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Lorenzo Milani

(1923-1967)

Gilberto Aranci


LA VITA

Lorenzo Milani Comparetti nacque a Firenze il 27 maggio 1923 da una famiglia agiata e di lunga tradizione culturale. Dopo venti anni « passati nelle tenebre dell’errore », come lui stesso definì il primo periodo della sua vita, si avvicinò al cristianesimo. Nell’estate del 1943 sotto i bombardamenti ebbe l’incontro, decisivo per la sua vita futura, con don Raffaele Bensi, che da allora divenne il suo padre spirituale. In quella stessa estate, dopo aver quasi letteralmente divorato la bibbia e il vangelo, decise di farsi prete ed entrò in seminario: non vi era ormai nella sua vita nessun altro interesse all’infuori che Gesù Cristo e gli uomini, soprattutto i poveri, ai quali portare la salvezza.
Nel luglio del 1947 fu ordinato sacerdote e dopo qualche mese fu mandato come vicario nella parrocchia di San Donato a Calenzano, dove iniziò il suo ministero sacerdotale. Era una parrocchia formata in genere da coloni e operai che lavoravano per lo più nei centri industriali vicini di Sesto Fiorentino e di Prato. Oltre a svolgere attività di tipo sacramentale, il giovane cappellano si occupò, con l’apprezzamento e l’aiuto del vecchio proposto, del catechismo in parrocchia e nelle scuole pubbliche e del doposcuola per i giovani contadini e operai, che divenne poi la scuola popolare serale. Fu in questo tempo che si dedicò al progetto di redigere un proprio catechismo storico, in quanto riteneva insufficienti e inutilizzabili i testi catechistici allora vigenti; progetto che poi abbandonò ritenendolo superato. Aveva anche iniziato con l’aiuto dei giovani della scuola popolareun’indagine sulle cause della difficile situazione religiosa e sui problemi sociali più brucianti del popolo di San Donato: i risultati di queste ricerche diventarono in seguito il materiale del famoso libro Esperienze pastorali. Si interessò in modo particolare ai giovani e ai loro problemi sociali, soprattutto alla disoccupazione, allo sfruttamento del lavoro minorile e alla loro mancanza di cultura. Le sue iniziative pastorali e sociali insieme alla frequente e aperta critica alla politica dei partiti gli provocarono incomprensioni e anche avversioni da parte dei parrocchiani e dei confratelli vicini. Il trasferimento, che ormai considerava prossimo, giunse solo qualche anno dopo, alla morte del proposto. Così alla fine del 1954 fu fatto parroco di Sant’Andrea a Barbiana, una piccola parrocchia di montagna, dove subito organizzò una scuola per i ragazzi del popolo, che diventò poi scuola a tempo pieno.
Nel 1957 concluse e pubblicò Esperienze pastorali aggiungendovi le annotazioni raccolte ed elaborate a Barbiana. Il libro, nonostante avesse ricevuto 1’imprimatur del card. Dalla Costa, nel dicembre del 1958 fu ritirato dalla vendita per disposizione del S. Uffizio perché ritenuto inopportuno.
Nei primi anni 1960, gli anni del Concilio, nonostante la malattia che cominciava ad affliggerlo, continuò sempre la sua opera educativa e pastorale nella scuola a tempo pieno, senza per questo rimanere isolato dal mondo esterno ecclesiastico e politico. I suoi rapporti col Vescovo e con la curia fiorentina furono spesso difficili e sofferti. Al di là del suo fare polemico, si dimostrò sempre obbedientefedele alla Chiesa, ma la sua azione pastorale e educativa non fu mai compresa e approvata del tutto.
Gli ultimi anni della sua vita furono caratterizzati dagli interventi sull’obiezione di coscienza e sulla scuola dell’obbligo.
Nel febbraio 1965 scrisse una lettera aperta a un gruppo di cappellani militari, che avevano dichiarato essere l’obiezione di coscienza « estranea al comandamento cristiano dell’amore e espressione di viltà». Per questa lettera fu rinviato a giudizio per apologia di reato. Non potendo presenziare al processo a causa della malattia, inviò una autodifesa scritta, la nota Lettera ai giudici. Il processo si concluse con l’assoluzione, ma su ricorso del Pubblico Ministero la Corte d’appello, modificando la sentenza di primo grado, condannò lo scritto: si era nell’ottobre del 1968 e don Milani era già morto da più di un anno. Ultima fatica di don Lorenzo coi suoi ragazzi della scuola fu la stesura della Lettera a una professoressa. Iniziata nel 1966, fu elaborata dagli stessi ragazzi sotto la guida di don Lorenzo che li diresse dal letto, dove era sempre più costretto dalla malattia che lentamente e inesorabilmente lo consumava. La lettera fu pubblicata nel maggio del 1967, un mese prima della sua morte, che avvenne a Firenze il 26 giugno.

2. L’OPERA PASTORALE

Anzitutto occorre ricordare che gran parte dell’attività di don Milani, orientata soprattutto in senso educativo, ebbe come destinatari privilegiati i giovani. È quindi legittimo considerare e rileggere nella prospettiva della Pastorale giovanile l’opera e il pensiero di don Lorenzo come modello e contributo legati alla storia di un’esperienza sofferta e vissuta.

I primi anni di attività

Le convinzioni, che già nei primi anni di ministero andò maturando, trovano il loro punto di riferimento nella sua formazione spirituale e sacerdotale che fu improntata alle direttive del card. Dalla Costa. Queste miravano a dare un alto senso della missione sacerdotale in ordine alla salvezza degli uomini, nonché la dedizione disinteressata al ministero e il servizio ai poveri. A ciò don Lorenzo aggiungeva una grande capacità di incarnarsi ed entrare nelle situazioni della gente più povera: giovani operai o contadini, montanari, e di comprenderli ponendosi dalla loro prospettiva.
Una delle prime iniziative pastorali innovative, prese subito da don Lorenzo appena cappellano a San Donato, fu la scuola popolare serale. Ben presto si rese conto che la scuola non poteva andare d’accordo con la ricreazione. Per un certo periodo di tempo aveva cercato vanamente dei compromessi, ma poi fece la scelta per la scuola, e solo scuola. « La scuola era il bene... la ricreazione era la rovina » (Esperienze pastorali 128). La decisione nasceva da un giudizio negativo sui metodi pastorali, allora più praticati, che egli diversamente riteneva incompatibili con la missione sacerdotale: « Io il sacerdote di Cristo dovevo stare in concorrenza sullo stesso piano coi ministri del mondo? Già troppo umiliante » (Esperienze pastorali 133). Nello stesso periodo, agli inizi degli anni 1950, si era convinto che il testo di catechismo di tipo dottrinale e astratto doveva essere sostituito da un catechismo incentrato sulla storia della salvezza, tanto che tentò di farne uno. Il progetto non andò a buon fine, ma ciò non significò l’abbandono del metodo storico, con un approccio diretto ai documenti biblici, sia nella catechesi come nella predicazione. Un’altra convinzione che maturò fu quella di privilegiare l’età della giovinezza, constatando l’irrilevanza dell’istruzione religiosa ricevuta nell’infanzia. Età questa in cui i bambini sono dipendenti esclusivamente dalla famiglia e non presentano come i giovani né problemi né interessi sui quali poter fare leva (cf Esperienze pastorali 45-51).
Era poi giunto ad un fermo convincimento: la causa della scristianizzazione era frutto dell’ignoranza religiosa, la quale a sua volta era causata dalla mancanza di istruzione civile e di cultura. Per questo ritenne che l’unico rimedio per ridare al popolo una formazione, anche religiosa, fosse soltanto la scuola.
In sintesi possiamo dire che don Milani nei suoi primi cinque anni di missione sacerdotale aveva già capito che non solo in quel mondo ateo occorreva una vera evangelizzazione, prima e più ancora che una catechesi, ma anche una vera e propria formazione umana per intervenire a fondo sul livello culturale e intellettuale di quel popolo (cf Esperienze pastorali 122-123).

La «Scuola popolare» di San Donato

Nella scelta della scuola riversò tutte le sue energie sacerdotali. Scelta che si presentava come rottura rispetto agli schemi pastorali allora vigenti, in quanto rivolta a un preciso campo sociale: quello dei poveri, degli ultimi, delle vittime, dei senza parola. « La povertà dei poveri - affermava don Milani - non si misura a pane, a casa, a caldo. Si misura sul grado di cultura e sulla funzione sociale » (Esperienze pastorali 209). Non dobbiamo però dimenticare che dedicarsi alla scuola nasceva da una precisa scelta evangelica e sacerdotale. Per raggiungere gli scopi che si era prefisso volle che la scuola fosse classista e aconfessionale. Non era un qualunque dopo-scuola, ma aveva come scopo principale quello di offrire gli strumenti culturali, in primo luogo la lingua, per il riscatto sociale e politico dei giovani, altrimenti costretti in condizioni di inferiorità e di minorità. E poiché l’ambiente di Calenzano era fortemente condizionato dai conflitti sociali e politici, la scuola per don Lorenzo doveva costituire un luogo di coscienza critica per, l’ambiente stesso; doveva essere, per giustizia, classista: esclusiva nei confronti dei borghesi e dei colti, aperta invece alle vittime del conflitto.
L’obiettivo rimaneva tuttavia quello di colmare l’abisso di differenza, dato dalla mancanza di cultura, e superare così l’odio di classe, riportando su uno stesso piano la dignità umana di ognuno (cf Esperienze pastorali 220-223). Oltre a ciò la volle laica e aconfessionale. Pur nascendo da motivazioni religiose, era laica nel metodo e dal punto di vista dei contenuti. Non giudicò mai opportuno inserirvi una catechesi propriamente detta, perché riteneva che il problema fosse quello di «turbargli l’anima verso i problemi religiosi » (Esperienze pastorali 51). Era poi profondamente convinto che con la scuola avrebbe potuto favorire la fede: « La scuola mi è sacra come un ottavo sacramento. Da lei mi attendo (e forse ho già in mano) la chiave, non della conversione, perché questa è segreto di Dio, ma certo dell’evangelizzazione di questo popolo» (Esperienze pastorali 203).

2.3. La «Scuola di Barbiana»

A Barbiana don Milani continuò e approfondì l’esperienza della scuola, che diventò scuola a tempo continuato. Le caratteristiche di fondo rimasero, ma l’ambiente socioculturale diverso fece sì che non ci fosse più bisogno di essere classista. Fu veramente popolare in quanto legata in modo inscindibile alla piccola comunità di montagna. Fu un’esperienza autentica di comunità scolastica e come tale costituì una realizzazione concreta di un cambiamento possibile nella società, riproponendosi al mondo esterno come termine di confronto. A questo proposito basta rileggere la Lettera a una professoressa per cogliere, nell’acceso dibattito con la scuola dello Stato, gli elementi di innovazione e di anticipazione critica presenti nell’esperienza della scuola di Barbiana. Qui si definisce ancora di più lo scopo dell’attività educativa: la formazione, oltre che culturale, anche politica e civica come riappropriazione della dignità umana e della capacità di esercitare i propri diritti sovrani. Infatti don Lorenzo non insegnò soltanto lingua, mestieri o storia, ma facendosi uno di loro aiutò i poveri a lottare e a realizzare in modo autonomo ciò di cui avevano bisogno, con le loro stesse risorse.
Inoltre voleva far crescere, a partire dai ragazzi stessi, qualcosa di nuovo: una cultura e una società diverse, superiori a tutto ciò che il mondo borghese aveva costruito. A Barbiana, la scuola non fu soltanto un atto dovuto o un atto di carità fatto ai poveri, come era stato agli inizi a San Donato, ma costituì lo strumento fondamentale del cambiamento del presente in quanto anticipazione del futuro. Le sue idee sulla scuola e la sua influenza sul mondo e sulla storia si possono trovare ben espresse nella Lettera ai giudici: vi ritroviamo affrontati tanti temi cari a don Milani. Oltre all’obiezione di coscienza, intesa essa stessa come scuola, si trovano trattati: l’importanza di una rilettura demistificante della storia delle guerre, il valore e l’amore delle leggi, col dovere di migliorarle, la difesa del primato della coscienza e del principio della responsabilità personale, fino alla famosa affermazione: l’obbedienza non è più una virtù.

2.4. Il rapporto educativo

Don Milani tradusse con convinzione profonda la sua missione sacerdotale nell’impegno di maestro: fare scuola era per lui vera evangelizzazione. La sua scelta non fu meramente strumentale o di metodo, ma di profondo valore religioso. Sentì la sua missione di maestro come servizio totale e globale verso i suoi giovani e la sua gente. Interpretò il ruolo di maestro secondo il modello socratico della maieutica e scoprì quanto fosse difficile accettare di essere criticato da qualche suo ragazzo e di veder staccarsi da lui gli allievi per camminare da soli. Un esempio significativo di ciò fu l’esperienza della stesura della Lettera a una professoressa: si volle riconoscere solo come il regista, mostrando così la rinuncia ad ogni segno di potere. Nel rapporto educativo si mostrò come il modello autorevole da doversi imitare, rendendosi da una parte tenacemente credibile e coerente (da qui tante sue posizioni radicali e intransigenti), e dall’altra accettando la pienezza del rapporto anche affettivo coi suoi ragazzi. Se l’esperienza scolastico-educativa di don Milani fu e resta irripetibile, tuttavia i metodi che utilizzò e le convinzioni e idee sulla catechesi, sull’evangelizzazione e sulla scuola che lo animarono, si propongono, per tutti coloro che sono impegnati o che vogliono impegnarsi nell’animazione e nell’azione pastorale dei giovani, con un valore altissimo di esemplarità da assumere e da seguire.