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S. Maria Domenica Mazzarello

(1837-1881)

Maria Pia Giudici


Maria Domenica Mazzarello è una figura di donna consacrata educatrice, così semplice che rischia di trarre in inganno. Pio XI sottolineò di lei proprio la semplicità «pari - disse - a quella dell’oro: uno di quei corpi più semplici, ma preziosi ». Maria Mazzarello attingeva infatti alla semplicità di Dio perché aveva il cuore unificato dall’amore per Dio e per le giovani.

1. VITA

Nacque il 9 maggio 1837 a Mornese (Alessandria). Fin da bambina fu plasmata dalle realtà agresti e da ben calibrati interventi educativi specialmente da parte del padre e di don Pestarino. Questo zelante sacerdote di Mornese, per i suoi frequenti contatti con don Frassinetti, figura eminente del clero genovese in fama di santità, comunicò alla Mazzarello quel che di meglio offriva la spiritualità del tempo.
Vivace di temperamento e robusta di braccia, la giovane lavorò nei campi fino a quando, nel 1859, scoppiò a Mornese il tifo. Contratta la malattia per essersi assunto l’onere di curare un’intera famiglia di parenti, fu stroncata nelle forze fisiche. Durante la lunga e penosa convalescenza Maria Domenica capì di essere chiamata da Dio a tempo pieno per le giovani.
Con Petronilla, sua intima amica e aderente con lei all’associazione delle Figlie dell’Immacolata, decise di imparare il mestiere di sarta e aprì un laboratorio che divenne poi anche ospizio per ragazze povere e orfane. Quando già si occupava dell’educazione e della catechesi anche mediante una specie di oratorio festivo, la sua strada incrociò quella di san Giovanni Bosco.
Il 5 agosto 1872, emettendo con alcune compagne i voti di castità, povertà e obbedienza, divenne la pietra angolare dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice che don Bosco fondò quando, su indicazioni provvidenziali, capì di dover fare per le giovani quanto aveva fatto per i giovani.
Come superiora generale, resse l’Istituto dapprima a Mornese e poi a Nizza Monferrato dove morì il 14 maggio 1881.

2. PROFILO

Per uno di quei provvidenziali eventi di grazia che manifestano il filo misterioso ma reale della storia, la Mazzarello, non affatto colta, anche se intelligente, sagace e radicata nel « sì » a Dio, nutriva le stesse propensioni di un uomo del calibro di san Giovanni Bosco, chiamato, per antonomasia, l’apostolo dei giovani.
« Salesiana per istinto », dice di lei A. Caviglia (L’eredità spirituale di sr. M. Mazzarello, Ist. FMA, Torino 1932, p. 2). Infatti, in un’epoca in cui l’educazione della donna era ancora largamente disattesa, ella sentì, giovanissima, l’ispirazione di radunare molte ragazze per « farle buone », com’è detto negli Atti del Processo di Beatificazione, « una magnifica disponibilità al ministero dell’educazione », come scrive il cardinal G. M. Garrone (Perfettamente disponibile al ministero dell’educazione delle giovani, in « Osser. Romano » 13.5.81). E tutto questo dentro « profonde affinità, parallelismi e segni precursori dello spirito salesiano », come nota ancora il Caviglia (op. cit., 7s).
Pur essendo la più giovane aderente alla Pia Unione delle Figlie dell’Immacolata, diede il suo vivace apporto a questo tipo di associazione che era innovativa per quei tempi perché, restando nel mondo, le associate s’impegnavano a vivere fino in fondo il proprio « credo » « a costo di qualsiasi persecuzione di parenti, amici, popolo », come diceva il Regolamento.
Fu la Mazzarello a cambiare le destinatarie dell’apostolato delle Figlie dell’Immacolata, raggiungendo non più comunque le donne, ma soltanto giovani e fanciulle.
« Gli uomini mi possono togliere tutto, tranne il cuore per amare Dio », diceva (Maccono F., II 194). E fu questo suo appassionato cuore di donna innamorata di Dio a sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda delle giovani. Così in lei, nel suo modo di essere e di lasciarsi plasmare dallo Spirito Santo, trovava piena accoglienza il segreto pastorale di don Bosco: « Ricordatevi - dice il santo - che l’educazione è cosa del cuore e che solo Dio ne è padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna se Dio non ce ne insegna l’arte e non ce ne mette in mano le chiavi » (Memorie Biografiche di san G. Bosco, XVI, 447). Fu l’autenticità del suo essere donna « vera » nel suo amore a Cristo e alle giovani a darle autorevolezza presso di loro. Lei, che da giovane s’era accusata di essere stata un quarto d’ora senza pensare a Dio, acquistò sempre più consapevolezza di quanto, nell’opera educativa, sia anzitutto la coerenza quello che conta: « Se io amerò Gesù con tutto il cuore - diceva - saprò farlo amare anche dalle altre» (Posada M. E., Lettere, 9.79). Per questo poté prodigarsi perché il « sembrare » non fosse a scapito dell’« essere ». Non a caso asseriva che « le virtù devono essere più interne che esterne » (ivi, 6.69) e che ci si deve guardare dal fare della stessa comunione « un coperchio » alla propria mediocrità.
Ma la forza spirituale della sua testimonianza era anche frutto d’un lungo tirocinio di pazienza nelle difficoltà. Quando decise di mettere su il laboratorio, dovette affrontare difficoltà d’ogni tipo: da quella di ottenere l’apprendistato - a quei tempi! - presso l’unico sarto del paese (lei donna con un’altra donna), a quella di lasciare la casa paterna per vivere con l’amica e collaboratrice Petronilla, offrendo un clima di famiglia a ragazze orfane o povere e nei guai.
Dovette pure far fronte alle mormorazioni di alcune Figlie dell’Immacolata a cui l’idea della Mazzarello di lasciare il tetto paterno sembrava una stranezza, a quei tempi e in quell’ambiente contadino.
Né ebbe giorni facili più tardi, quando il nascente istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, per un malinteso con la curia vescovile
di Acqui, dovette insediarsi in un caseggiato che gli abitanti di Mornese avevano eretto come collegio per i loro ragazzi che speravano di affidare ai Salesiani.
Mentre l’incomprensione, le rappresaglie e le ingiurie la radicavano sempre più nel mistero pasquale, la Mazzarello rinvigoriva nell’amore di Dio che connotò tutta la sua vita, radice e alimento del suo impegno pastorale. Non a caso, poco prima di morire, scrisse: « Gesù, voi siete tutta la mia forza. Con voi i pesi diventano leggeri, le fatiche soavi, le spine si convertono in dolcezze » (ivi, 64.5).

2.1. Metodo pastorale

Quel che intravide fin dai primordi del suo impegno educativo, Maria Mazzarello lo venne focalizzando già da quando precisò il progetto del laboratorio a Petronilla: « Ricordati che il fine principale dev’essere quello di togliere le ragazze dai pericoli, di aiutarle a migliorarsi e specialmente d’insegnar loro a conoscere il Signore ».
Lo stile di Mornese prima e poi di Nizza Monferrato, dove la comunità fu animata e diretta dalla Mazzarello, emerge dalle norme che don Bosco affidò a lei e alle sue prime compagne fin dal 1869: «Farsi amare dalle fanciulle più che temere; avere vigilanza solerte e continua, amorosa, non pesante, non diffidente; tenerle sempre occupate tra la preghiera, il lavoro, la ricreazione; formarle a una pietà veramente seria, combattendo in esse la menzogna, la vanità, la leggerezza» (Cronistoria 1225).
Il suo tratto, proprio perché attinge continuamente alla infinita duttilità dello Spirito Santo, è molto personalizzato, adattandosi all’indole di ciascuna giovane.
La pazienza dell’attesa che usa con Emilia Mosca, la giovane contessina venuta a Mornese a insegnare francese, non è il tratto vigoroso con cui si rapporta a Rosalia Pestarino, una vivace giovane di Mornese.
La tolleranza che usa con Corinna Arrigotti, orfana di madre e figlia di un impresario di strade, arrivista e mondano, è in lei virtù che, radicata nella Speranza teologale, dà grande frutto.
La Mazzarello vigilò infatti perché le altre ragazze non prendessero scandalo alle stravaganze di Corinna, e pregò molto, circondandola di cure affettuose e proponendole stimolazioni di fede. Corinna non solo s’arrese, ma visse lei stessa il « sì » della « sequela » tenendo testa alla violenta persecuzione (e non è termine esagerato!) di suo padre.
Con Maria Belletti, la ribelle ad ogni disciplina, la Madre temporeggia decidendo, contro il parere di altre suore, che non deve essere allontanata. Così, guadagnatone il cuore, commisura alle possibilità psichiche e spirituali le richieste d’emendamento dei molti difetti, fino al giorno in cui l’educanda, notoriamente spregiudicata ma sincera e molto ardente, chiede e ottiene di essere Figlia di Maria Ausiliatrice.
Di Emma Ferrero, dopo aver sventato un piano di fuga romantico, la Madre sa accaparrarsi l’affezione, dosando varie rotture con le cose del suo passato, proponendo graduali salti di qualità nella crescita spirituale fino a che, sconfessati vanità e idoli di varia specie, la ragazza si consegna liberamente e del tutto a Cristo Gesù.

2.2. Discernimento pastorale

In situazioni pastorali difficili e complesse la Mazzarello rivelò grande spirito di discernimento.
Con Caterina Daghero, la giovane postulante che è immersa in tali nostalgie e perplessità circa la propria vocazione da voler trattenere in portineria la valigia, pronostica che queste prove passeranno e che Caterina da suora realizzerà una vita di luce. La cosa si avvera a tal punto che proprio questa giovane, alla morte della Mazzarello, le succede nella guida dell’intero istituto. Anche di Marietta Rossi, quasi ancora adolescente, saggia le capacità del cuore e l’incoraggia ad assecondare quel che lei pensa sia una vera chiamata di Dio e non un qualsiasi entusiasmo adolescenziale.
Invece è intransigente nell’accomiatare dall’istituto Agostina Simbeni, anche se l’eccentricità spirituale della ragazza, che sembra (ma non è) dotata di particolari doni mistici, riesce ad ammaliare per qualche tempo suore, ragazze e perfino il direttore salesiano del collegio.
La Mazzarello nei confronti delle sue figlie e allieve ama definirsi « colei che tanto vi ama nel Signore »; ma proprio perché ama nella verità è decisa e vigorosa nel correggere sentimentalismi, pigrizie, vanità, rivalse orgogliose, e soprattutto ogni tipo di falsità. « Non vogliamo figlie senza difetti - diceva - ma nemmeno che abbiano fatto pace con essi » (Maccono F., III 299). La sua è la mano ferma e soave di chi corregge perché ama, non il randello di chi sfoga la propria irritazione. Perciò, a proposito di una giovane suora considerata immatura, scrisse: « Mi pare che, se la saprete prendere, riuscirà bene. Così delle altre. Ciascuna ha i suoi difetti: bisogna correggerle con carità, ma non pretendere che siano senza e nemmeno pretendere che si emendino di tutto in una volta, questo no! » (Posada M. E., Lettere 22,109).

2.3. Gioia come segno e atmosfera pastorale

Accanto a questa pazienza dell’attesa, a questo rispetto dei tempi di crescita nutrì, da un capo all’altro della sua esperienza pastorale, un grande senso della gioia cristiana.
Dal suo epistolario l’allegria (per usare il termine che nell’Ottocento sostituiva generalmente quello di gioia) risulta una specie di leitmotiv interpretativo di tutto il suo essere e agire. Secondo quanto la Madre ne scrive, l’allegria per lei è frutto di rettitudine nel pensiero e nella vita, espressione di carità oblativa, segno di alacre impegno nell’itinerario spirituale, conseguenza di quella speranza teologale che sostiene nella fatica quotidiana e nella prova.
La Mazzarello, che già prima di conoscere don Bosco escogitava perfino balli carnevaleschi pur di canalîzzare positivamente la vitalità delle ragazze, intuì a tal punto il significato della gioia nella propria esistenza e nell’approccio pastorale che evidenziò in essa «il segno di un cuore che ama tanto il Signore», per esprimerci con le sue parole (Posada M. E., Lettere 60,195). Per questo sia a Mornese che a Nizza, nel pieno vigore delle forze e quando fu stroncata dapprima dal tifo e poi, a 44 anni, dal male che la condusse alla tomba, lasciò che la gioia diventasse sempre più il frutto del sicuro anche se umile integrarsi d’ogni dimensione della sua persona in quel Dio che è pastore e padre perché «fonte della vita e della gioia».

3. CONCLUSIONE

Proprio dal clima di festa e di profonda serenità che seppe creare attorno a sé nelle giovani, si può « leggere » anche oggi la validità e la serietà del suo forte stile pastorale.
Uno stile di concretezza e di essenzialità che, muovendo da Dio-Amore, forza e movente di tutto il suo essere e agire, a lui conduce le giovani, con tatto, rispetto della libertà, dolcezza materna, gradualità e insieme con grande vigore.