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S. Vincenzo de' Paoli

(1581-1660)

Luigi Mezzadri


1. CENNI BIOGRAFICI

Vincenzo de’ Paoli (o Depaul, o de Paul, 1581-1660) nacque a Pouy vicino a Dax, nelle Lande (sud-ovest della Francia), nell’aprile del 1581. Era il terzo di 6 figli di Jean Depaul e Bertrande de Moras (o Demoras). Studiò presso i francescani di Dax a cominciare dal 1594 o 1595, all’età di 15 anni; vi rimase fino alla sua partenza per Tolosa nel 1597, ove proseguì gli studi fino all’ordinazione sacerdotale (settembre 1600; dunque aveva 19 anni) e forse anche dopo.
Vincenzo è stato un uomo normale, un prete che si è incamminato nel presbiterato con motivazioni umane, per fare carriera. Non è provato fosse un prete cattivo. Era un prete che aveva cessato di puntare alla santità, o, più probabilmente, che mai vi aveva aspirato. Lo si ricava dalla lettera alla madre in cui confessa di desiderare due cose: sistemare sé e la famiglia: « ... Mi affligge il dover rimanere ancora in questa città per riaver 1’occasione di un mio avanzamento (che i disastri mi hanno tolto) perché non posso venir da voi ad usarvi quei servigi che vi devo. Ma spero tanto nella grazia di Dio, ch’egli benedirà la mia fatica e mi darà presto il modo di ritirarmi onoratamente e passare il resto dei miei giorni con voi ».
Aveva bisogno di « convertirsi »: Vincenzo ha dovuto riscoprire il senso del suo essere sacerdote, non come occasione di promozione umana, di realizzazione personale, ma come incontro con il Cristo sacerdote, realizzando una vita sacerdotale credibile.
Questo avvenne attorno al 1610-1611. Vincenzo non ne ha mai parlato. Ma sono eloquenti i fatti. Abbandonò l’ambiente ambiguo e non molto dignitoso della vecchia madama reale, Margherita di Valois, la prima moglie di Enrico IV, la protagonista della famosa « notte di sangue », in quanto proprio in occasione delle sue nozze ci fu il massacro della notte di san Bartolomeo (24 agosto 1572). Giunto a Parigi nel 1608, Vincenzo aveva trovato posto fra i suoi servi con l’incarico di elemosiniere. Il suo compito era di dare una moneta o un pezzo di pane alle centinaia di poveri che bussavano al palazzo dell’ex-regina. Faceva elemosine, non la carità. Riempiva le mani, non i cuori. Era stata una sistemazione, non una trasformazione, che invece avvenne dopo.
In quel tempo Vincenzo aveva come suo consigliere Pierre de Bérulle. Questi aveva appena riunito un gruppo di preti, tutte persone di spicco, dottori della Sorbona che s’impegnavano a vivere le ricchezze del sacerdozio. Intendevano formare come una comunità religiosa, ma senza essere religiosi. Il loro ideale era la comunità apostolica del Cristo con i suoi apostoli. Erano dell’Ordine di Gesù, il suo «Oratorio». A indurli ad aspirare alla santità non erano i voti religiosi, ma il loro essere preti. A santificare non è un atto umano, come i voti, ma un sacramento: l’ordine sacro.

2. VERSO LA CONVERSIONE

Vincenzo non fece il passo che forse qualcuno desiderava. In compenso visse alcune decisive esperienze interiori che lo purificarono e che costituirono la sua notte, per usare un linguaggio mistico. Come l’accusa di furto, la tentazione contro la fede, che gli fecero sperimentare la condizione dei poveri, indifesi e abbandonati, la condizione del Cristo sulla croce nel suo essere abbandonato dal Padre.
La grande teologia, di fronte alle prove di fede, è incapace di venire incontro al grido del misero tentato. La tentazione durò fra i 3 e i 4 anni. Allora Vincenzo fece la risoluzione di visitare i malati dell’ospedale della Charité, e tutto si dissolse. I poveri avevano vinto e lo avevano liberato.
Invece di entrare nell’Oratorio, volle essere parroco. Gli affidarono nel 1612 la parrocchia dei SS. Salvatore e Medardo di Clichy, di 600 anime, vicino a Parigi. Si gettò nella nuova esperienza con entusiasmo. La gente non era abituata a preti simili. Lo ricambiò. Nella sua esperienza pastorale insistette su tre punti: il canto « liturgico » (cioè il gregoriano e non quello popolare, come invece fece Grignion de Montfort); la catechesi; la scuola clericale, composta da 12 giovani, fra i quali uno di circa vent’anni, Antoine Portail, che sarà il suo primo compagno.
Dopo un anno, dietro consiglio di Bérulle, Vincenzo accettò di diventare cappellano di una famiglia dell’aristocrazia: i Gondi, una di quelle famiglie che contavano.
La carica per Vincenzo non era molto gratificante, ma importante. Si trattava di consigliare una delle prime famiglie del regno. Tutto ciò rispondeva a uno degli orientamenti della Controriforma che voleva penetrare negli ambienti di coloro che avevano le leve del potere.
Più che sui figli, l’insegnamento di Vincenzo incise sui genitori. Filippo Emanuele, il generale delle galere, rinunciò a un duello; la madre, Francesca Margherita de Silly, una donna molto fine, sensibile, religiosa, venne guidata con mano ferma e rispettosa dal santo.
Fu durante la permanenza in casa Gondi che si ebbe la svolta fondamentale della vita del santo.
Nel gennaio 1617 Vincenzo e i Gondi erano in Piccardia, vicino ad Amiens, nel feudo di Folleville. Un tale, ritenuto una persona per bene, in punto di morte, chiese di confessarsi. Aprì il suo cuore nella confessione generale che gli era stata consigliata da Vincenzo. Fu una rivelazione della miseria spirituale dei poveri. Le anime si perdevano perché i sacerdoti, alla ricerca di una onesta sistemazione, non li curavano.
Vincenzo capì che non erano i preti che mancavano, ma la carità pastorale. Preferivano badare a se stessi, curare la propria sistemazione. Entrare nel clero non significava intraprendere fatiche e disagi, ma entrare nel « primo ordine del regno ».
Il 25 gennaio 1617 fece una predica nella chiesa di Folleville, in cui esortò alla confessione generale. Questo discorso fu sempre considerato da lui come il primo discorso della missione.

3. LE FONDAZIONI

Si allontanò da palazzo Gondi per cercare di realizzare le sue aspirazioni nel ministero tradizionale di un buon parroco a Chàtillon-lesDombes, vicino a Lione. Era il 20 agosto. Parlò alla sua gente della situazione di una famiglia in cui tutti erano malati e non avevano nulla con cui sostenersi. Fece una predica molto convincente. La popolazione s’impegnò coralmente. Vincenzo capì che non bastava l’emozione di un momento. Non organizzare è come abbandonare. Venuto a contatto con l’altra faccia della miseria, la povertà materiale, ebbe la percezione che non bastasse più la solidarietà contadina, che non era venuta mai meno, e nemmeno il ricorso all’elemosina. Pensò che fosse dovere della Chiesa l’assunzione di un impegno di lotta contro la miseria, organizzando gruppi di laici impegnati ad assistere i poveri malati. Nascevano le « Compagnie della Carità ». Erano gruppi a base parrocchiale (dunque un nuovo modo d’intendere la Chiesa come luogo di carità); a base laicale (dunque un nuovo modo d’intendere il laicato: nel battesimo c’è la vocazione al servizio); a base volontaria (dunque un nuovo modo d’intendere i rapporti fra le iniziative pubbliche e quelle private: queste devono precedere, esplorare gli ambiti inediti, e colmare i bisogni radicali dell’uomo: bisogno di compagnia, di condivisione).
Dall’esperienza di Folleville ricavò l’idea di fondare un gruppo di lavoro per predicare le missioni; da quella di Chàtillon la necessità di fondare gruppi di servizio per i poveri. Nacquero così le Carità (1617) e, qualche anno dopo dallo sviluppo delle missioni, nacque la Congregazione della Missione (1625).
Essa assunse un duplice compito: evangelizzare le campagne e formare i preti con i ritiri, i seminari e gli incontri formativi. Dalle Carità (1633) si svilupparono le Figlie della Carità, suore di vita attiva, senza clausura, con voti annuali privati, esenti dagli ordinari ma anche con una regola che rimase a lungo senza alcuna approvazione da parte della S. Sede. Il nodo principale da sciogliere era quello della clausura. San Francesco di Sales, pur con un progetto diverso da quello vincenziano, in quanto la Visitazione era per lui essenzialmente una comunità contemplativa, con un quadro di vita meno rigoroso e duro di quello tradizionale, aveva dovuto piegarsi alle esigenze canonistiche del dopoTrento. Vincenzo voleva che le « ragazze di campagna » da lui raccolte con l’aiuto di Luisa de Marillac fossero in grado di praticare il servizio dei poveri « signori e padroni ». Il servizio era al primo posto, tanto che si ipotizzava la possibilità di anteporre il soccorso ai poveri alle stesse pratiche di pietà, in quanto era un « lasciare Dio per Iddio».
« Per quel che riguarda al temporale, nel servizio dei poveri infermi e nel governo dell’ospedale, le suore saranno in tutto soggette all’autorità e dipendenza dei signori amministratori, i quali perciò ordineranno quello che loro piacerà, ed esse obbediranno loro interamente, in modo che saran tenute d’interrompere l’ordine dei loro spirituali esercizi, e di anticiparli o differirli, quando la necessità o il servizio dei poveri lo richiederanno, ed anche di ometterli, se non li possono riprendere». 1 poveri dovevano essere serviti direttamente dalle suore. La suora incaricata di ricevere i malati doveva considerarsi loro serva ed essi suoi « signori e padroni; ed in questo spirito laverà loro le gambe con acqua calda, li monderà degli insetti e taglierà loro anche i capelli se è necessario, lei cambierà di camicia e darà loro dei berrettini o delle cuffie bianche, poi li metterà a letto avendo prima riscaldato le lenzuola che deve dar loro e farà dar loro un brodo e un bicchiere per bere».
Agli inizi erano previste comunità molto piccole, per una presenza articolata sul territorio. Così in ogni villaggio oltre alla superiora si prevedeva la presenza di una suora per la scuola del villaggio, ma solo per insegnare alle ragazze povere e non ai maschi, e un’altra per i malati a domicilio o nell’ospedale locale. Il primo ospedale consistente fu quello di Angers; ma sia il fondatore che il suo immediato successore furono cauti nell’impegnarsi nei grandi ospedali, che proprio nella seconda metà del ’600 assumevano un ruolo sempre più accurato. Le esigenze dei grandi ospedali assorbirono molto personale, per cui l’assistenza a domicilio venne sempre più sacrificata alla presenza nelle corsie. La suora comunque ebbe un ruolo essenziale negli ospedali nei secoli XVII e XVIII. Con questi strumenti, e utilizzando le aderenze a corte e presso l’aristocrazia, iniziò un’azione vastissima. S’impegnò nell’assistenza dei galeotti, negli ospedali, nell’assistenza dei trovatelli. Invitato dalle sue dame a prendere la direzione dell’Ospedale generale, si defilò preferendo piuttosto impegnarsi in una istituzione ospedaliera, l’Ospizio del Nome di Gesù, che raccoglieva 20 uomini e 20 donne che venivano volontariamente.
Un problema particolare fu rappresentato dalla guerra e dalle rivolte. Soprattutto con l’ingresso della Francia nella guerra dei Trent’anni e con la Fronda, le condizioni di sopravvivenza dei poveri si fecero disperate: la popolazione fu decimata dalla carestia e dalle epidemie, sempre connesse con il fenomeno della fame e della guerra; interi villaggi furono dati alle fiamme o al saccheggio indiscriminato, ci furono casi di antropofagia e necrofagia. Il governo, dissanguato dallo sforzo di finanziare la guerra, non riuscì ad assicurare nessun aiuto alle province devastate (Lorena, Piccardia, Champagne, Ile-deFrance). Vincenzo cercò di indurre prima Richelieu e poi Mazzarino alla pace; organizzò una rete d’aiuti: fece aprire una fitta trama di ospedali al nord e una serie di centri di aiuto immediato.

4. LA PASTORALE GIOVANILE

Per quanto concerne la pastorale giovanile, dobbiamo esplicitare il discorso del santo. Non parla ai giovani propriamente. In un’epoca di cristianità, il suo appello è per tutti. I giovani nel Seicento non avevano un ruolo particolare. E pertanto non esisteva una pastorale adatta ad essi. Come del resto non esisteva una pastorale per l’infanzia. I piccoli erano degli adulti in miniatura.
Eppure nel suo insegnamento c’è un enorme potenziale per la pastorale giovanile.
Anzitutto è da rilevare che la sua spiritualità non è teorica, ma nasce dall’esperienza, dalla duplice esperienza di Cristo e dei poveri. Le sue fonti ispiratrici sono pertanto il vangelo e la vita. Il Cristo che ama e che nutre la sua preghiera non è il Gesù Bambino, così vivo nella spiritualità berulliana, e nemmeno il Crocifisso, ma il Cristo evangelizzatore dei poveri. Il testo programmatico della sua vita è Lc 4,18-19: « Lo Spirito del Signore è sopra di me; / per questo mi ha consacrato con l’unzione, / e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, / per proclamare ai prigionieri la liberazione / e ai ciechi la vista; / per rimettere in libertà gli oppressi / e predicare un anno di grazia del Signore ».
Il tratto saliente della sua spiritualità è nella percezione dell’inscindibile unità fra evangelizzazione e carità. La sua attività e il suo pensiero non avranno altro scopo che « evangelizzare in parole e in opere ». La coerenza interna del suo pensiero e della sua azione deriva proprio dall’unione di carità e vangelo. Dato che il povero popolo era sferzato da fame e ignoranza, ecco le missioni. Era convinto che fosse necessario trasmettere ai contadini ciò che è necessario alla salvezza. Organizzò la missione attorno al « piccolo metodo » per assicurare una predicazione adatta alle possibilità degli ascoltatori, grazie al catechismo: «Tutti sono d’accordo nel ritenere che il frutto della missione dipende dal catechismo » (SV 1,429). L’insegnamento semplice, la pedagogia catechistica, che rende differenti le missioni dei lazzaristi da quelle predicate da altre comunità, come i gesuiti, i cappuccini o in voga in altre nazioni, era finalizzata a realizzare la sua missione di evangelizzatore dei poveri, come il Cristo nella sinagoga di Nazaret.
È a partire da questa esigenza di evangelizzazione che il santo ordinò un organico progetto di servizio. Dato che i poveri avevano bisogno di essere aiutati da un clero efficiente e presente nelle campagne, pensò ai seminari. Creò le « Charités », gruppi di laici per il servizio. Da esse derivarono le Figlie della Carità.
Riflettendo su questo dato si vede come primordiale fu per il santo il bisogno di creare istituzioni stabili per la diakonia, tipiche del mondo cattolico della Controriforma, in cui si ebbe questo fenomeno: ogni appello generò una risposta operativa, che nel tempo si cristallizzò e divenne comunità religiosa.
È poi partendo da queste istituzioni che san Vincenzo de’ Paoli realizzò una complessa serie di interventi in favore della povertà. La sua pastorale per i malati fu di coinvolgimento. Per i malati negli ospedali indusse in un primo tempo le Dame di Carità a visitarli e a prendersi cura di loro. Per ovviare alla frammentarietà dell’impegno delle dame, fondò le Figlie della Carità, che dovevano essere essenzialmente inserite nel mondo, vestire come la gente umile, ed essere uno strumento duttile per il servizio. Non si limitò agli ospedali, ma volle occuparsi dei malati che rimanevano in casa. La loro assistenza è stata giudicata « il fulcro del metodo vincenziano di servire i poveri ».
Per quanto concerne gli anziani poveri, è da rilevare il rifiuto di entrare nella logica della grande reclusione. I missionari di SaintLazare erano stati nominati cappellani per attendere alla salvezza dei poveri (art. 23), con la carica di superiori, ma sotto l’autorità della direzione dell’ospedale (art. 25). San Vincenzo non volle accettare la nomina, peraltro richiesta dalle dame. Con la fondazione dell’ospedale del Nome di Gesù aveva dato una risposta eloquente, creando un’istituzione che non aveva nulla della prigione.
Un altro degli obiettivi della sua azione fu l’assistenza dei galeotti, cioè delle persone condannate al remo (non esistevano prigioni come luogo di detenzione). Il regolamento dato da san Vincenzo metteva a fuoco bene i due ambiti del servizio verso di loro: assistenza spirituale (celebrazioni, preghiera, catechesi, cura dei convertiti) e corporale dei malati. Oltre a preoccuparsi dei malati, i cappellani dovevano vigilare se essi venivano visitati dai medici e « se si dà loro da bere, della carne e del pane ».
Con il 1640 le Figlie della Carità vennero impegnate a Parigi ove si formava la « catena » per Marsiglia. In un’epoca di evidente subordinazione della donna, non ebbe difficoltà a immettere delle ragazze nelle prigioni. Esse scrissero pagine memorabili.
Per le province devastate il santo organizzò una triplice campagna: di informazione, di mobilitazione e di organizzazione. Ancora una volta trovò molte forze disponibili sia a Parigi, con elemosine e aiuti, sia in provincia. Organizzò poi una fitta rete di ospedali, di carità e mandò missionari e suore. In sostanza la sua pastorale rispecchia la triplice missione di Cristo: la missione creatrice, salvatrice, glorificatrice. Valorizzò il lavoro, l’impegno umano; incitò a un impegno che fosse di liberazione e di servizio per i più poveri, orientato però all’esercizio della volontà di Dio.

5. CONCLUSIONE

Che cosa è rimasto di tutto il suo insegnamento oggi? La sua missione è continuata oggi da oltre 4.000 sacerdoti e 35.000 Figlie della Carità. Ad esse però dovrebbero essere aggiunte le numerosissime comunità che sono nate da antiche Figlie della Carità (come le Suore della Carità di santa Giovanna Antida Thouret) o che si sono ispirate alle regole di san Vincenzo (canossiane, suore di Maria Bambina, del Cottolengo...). Tali norme hanno plasmato più o meno quasi tutte le comunità femminili di servizio.
Il movimento laicale vincenziano è imponente. In primo luogo ci sono le antiche Dame, che hanno trasformato il nome e la tipologia del servizio assumendo la qualifica di Volontariato Vincenziano. Oggi sono diffuse in 47 paesi e sono circa mezzo milione. Uno dei discepoli più geniali del santo è stato Federico Ozanam, fondatore nel 1833 delle Conferenze di san Vincenzo. Con un gruppo di giovani amici universitari aveva organizzato delle "conferenze di storia". Per rispondere all’obiezione di alcuni sansimoniani che rimproveravano ai cristiani lo scarso impegno sociale, volle impegnarsi con i suoi amici nei quartieri più poveri di Parigi. Dalla memoria storica, nacque un impegno per il presente, che dura tutt’oggi. I suoi continuatori oggi sono diffusi in 109 paesi e sono oltre 650.000.