L'amore aggrovigliato

Il figlio come «primo altro»

Carmine Di Sante


Il poeta persiano trecentesco Hafez, mistico e cantore dell'amore divino, in uno dei suoi versi scrive: «Coppiere, dammi la coppa del vino, perché l'amore appariva facile e invece s'è aggrovigliato». L'immagine dell'amore «aggrovigliato» vale non solo per l'amore tra Dio e l'uomo o tra un uomo e una donna ma anche per quel particolare tipo d'amore tra genitori e figli che il nostro Convegno sulla coppia pone quest'anno al centro della sua riflessione.
Parlare del figlio come «primo altro» non è né vuole essere una frase ad effetto, ma la indicazione di un filo che, nel «groviglio» dell'amore genitori e figli, contribuisca a «sgrovigliarlo» ricomponendone la trama di mistero e di incanto. Fuori metafora: in un momento dove forse nessuna istituzione come la famiglia si trova alle prese con cambiamenti epocali e dove la potenza della bioingegneria genetica ha sovvertito e sovverte la stessa idea di famiglia naturale, la categoria dell'alterità, che per ragioni pratiche e teoriche si sta facendo sempre più attuale, è l'unica chiave di lettura per ripensare questa «cellula» primaria della società che, in realtà, coincide con la stessa «cellula» dell'umano, dove il mistero della vita accade e appare svelandosi nel tempo.
Per la cultura occidentale, l'unico possibile modo di pensare il rapporto umano è quello identitario, dove l'altro è vissuto come parte dell'io e della sua identità e non come altro in quanto altro. Il figlio, non solo rientra in questa tipologia di rapporto, ma ne costituisce il paradigma stesso, in quanto colui che, quasi per definizione, appartiene da sempre al mondo dell'io genitoriale: del loro «seme», sangue, terra, lingua e cultura. Per quanto paradossale, questo modo di leggere il rapporto con il figlio non è naturale. Nell'umano nulla è naturale e ciò che ordinariamente è definito tale è più propriamente il frutto di millenni di sapienza culturale, sedimentazione ed espressione di modelli concettuali, cioè di modi di pensare, dai quali, a propria insaputa, si è formati e plasmati. E se è vero che noi abitiamo sentimenti ed affetti (e per un uomo e una donna nessun sentimento è così forte e tenero come quello per un figlio), è altrettanto vero che sentimenti ed affetti hanno bisogno di parole e idee per assumere forma e che, privi di questa forma, restano indistinti e indifferenziati.
In questo intervento cercherò di ricostruire il fondamento di questo modello identitario e di mostrare come, al suo interno, il figlio è vissuto e compreso attraverso la triplice metafora dello specchio, della tessera o della scintilla. Cercherò poi di mostrare un modello alternativo, il modello biblico dell'alterità, dove il figlio può essere pensato più propriamente con la metafora del «coltello», una metafora tratta dalla lettera di Kafka a Milena, dove lo scrittore le scrive: «Amore è il fatto che tu sei per me il coltello con cui frugo dentro me stesso», e ripresa recentemente dallo scrittore israeliano David Grossman nel suo ultimo romanzo intitolato Che tu sia per me il coltello.

Il modello identitario

Più che un modello, l'identità è la sostanza stessa dell'occidente, il suo orizzonte ultimo, secondo quanto denuncia Lévinas per il quale «la filosofia occidentale... sin dalla sua infanzia, è affetta da un orrore verso l'Altro che rimane Altro, da un'inguaribile allergia» (1).
Il testo fondativo di questa concezione identitaria, divenuta la radice stessa dell'Occidente, è il Simposio dove Platone spiega perché gli esseri umani vanno in cerca degli altri (siano questi il partner, l'amico, il figlio o il simile), perché ricercano la giustizia, la sapienza e la saggezza e perché amano ciò che è bello e buono, mentre fuggono ciò che è brutto e cattivo. La risposta viene data attraverso il mito androgino, il racconto secondo il quale alle origini l'uomo era una unità o sfera risultante dall'insieme del maschile e del femminile. Come tale egli non aveva bisogno di nulla ed era autosufficiente e onnipotente, capace di fare concorrenza agli dèi e di ribellarvisi. Zeus allora per punizione e vendetta divise in due l'essere umano, separandoli in maschio e femmina. Ma una volta separati, l'uno tende verso l'altro, alla ricerca della metà perduta. Oltre che nella formulazione dell'androgino, dell'unità originaria del maschile e del femminile, il mito presenta anche due varianti secondo cui all'origine esisteva pure contemporaneamente l'unità del maschile con il maschile e del femminile con il femminile. A parte comunque queste diverse formulazioni o versioni, importante è capire come, con esso, il pensiero greco spiega la relazione tra l'alterità e l'io: come movimento, spinta, tendenza e nostalgia verso ciò di cui si ha bisogno e che è recupero o ritrovamento dell'identità o pienezza perduta e riconquistata. Ciò vale non solo per l'alterità umana ma anche per ogni altro tipo di alterità, come quella del bello e del buono. Tutto ciò che l'uomo ricerca, lo ricerca perché nelle sue profondità si iscrive questo insopprimibile bisogno o nostalgia per la pienezza perduta, totalità o uno In questo quadro di lettura c'è spazio solo per una alterità identitaria, per una alterità dove l'altro è colto e vissuto solo in rapporto all'io di cui da sempre è parte e di cui ricostituisce l'unità infranta: l'altro come l'altro che riflette l'io come uno specchio, lo compie come una tessera oppure ne risveglia le energie come una scintilla.

Il figlio come specchio, tessera o scintilla

Lo «specchio» è la metafora per dire il figlio come il riflesso in cui i genitori si rivedono e si guardano, disegnando su di lui la trama delle loro attese e speranze; mentre la «tessera» è la metafora per dirlo coni( l'altro attraverso il quale essi si perpetuano e si realizzano, trasmettendosi e continuandosi nel tempo, al di là della proprie storia e della morte (il figlio come «assicurazione contro la morte», secondo il linguaggio della psicologa); la «scintilla» infine la metafora per dirlo come spinta, forza, ed energia che li motiva, liberandoli da loro egoismo e offrendo loro uno scopo per il quale vivere.
Comune a queste tre metafore è per esse, l'altro è sempre l'altro per l'io, in cui l'io si ri-unifica e si ritrova, secondo quanto Platone, sempre nel Simposio, mette in bocca ad Efesto, il dio del fuoco plasmatore dei metalli: «Che cos'è o uomini che volete ottenere l'uno dall'altro?... É questo quello che volete: diventare la medesima cosa l'uno con l'altro, in modo che non vi dobbiate lasciare né giorno né notte? Se è questo che desiderate, io voglio fondervi e unirvi insieme nella medesima cosa (eis to auto), in modo che voi diventiate, dei due che siete, uno solo, viviate insieme, e, quando morirete, anche laggiù nell'Ade, invece di due siate ancora uno, uniti insieme anche nella morte» (192 E).
Di qui l'idea, a fondamento dell'Occidente, che l'amore è e può essere solo: - unione e ricostituzione dell'unità perduta: «Dio ha creato da subito uomini e donne... Invece per noi europei, per me e per lei, in ogni momento l'essenziale è avvicinarsi all'unità, l'essenziale è la fusione. Si dice che l'amore sia una fusione, si dice che esso trionfi nella fusione»: così Lévinas rispondendo ad un interlocutore che gli poneva la domanda sulla differenza tra il pensiero biblico e quello greco (2);
- autorealizzazione o autoespressività: «dobbiamo inneggiare a Eros il quale nella vita presente in sommo grado ci giova, conducendoci verso ciò che ci è proprio» (193 D);
- felicità intesa come autoritrovamento o ritorno di Ulisse ad hada: «ristabilendoci nella nostra antica natura e risanandoci ci renderà felici e beati» (193 D).
Di questo amore come unione, come autorealizzazione e come autoritrovamento il figlio è l'espressione più profonda ed oscura come emerge, ad esempio, dal racconto paradossale e inquietante di Tahar Ben Jelloun in Creatura di sabbia (Einaudi), nel quale si narra di come un padre, in un paese senza età, avendo desiderio e bisogno di un maschio, alla nascita della sua settima figlia, decide ugualmente che essa sarà maschio a dispetto del suo corpo e d'accordo con la moglie.

Il figlio come «coltello»

Venerdì 2 aprile 1943 Anna Frank scrive nel suo diario: «Ieri sera ero a letto aspettando che il babbo venisse a dire le preghiere con me e poi a darmi la buona notte, quando la mamma entrò in camera, si mise a sedere sul letto e mi domandò con molta semplicità: - Anna, il babbo non viene ancora, vuoi che preghi io con te? — No, mamma, risposi io. La mamma si alzò, stette un momento in piedi presso il letto, poi si avviò lentamente alla porta. A un tratto si volse e con un viso contratto disse: - Non mi offendo, l'affetto non si impone —. Due lacrime brillavano sul suo viso quando essa uscì. Io rimasi coricata; sentivo che ero stata cattiva a respingerla così rudemente, ma sapevo pure che non avrei potuto risponderle in altro modo. Non so adulare e non potevo pregare con lei contro la mia volontà. Non andava. Ho pietà di mamma, moltissima pietà, perché per la prima volta nella mia vita ho notato che il mio contegno freddo non la lascia indifferente. Ho visto il dolore sul suo volto, quando diceva che l'affetto non si impone. E duro dire la verità, eppure la verità è questa, che è lei che mi ha respinto, è lei che mi ha resa insensibile a ogni sua espressione di affetto con le sue osservazioni inopportune... Io fremevo quando ella mi rivolgeva le sue dure parole; e ora era lei che fremeva, dicendo che non c'era più affetto fra noi due. Per metà della notte la mamma ha pianto, e per tutta la notte non ha quasi dormito. Papà non mi guarda e quando lo fa leggo nei suoi occhi le parole: 'Come puoi essere così sciocca, come puoi dare tanto dolore alla mamma!'».
Questa pagina, che ogni genitore sente come propria per avere vissuto, almeno una volta, la stessa esperienza, è la illustrazione della metafora del figlio come «coltello»: non compimento dell'io bensì sua alterazione, allo stesso modo in cui si altera e modifica un organismo, perdendo il suo equilibrio; e non autopossesso e autoritrovamento bensì ek-stasis o fuoriuscita dell'io da sé per non farvi più ritorno. La metafora del figlio come coltello o come alterazione vuole significare tre cose:
- innanzitutto la crisi del desiderio di cui il figlio, con la sua alterità, costituisce più che la realizzazione la sua messa in discussione. Frutto del desiderio, il figlio ne è la progressiva smentita, introducendo al suo interno una «ferita» insanabile, come mostra la pagina citata di Anna Frank, e operando nei suoi confronti la più radicale messa in discussione che ci sia al mondo la quale, come vuole Lévinas, prima che l'ordine dell'idea riguarda l'ordine del desiderio: «Il criticismo puro, la più radicale messa in discussione che ci sia, non si ha nella tematizzazione operata dalla riflessione su di sé, ovvero nell'aprirsi all'orizzonte trascendentale della coscienza o all'io penso in universale bensì nella messa in questione della spontaneità ingenua dell'io da parte della passività dell'ossessione per altri» (3);
- in secondo luogo la irreversibilità di questa rottura, nel senso che la sua messa in discussione non è dialetticamente ricomponibile ad un piano superiore, come vuole Platone nel Simposio dove la crisi del desiderio annuncia e prepara la realizzazione di desideri sempre più alti, secondo la logica della «scala» dove l'abbandono del gradino inferiore introduce a quello superiore. Il senso di questa irreversibilità è nella negazione del desiderio come orizzonte ultimo dell'umano, dal momento che il figlio va accolto e amato anche quando - e forse soprattutto quando - non corrisponde alle proprie aspettative. È in questo senso che il figlio è il primo «altro», portatore di una alterità ancora più radicale di quella del partner: perché, a differenza di quest'ultimo, non può mai essere «dimissionato», se non negando il proprio essere padre o madre;
- in terzo luogo la nuova dimensione dell'umano cui essa introduce: la dimensione della responsabilità assoluta e indeclinabile come alternativa al desiderio e altra dal desiderio. Introducendosi come l'ospite inatteso e imprevisto, il figlio, altro in quanto altro, libera l'io dall'incatenamento di sé a sé (4), e lo eleva all'altezza di un umano dove vige la logica dell'amore senza ritorno: l'umano come gratuità e come asimmetria in cui si ritrascrive, poco importa se consapevolmente o implicitamente, l'agire stesso del Padre celeste che «fa piovere sui buoni e sui cattivi». Il mistero del figlio è il mistero di questa relazione gratuita o responsabilità assoluta cui si è appellati e nella quale, per tutti, si dischiude il senso stesso dell'umano.

NOTE

(1) «La traccia dell'Altro» in Scoprire l'esistenza con Husserl e Heidegger, R. Cortina Ed., Milano 1998, p. 216.
(2) E. Lévinas, Tra noi. Saggi sul pensare all'altro, Jaca Book, Milano 1998, p. 147.
(3) Altrimenti che essere o al di là dell'essenza, Jaca Book, Milano 1983, p. 115.
(4) Carmine Di Sante, Responsabilità. Dall'io per sé all'io per l'altro, Ed. Lavoro - Ed. Esperienze, Roma 1996.

(Rocca, 15 giugno 1999, pp. 37-40)