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    Introduzione a: Educare oggi all'impegno politico



    (NPG 1977.08-15)


    Quando si parla di «impegno politico» e di «educazione politica», l'ascolto si fa interessato, perché l'argomento affronta un tema attorno al quale molti sono sensibili, sia tra i giovani che tra gli educatori.
    Gli anni '70, infatti, hanno segnato un allargamento, quasi violento, di sensibilità che prima erano circoscritte ad un gruppo ristretto e specialistico. Hanno trascinato la politica in spazi umani, tradizionalmente lontani da queste problematiche e (almeno apparentemente) neutrali.
    Fatti, di peso e di segno non omogenei, stanno alla radice di queste percezioni. L'esplosione della contestazione giovanile e le lotte operaie hanno investito in prima persona molti giovani. L'iniziale fervore politco con cui hanno vissuto i tempi della formazione, si è esteso e consolidato. Gli educatori più attenti, anche se non impegnati in forma diretta, sono passati presto da spettatori incuriositi ad operatori di riflessione critica e valutativa, per la forza provocatoria del fenomeno.
    La cronaca degli ultimi anni ha riproposto il problema con toni drammatici. Il travaglio istituzionale che stiamo vivendo, le contraddizioni della attuale condizione giovanile, trascinata tra rigurgiti violenti e toni spontaneistici,
    la caduta improvvisa di ideali che sembravano consolidati e la rincorsa verso il soggettivismo e la privatizzazione, costringono a prendere posizione, rilanciando l'interrogativo: la «politica» è l'ultima tavola di salvezza o, invece, essa è la causa dei tanti disagi che tutti denunciamo?
    Il momento educativo fa da catalizzatore privilegiato di questa sensibilità e delle contraddizioni di cui essa è carica. Nella educazione esplode il contrasto tra la visione moderata e quella progressista, in una crisi pratica che riguarda gli obiettivi, i contenuti, i metodi, le forme organizzative dell'azione educativa. Lo scontro frontale è spesso violento; e non solo a parole. Provoca stati di risentimento tra gli educatori della stessa comunità, tra docente e discente e, nell'ambito della famiglia, tra genitori e figli.

    FATTI

    La sensibilità politica è dunque un male? Ma c'è un'alternativa?
    Il rimpianto nostalgico di situazioni diverse, poco lontane nel tempo, può offrire prospettive valide di soluzione?
    La rivista ha già parlato spesso di questi temi. Senza ripetere cose già dette, riprendiamo il discorso partendo dai problemi che l'oggi pone agli educatori. Le pagine che seguono vanno collocate nel progetto articolato di «educazione politica» pospettato dalla rivista (si veda l'indice 1967-1976).
    La sensibilità e l'impegno politico dei giovani è cambiato.
    In che direzione?
    Negli ultimi mesi dell'anno scolastico 1976177 abbiamo assistito ad una nuova ondata di contestazione che ha dato fuoco agli atenei italiani e ha portato, questa volta, i cingolati della polizia all'interno dei loro cortili, come se ci trovassimo in un golpe militare.
    Si può stabilire un parallelo con il maggio '68? Quali sono le radici della nuova contestazione che ha avvolto di violenza la società italiana? Chi sono e quanti sono i protagonisti?
    Molti studiosi di problemi politico-giovanili affermano, senza mezzi termini, che l'attuale non è un nuovo '68. Manca la grande ventata ideologica e culturale che ha scosso e mobilitato allora il mondo studentesco da Berkeley a Parigi
    a Berlino. Non c'è più il grande profeta del '68, Marcuse. Non c'è più il bracere acceso del Vietnam. È cambiata anche la base sociale: se nel '68 molti erano i figli della borghesia che scendevano sulla piazza, oggi la rabbia fermenta
    in figli di operai, di contadini, di piccoli impiegati, oltre che in giovani borghesi di alto reddito.
    Questa rivolta del 1977 mostra un viso torvo e disperato, nonostante le filastrocche degli «indiani metropolitani».
    Non ci sono i grandi leaders, non ci sono programmi, mancano le ideologie, mancano perfino i contenuti di quelle scritte che coprivano i muri della Sorbona e che costituirono una nuova antologia di letteratura giovanile, su cui si affastellarono studi severi di sociologi e letterati. E questa volta, a fare le spese sono stati anche sindacati e partiti di sinistra.
    Perché questa nuova ondata? Dove stanno le responsabilità? Ci sono sbocchi? Uno storico, Leo Valiani, scrive: «Nel nostro paese, la protesta aveva ed ha molti validi motivi, nelle università, nelle altre scuole, in tutta la società. Com'era prevedibile, il movimento studentesco non costituiva un rimedio poiché metteva la retorica e l'intolleranza al posto della riflessione critica sulle cose da fare e degli sforzi volti a farle sul serio. La permanenza e l'inasprirsi delle cause che avevano generato il movimento, dovevano procurargli dei successori ancora più radicalizzati.
    Oggi una parte della gioventù esalta un estremismo confuso, rifiutando, come del resto molti adulti dei ceti ricchi, quella necessità di sacrifici per un futuro migliore che, in situazioni drammatiche, sia l'ala riformista sia l'ala rivoluzionaria del movimento operaio hanno sovente saputo accettare. L'odierno massimalismo oscilla fra la aspirazione ai privilegi corporativi, di cui la realtà italiana offre infiniti esempi, e una utopia neo-anarchica. La loro violenza va stroncata al pari di ogni violenza. Ma la colpa principale non è dei giovani. L'estrema difficoltà di trovare un lavoro utile porta nei meno tenaci allo spegnimento della volontà di studiare e di lavorare. La debolezza dello Stato democratico fomenta la demagogia. L'assenza di prospettive può condurre i giovani a una autentica, non immaginaria disperazione».
    Il problema ha quindi una soluzione largamente strutturale. Ma non solo. Esso investe grosse responsabilità educative.
    Da questa prospettiva (che ci compete più da vicino) vogliamo comprenderlo, per suggerire piste di intervento.

    PROSPETTIVE

    I «fatti» con cui abbiamo aperto questo dossier hanno messo certamente in movimento la riflessione e l'esperienza del lettore. Essi hanno evidenziato prospettive, problemi, dimensioni contraddittorie di quanto ciascuno di noi tocca con mano ogni giorno.
    Tutto ci porta conclusioni, che danno da pensare e stimolano una precisa attenzione educativa.
    L'alternativa tra liberazione o alienazione, che travaglia oggi il mondo degli educatori; i suggerimenti legati alla scoperta della creatività, l'uso di strumenti raffinati che permettono di evidenziare l'esistenza di una larga rete di manipolazioni, incombente anche sui processi educativi; l'urgenza di definire operativamente l'autorealizzazione in rapporto alla capacità di assumersi impegni promozionali nei confronti del diverso-da-sé: questo tessuto di percezioni e di intuizioni conduce ad affermare la dimensione politica come parte determinante del momento educativo, per evitare il rischio di una educazione orientata a formare «l'uomo come l'ordine stesso lo vuole, fatto cioè a sua immagine: non un uomo nuovo, bensì la riproduzione dell'uomo com'è», come ricorda molto bene il documento «La giustizia nel mondo» della
    II assemblea del Sinodo dei Vescovi.
    Per molti giovani l'impegno politico è un fatto irreversibile. Fa parte del loro esistere e determina in concreto i segni della loro presenza nella storia. Troppi vivono questa determinazione in modo emotivo e irrazionale, trascinati tra violenze e integrismi.
    La fascia giovanile politicizzata, però, è ancora minoranza. E questo pone problemi educativi di segno opposto.
    Come sensibilizzare i secondi e aiutare i primi a maturare il loro impegno in espressioni veramente promozionali?
    La nostra risposta, già tante volte affermata dalle pagine di questa rivista, è: educazione all'impegno politico. L'interrogativo porta immediatamente ad uno successivo, di contenuto: cosa è «politica» e, quindi, che rapporto corre tra «educazione» e «politica»?
    Questa ricerca è fondamentale, per decidere in che cosa debba consistere l'educazione all'impegno politico.
    Infatti, se la politica è una disciplina tra le altre, all'interno del denominatore comune «educazione» (come c'è l'educazione artistica, l'educazione storica e quella musicale), si fa educazione all'impegno politico solo affrontando tematiche specifiche. Quindi vanno programmati gli interventi specializzati nell'area politica, senza preoccuparsi troppo del resto delle cose. L'educazione
    all'impegno politico diventa comunicazione di informazioni sociali e politiche, abilitazione a determinati atteggiamenti.
    Se invece la dimensione politica è presente, Come irrinunciabile, in ogni intervento educativo, tanto da concludere che ogni fatto educativo ha una risonanza politica, l'educazione all'impegno politico investe ogni ambito educativo, anche se può avere spazi specialistici.
    Noi preferiamo la seconda ipotesi. E cerchiamo di dimostrarla, studiando la definizione operativa di politica.
    Questo processo ci conduce ad una conclusione molto seria e impegnativa.
    Non si può essere neutrali di fronte alla politica, anche sul terreno educativo. Ne si può sorvolare il problema, con la pretesa che questa intuizione rientrerà presto, appena cambierà la sensibilità che l'ha evidenziata. Nella nostra prospettiva è in causa la costituzione stessa del rapporto educativo. Esso è stretto tra due sole alternative: essere strumento di liberazione o di manipolazione.
    I tre articoli sono di R. Tonelli.

    PER L'AZIONE

    Abbiamo delineato un quadro di riferimento per invitare ogni educatore e ogni comunità educativa a fare le sue scelte. Ci sembra importante comprendere, su motivazioni serie, che ogni intervento educativo ha una dimensione politica, perché coinvolge un progetto d'uomo e di società. Come abbiamo già ricordato, non esiste una educazione a-politica.
    Per questi motivi, lo spazio privilegiato dell'educazione politica è proprio l'educazione in quanto tale. Il modo concreto con cui viene vissuto il fatto educativo permette, più di ogni altra cosa, l'assunzione di quelle sensibilità operative che descrivono la maturità politica e l'impegno politico. All'interno di questa presa di coscienza globale si situano gli altri interventi espliciti, come, ad esempio, la comunicazione delle necessarie informazioni sociali e politiche, la valutazione dell'aspetto sociale presente in tutta la realtà, la partecipazione a determinati gesti esplicitamente politici, il giudizio su fatti e avvenimenti, la progressiva corresponsabilizzazione di tutti (dei giovani compresi) nella gestione dell'istituzione educativa, l'esercizio responsabile della loro maturità e libertà.
    Per raggiungere questo obiettivo dobbiamo preferire metodi a indirizzo partecipativo, con la preoccupazione che questo avvenga in una chiara visione di valori. La visione cristiana dell'uomo, della storia, della liberazione, gioca un ruolo importante, mentre ci impegna a purificare la fede da ogni incrostazione ideologica. Perché queste sottolineature non restino nel generico, suggeriamo non solo alcuni tratti specifici sui quali si misura ogni intervento educativo, per essere portatore di maturità politica, ma anche strumenti utilizzabili nel tempo della programmazione educativa.
    Per la ricerca di altro materiale (soprattutto a proposito del difficile rapporto tra fede e politica), rimandiamo all'indice 1967-1976.


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