Crescere e

aiutare a crescere

Carlo Nanni

 

1. Paradossalmente se è difficile educare, oggi non lo è meno crescere.
I primi a risentire nel bene e nel male degli effetti della globalizzazione sono i bambini, i ragazzi, i giovani di ambo i sessi. Essi partecipano delle opportunità che vengono dalle innovazioni tecnologiche e dal mercato internazionale e mondiale. Il sistema di comunicazione sociale mondializzato, permette loro l’accesso ad un vastissimo volume di informazioni; e dà loro la possibilità di una comunicazione in tempi ravvicinati con persone e realtà vicine e lontane, quasi abolendo le distanze fisiche temporali e spaziali, stimolando l’immaginario e il fantastico soggettivo. Più che il cambiamento (come è stato ed è per la generazione adulta o anziana), per loro il difficile è vivere umanamente l’innovazione: il navigare nel grande mare della comunicazione può rischiare di finire per essere un naufragare non avendo una rotta e una porto di destinazione.

2. L’indubbia accresciuta sensibilità per la libertà in tutti gli ambiti dell’esistenza, è tipica del nostro tempo. Ma forse, non lo è meno il “nichilismo”, inteso non filosoficamente ma come interiore senso del nulla di sé e del mondo. Esso non è solo “l’ospite inquietante” dei giovani, ma anche di tanti adulti, di tante coppie, di tante relazioni familiari; e produce solo “passioni tristi”.
Gli “Orientamenti Pastorali” (= d’ora in poi OP) evidenziano che «le persone fanno sempre più fatica a dare un senso profondo all’esistenza. Ne sono sintomi il disorientamento, il ripiegamento su se stessi e il narcisismo, il desiderio insaziabile di possesso e di consumo, la ricerca del sesso slegato dall’affettività e dall’impegno di vita, l’ansia e la paura, l’incapacità di sperare, il diffondersi dell’infelicità e della depressione. Ciò si riflette anche nello smarrimento del significato autentico dell’educare» (n. 9).
In proposito gli OP parlano di “nodi” culturali o più esattamente di «aspetti, rilevanti dal punto di vista antropologico [che] influiscono in modo particolare sul processo educativo».
E ne fanno un puntuale elenco che poi viene sviluppato nel prosieguo del capitolo primo, intitolato appunto «Educare in un mondo che cambia»: «l’eclissi del senso di Dio e l’offuscarsi della dimensione dell’interiorità, l’incerta formazione dell’identità personale in un contesto plurale e frammentato, le difficoltà di dialogo tra le generazioni, la separazione tra intelligenza e affettività».

3. «Le cause di questo disagio – continuano gli OP – sono molteplici: culturali, sociali ed economiche». È esperienza comune: la crisi finanziaria, produttiva e occupazionale rendono difficile pensare ad un futuro umanamente degno per le nuove generazioni. Il governo e il malcostume politico rendono non solo teso, ma abbassano il tono “etico” della vita civile e della partecipazione alla buona qualità della vita comunitaria. Sembra che non ci siano troppi spazi per il “sogno” e per la “speranza” in genere e quella educativa in particolare.
E tuttavia gli OP non si pongono in un atteggiamento negativistico.
Di fronte al “mondo che cambia” fanno propria la lezione della “Gaudium et Spes”: condivisione con le gioie e le speranze, le tristezze le angosce umane di ogni tempo; discernimento per conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese, le sue aspirazioni; interpretarli alla luce del Vangelo per cogliervi i segni e i tempi dell’azione dello Spirito nella storia; profezia fiduciosa e coraggiosa, «sapendo di poter contare su una “riserva escatologica” alla quale quotidianamente attingere: la speranza che non delude (cfr Rm 5,5)».

4. In questa linea si prospettano anche modalità educative per aiutare a superare i “nodi” che rendono difficile la crescita.
Indico alcuni passaggi che mi sembrano testimonino questa strategia globale degli OP.

1) A riguardo del senso della vita:
«Un’autentica educazione deve essere in grado di parlare al bisogno di significato e di felicità delle persone. Il messaggio cristiano pone l’accento sulla forza e sulla pienezza di gioia (cfr Gv 17,13) donate dalla fede, che sono infinitamente più grandi di ogni desiderio e attesa umani. Il compito dell’educatore cristiano è diffondere la buona notizia che il Vangelo può trasformare il cuore dell’uomo, restituendogli ragioni di vita e di speranza» (n. 8).
2) A riguardo delle incertezze antropologiche che portano ad un soggettivismo individualistico che pensa solo a se stesso: si afferma che in fondo tutto può essere ricondotto alla «negazione della vocazione trascendente dell’uomo e di quella relazione fondante che dà senso a tutte le altre», cioè la relazione con Dio, perché – ripigliando Caritas in Veritate, n. 78 – «senza Dio l’uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia» (n. 9).
3) A riguardo delle difficoltà della formazione dell’identità personale in un contesto plurale e attraversato dai fascinosi scenari della comunicazione sociale e dagli incontri con persone di diversa cultura: si mette in luce che tutto ciò può costituire «una risorsa feconda, da valorizzare senza indulgere a irenismi o cedere a eccessivi timori e diffidenze»; comporta maggiore fatica e rischi inediti rispetto al passato, ma accresce lo spazio di libertà della persona nelle proprie decisioni e fanno appello alla sua responsabilità.
In tal senso il compito più urgente diventa, dunque, educare a scelte responsabili; a contrastare l’assimilazione passiva di modelli ampiamente divulgati e di superarne l’inconsistenza, promuovendo la capacità di pensare e l’esercizio critico della ragione (cfr n. 10); e rispetto al diffuso relativismo, sarà compito educativo aiutare a saper leggere il “libro della creazione” e quello della Rivelazione ( cfr. n. 11);
4) A riguardo dei rapporti tra generazioni e della trasmissione della cultura e dei valori da una generazione ad un’altra: essa è una costante dell’educazione in ogni tempo e sotto ogni cielo. Oggi è resa più difficile non solo dal complesso contesto socio-culturale, ma – come ben notano gli OP – anche dal fatto che oggi i «giovani si trovano spesso a confronto con figure adulte demotivate e poco autorevoli, incapaci di testimoniare ragioni di vita che suscitino amore e dedizione», a cominciare dalle figure parentali.
Si comprende perché la Chiesa si sente preoccupata per «la famiglia, primo luogo dell’educazione, lasciata sola a fronteggiare compiti enormi nella formazione della persona, senza un contesto favorevole e adeguati sostegni culturali, sociali ed economici». E si comprende perché – soprattutto nell’ultima parte, gli Op invocano la necessità di una “alleanza educativa” tra le figure educative, le istituzioni sociali di formazione e la società tutt’intera.
5) A riguardo di quello che oggi forse è il compito educativo più delicato: quello dell’integrazione tra le dimensioni costitutive della persona in special modo tra razionalità e affettività, tra corporeità e spiritualità. Gli OP intravedono la necessità dell’«armonia e la reciproca fecondazione tra sfera razionale e mondo affettivo, intelligenza e sensibilità, mente, cuore e spirito, che orienta la persona verso il senso globale di se stessa e della realtà, nonché verso l’esperienza liberante della continua ricerca della verità, dell’adesione al bene e della contemplazione della bellezza» (n.13). Ma forse sono meno cospicui di indicazioni educative in un’opera che certamente richiede vicinanza e fiducia nei giovani, dono di sé, “un amore ricco di intelligenza e una intelligenza piena di amore”, un discreto e fedele accompagnamento, una autorevole testimonianza di vita libera e saggia.
6) A riguardo dell’accoglienza e dell’integrazione sociale oggi.
Gli OP avvertono che «in questo tempo di grande mobilità dei popoli, la Chiesa è sollecitata a promuovere l’incontro e l’accoglienza tra gli uomini». All’opera educativa viene affidato il compito di «aiutare a superare paure, pregiudizi e diffidenze, promuovendo la mutua conoscenza, il dialogo e la collaborazione». Anzi affermano che «l’acquisizione di uno spirito critico e l’apertura al dialogo, accompagnati da una maggiore consapevolezza e testimonianza della propria identità storica, culturale e religiosa», potranno contribuire a «far crescere personalità solide, allo stesso tempo disponibili all’accoglienza e capaci di favorire processi di integrazione». Da questo punti di vista aggiungono che «l’approccio educativo al fenomeno dell’immigrazione può essere la chiave che spalanca la porta a un futuro ricco di risorse e spiritualmente fecondo» (n.14).

5. Il capitolo si chiude con la convinzione che «in questo quadro si inserisce a pieno titolo la proposta educativa della comunità cristiana, il cui obiettivo fondamentale è promuovere lo sviluppo della persona nella sua totalità », contribuendo in pari tempo alla crescita del corpo sociale e al perseguimento del bene comune «con cristiana responsabilità» (n. 15).
In tal senso, l’educazione cristiano diventa – anche per il mondo laico – viva testimonianza che «il tempo dell’educazione non è finito» (n. 7).