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    La fede: un grande sì alla vita


    Le comunità credenti e il progetto culturale

    Margherita Dal Lago

    (NPG 2007-03-38)


    «La missione evangelizzatrice viene riconsegnata alla Chiesa ogni giorno… si tratta di una missione che sta vivendo una stagione di singolare urgenza e in dilazionabilità. Infatti… registriamo una più diffusa ed esplicita consapevolezza della ‘distanza’ che nel nostro contesto socio-culturale e insieme ecclesiale esiste tra la fede cristiana e la mentalità moderna e contemporanea».
    Queste parole della prolusione del Card. D. Tettamanzi esprimono una grande preoccupazione.
    «Ma siamo chiamati a custodire, ossia conservare, vivere, rilanciare l’originalità, di più la novità - unica e universale - della speranza cristiana, il DNA cristiano della speranza presente e operante nella storia».[1]
    Da quando, dopo il Convegno di Palermo, si è cominciato a parlare del Progetto culturale della Chiesa Italiana, molti di noi si sono chiesti cosa significava per la gente.
    Si sono susseguiti Forum e iniziative di grande spessore culturale, ma è sembrato a molti che il discorso fosse per pochi addetti ai lavori. Erano convocati artisti e scienziati, professori e ricercatori. Ma il discorso rimaneva estraneo alla gente comune, alle chiese particolari, ai gruppi ecclesiali.
    Anche la Nota Pastorale «Il volto missionario delle Parrocchie in un mondo che cambia»[2] è passata in sordina. Eppure dichiarava con forza «che è necessaria una pastorale missionaria, che annunci nuovamente il Vangelo, ne sostenga la trasmissione di generazione in generazione, vada incontro agli uomini e alle donne del nostro tempo testimoniando che anche oggi è possibile, bello, buono e giusto vivere l’esistenza umana conformemente al Vangelo e, nel nome del Vangelo, contribuire a rendere nuova l’intera società».
    Di più: la Nota pastorale sul primo annuncio [3] affermava: «C’è bisogno di un rinnovato primo annuncio della fede. È compito della Chiesa in quanto tale, e ricade su ogni cristiano, discepolo e quindi testimone di Cristo; tocca in modo particolare le parrocchie».
    Tra il Convegno di Palermo e quello di Verona, rileggendo i documenti pubblicati, il progetto culturale ha sollecitato una attenta riflessione tra i Vescovi e gli addetti ai lavori, ma sembra non essere entrato nel vivo della vita della gente. Per questo, forse, a Verona, si è parlato di una nuova fase.

    Il grande «sì della fede»

    Benedetto XVI, a Verona, ha voluto proporre una sua riflessione «su quel che appare davvero importante per la presenza cristiana in Italia».
    Proprio dalla constatazione che spesso «Dio rimane escluso dalla cultura e dalla vita pubblica e la fede in Lui diventa difficile, perché viviamo in un mondo che sempre più si presenta come opera nostra, nel quale Dio… sembra divenuto superfluo, anzi estraneo», il Papa avvia una coraggiosa proposta pastorale per collegare la fede alla vita quotidiana.
    «In questi giorni avete riflettuto sulla vita affettiva e sulla famiglia, sul lavoro e sulla festa, sull’educazione e la cultura, sulle condizioni di povertà e di malattia, sui doveri e le responsabilità della vita sociale e politica… Attraverso questa multiforme testimonianza deve emergere il grande ‘sì’ che in Gesù Cristo Dio ha detto all’uomo e alla sua vita, all’amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza. La fede nel Dio dal volto umano porta la gioia nel mondo».[4]
    Questo è un tema caro al Papa, che non tralascia mai di coniugare l’intelligenza e la sua ricerca, con l’affidamento amoroso a un Dio che è Amore e quindi sa colmare il desiderio di infinito che c’è nel cuore di ogni persona.
    Altrettanto caro a Benedetto XVI è il tema della cultura e della cultura popolare. L’identità cristiana non va sottaciuta per timidezza; tanto meno va accantonata in nome di un malinteso dialogo interreligioso. Con la dignità e il rispetto, con la mitezza e la fermezza che gli sono proprie, il Papa giorno dopo giorno raccoglie la sfida di proclamare che la fede non mortifica la persona né ostacola la sua realizzazione.
    In molti momenti, quindi, è risuonato l’accenno a una peculiarità del cristianesimo in Italia: il suo carattere popolare, la forza di una tradizione vigorosa, che ha radici profonde ed è capace di portare frutti. È dunque il tempo di una nuova consapevolezza: «occorre incrementare il nostro dinamismo, occorre aprirsi con fiducia a nuovi rapporti, non trascurare alcuna delle energie che possono contribuire alla crescita culturale e morale dell’Italia».[5]
    Per questa nuova stagione, che cerchi strade nuove di prossimità alla gente e ai suoi problemi, la Chiesa Italiana ha affermato che
    «una pastorale tesa unicamente alla conservazione della fede e alla cura della comunità cristiana non basta più. È necessaria una pastorale missionaria, che annunci nuovamente il Vangelo, ne sostenga la trasmissione di generazione in generazione, vada incontro agli uomini e alle donne del nostro tempo testimoniando che anche oggi è possibile, bello, buono e giusto vivere l’esistenza umana conformemente al Vangelo e, nel nome del Vangelo, contribuire a rendere nuova l’intera società».[6]
    Proprio in questi ultimi mesi, ascoltando i casi mediatici di cui una certa politica si è accaparrata, è esplosa con più forza l’urgenza di essere presenti come credenti nei luoghi della vita e della morte, dove la ragione della legge risulta insufficiente e dove l’umanità viene espropriata anche del pudore.

    Un cristianesimo popolare

    Si è affermato più volte a Verona che la fede popolare è una caratteristica tutta italiana.
    Leggendo la storia di molti testimoni [7] lo si coglie immediatamente. Del resto, anche sfogliando la storia passata del movimento cattolico si vede come la fede, in Italia, è impastata con molte iniziative sociali e caritative assunte direttamente da laici, movimenti, associazioni, famiglie. È quasi impossibile separare questa storia viva, dalla trasformazione del Paese, la vita quotidiana da quella fitta rete di volontariato cristiano che soccorre le mille nuove povertà delle nostre città e dei nostri paesi.
    Tuttavia questa vita sembra non esistere, se ci si limita a conoscere l’Italia solo dalla finestra dei grandi network mediatici, canali ufficiali di una cultura troppo salottiera e lontana dalla vita.
    Ernesto Galli della Loggia, lo scorso dicembre, ha aperto con un articolo sul «Corriere della Sera» un dibattito ampio sullo squilibrio esistente tra «peso politico» dei cattolici e spazio mediatico.
    Sono davvero così deboli i cattolici?
    Se si sono lette solo le grandi testate, di Verona si è colto ben poco. I grossi titoli erano fuorvianti.
    A Verona i cattolici non sono stati afoni - dice Luisa Santolini del Forum delle famiglie -. Erano in migliaia a parlare di Vangelo e affetti, lavoro, fragilità, tradizione, cittadinanza… sembra esistere una strategia della grande stampa a rendere assenti proprio i protagonisti della vita.
    Si parla di razzismo e di iniquità dei Centri di accoglienza? Poi, se uno deve pescare una storia di immigrazione che si è integrata nel territorio, vieni a scoprire che un pakistano ha incontrato un prete, un’associazione, un gruppo che gli ha aperto le porte, gli ha dato lavoro, gli ha permesso di diventare imprenditore.
    Si parla di barboni e di senza fissa dimora? E vieni a scoprire che ogni giorno e ogni notte ci sono giovani e gruppi che si danno da fare per alleviare le sofferenze, per garantire un pasto caldo, la possibilità di lavarsi e di incontrarsi…
    Si parla di malati e di abbandoni?
    E scopri la ragnatela dei gruppi vincenziani che nel silenzio più assoluto visitano le famiglie, gli ospedali, le case dietro a cui si celano povertà mai dichiarate.
    Gli esempi possono continuare. Mi limito a citare uno storico come Andrea Riccardi [8] che si è inserito nel dibattito scatenato dall’editoriale del Corriere: «La nostra cultura ha resistito al marxismo, il quale aveva decretato la morte della religione. Negli anni Settanta pochi investivano, per esempio, sul mondo e la cultura religiosa. Oggi, invece, ci si rende conto di come nel mondo contemporaneo il fatto religioso sia centrale e qualificante. I cattolici hanno compiuto un lavoro talmente sodo che oggi tutti lo ritengono un elemento rilevante della cultura del nostro tempo».
    Se le università hanno espulso il cristianesimo, esso è parte integrante del tessuto che fa da collante alla cultura nazionale.
    Anche un giornalista serio e attento come Gaspare Barbiellini Amidei afferma: «C’è il fastidio, in certi ambienti, per l’intelligenza delle argomentazioni dei giornalisti cattolici. Il loro modo di raccontare la verità. Gli opinionisti che credono in Dio, solitamente, riescono a cogliere quello che Gramsci definiva il senso comune, anche perché non hanno riserve mentali criptoanticlericali».[9]
    Forse è proprio il momento di rialzare il capo con dignità e una certa fierezza: la fede che ci segna è un dono così grande che ci aiuta a dare senso a tutta la vita. È questa la novità del Vangelo dentro la cultura. La capacità della fede di far nuove, dal di dentro, le energie propulsive che spingono in avanti il mondo, fino al punto più alto.
    La cultura del popolo sembra non fare clamore, eppure è quella che sostiene il sistema sociale. Per questo è importante che il progetto culturale, che ha cercato di far breccia nei santuari della cultura, anche con l’obiettivo di raggruppare gli scienziati e gli studiosi, trovi ora le strade delle comunità credenti, profondamente inserite nella vita della gente, nel tessuto quotidiano, nelle sofferenze e nelle gioie dei giorni feriali.

    Una comunità che sa convocare

    Il progetto culturale entra nelle case della gente nella misura in cui la comunità riesce a convocare tutti, cerca una parola per ogni persona colta o meno.
    La forza della convocazione fa però i conti con l’intraprendenza missionaria:
    - servono ritmi e colori per la festa dei giovani;
    - occorrono tempi non molto lunghi per le famiglie con i figli piccoli;
    - è necessaria l’intimità, il calore e l’attenzione per gli anziani;
    - urge una vasta collaborazione per raggiungere bambini e ragazzi;
    - serve una rete di conoscenze e una lunga preparazione per o brevi attimi di gioia degli ammalati;
    - urge un lungo lavoro educativo per l’accoglienza di disabili, emarginati…;
    - ci vuole l’accompagnamento di chi accoglie la vita, di chi ne ha cura nella fragilità, di chi si trova di fronte alla morte…
    La comunità credente, quando trova la forza di convocare, è perché ha trovato il coraggio di confrontarsi, sostenersi, dialogare.
    Il parroco, se è responsabile della comunione, non può fare da solo.
    La chiesa locale è fatta di tante risorse: ci sono laici e consacrati, spesso. Ci sono carismi e potenzialità a volte sconosciute o diperse.
    Se ci si riscopre «corpo del Signore», convocato intorno all’Eucaristia, si sente prepotente la spinta a costruire insieme terra nuova, impregnata di amicizia e carità.
    «Specialmente nel clima odierno, permeato di materialismo pratico, estraneità reciproca e indifferenza religiosa, molte porte si aprono solo per il fascino dell’amicizia e della solidarietà. Anche i distratti e i superficiali rimangono colpiti e si accostano al messaggio cristiano. Interpella le coscienze con particolare efficacia l’amore preferenziale per i poveri, che, mentre contraddice l’egoismo radicato nell’uomo e le discriminazioni presenti nella società, si fa espressione di una benevolenza diversa, quella di Dio, gratuita e rivolta a tutti».[10]
    D’altra parte la presenza operosa non basta. Come la rivelazione di Dio è avvenuta attraverso «eventi e parole, intimamente connessi tra loro»[11]; come l’evangelizzazione di Gesù è avvenuta «in opere e in parole» (Lc 24,19), e il vangelo di Paolo si è diffuso «non soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo» (1Ts 1,5), così non si può opporre testimonianza di vita e annuncio esplicito. La testimonianza chiede di essere illuminata e giustificata da un annuncio chiaro e inequivocabile, come questo dovrà sempre rinviare a ciò che si può «vedere e udire» (cf Mt 11,4). È la stessa testimonianza cristiana che include la professione pubblica della fede.
    Questi due aspetti della vita credente aiutano a crescere in una consapevolezza nuova, capace di pensare, di scegliere, di diventare critici di fronte ai messaggi contradditori e spesso mortificanti di una cultura di massa che tende a mettere al bando il desiderio di infinito che c’è nel cuore.
    Una comunità che convoca è, invece, capace di dare spazio e voce a questo desiderio. È in grado di accogliere e accompagnare i passi timidi, che si fermano spesso sulla soglia. Sa incontrare sulla piazza chi attende una mano per essere trascinato dalla gioia degli altri.

    Una spiritualità della gioia

    Il magistero di Benedetto XVI ritorna con grande frequenza al tema della gioia. La salvezza e la gioia sono strettamente congiunte. Lo esprime bene il messaggio natalizio 2006.
    «Ma ha ancora valore e significato un ‘Salvatore’ per l’uomo del terzo millennio? È ancora necessario un “Salvatore” per l’uomo che ha raggiunto la Luna e Marte e si dispone a conquistare l’universo; per l’uomo che esplora senza limiti i segreti della natura e riesce a decifrare persino i codici meravigliosi del genoma umano? Ha bisogno di un Salvatore l’uomo che ha inventato la comunicazione interattiva, che naviga nell’oceano virtuale di internet e, grazie alle più moderne e avanzate tecnologie massmediali, ha ormai reso la Terra, questa grande casa comune, un piccolo villaggio globale? Si presenta come sicuro e autosufficiente artefice del proprio destino, fabbricatore entusiasta di indiscussi successi quest’uomo del secolo ventunesimo.
    Sembra, ma così non è. Si muore ancora di fame e di sete, di malattia e di povertà in questo tempo di abbondanza e di consumismo sfrenato. C’è ancora chi è schiavo, sfruttato e offeso nella sua dignità; chi è vittima dell’odio razziale e religioso, ed è impedito da intolleranze e discriminazioni, da ingerenze politiche e coercizioni fisiche o morali, nella libera professione della propria fede. C’è chi vede il proprio corpo e quello dei propri cari, specialmente bambini, martoriato dall’uso delle armi, dal terrorismo e da ogni genere di violenza in un’epoca in cui tutti invocano e proclamano il progresso, la solidarietà e la pace per tutti. E che dire di chi, privo di speranza, è costretto a lasciare la propria casa e la propria patria per cercare altrove condizioni di vita degne dell’uomo?
    Che fare per aiutare chi è ingannato da facili profeti di felicità, chi è fragile nelle relazioni e incapace di assumere stabili responsabilità per il proprio presente e per il proprio futuro, si trova a camminare nel tunnel della solitudine e finisce spesso schiavo dell’alcool o della droga?
    Che pensare di chi sceglie la morte credendo di inneggiare alla vita?
    Come non sentire che proprio dal fondo di questa umanità gaudente e disperata si leva un’invocazione straziante di aiuto? (...)
    Malgrado le tante forme di progresso, l’essere umano è rimasto quello di sempre: una libertà tesa tra bene e male, tra vita e morte. È proprio lì, nel suo intimo, in quello che la Bibbia chiama il ‘cuore’, che egli ha sempre necessità di essere ‘salvato’. E nell’attuale epoca post moderna ha forse ancora più bisogno di un Salvatore, perché più complessa è diventata la società in cui vive e più insidiose si sono fatte le minacce per la sua integrità personale e morale. Chi può difenderlo se non Colui che lo ama al punto da sacrificare sulla croce il suo unigenito Figlio come Salvatore del mondo?
    ‘Salvator noster’, Cristo è il Salvatore anche dell’uomo di oggi. Chi farà risuonare in ogni angolo della Terra, in maniera credibile, questo messaggio di speranza?
    Dobbiamo proclamarlo non solo con le parole, ma anche con l’intera nostra vita, dando al mondo la testimonianza di comunità unite e aperte, nelle quali regna la fraternità e il perdono, l’accoglienza e il servizio reciproco, la verità, la giustizia e l’amore.
    Solo riscoprendo il dono ricevuto la Chiesa può testimoniare a tutti Cristo Salvatore; lo fa con entusiasmo e passione, nel pieno rispetto di ogni tradizione culturale e religiosa; lo fa con gioia sapendo che Colui che annuncia non toglie nulla di ciò che è autenticamente umano, ma lo porta al suo compimento. In verità, Cristo viene a distruggere soltanto il male, solo il peccato; il resto, tutto il resto Egli eleva e perfeziona. Cristo non ci salva dalla nostra umanità, ma attraverso di essa; non ci salva dal mondo, ma è venuto nel mondo perché il mondo si salvi per mezzo di Lui (cf Gv 3,17)”.[12]

    Questo della felicità e della pienezza di vita nella fede, che il Papa richiama sempre con forza va riscoperto dalle nostre comunità, che spesso sembrano averlo smarrito, mentre la gente rincorre spasmodicamente la gioia, ritrovandosi sempre più sola e vuota.

    … sospinti dalla forza del Vangelo

    «La Chiesa in Italia possa ripartire… come sospinta dalla parola del Signore risorto. In un mondo che cambia il Vangelo non muta.
    La Chiesa che è in Italia si è radunata, ha rivissuto l’esperienza originaria del Cenacolo… Ora, consacrati dall’unzione (dello Spirito) andate! Portate il lieto annuncio ai poveri, fasciate le piaghe dei cuori spezzati, proclamate la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, promulgate l’anno di misericordia del Signore (cf Is 61, 1-2). Ricostruite le antiche rovine, rialzate gli antichi ruderi, restaurate le città desolate. Sono tante le situazioni difficili che attendono… Portate la speranza di Dio!».[13]
    Con queste parole Benedetto XVI si è congedato dal popolo, quasi affidando a giovani e adulti presenti allo stadio di Verona il mandato di ricostruire le città.
    Il progetto culturale, sulle strade della gente, ha proprio il compito di ricostruire umanità, relazioni, sentire comune. Vuole dare voce alla bontà che sta nel cuore della gente. Vuole entrare nelle case.
    Alcuni percorsi potrebbero essere ripresi in continuità con il lavoro già intrapreso nelle Diocesi nell’iter di preparazione:
    - dare forza e voce alla testimonianza della carità presente nel territorio. C’è una santità quotidiana da mettere in risalto, c’è il coraggio della fede nelle famiglie, la testimonianza sul posto di lavoro, la denuncia della corruzione, la legalità;
    - dare consistenza alla formazione continua di giovani e degli adulti: non si tratta di ripetere cicli di conferenze, ma aprire laboratori permanenti della fede aiuta a darsi e a dare ragione delle proprie scelte e della propria fede;
    - trovare spazi per convocare e rendere visibile la comunità credente: c’è una fantasia della vita e della gioia che ha bisogno di essere gridata al mondo e non sussurrata timidamente;
    - offrire ai giovani esperienze diversificate: dalla festa all’impegno, dalla riflessione alla celebrazione, dall’incontro sui luoghi abitati dai giovani (piazze e muretti), al dialogo franco sui temi della vita;
    - essere attenti alle politiche giovanili del territorio: la comunità credente deve farsi carico dei problemi giovanili per prevenire disagi e devianze, per sostenere le famiglie in difficoltà…;
    - riorganizzare i tempi della celebrazione e della preghiera sui tempi della vita e del lavoro della gente e trovare parole per comunicare in forma immediata e capace di arrivare al cuore;
    - ritrovare il gusto della bellezza: l’armonia e la bellezza sono un annuncio tanto quanto l’amore e la semplicità.
    Molti altri ancora potrebbero essere i percorsi esemplificativi: il progetto culturale, infatti, si traduce in ogni espressione della vita, è pensiero ed è celebrazione, è arte ed è parola, è musica ed è testimonianza, è gesto ed è preghiera, è storia ed è presenza…
    Nessuno è escluso dall’impegno di dare ragione di questa speranza che illumina tutta l’esistenza.
    Abbiamo bisogno di narrare: è questa una traditio fidei che non esonera nessuno.

    Conclusione

    Forse il Cantiere del Progetto culturale continuerà la sua strada nell’impegno di tener desta l’attenzione degli uomini e delle donne di pensiero.
    Ma le sfide emerse a Verona richiedono di affrettare il passo, di aprire mille cantieri: non è possibile pensare a una chiesa che cammina tra la gente senza intrecciare le esperienze variegate vissute da molti gruppi e da molti carismi.
    È questa la bellezza e la ricchezza della chiesa italiana.
    Deve incominciare il tempo della tessitura paziente, dei legami cercati, dei frutti condivisi: è il tempo dello Spirito che soffia dove vuole, ma che tutti porta a costruire il Regno.
    Allora tutti ci sentiremo «grembo» in cui si genera nel tempo l’unico Signore Gesù, speranza del mondo.

     
    NOTE

    [1] Card. D. Tettamanzi, È la speranza lo stile del testimone. Prolusione al Convegno ecclesiale di Verona, 16-20 ottobre 2006.

    [2] CEI, Il volto missionario delle Parrocchie in un mondo che cambia. Nota Pastorale. 30 maggio 2004.

    [3] CEI, Il primo annuncio della fede. Nota pastorale, 15 maggio 2005.

    [4] Benedetto XVI, Discorso ai convegnisti, 19 ottobre 2006.

    [5] Benedetto XVI, Discorso ai convegnisti, 19 ottobre 2006.

    [6] CEI, Il primo annuncio, Roma 2005.

    [7] Vedi le varie pubblicazioni sui Testimoni del nostro tempo realizzate in occasione del Convegno.

    [8] Cf Avvenire, 21 dicembre 2006.

    [9] Cf Avvenire, 21 dicembre 2006. 

    [10] Conferenza Episcopale Italiana, La verità vi farà liberi. Catechismo degli adulti, nn. 568-569, Libreria Editrice Vaticana 1995, pp. 274-275.

    [11] Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. Dogm. Dei verbum, n. 2: AAS 58 (1966) 818.

    [12] Benedetto XVI, Messaggio Natalizio, 2006.

    [13] Benedetto XVI, Omelia nello Stadio di Verona, 19 ottobre 2006.



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