Per una pastorale

urbana 

GianPaolo Salvini

Il mondo attuale si va sempre più urbanizzando, modificando un paesaggio millenario nel quale la maggioranza della popolazione viveva e lavorava in campagna.
Questo fatto pone notevoli problemi anche alla Chiesa, i cui fedeli sono pure sempre più «cittadini» e richiedono una pastorale adeguata alla nuova situazione.
Presentiamo perciò volentieri il volume di un teologo argentino che ha collaborato a lungo anche con il cardinale Bergoglio [1] e che sviluppa ampiamente la problematica dell’evangelizzazione, in particolare nelle grandi città. L’Autore offre molte tracce di ricerca, ma non propone soluzioni definitive, anche se descrive alcune esperienze già realizzate. Il nostro mondo del resto è in continuo movimento e richiede sempre nuove soluzioni, diverse da nazione a nazione.
Il libro risente evidentemente dell’origine latinoamericana e argentina del suo Autore. È stato scritto nel 2011, ma poi è stato rivisto nel 2014, alla luce del magistero di Papa Francesco, che viene dall’esperienza di vescovo di una megalopoli. Il Papa ha scritto di questo tema anche nella Evangelii gaudium, nei numeri 71-75. Il volume descrive ampiamente il cammino della Chiesa latinoamericana in materia, ripercorrendone i vari documenti e assemblee.
Ricordiamo solo i testi del Celam nelle sue grandi riunioni decennali di Buenos Aires, Medellín, Puebla, Santo Domingo, e in particolare nell’ultima, tenuta ad Aparecida, in Brasile, e di cui Galli fu perito, mentre del documento finale il card. Bergoglio fu uno degli autori e relatore principale.

Le città oggi

Di città si parla sin dalle prime pagine della Bibbia, ma sono città che hanno ben poco a che vedere con le nostre. Galli scrive: «Questo testo affronta il tema dell’evangelizzazione nelle città, in particolare in quelle con più di 100.000 abitanti» (p. 22).
Il fenomeno dell’urbanesimo moderno in Europa inizia con la rivoluzione industriale e con l’aumento della produttività in campagna.
Si producevano cioè sempre più alimenti con meno addetti all’agricoltura. La gente resa superflua in campagna affluì nelle città, dove nello stesso periodo sorgevano le fabbriche che davano lavoro.
In America Latina, in Asia e in Africa lo sviluppo è stato diverso.
Mancando una redistribuzione delle terre, la gente fugge dalle drammatiche condizioni di vita delle campagne. Privi della valvola di sfogo dell’emigrazione transoceanica, offerta agli europei nel secolo XIX, i poveri degli altri continenti emigrano in massa nelle città, che «si gonfiano» senza che i nuovi venuti riescano a integrarsi veramente nel tessuto urbano. Li attira la speranza di un futuro migliore per i figli. Si creano immense periferie o delle baraccopoli che prendono nomi diversi, ma la sostanza è la stessa: slums, bidonvilles, favelas, villas miserias ecc. Nel 1950 soltanto il 16% della popolazione mondiale abitava in città. Nel 2000 era già il 50%. Nel 2007, per la prima volta nella storia, la popolazione urbana ha superato quella delle campagne.
Nel 1800 solo Londra superava il milione di abitanti, nel 1900 erano già 10 città a superarlo, e oggi sono più di 450. Ci sono già più di 30 megalopoli con oltre 8 milioni di persone. Nel 2020 nove città avranno più di 20 milioni di persone: nell’ordine, Città del Messico (35,5), Shanghai (35), Pechino (31), San Paolo (28) e Mumbay (25). Nessuna in America del Nord e nessuna in Europa. Il continente con il maggiore indice di urbanizzazione è l’America Latina.

La Chiesa e la città nel pensiero di Galli

Si pone quindi la necessità di ripensare la presenza della Chiesa nelle città, che non può essere quella di una volta: «La città è un modo di essere nel mondo e una comunità coerente con la natura sociale dell’uomo, un essere personale chiamato a convivere con altre persone» (p. 45).
La Chiesa in realtà ha sempre avuto buoni rapporti con le città.
Non si può essere semplicisti e dire che, in base alla Bibbia, Dio ha creato un giardino, l’Eden, mentre Caino, il primo assassino, ha creato la città, che quindi è già permeata dal male sin dalle sue origini. La vita all’aria aperta, simboleggiata dalla fuga verso la campagna, il bosco e la montagna, ha una grande funzione terapeutica, ma non deve diventare un mito bucolico. La tendenza all’urbanizzazione è irresistibile, e bisogna aiutare i cristiani a condividere le numerose oasi nei deserti popolati delle città.
La Chiesa è nata nelle case - nelle quali l’accoglienza e la condivisione della mensa, che è anche condivisione di vita, sono il segno del Regno di Dio - e nelle città.
Alcune di queste caratteristiche andrebbero recuperate per una pastorale moderna della città.
Gerusalemme è la città santa, ma è anche quella che uccide i profeti, è luogo di peccato e di ingiustizia, dove l’uomo si allontana da Dio e distrugge il creato, con un’ambivalenza che ha sempre accompagnato il rapporto tra la Chiesa e le città e che è espressa anche nella Bibbia. Ma l’evangelizzazione si sviluppò da Gerusalemme a Roma, fondando comunità in città molto popolate e note del tempo: Antiochia, Tessalonica, Corinto, Efeso e Atene, che superavano i 100.000 abitanti, per quello che se ne sa. Anche oggi il cristianesimo ha un duplice vantaggio: «accumula una ricca esperienza urbana fin dalle sue origini e comunica un messaggio assimilabile da ogni città» (p. 53).
La città attuale offre all’uomo e alla donna numerose possibilità di umanizzazione per realizzarsi come essere personale, culturale e politico, ma nella città aumentano anche le innumerevoli forme di crudeltà e di disumanizzazione e in ogni caso di solitudine. La nostra città moderna è una città del tempo della globalizzazione e della secolarizzazione, nella quale sembra non esserci più spazio per Dio.
La città moderna viene edificata come spazio del disincanto contro la Chiesa e lo spazio della fede. L’idea sottostante è che la secolarizzazione avanza con la modernità.
La città è il simbolo della modernità e quindi toglie spazio a Dio, del quale la città moderna sembra fare semplicemente a meno. Questa lettura è stata spesso assunta anche dai cristiani e dalle Chiese stesse: ha ispirato spesso una pastorale difensiva. In ogni caso ha generato una lettura molto pessimistica del presente. Ma la grande città moderna è un segno dei tempi e diventa il motore della nuova civiltà universale.

Dio nella città secondo Galli

La tesi del libro di Galli è che il mondo urbano e globale non ha cancellato la presenza di Dio.
Dio vive in questa città (è il titolo del libro) globale e secolarizzata, che alle volte sembra voler scoraggiare ogni tentativo di evangelizzazione.
È necessario riscoprire questa presenza divina e renderla eloquente con una nuova pastorale, capace di trovare il linguaggio e i gesti per esprimerla.
Non mancano gli elementi positivi dai quali si potrebbe partire.
Anzitutto si può iniziare dal fatto che la Chiesa cattolica continua a occupare il primo posto per fiducia istituzionale e credibilità pubblica.
Sia in America Latina sia in Italia, più dell’80% della popolazione dichiara di appartenere alla Chiesa cattolica. Galli parla dell’America Latina sottolineando l’umanesimo cattolico popolare che segna il nucleo simbolico della cultura latinoamericana, espresso nella religiosità popolare, rurale, urbana e suburbana.
I nuovi mezzi di comunicazione costituiscono un nuovo areopago a disposizione dell’annuncio di Dio. Occorre però saper formulare le domande su Dio partendo dai grandi problemi umani che si verificano nei nuovi scenari culturali, e in particolare nelle città.
Un problema complesso è quello della parrocchia che, dal Concilio di Trento in poi, costituisce la struttura locale ordinaria della Chiesa. La parrocchia era l’istituzione idonea al soddisfacimento della vita sociale dei fedeli attraverso l’amministrazione dei sacramenti, la formazione catechistica e l’aiuto sociale. Con il Concilio Vaticano II si è cercato di rinnovarla con l’idea di una pastorale comunitaria urbana che prendesse la città nel suo insieme, non la sola parrocchia, come una grande unità evangelizzatrice.
Galli scommette sulla validità della parrocchia ancora oggi, a condizione che essa venga profondamente rinnovata. In particolare auspica che essa si articoli in una serie di piccole comunità, ma che possibilmente si riconoscano nel suo centro. Non mancano le difficoltà: i movimenti hanno certamente creato comunità vive, più fraterne e impegnate, ma spesso poco comunicanti fra loro. Si tratta anzitutto di cogliere i segni della presenza di Dio nella città di oggi, che in buona parte sono i segni di sempre, ma che rischiano di venire sepolti nella corsa e nella folla quotidiana. La fede aiuta a vederli e a interpretarli nel modo giusto, e la verifica e la garanzia ne è la comunità e coloro che la guidano.
Alla base di tutto il libro sta il fatto che l’uomo e la donna sono esseri sociali. La fede è un invito di Dio rivolto alla coscienza dei singoli, e nessuno può rispondere al posto della persona interpellata. Ma l’appello è mediato dalla comunità. Ora la città moderna ha profondamente alterato il rapporto con gli altri che si viveva nelle campagne e nei piccoli centri. Ad avere una comunità vitale e costruttiva sono pochi. La grande maggioranza dei cittadini vive in diaspora, in un deserto delle relazioni.
Gesù anche oggi si fa presente nella Scrittura, nella liturgia, e soprattutto nell’Eucaristia, si fa presente in ogni comunità che vive nella fede e nell’amore fraterno. È presente nella testimonianza nostra e degli altri. Così lo incontriamo in tutti gli uomini che lottano per la giustizia, per la pace e per il bene comune, negli avvenimenti della vita.
Lo incontriamo nei poveri, negli afflitti e negli infermi, che chiedono il nostro aiuto e che in cambio ci danno la loro testimonianza di fede, di pazienza e di sforzo di sopravvivere e di non essere sconfitti dal male. Lo incontriamo in particolare nelle figure esemplari della Vergine Maria, dei santi e dei martiri. Non solo dei martiri dei tempi antichi, ma anche di quelli attuali, che ogni giorno vengono uccisi e che testimoniano la vitalità della Chiesa, che rivela così di essere quella voluta da Gesù.
Nel documento di Aparecida, che il libro cita molto ampiamente, al n. 517 si elenca una serie di argomenti che suggeriscono iniziative volte a una pastorale urbana che faccia sì che i cittadini possano «incontrare Cristo nella pienezza della vita» (p. 150). Nel n. 518 invece si parla della formazione degli operatori pastorali.
Ci limitiamo a dire che loro comune denominatore sono alcuni caratteri, quali le piccole comunità ecclesiali associate in comunità, con una particolare attenzione all’«inter»: interparrocchiale, interdiocesano e tra i centri di decisione dei creatori di una società pluralista in linea con l’idea di passare a un atteggiamento attivo.
In ogni caso, quello che ci pare evidente da tutto il libro di Galli è la necessità di costruire anche nelle città un sistema di relazioni umane sano e gratificante. L’aspetto negativo della vita in città è l’indebolimento delle relazioni umane, che diventano troppo povere e spersonalizzate.
Secondo gli Atti degli Apostoli, la Chiesa si diffondeva per simpatia, per attrazione, non per proselitismo. La gente diceva: «Guarda come si amano. E si faceva battezzare» (Tertulliano).
Per questo occorre creare piccole comunità nelle quali la gente si conosca, si aiuti e abbia un atteggiamento reciproco fraterno. Occorre l’abilità di far sì che la gente si incontri e trovi interessi comuni.
Qualcuno ha definito il quartiere (barrio) «una piccola comunità che ha fatto il tacito accordo di non ignorarsi e di chiamarsi per nome» (p. 183). Quando ne parla, Galli suggerisce di parafrasare il titolo del libro: «Dio vive nel quartiere», ma per questo è necessario condividerne la vita. Gli evangelizzatori e i pastori, inviati a una città o a un quartiere, devono esplorare la zona, visitare le case e i negozi, camminare gomito a gomito con coloro che vivono e lavorano lì.
Quella che Galli suggerisce è quindi una cultura dell’incontro, dell’accompagnamento e della comunione.
Un esempio che Galli porta è quello della parrocchia di Santa Catalina (Caterina) a Buenos Aires, situata in centro, che ha adattato i propri orari a chi lavora in centro: chiesa aperta all’ora del pranzo, con una «rapida» Messa, una mensa self service a disposizione, spazi dove fare anche una siesta prima di riprendere il lavoro in ufficio o in negozio, e sacerdoti a disposizione per fare due chiacchiere.
La città ha i suoi simboli, che non sono quelli della campagna. In campagna è evidente la mediazione della natura. In città di natura ce n’è ben poca. Tutto parla dell’opera, buona o cattiva, dell’uomo e della donna, e occorre capirne i simboli, interpretarli, fino a creare una religione urbana. «Fare chiesa tra gli uomini della grande città non significa riempire magnifici templi, ma metterli in comunione […] al servizio della ricostruzione del tessuto sociale» (Domingo Castagna, citato a p. 193).
In ogni caso, in una città la secolarizzazione genera il fenomeno della religione invisibile, una tendenza alla minima visibilità di comunità, gesti e pratiche religiose, nella misura in cui essi sono ridotti alla sfera privata, perdendo la dimensione esterna, manifesta.
Un esempio di quanto sia difficile trovare simboli e preghiere adatte al contesto urbano può essere offerto anche dai nostri messali. In essi si trovano orazioni per il bel tempo e per la pioggia e per molte esigenze del mondo agricolo, ma mancano orazioni contro la disoccupazione, l’inflazione, la scarsità di alloggi e di lavoro, perché chi guida un’automobile e una moto sia prudente, perché le città siano più pulite e consentano migliori spostamenti da casa al luogo di lavoro ecc.

La speranza di Dio fiorisce anche in città

Poiché Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi, certamente egli ha una Buona Notizia di salvezza anche per gli uomini e le donne che vivono nelle città e che sono la maggioranza dei nostri contemporanei.
Siccome però Dio ha affidato agli uomini e alle donne il compito di evangelizzare, tocca a noi scoprire le forme e il linguaggio più adatti per farlo conoscere o per dare un volto più preciso al Dio che molta gente, anche nelle città, cerca a tentoni.
Ci può aiutare una riflessione del card. Martini, nella quale commentava l’episodio di Maria di Magdala che non sa riconoscere il Signore nei pressi del sepolcro. Maria è rimasta sconvolta dalla morte di Gesù e non sa vedere altro che morte. Gesù le chiede: «Perché piangi?». La vera risposta non è quella riportata dal Vangelo di Giovanni: «[Piango perché] hanno portato via il mio Signore, e non so dove l’hanno posto», ma è «piango perché non riesco a capire i segni del Risorto». È così presa dal suo sconforto che sa soltanto cercare un cadavere, anche quando ha davanti a sé un vivo, cioè Gesù Risorto.
In qualche modo è il simbolo di tutti noi. La donna che piange è il segno della città che stenta a riconoscere i segni della risurrezione, perché vede soprattutto i segni di dolore, la crisi, la disoccupazione, le violenze, le disonestà.
Facciamo fatica a capire che la vittoria pasquale di Gesù, se riguarda tutto il male del mondo, però parte anzitutto da noi. Noi coltiviamo l’idea fantasiosa e illusoria che tutto possa e debba cambiare all’improvviso. Noi siamo la prima opera del Risorto, noi dobbiamo essere la rivelazione della sua vittoria con ogni nostro gesto di bontà e di misericordia.

NOTE

1. C. M. Galli, Dio vive in città. Verso una nuova pastorale urbana alla luce del Documento
di Aparecida e del progetto missionario di Francesco, Città del Vaticano, Libr. Ed. Vaticana, 2014, 404. Le citazioni nel testo si riferiscono a questo volume.


(La Civiltà Cattolica 2015 IV 392-398 | 3970 - 28 novembre 2015)