Luoghi antropologici del bello


Educare al bello /4

Giuseppe Vico

(NPG 2009-05-73)


Succede spesso che l’uomo, quando riesce a fermarsi o a sostare in un luogo, reale o simbolico, e a mettersi in ascolto per progettarsi e progettare, riesce a rinnovare qualcosa della e nella propria dimora, e stupirsi di quello che sta avvenendo e che porta il segno di quelle cose belle che solo a distanza si scoprono come manifestazione del vero che si declina in pensieri belli e in opere buone. Anche il bello e la bellezza hanno un loro cammino, seguono il destino dell’uomo errante e si incontrano e interagiscono con la sua tensione a volere imitare, identificarsi, andare oltre l’immagine o il modello per entrare in sintonia e in sentimento di empatia con pensieri e opere in un diuturno cammino formativo. L’uomo non media soltanto: raccoglie cose nel mondo, le scopre e le interpreta nella sua «gettatezza» e ritorna spesso a quelle cose per rigenerarsi e rinnovare anche il suo cammino educativo. Persone e cose costituiscono la scena sempre provvisoria di una teatralità che fa agire oggetti e soggetti, interazioni e affermazioni di identità, processi di personalizzazione e di spersonalizzazione.
Sembra che i luoghi non abbiano alcun senso se qualcuno, con la mano, la mente e il cuore, non si pone all’opera di riassetto, di rottura degli schemi, di anticipazione di avventi e di eventi, di creazione di qualcosa che porta lo spirito e lo stile della discontinuità, dell’innovazione senza rimuovere la tradizione, della possibile declinazione educativa, formale e informale, di ciò che colpisce, ci inquieta e ci induce a compiere un cammino di formatività sul bello e a coglierne e interpretarne alcune «cifre» da tradurre nell’educazione per dare vita a un tirocinio sul fare opera d’arte.

La scuola occasione di scoperta del bello

È bello entrare in una scuola e in altri ambienti educativi e vedere opere di alunni esposte nei vari spazi. Uno spazio è significativo sul piano antropologico se porta qualche segno della presenza umana. Ho colto questa presenza della volontà umana di non soccombere anche nelle realtà più povere delle baraccopoli, delle lande sperdute e povere di tutto: c’è sempre una mente che pensa anche al bello, al vivere tra quattro pali e quattro lamiere, ma con una illustrazione incollata o inchiodata alla stanza della vita familiare; mani che fanno cose belle e non si fermano di fronte agli infiniti ostacoli posti dalla povertà; occhi che vogliono vedere dentro le cose, ascoltarne suoni e potenzialità, rincorrere i talenti di un pezzo di legno per ricavarne un crocifisso.
C’è anche il cuore, spesso freddo e alle prese ogni giorno con i morsi della fame o della paura. Il cuore non trova pace sino a quando non è riuscito a ricomporre i tanti tasselli della vita quotidiana in una visione nuova, che abbia una pur piccola carica di amore. Anche l’intenzione e l’attitudine al bello salgono dal profondo per rinnovare e purificare lo spirito con cui entrare in relazione con gli altri. Lo spirito dell’educazione manifesta tante affinità con quello del dare vita a qualcosa di artistico, di bello da compiere.
Anche le modalità di operare, di plasmare la materia in senso creativo, di attingere forme sempre originali, di entrare nella problematica dell’altro, non solo per scandagliare ma soprattutto per liberare e rigenerare, possono essere ricondotte a metafore dell’opera preventiva e progettuale dell’educatore e all’intenzione di creare cose belle, nello spirito, nei modi e nello stile di vivere un’idea di bellezza che riapre ogni volta il discorso su ciò che sia o non sia arte, su ciò che sia o non sia formazione piena dell’uomo, formazione culturale. Scriveva Giovanni Paolo II: «La cultura è ciò per cui l’uomo in quanto uomo diventa più uomo, ‘è’ di più, accede di più all’ ‘essere’»: consegna forte e traducibile in ogni impresa umana finalizzata a dare vita ad una armonia tra intenzione e prodotto, tra proposta e risposta, senza trascurare pregiudizi e condizionamenti, rimozioni ed esclusioni.

Spontaneismo in agguato

Proprio da queste ultime provengono spesso risposte inattese e insperate. Il tutto deve fare riflettere sulle reali intenzioni di persone e istituzioni in ordine alla personalizzazione, anche sul piano del bello e della bellezza, degli itinerari educativi. Siamo ridondanti di termini che sembrano andare contro lo spirito dell’arte, il senso di originalità, lo spazio di liberta che a ciascuno deve essere assicurato e che ciascuno deve conquistarsi: progetto, itinerario, programma, curricolo, obiettivo, ecc. Eppure, occorre pur sempre guardarsi dalle mosse spontaneistiche che giocatori distratti o non competenti fanno nella scacchiera di una pur piccola opera d’arte. Per deformazione professionale rivado sempre al maestro artista, all’opera educativa come percorso che dà vita a eventi belli, allo spazio di nessuno esistente tra due o più persone e nel quale, nell’ingenua e innocente visione di chi opera, sembra non accadere mai nulla di interessante e di bello.
Eppure in quello spazio siamo immersi e, proprio là, ascoltiamo e vediamo tanto, perché, ci direbbe Jaspers: «L’essere ci viene incontro per essere ascoltato». E l’essere è ridondante di verità e ci sollecita ad ascoltarlo e a declinarlo in tante possibili espressioni. Si manifesta ordinato ad un fine e richiede menti, cuori e mani – diceva Pestalozzi (1746-1827) – attente ed esercitate a cogliere frammenti di infinito in ogni creatura. E aggiungeva:

«Il mio comportamento si basava su questi principi: cerca prima di tutto che i tuoi ragazzi ti aprano il cuore e, mentre soddisfi i loro bisogni quotidiani, cerca di ispirare amore e carità nei loro sentimenti, nelle loro conoscenze e nelle loro azioni, fino a quando saranno ben radicati nel loro intimo; allora, insegna ai tuoi ragazzi molte attività utili, perché possano mettere in pratica generosamente e davvero, nel loro mondo, il bene appreso da te. Soltanto in ultimo ricorri a quei pericolosi simboli del bene e del male che sono le parole: e bada di collegarle ai fatti quotidiani della casa e dell’ambiente. Solo su questi si devono basare le parole, se vuoi che i tuoi ragazzi comprendano che cosa accade in loro e fuori di loro, se vuoi che le parole servano a far nascere un modo giusto e buono di considerare la vita e i compiti nella società».

Tradizione e innovazione

Come entrare in relazione con queste parole nell’era dell’usa e getta, dei messaggini telefonici che sembrano ridurre il tutto a poche parole e a qualche simbolo? Occorre anche pensare in maniera diversa, alternativa, deviante, creativa. Non certo per ritornare al grande Pestalozzi ma per non scollegare tra loro la memoria del passato, la coscienza sul presente e l’immaginazione sul futuro. La brutta copia di una quadro è frutto, in genere, di acritico narcisismo o autoreferenzialità in circolo vizioso su se stessa. Vivere nella contemplazione della bellezza significa operare sintesi, cogliere relazioni e gerarchie tra il vero, il bello e il buono nella prospettiva di dare vita, di creare qualcosa che manifesti almeno l’intenzione di avvicinarsi all’unità delle nostre esperienze e delle nostre intenzioni.
A noi rimane il compito di non lasciare mancare ai bambini, ai fanciulli e agli adolescenti l’opportunità e la possibilità di vedere, ascoltare, portare in luce fantasia e immaginazione, dare via libera agli archetipi dei nostri talenti che costituiscono quell’«implicito» dell’educazione e della formazione, formidabili prerequisiti per vivere, in spirito di libertà e di maggiore dignità, la dura fatica quotidiana di mantenersi vivi e fantasiosi in una realtà che sempre più assume i contorni dello «stato» e non la sostanza di quel «cammino» testimoniatoci da Gesù: «Io sono la via, la verità, la vita».
L’arte non abbandona gli ultimi, diventano anzi protagonisti-testimoni di chi sa cogliere e trasfigurare quei «beati…» del Discorso della montagna, nel quale ciascuno di noi si ritrova spesso, ma con le armi assai spuntate e piene di retorica. L’opera d’arte, senza enfasi eccessiva, è spesso uno scoprirsi e scoprire testimoni sconosciuti della storia, personale e sociale. La pedagogia itinerante non avrebbe alcun senso se non camminasse per le strade del mondo con la curiosità e l’intenzione di dare voce agli ultimi, di sollecitare alla «coscientizzazione», di mostrare modi e strumenti nuovi per illuminare il nostro e l’altrui cammino, di produrre opere che manifestano la vivacità del non stare fermi e il desiderio di speranza, di invitare all’imitazione e all’identificazione con altri «artisti», educatori, pittori, scultori, fotografi, piccoli artigiani delle favelas, delle baraccopoli, ecc.

Arte e spiritualità

L’alfabetizzazione, in ogni senso, non può trascurare le fonti, ricche, poco sollecitate ed esercitate, della spiritualità umana. Per Edith Stein: «Spiritualità personale significa vigilanza e apertura. Non solo io sono, non solo vivo, ma sono consapevole del mio essere e del mio vivere. E tutto in un unico atto». Spiritualità: l’essenza e il crogiuolo di ciò che avviene in ogni uomo. Punto di partenza per dare ossigeno e nuova luce al talento dell’educabilità personale che necessita di educazione per tradursi e incarnarsi anche nella produzione di cose belle, nell’opera di ricomposizione costante dell’intero della propria personalità, nella formazione sempre più piena dell’umanità di ciascuno. E l’educatore, artista e testimone, segue il tutto più indirettamente che direttamente.
In questa luce sembra quasi impossibile che esistano opere brutte, che non possano piacere, che si pongano per deficit intrinseci ai margini della valutabilità.

Bando al «brutto»

Soffermiamoci, ora, sulla scuola come luogo antropologico di relazioni, di manifestazioni personali, di cammino individuale e di gruppo. A scuola non esiste il brutto. Come non esiste in altri luoghi. Il brutto e il giudizio di brutto non trovano accoglienza perché la scuola, come «ambiente educativo di apprendimento», non sa a priori quali siano le possibilità artistiche ed estetiche di tutti gli alunni e di ciascun alunno, ma ne conosce la ricchezza potenziale.
La sfida della scuola alle diversità e alle disuguaglianze parte proprio dalla valorizzazione, a volte anche utopica, dell’identità e della diversità individuale. Se il talento segreto di ciascuno è la spiritualità nella sua potenzialità a tradursi e declinarsi come cammino personalizzante del vivere, del convivere, dell’amare, del creare, del credere, in virtù della vigilanza e dell’apertura multidimensionale, sia verso l’interno sia verso l’esterno della personalità di ciascuno, si evince che l’educatore, scolastico ed extrascolastico, non può prescindere dal promuovere arte, dal sollecitare e coinvolgere i giovani nella problematica del bello e della bellezza.
Forse, come sosteneva Pestalozzi, con l’avvertenza di non inondare di parole lo spazio dell’evento educativo, nel quale occorre invece sentirsi accettati e garantiti almeno su un pizzico di felicità quotidiana, accompagnati nell’immaginare, nel fare e produrre, sollecitati ad autovalutarsi alla luce di paradigmi e di orizzonti di senso che costituiscano altresì l’opportunità per il ragazzo di attingere criteri metascolastici, metapersonali, metaeducativi, in virtù dei quali maturare, come in altri ambiti della sua formazione, l’idea che il mondo del vero, del bello e del bene non finisce nella propria casa o nella propria scuola.
Costituisce anzi un faro per avvertire la bellezza delle scelte orientate intenzionalmente alla graduale costruzione di nuovi modi di sentire e di interpretare la ricchezza educativa della natura, delle interazioni sociali, della convivenza tra i popoli, grandi imprese e possibili capolavori della pedagogia delle piccole cose quotidiane.

Arte ed erranza

Educare significa anche trascendere e trascendersi, lasciare luoghi e abitazioni e andare altrove… per dare vita all’erranza educativa come ricerca e dono di ciò che tra gli uomini può accadere di creativo nel campo del donare, del ricevere e del restituire con gli interessi. Il tutto ci riconduce alla fenomenologia dell’Homo viator (G. Marcel) e alle grandi metafore pedagogiche dell’Esodo biblico.
Perché non portare i giovani su queste tematiche? Perché non sappiamo coglierle, non le conosciamo, non abbiamo competenza per farlo? Qualcuno provveda. L’educatore dovrebbe preferire le scale, anche quelle lunghe, all’ascensore. I ragazzi intuiscono il bello, perché spesso creano, colorano di novità intensa e significativa luoghi e tempi, ci dicono che il nostro linguaggio è obsoleto e che i nostri criteri di interpretazione si fermano all’imparaticcio, alle solite cose, al continuo richiamo a questo e a quello. Vengono meno quegli ultimi tocchi che trasformano un bel quadro in un capolavoro. Oppure genitori, insegnanti, educatori, sacerdoti si fermano alla bella cornice, al progetto della struttura e alle sicurezze istituzionali, mentre lasciano che la tela si riempia di polvere.
Un amico pittore una volta mi suggerì: «Perché spendi soldi in cornici? Non sai che la tela, ogni tela, vive di vita propria e non necessita di un serraglio? Se chi guarda la tela esprime un giudizio negativo, solo perché manca la cornice o quest’ultima non è preziosa, dimmi tu, a cosa vale dipingere? A quel tale io venderei solo la cornice e una foto della tela». Sembra una metafora della diseducazione artistica. Ma il discorso potrebbe essere allargato al rapporto educativo in quanto tale.

Mondanità e arte

«Brutti» quegli spazi e quelle situazioni dove l’arte non viene rappresentata e ogni interpretazione personalizzante del bello viene solo applaudita e, poi, abbandonata a se stessa. Anche la funzione estetica e artistica vanno esercitate, studiate, elaborate… in modo contrario finiscono per atrofizzarsi.
A me sembra una forzatura anche quel modo di fare educazione partendo da spunti diversi, tra i quali anche quelli del bello e della bellezza, e, «sul più bello», invitare i giovani a porre tra parentesi l’arte e il bello per meditare qualche versetto del Vangelo. Quasi a creare, non certo una dicotomia, ma una affrettata volontà di fare il punto, di approfittare dell’occasione per avvicinare i giovani alla parola di Gesù.
Non ho ricette. Il problema è assai complesso e penso che dovremmo riflettere seriamente su questi cambiamenti di fronte. Il quadro può essere significativo anche senza il nostro tocco finale. Non sarebbe più opportuno dare compimento a ciò che stiamo vivendo e accontentarci di richiamare nodi e snodi di ciò che insieme abbiamo vissuto, lasciando che nell’interiorità di ciascuno le cose vissute e spartite con altri continuino il loro cammino di interpretazione e di elaborazione personale? Perché non cercare di raccogliere materiale per dare vita ad una bella riunione successiva nella quale portare qualcosa di nuovo e indicare criteri e linee di interpretazione e di valutazione?
Gadamer scriveva: «La rappresentazione dell’arte è essenzialmente costituita da questo suo rivolgersi a qualcuno, anche quando, di fatto, non c’è nessuno che stia solo a guardare o ad ascoltare». E aggiungeva: «Il processo interpretativo, perciò, rende possibile un continuo esplicitarsi e arricchirsi del significato dell’opera, ben al di là di quello che esso possedeva agli occhi stessi del suo autore».

Vedere e interpretare

Il tutto ha significati e ricadute pedagogici: quanto ci si stupisce di un ragazzo che ci sta svelando cose insperabili e inspiegabili nella normale prassi della dinamica insegnamento-apprendimento, simmetria-asimmetria, attività transitiva dell’educatore-attività immanente dell’allievo. L’educatore scrive una propria trama e, col tempo, scopre che dai ragazzi e dal gruppo prende forma una seconda trama e che la comunicazione educativa non può fare a meno di entrambe nel cammino di crescita, di convivenza, di maturazione estetica e artistica.
L’educare è un’arte che promuove al fare, all’agire e gioca i propri talenti all’interno di un paradosso centrale: dovere lavorare, programmare, tendere a un fine e a delle finalità per andare incontro al rischio di non potere mai vedere l’esito finale, il prodotto finito. Diceva Martin Buber: «L’uomo, appena dice, dice l’altro» e, quest’altro, rimane fedele alla sua identità originaria, all’identità che va costruendo nel tempo, nello spazio, nelle istituzioni, nella rete complessa delle varie relazioni. Tra i compiti più significativi e delicati dell’educazione dobbiamo porre quello della purificazione della memoria. La memoria è parte costitutiva dell’interiorità, di quella ricchezza personale che, pur rimanendo inviolabile, non vulnerabile, non spartibile sul piano ontologico, può venire condizionata anche in modo grave e ferita sui significati profondi, fino alla diseducazione sugli orizzonti di senso, nello scetticismo sul pensare e sul volere.
L’arte dell’educare necessita di una teoria dell’educazione attraverso la quale tratteggiare l’importanza del fine, dell’ordine da assimilare e da seguire per conferire unità e gerarchicità all’orientamento educativo del giovane. Luigi Pareyson pone al centro del proprio concetto di arte la formatività, intesa come quel «fare che, mentre fa, inventa i modi di fare».
Il tutto assai vicino a quella formatività educativa che riesce ad integrare, in azioni e in ideali alti, il rapporto simmetria/asimmetria, promuovendo nei protagonisti dell’evento educativo l’ordinarsi delle varie attività verso un ordine gerarchico.
L’autorevolezza, il modo, lo stile, la capacità di stupirsi e di stupire portano spesso l’educatore in presenza di qualcosa che avviene senza averlo preventivato.
La novità che l’altro esprime, costituisce oggetto privilegiato per l’educatore coscienza anticipante: partire dalla novità per innovare attraverso l’agire sulle cose e sulla loro carica di potenziale bellezza e di possibile evento creativo.
Sempre Pareyson sottolinea: «È dunque il modo di formare, cioè lo ‘stile’, quello che trascina nell’arte l’intera vita spirituale dell’artista».

Iniezioni di desiderio di fare cose belle

Senza rincorrere i giovani in tutto e per tutto, rimane il dovere di conoscerne aspirazioni e desideri, di entrare in quel complesso mondo del tempo libero e del divertimento nel quale non abbiamo solo alcol e droga ma anche manifestazioni artistiche e tante voci sul bello della vita. È forse quello che ancora ci sfugge del mondo giovanile e non solo. I giovani sono ancora lasciati molto soli. Forse troppo pedagogismo scolasticistico non è in grado di smuovere realtà, non più in contrapposizione generazionale, ma in completo rapporto di neutralità e di inerzialità formativa. Ci limitiamo a mettere in guardia da una eccessiva mimesi, dai condizionamenti ormai suadenti e subdoli, dai rischi rappresentati da un trapasso culturale che coinvolge tutti senza una ragione e un fine. La responsabilità, tanto richiamata, sembra impantanarsi nello scetticismo, nel nichilismo, nel neopaganesimo, fino a ridursi a emergenza dai contorni sfumati e dai pericoli formativi incalcolabili.
Anche l’educazione al bello e l’attenzione ai luoghi antropologici del bello sono, ormai, cose alla ricerca di senso e realtà appiattite alla ricerca, nell’interiorità dell’uomo e nell’esteriorità dell’esistenza, di antidoti che non sembrano potere essere identificati al di fuori del camminate la stessa terra da parte di giovani e adulti di varie provenienze.