Educare alla fede

come storia da vivere

Carlo Molari


La Chiesa italiana ha concentrato l'impegno pastorale del prossimo decennio nella formula «Educare alla vita buona del Vangelo». Educare è trasmettere le ricchezze vitali di una comunità da parte di una generazione alla successiva; è una tradizione, un atto di consegna. Tradizione (dal latino tradere, traditio) nell'uso ecclesiastico indica il complesso delle offerte di una generazione a quella successiva in ordine alla salvezza.
Con l'educazione alla vita buona del Vangelo la chiesa italiana intende realizzare in modo concreto la Tradizione delle sue ricchezze spirituali. Essa porta così a compimento l'impegno che nel primo decennio di questo secolo si era proposta di: «Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia».
Che cosa la generazione presente debba trasmettere e come debba farlo, sono due interrogativi intimamente collegati, dato che il modo dipende in tutto dalla natura dell'oggetto da comunicare. Se si deve trasmettere un realtà fisica occorre possederla per consegnarla, se si devono trasmettere notizie occorre conoscerle per comunicarle, se si deve trasmettere una esperienza occorre viverla per testimoniarla, se si vuole trasmettere una fede occorre esercitarla per indurla.

Componenti dell'esperienza religiosa

Nella «Tradizione» che costituisce la chiesa che cosa si trasmette? Cosa significa consegnare le ricchezze del Vangelo? Ci sono varie possibili risposte a questi interrogativi; esse corrispondono al maggiore o minore valore dato alle diverse componenti dell'esperienza religiosa. Se ne possono considerare tre: la dottrina, l'etica, l'esperienza salvifica. A queste tre componenti corrispondono tre diverse concezioni della Tradizione ecclesiale e tre diverse teologie e quindi tre modalità di concepire l'educazione alla vita di fede. Queste diversità di fatto si completano reciprocamente dato che ciascuna opinione esprime e valorizza un elemento essenziale della vita ecclesiale. Nella vita della Chiesa le varie componenti hanno avuto incidenze molto varie secondo le condizioni culturali e sociali e le contingenze storiche.
La domanda che ci si pone, quindi, riguarda su che cosa oggi fare leva principalmente per educare alla vita buona del Vangelo, quali componenti debbano essere trasmesse in modo prioritario.
Chi dà valore preminente alla dottrina considera essenziale per l'educazione alla vita ecclesiale, conoscere le dottrine esatte relative a Dio, le parole di Gesù, i misteri della fede, le formule dogmatiche, con cui lungo i secoli la Chiesa ha espresso le proprie esperienze. In questo caso il kerigma è riassunto nella formula del Credo e il teologo ha il compito di precisare le dottrine e giustificarle. La trasmissione avviene con insegnamenti, l'esattezza dei significati costituisce la preoccupazione principale di chi consegna e l'apprendimento fedele il dovere di chi li accoglie.
Altri pensano che il Vangelo da trasmettere sia soprattutto un complesso di 'regole morali' o di 'precetti'. La consegna fa leva sull'esempio e sull'autorevolezza del maestro, l'obbedienza è l'esigenza fondamentale di chi accoglie. Il kerigma per costoro è riassunto nel decalogo e nel discorso della montagna. La teologia deve soprattutto precisare le regole del comportamento, mostrarne le ragioni e adeguare le norme morali alle mutevoli esigenze dell'umanità, secondo le circostanze della storia. Altri, infine, si riferiscono alla ricchezza dell' esperienza salvifica. Il racconto è la concreta forma della trasmissione e la sequela di Cristo è la risposta sollecitata. La testimonianza consiste nell'autenticità della vita. La trasmissione riguarda le esperienze salvifiche e assume la forma di narrazione. Il teologo riflette sull'esperienza di fede e cura l'efficacia dei simboli e dei racconti.
Vi è un problema frequente in merito al contenuto: quali novità è possibile immettere nella tradizione ecclesiale? Alcuni credono sia necessario accogliere e immettere le novità quando lo Spirito le fa fiorire lungo il cammino della Chiesa, anche se provocano rotture con alcuni aspetti della tradizione precedente (parlano di tradizione vivente); altri invece le escludono del tutto perché deve essere trasmesso «solo ciò che sempre, ovunque e da tutti è stato creduto»; altri ammettono rare novità come sviluppo omogeneo di dottrine precedenti (parlano di tradizione omogenea).

Le novità dello Spirito

Nell'attuale condizione ecclesiale il rischio maggiore viene da coloro che considerano la Tradizione dal punto di vista principalmente dottrinale e insistono sulla continuità delle idee e quindi sulla permanenza degli stessi significati nelle formule di fede. Per questo motivo si oppongono alle novità introdotte dal Concilio Vaticano II dove ha contraddetto le dottrine del Magistero precedente.
Il teologo Brunero Gherardini, ad esempio, cita le promesse di Cristo «poi il Padre manderà il Paraclito cioè lo Spirito Santo, il quale vi ripeterà tutto quello che v'ho insegnato io» (Gv 14, 25-26) e «quando questo Spirito della verità sarà venuto, v'introdurrà nella verità tutt'intera» (Gv. 16,13). Commenta: «Nella sua sostanza ... la verità che lo Spirito Santo trasmetterà alla Chiesa non avrà nulla di nuovo: sarà costituita da 'tutto quello che v'ho insegnato io'». Riferendosi poi alla teologia e al Vaticano II aggiunge: «A questi due testi non pochi, oggi, fan risalir errori e contraddizioni evidenti tanto quanto stridenti rispetto alla comunicazione originaria. Come se Dio, verità sostanziale che non inganna né s'inganna, si correggesse nel rinnovarsi del suo rapporto con l'uomo e con la storia. Come se questo rapporto fosse in tanto nuovo, in quanto allineato con la cultura del momento, ignorando superando o azzerando il passato, recente o remoto» (Quod et tradidi vobis. La Tradizione vita e giovinezza della chiesa, Prologo, in Divinitas 53 (2010) nn. 1-3 p. 11). Ancor più deciso nella conclusione di un volume recente dove sostiene che «nei fedeli è vivo il desiderio di una Chiesa fortemente ancorata al senso della propria inconfondibile identità» e che apre gli occhi per vedere dove nell'ultimo Concilio «la continuità si interrompe e in che direzione volgere i passi per il ricupero» di ciò che sempre, ovunque e da tutti è stato creduto (Quaecumque dixero vobis. Parola di Dio e Tradizione a confronto con la storia e la teologia, Lindau Torino 2011 p. 192).
A questa stessa convinzione si richiama lo storico Roberto De Mattei quando concludendo la sua storia del Vaticano II si unisce «alle suppliche di quei teologi che chiedono rispettosamente e filialmente al Vicario di Cristo in terra di promuovere un approfondito esame del Concilio Vaticano II, in tutta la sua complessità ed estensione, per verificare la sua continuità con i venti Concili precedenti e per dissipare le ombre e i dubbi che da quasi mezzo secolo rendono sofferente la Chiesa, pur nella certezza che mai le porte degli Inferi prevarranno su di Essa» (Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Lindau 2010 p. 591).
Di per sé ciò non significa che in tutti i casi il Vaticano II abbia rotto una tradizione, perché è anche possibile che esso abbia ricuperato una tradizione precedentemente trascurata, quasi smarrita lungo il cammino, oppure abbia colto in modo più ricco e profondo una verità interpretata fino ad allora in modo insufficiente. Il valore delle scelte conciliari non deve essere fissato in base alla dottrina precedente che poteva essere imperfetta o anche errata, ma secondo la fedeltà al Vangelo. Il Card. Levada nel Sinodo sulla Parola di Dio ha portato l'esempio di alcune novità legittimamente introdotte dal Vaticano II: «si pensi alla Dichiarazione Nostra Aetate, che offre una nuova base per le relazioni attuali con gli ebrei e i musulmani. Si pensi ... alla libertà di religione e alla libertà di coscienza, che prendono spunto dalla Dichiarazione conciliare Dignitatis humanae»,
Si potrebbe ricordare in merito anche il Decreto sull'Ecumenismo che modifica le norme fissate da Pio XI e la prassi della Congregazione del S. Uffizio. Quelle scelte erano dettate da dottrine apparse poi imperfette. Papa Benedetto XVI da parte sua ha indicato come criterio pratico la riforma della chiesa che consenta di proseguire il cammino di fedeltà al Vangelo nella storia. Educare non significa trasmettere semplicemente dottrine, ma far crescere persone, inserendole nel cammino della Chiesa che procede nella storia. Essa è il soggetto che genera e porta la «ininterrotta Tradizione». Questa formula, utilizzata anche da Benedetto XVI varie volte (ad esempio il 16 marzo 2009 alla Plenaria della Congregazione del Clero) non indica la continuità delle idee o delle norme, bensì la continuità del «rinnovamento» nel cammino storico dell'unico «soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino» (22 dicembre 2005 alla Curia).
Educare alla vita buona del Vangelo significa inserire le nuove generazioni nel tessuto vivente della Chiesa in cammino, in stato di riforma perenne, perché anch'esse possano usufruire delle ricchezze spirituali accumulate dalle generazioni precedenti e possano contribuire al rinnovamento ecclesiale.

(Rocca, 15.3.2011)