Ma che cosa ci guadagno a pregare?

Inserito in NPG annata 2010.

Educare alla preghiera /4

Gianfranco Venturi

(NPG 2010-08-59)


Quando si tratta della preghiera uno dei problemi che vengono sollevati frequentemente è quello della sua più o meno utilità. Se lo domandano i teologi, i maestri dello spirito, la gente comune e, anche, i filosofi.

UN’EMPASSE: L’INUTILITÀ DELLA PREGHIERA

Un pregare inutile

Kant si occupò della preghiera in almeno tre luoghi, in particolare in una delle Reflexionen intitolata «La preghiera» [1]. Egli non rimprovera alla preghiera di essere desiderio (cioè un domandare in vista del proprio interesse), dice piuttosto che essa è espressione inutile di un desiderio: è feticismo e superstizione perché pretende di essere efficace presso Dio e di «ottenere effetti soprannaturali con mezzi del tutto naturali».
Spinoza, nell’Etica dimostrata secondo il metodo geometrico, conduce una critica serratissima della preghiera [2]. Per lui è un’illusione dell’uomo, il quale si crede libero di rivolgersi a un Dio libero. La preghiera non è soltanto inutile, è anche assurda: come tale è uno degli atti umani che egli disprezza maggiormente.
Che dire davanti a simili affermazioni?
Certo queste critiche muovono dalle premesse del loro sistema filosofico; sta di fatto però che, se da una parte c’è chi dice che la preghiera è necessaria, è efficace – e anche la Bibbia lo suggerisce –, dall’altra facciamo quotidianamente l’esperienza che la nostra preghiera rimane inesaudita, sembra del tutto inutile, almeno così ci sembra.

Un pregare che delude

Di qui la delusione. Molte volte abbiamo chiesto e siamo rimasti con le mani vuote. Un genitore affidava alla rete la sua delusione:

«Scusate lo sfogo, forse questo argomento non sarà gradito ma oggi sono molto triste, più triste del solito e non potendo parlare con nessuno affido alla ‘rete’ le mie parole che forse qualcuno raccoglierà. Avrei tante cose da dire ma ne dico una sola. Sono ormai convinto che la preghiera per gli altri sia inutile! A parte qualche vero miracolo, mi sembra che pregare per gli altri sia inconcludente. Sono ormai almeno 20 anni che prego giornalmente perché un mio figlio possa avere la soddisfazione anche economica che merita nel suo lavoro, sono venti anni, non un giorno o una settimana! È un bravissimo figliolo che ama molto la sua professione e come si suol dire, è tutto casa, chiesa, famiglia, lavoro e volontariato, ma nonostante tutti i suoi sforzi possibili e immaginabili non riesce in nessun modo ad incrementare i guadagni per poter mantenere la sua famiglia senza difficoltà! mentre altri che nel suo stesso lavoro si comportano meno onestamente vivono agiatamente. Anche lui, sua moglie e i suoi figli so che pregano insieme quotidianamente ma nulla accade e il Signore sembra sordo (è sordo!) alle loro e alle mie preghiere. Invidio gli atei che prendono la vita come viene e non possono avere risentimenti nei confronti del Creatore nel quale non credono. Io sono un credente e non posso fare a meno di essere triste e constatare amaramente che Dio ci lascia abbandonati a noi stessi e alla mercè degli eventi» [3].

Di sfoghi come questo ne possiamo leggere tantissimi, sia di giovani che di non più giovani. Eppure non si rinuncia a pregare: uomini di tutti i tempi continuano a pregare in forme diverse. Anche quelli che si dicono non credenti hanno forme riconducibili alla preghiera.

Un pregare da mercanti

Se volessimo definire questo genere di preghiera potremo chiamarla «preghiera del mercante». Facciamo un triduo, una novena, un pellegrinaggio ad un famoso santuario e Dio dovrebbe concederci la grazia che gli domandiamo. Preghiamo prima degli esami e Dio dovrebbe farci gustare una bella promozione. Se siamo malati, ricorriamo a lui, mettiamo sotto anche i santi (santa Rita, la santa degli impossibili, Padre Pio….) e alla fine dovremmo riacquistare la salute. Domandiamo che vengano celebrate delle messe secondo le nostre intenzioni per le quali facciamo delle offerte, che dovrebbero avvalorare le nostre richieste. Tutto questo sembra un barattare con Dio all’insegna del «io ti do e tu in cambio mi dai…». Come se Dio avesse bisogno dei nostri regalucci.
È il caso di ricordare, a questo proposito, che un giorno Gesù entrò nel tempio di Gerusalemme, un luogo dedicato alla preghiera, e, visto tutto quel mercanteggiare che c’era, si mise, senza pensarci su troppo, a buttar fuori tutti quei mercanti (Mt 21,12-13). Per lui – e per ogni cristiano – pregare non è mercanteggiare.
La preghiera pagana è impostata prevalentemente sul mercanteggiare con la divinità. Gli dei pagani hanno bisogno di doni per far cessare la siccità, mandare la pioggia, liberare dalle malattie.

SUPERARE LA MENTALITÀ DEL MERCANTE

Alcuni detti del vangelo sembrano dare un fondamento alla preghiera del mercante:

«Chiedete e vi sarà dato, – leggiamo nel vangelo di Matteo – cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. Chi di voi, al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? E se gli chiede un pesce, gli darà una serpe? Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono!» (Mt 7,7-11)

Se c’è bisogno di qualcosa, basta chiedere a Dio e tutto è fatto. Dio sarebbe come un distributore automatico: basta digitare il codice esatto di quello che vogliamo e subito ci viene offerto quello che desideriamo.
Le cose non stanno proprio in questi termini. Per superare questa mentalità mercantilistica, spesso presente anche nei giovani, ed entrare nell’originalità della preghiera cristiana, è necessario porci alla scuola del vangelo; arriveremo così a scoprire che la preghiera nasce dalla percezione della Presenza e della vicinanza di Dio, dall’entrare in intimità con lui, in una relazione di amore con lui, in un clima di totale gratuità.

Scoprire la presenza di Dio e divenire suoi intimi

La preghiera nasce quando avvertiamo la presenza di Dio: non si dialoga con un assente. Dio è soprattutto presenza: Qualcuno che è qui, adesso, per me. È qui e mi aspetta perché mi vuol bene. La preghiera comincia nel preciso istante in cui Dio cessa di essere un «egli» e diventa un «Tu». Quando prego, io lo guardo e lui mi guarda. Io che sono senza importanza per molti, non sono senza importanza per lui. Il salmo 139 (138) e l’episodio dell’uomo ricco (Mc 10, 17-22) ci possono aiutare ad attualizzare e a pregare questa realtà.

Entrare in una relazione di amore

Nella preghiera cristiana si instaura una relazione d’amore. Per farci un’idea di quello che voglio dire, partiamo da quella particolare relazione che sorge tra due giovani. Nessuno può rimanere lo stesso quando si rende conto di essere amato. All’inizio è piuttosto difficile trovare le parole; c’è un certo imbarazzo, una certa tensione, perfino una certa artificiosità nel modo in cui ci esprimiamo. Negli incontri successivi la conversazione tende a concentrarsi sulla conoscenza reciproca, sullo scoprire il rispettivo retroterra culturale e i gusti comuni. Quanto più l’amore cresce, tanto più il bisogno di parlare diminuisce. È sufficiente stare l’uno accanto all’altro, essere soli, essere un tutt’uno in un silenzio profondo e significativo.
Qualcosa del genere avviene nella preghiera cristiana; la relazione che si instaura è quella tra padre e figlio; inizia quando io so dire nella profondità del mio cuore: «Padre». Gesù ci dice: «Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole…Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei cieli» (Mt 6,7-9).

Vivere una relazione di gratuità

Se si giunge a fare della preghiera una relazione d’amore, allora finisce il mercanteggiare.
Pregare non è più presentarsi a Dio per fargli conoscere qualcosa che egli non sa, e invogliarlo a venirci incontro.
Il pagano pregava Dio per conquistarlo, per cattivarsene il favore e tirarlo dalla sua parte: doveva in qualche modo informarlo e convincerlo.
Il vangelo invece ci dice che Dio non ha bisogno di essere informato: «Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate» (Mt 6, 8). E lo sa molto meglio di noi «perché noi nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare» (Rm 8, 26). Meno ancora Dio ha bisogno di essere convinto e tirato dalla nostra parte perché il Padre ci ama (cfr Gv 16, 27) e vuole il nostro bene molto più di quanto lo vogliamo noi per noi stessi. L’amore bandisce le pretese, gli scambi interessati e immette in una situazione di gratuità.
Nella preghiera non chiediamo a Dio di cambiare la sua volontà ma di poter realizzare in pienezza il nostro comune progetto di amore fino in fondo.

I SEGNI DELL’AUTENTICITÀ DELLA PREGHIERA

Scorrendo il Vangelo, troviamo alcuni segni che indicano come è possibile superare la mentalità mercantilistica della preghiera. Essi sono anche delle indicazioni preziose per una vera iniziazione alla preghiera.

Pregare con umiltà

La relazione tra Dio e l’uomo deve realizzarsi nell’intima verità dei protagonisti della preghiera: il Creatore e la creatura, il Padre prodigo d’amore e il figlio perduto e ritrovato, il Medico e il malato, il Santo e il peccatore.
L’orgoglio, il disprezzo degli altri, la sopravvalutazione di se stessi sono tutti impedimenti alla preghiera; al contrario affermare con convinzione come il pubblicano della parabola: «O Dio, abbi pietà di me, il peccatore» (Lc 18,9-14), è la prima parola per rivolgersi a Dio. Nessuna auto-esaltazione è possibile di fronte al Dio tre volte Santo, ma solo la conoscenza del proprio peccato. Quando ciò avviene, ecco che si compie il grande miracolo: «Colui che conosce il proprio peccato è più grande di chi risuscita i morti» (Isacco di Ninive).
Modello impareggiabile di una preghiera umile è il Magnificat, dove Maria può dire che Dio, il Santo, «ha guardato all’umiltà della sua serva» (Lc 1,46-56).

Pregare con fiducia

In una relazione di amore la fiducia è di casa. Chi prega, proprio perché ama e sa di essere amato, lo fa con una grande fiducia. Egli crede in quello che ha detto Gesù: «Tutto quello che chiederete con fede nella preghiera, lo otterrete» (Mt 21,22).
La preghiera cristiana non è come quella dei pagani che affaticano gli dei moltiplicando le parole e confidando in esse; la nostra fiducia è posta in colui che ci parla e ci chiama alla preghiera: Dio, il Padre. La preghiera filiale non si misura sulle ripetizioni e sulla lunghezza (cf Mc 12,40; Lc 20,47), ma sulla fede che la anima. Infatti, «il Padre nostro sa di quali cose abbiamo bisogno ancor prima che gliele chiediamo» (cf Mt 6,8.32); egli non ci dà pietre al posto di pane perché è buono, ci è Padre e ci ama (cf Lc 11,9-13; 18,19).

Pregare sempre, senza stancarsi

Avviene spesso che qualcuno preghi e, ad un certo punto, poiché vede che non si realizza nulla di quanto chiede, smette di pregare: è il segno che si è persa la fiducia; il persistere invece nella preghiera è la dimostrazione che si ha ancora una grande fiducia in Dio. Più volte Gesù – seguito in questo da san Paolo (Ef 6,18; l Ts 5,17) – ha chiesto la preghiera senza interruzione, ad esempio nella parabola della vedova e del giudice ingiusto o dell’amico importuno (Lc 18,1-8; 11,8-13; 21,34-36).
Se vogliamo prendere sul serio la nostra fede e coltivare un’amicizia profonda con Cristo, si pone il problema della costanza della preghiera. Il perseverare nella preghiera è riconoscere che il Dio vivente è costantemente all’opera nella nostra esistenza e nella storia.

Pregare riconciliati con fratelli

La riconciliazione con il fratello e l’amore che si spinge fino al nemico, fino alla volontà di fare il bene a chi ci fa il male (cf Lc 6,27) è l’atteggiamento che deve accompagnare l’inizio di ogni dialogo con il Signore: «Prima di pregare, riconciliati con il tuo fratello» (Mt 5,23-24; Mc 11,25).

Pregare nel nome di Gesù

Gesù ci ha assicurato: «tutto ciò che chiederete nel mio nome lo farò» (Gv 14, 13). Chiedere «nel nome di Gesù» non è una formula magica da mettere all’inizio o alla fine delle nostre preghiere, sicuri di essere così esauditi in tutto. Pregare nel nome di Gesù da un lato significa unire la nostra preghiera a quella di Gesù, che «alla destra di Dio intercede per noi» (Rm 8,34; cf Eb 7,25); ma, soprattutto, accordare la nostra preghiera con la sua, cioè avere in noi gli stessi sentimenti e gli stessi pensieri che furono in lui.

Pregare insieme, accordandosi con i fratelli

Gesù ha assicurato che «se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Poiché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,19-20). L’accento dell’esortazione di Gesù cade sul symphonein (v. 19), sul far convergere le voci, che ha come esigenza l’accordarsi, il far convergere i cuori, ossia il compiere un cammino verso una comunione profonda di sentimenti, al fine di presentarsi insieme davanti a Dio. La preghiera «sinfonica» fatta sulla terra trova esaudimento nei cieli (cf Mt 18,19). È significativo ciò che si afferma della prima comunità cristiana, nata dalla Pentecoste: essa viveva dell’unione fraterna, del praticare insieme la preghiera (cf At 2,42), tendendo ad essere «un cuore solo e un’anima sola» (At 4,32).

MA COSA CI GUADAGNO A PREGARE?

Giunti a questo punto della nostra riflessione ci riproponiamo la domanda iniziale sull’utilità della preghiera, come venga e se essa viene esaudita, che cosa ci guadagniamo a pregare. Il percorso fatto ci ha portato a delineare una certa efficacia della preghiera: essa ci fa crescere nella relazione con Dio, nella fede, nell’amore…
L’insegnamento del vangelo ci porta però a concludere che Dio risponde sempre alla nostra preghiera superando le nostre attese, preparandoci una sorpresa. Gesù, dopo aver raccontato la parabola di quel tale che a mezzanotte va a chiedere tre pani, conclude dicendo:

«io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».

Dove noi ci aspetteremo «darà cose buone», Gesù, sorprendendoci, dice invece: «darà lo Spirito santo». Per comprendere il senso di questo inaspettato esaudimento, di questa sorpresa, vi riporto una breve reale storia di cui sono testimone.

Andrea aveva preparato e arredato con cura insieme alla sua ragazza l’appartamento in cui sarebbero andati ad abitare appena celebrato il matrimonio. Anzi lui vi era già entrato, quasi anticipando i tempi, ma improvvisamente gli viene diagnostico di avere la leucemia. Lui prega: è sicuro che Dio esaudirà la sua preghiera, perché lui può guarirlo. Viene fatto il trapianto del midollo osseo, ma si instaura una strana forma rigetto molto rara.
Continua a pregare. Intanto però il male progredisce; è costretto a letto, deve essere aiutato per ogni movimento; la luce gli dà fastidio, le serrande sempre abbassate ormai è quasi ciecuziente. Le giornate e le notti sono interminabili.
Il suo pregare rimane senza risposta. Che dire? In quelle lunghe giornate, nelle molte ore di solitudine, egli arriva ad una conclusione: «Tu, Dio, puoi guarirmi, ma non vuoi. Allora sai cosa ti dico: io non voglio più avere a che fare con te».
Procedendo oltre nella sua solitaria riflessione egli arriva poi a dire a Dio: «Se tu fai quello che io ti dico di fare, allora io sono più grande di te, sono io che comando, sono io Dio. Ma questo non è vero. Sei tu Dio, e io non posso comandare a te che cosa devi fare».
Ed così, sempre ragionando da solo – ma io penso guidato dallo Spirito – egli arriva ad intuire che Dio ha un progetto e che lo vuole realizzare assieme a lui. Allora dice: «Aiutami a diventare collaboratore del tuo progetto!»
Un giorno mi confidò tutto questo suo lungo ragionamento fatto da solo: era sereno! Non si sentiva un arreso; c’era in lui un desiderio di essere protagonista; sentiva di dover diventare collaboratore di Dio.
Il male progrediva; percepì che ormai era prossima la sua fine. Scelse, lui da solo, i canti e le letture per il suo funerale: erano letture e canti per uno sposalizio. Perche il suo funerale doveva essere – per sua volontà – una festa di nozze!
Qui ho capito che cosa vuol dire bussare senza mai cessare. Ho capito che a chi non smette bussare Dio fa dono dello Spirito: come ad Andrea che, partito chiedendo di poter sposarsi, è stato sorpreso da Dio che gli ha offerto le «nozze eterne».

UNA NOIA ATROCE

Un uomo anziano e pio pregava cinque volte al giorno mentre il suo socio d’affari non metteva mai piede in chiesa.
E ora, nel giorno del suo ottantesimo compleanno, pregava così: «O Signore, Dio nostro! Fin da ragazzo non ho lasciato passare un solo giorno senza venire in chiesa la mattina a recitare le preghiere alle cinque scadenze prestabilite.
Non c’è gesto che io abbia compiuto, non c’è decisione importante, o di poco conto che fosse, che io abbia preso senza prima avere invocato il tuo nome.
E ora che sono vecchio ho raddoppiato le pratiche devote e ti prego notte e giorno senza posa.
Tuttavia, eccomi qui, il poveraccio di sempre.
Il mio socio invece beve, si dà al gioco e, nonostante l’età avanzata, frequenta donne di dubbia moralità, eppure nuota nell’oro.
Mi domando se dalla sua bocca sia mai uscita una preghiera.
Ebbene, Signore, non ti chiedo di punirlo, perché sarebbe poco cristiano, ma, ti prego, dimmi: «Perché? Perché? Perché mai hai permesso che lui prosperasse e a me invece riservi questo trattamento?»
«Perché», rispose Dio, «tu sei una noia atroce!»
ANTHONY DE MELLO, La preghiera della rana, vol.1, EP, Milano 1991

LA RISPOSTA RITARDATA DI LAKSHMI

Se una preghiera non viene esaudita al momento giusto, poi non serve più.
Nell’antica India si attribuiva grande importanza ai riti vedici, i quali erano ritenuti così scientifici nella loro applicazione che quando i saggi pregavano perché venisse la pioggia, subito la siccità cessava.
Fu così che un uomo si mise a pregare secondo tali riti, implorando la dea della ricchezza Lakshmi,
affinché lo facesse diventare ricco.
Pregò dieci lunghi anni senza ottenere risposta, dopodiché di colpo si rese conto di quanto la ricchezza fosse effimera e si ritirò a vivere in romitaggio sulle montagne dell’Himalaya.
Un giorno, mentre era raccolto in meditazione, aprì gli occhi e si trovò di fronte una donna di straordinaria bellezza, radiosa e scintillante come se fosse stata d’oro.
«Chi sei e che cosa fai qui?», domandò.
«Sono la dea Lakshmi, a cui hai innalzato inni per dodici anni», rispose la donna.
«Sono venuta a esaudire la tua richiesta».
«Ah, mia buona dea», esclamò l’uomo.
«Nel frattempo ho conosciuto la bellezza della meditazione e ho perduto ogni desiderio di ricchezza.
Arrivi troppo tardi.
Dimmi, perché hai tardato tanto a venire?»
A dire la verità», spiegò la dea, «la natura dei riti che tu praticavi tanto fedelmente era tale da meritarti la ricchezza tanto ambita, ma ho preferito non concedertela per l’amore che ti portavo e il desiderio di fare il tuo bene».
Se potessi scegliere, che cosa preferiresti?
Che sia esaudito il tuo desiderio o che ti sia concessa la grazia di non perdere la serenità sia che si avveri sia che non si avveri?
ANTHONY DE MELLO, La preghiera della rana, vol.1, EP, Milano 1991

NOTE

1 Cf http://www.filosofico.net/preghierafilosofia11.htm; vedi un intervento al pensiero kantiano: pregare migliora la vita: http://www.dooyoo.it/romanzi/kant-immanuel-la-religione-entro-i-limiti-della-sola-ragione/358348/

2 Cf http://www.filosofico.net/preghierafilosofia8.htm

3 http://www.collettivamente.com/articolo/405957.html.