che senza la cura dei giovani la Chiesa non ha futuro e, forse, nemmeno presente.


NOTE

[1] Benasayag M. - Schmit G., L'epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano, 2005, p. 19.