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    Introduzione a: «Fare il prete» con i giovani d'oggi



    (NPG 1977-10-9)


    «Mi ha lasciato un segno l'esperienza del '68 di Milano. Ero prete da due anni, frequentavo l'università statale. Ho vissuto drammaticamente (uscivo fresco dal seminario) l'impatto con tutto quello che mi avevano insegnato a chiamare " rosso ". Dall'altra parte del marciapiede, in divisa e in assetto di scontro, c'erano dei carabinieri di leva, che poi al sabato incontravo in parrocchia per il gruppo del vangelo».
    «Riesco abbastanza facilmente a fare amicizia e a farmi accettare come persona, come Piero; ma come " don" Piero sono io ad avere delle difficoltà a farmi avanti: io stimolo, e poi do molta importanza all'attesa, alla maturazione degli eventi...».
    «Mi chiedi cosa significhi per me fare il prete oggi. Cosa risponderti? Forse... dare totalmente il proprio tempo, la propria vita 24 ore su 24. Forse... Non lo so!».
    «Qualche volta ti chiedi: ma quand'è che faccio il prete? Non sono solo psicologo, un amico, un animatore? Non mi sono mai piaciuti troppo " gli specifici". Se punti all'incontro con Cristo nella Chiesa, sei sempre un prete, anche se riempi le lavagne di numeri o prepari la caccia al tesoro o ascolti le confidenze dell'ultima delusione d'amore».
    «Fare il prete con i giovani d'oggi»: molti interrogativi, come testimoniano le battute d'apertura. Lo proviamo tutti i giorni in prima persona. Noi che vogliamo «essere preti» e ci chiediamo il senso di questo servizio.
    E le nostre comunità ecclesiali, i giovani con cui lavoriamo, che ci interpellano e ci inquietano, provocandoci spesso ad essere «diversi», senza mai riuscire a dirci «come».
    Alla radice di questo problema stanno fattori strutturali e culturali, una crisi di identità che investe la definizione stessa del ministero sacerdotale, le angosce e le speranze dell'attuale condizione giovanile.
    In questo dossier diamo voce al problema, nella testimonianza di amici. sacerdoti che lavorano, a titoli diversi, nel mondo giovanile. E tentiamo di suggerire una direzione di cammino, nella riflessione di alcuni «esperti» che hanno reagito alle testimonianze, per aiutarci a leggerle in modo critico e costruttivo.
    Destinatari del dossier sono «tutti» nella comunità ecclesiale. Perché «essere prete» non è solo la responsabilità di pochi, ma dono e vocazione per tutti.

    FATTI

    «Parlare del prete oggi rispetto al prete di ieri o a quello di domani è indubbiamente molto suggestivo, specie in un'epoca, come la nostra, caratterizzata dalla rapidità dei mutamenti e dalla preoccupazione di essere in tutto al passo con i tempi.
    Ma può anche essere molto ambiguo per l'equivoco che un simile discorso potrebbe suggerire intorno all'identità del prete, come se fosse una realtà in continua evoluzione.
    Non che non si possa distinguere nel prete ciò che è essenziale e ciò che è accessorio, ma l'insistervi troppo rivela uno schematismo di fronte al quale il prete vivo, così vivisezionato, finisce con il ribellarsi.
    Ciò che dura e ciò che muta nel prete vengono vissuti da lui contemporaneamente e assumono nella sua esperienza esistenziale uno stesso valore umano.
    Pretendere di dissociare le due realtà o di far crescere l'una a danno dell'altra è esasperare la crisi, che si vorrebbe guarire, fin quasi alla nevrosi.
    Inoltre, a voler insistere troppo sugli aspetti accidentali soggetti a evoluzione si corre il rischio di sovrapporli a quelli essenziali relativizzando così indebitamente la figura del prete.
    Se poi gli aspetti accidentali si pretende mutarli trasferendoli tout court dal mondo che si deve evangelizzare, allora il rischio diventa più grave e la figura del prete, che si vuole scoprire, può degenerare fino alla caricatura. L'identità, infatti, che gli sarà richiesta non potrà mai essere quella essenziale e ultima che sfugge a coloro che non hanno fede o che nutrono pregiudizi». Partendo da questa premessa, il card. Wright, in uno studio a più voci sul prete conclude: «Non si può negare che esiste oggi una crisi d'identità nel prete, ma varrebbe la pena di studiare quanto essa sia dovuta alla forza delle cose e quanto invece alla confusione sollevata da chi pretende di costruire una nuova figura del prete sostituendo la cara immagine di sempre con quella di un mosaico, nel quale ogni tessera è provvisoria e destinata a essere prima e poi sostituita da un'altra.
    Noi vogliamo sottrarci a questo pericolo perché pensiamo al prete così come pensiamo al padre o alla madre di famiglia, al patriota, al poeta, all'artista e cioè come a una realtà di sempre».
    Poche pagine dopo, il vescovo di Marsiglia, Mons. Etchegaray, apre il suo intervento con una affermazione perentoria: «Balza subito agli occhi:
    il sacerdote di oggi non è assolutamente quello di ieri, e abbiamo il presentimento che il sacerdote di domani sarà ancora diverso. (...) I sacerdoti stessi provano un certo malessere a riconoscersi fra loro nella catena fraterna che lega le generazioni sacerdotali».
    Forse il contrasto è solo apparente, perché le due testimonianze si collocano in prospettive diverse. Resta però il fatto. Soprattutto chi lavora con i giovani sente il problema.
    Quali sono i momenti in cui ci si sente maggiormente «prete» con i propri giovani? In che termini si raccorda l'esercizio del ruolo professionale (insegnante, esperto, animatore, amico...) con la presenza «tipica», legata agli interventi sacramentali?
    Quali elementi facilitano o ostacolano il proprio servizio sacerdotale con i giovani? Che significa, insomma, «fare il prete» con questi giovani?
    Non è facile documentare la portata di questi interrogativi. Li sentiamo sul vivo della nostra carne, lavorando con i giovani. E ogni giorno siamo tentati di ritornare alle antiche sicurezze, definendo una volta per tutte il nostro «essere prete».
    L'unico documento «vivo» è la nostra esperienza, le domande e le risposte che attraversano le nostre giornate.
    Ogni comunità ecclesiale è chiamata ad interrogarsi: per verificare come sostiene e vive il carisma dei suoi sacerdoti.
    Le testimonianze che seguono hanno il compito di iniziare questa ricerca. Fermano, in un punto della giornata di alcuni sacerdoti, domanda e risposta. Per costringere tutti – sacerdoti e comunità – a ripetere la stessa esperienza.

    PROSPETTIVE

    Il Concilio Vaticano II, parlando dei sacerdoti, evoca «vie nuove» da inventare e «opportuni adattamenti che s'impongono» (PO 22).
    Ne ha chiaramente indicato la direzione e i principi. Ma si è guardato bene dal codificarne in anticipo le realizzazioni.
    Il Vaticano II non propone un modello prefabbricato di sacerdote per l'oggi e il domani. Sono i sacerdoti stessi, nella fedeltà allo Spirito e alla Chiesa, ad essere invitati a dare al sacerdote del concilio il suo volto; meglio, i suoi molteplici volti.
    Perché una cosa è pacifica: ci orientiamo ad un sacerdote dai volti più diversi. «Nella fedeltà allo Spirito e alla Chiesa»: perciò all'interno di alcune costanti, normative di ogni processo di invenzione e di adattamento.
    Una testimonianza, autorevole e qualificata, quella già citata di Mons. Etchegaray, raccoglie queste costanti attorno a due «nodi»: fin dove può estendersi la «declericalizzazione» del sacerdote? quale posto è riservato all'eucaristia nel ministero del sacerdote?

    1. Fin dove deve estendersi la «declericalizzazione» del sacerdote?
    La prima intuizione, che ha presieduto alla creazione di questa nuova parola, risponde a una giusta percezione. Se per «declericalizzazione» s'intende un disimpegno da una certa maniera clericale di agire, non si può che esserle favorevole, purché l'operazione si faccia con buonsenso e soprattutto con un senso apostolico, rispettando le esigenze del tempo e senza eccessi di logica astratta.
    La responsabilità sacerdotale non comporta per sé uno stato di vita particolare, ma nondimeno essa dirige tutta l'esistenza del sacerdote, qualunque sia la forma concreta di tale esistenza. Il sacerdozio non è una determinazione secondaria della condizione umana; non è né una carriera né un mestiere. È una consacrazione radicale e totale, di maniera che la precisa responsabilità nei confronti del vangelo riorienti e unifichi tutta una vita. Ogni professione richiede, oggi, persone sempre più qualificate, e la prima qualificazione professionale che credenti e non credenti sono in diritto di attendersi dal sacerdote è da ricercare nella stessa linea del suo ministero sacerdotale.
    Una «declericalizzazione» totale e definitiva è possibile? È lecito dubitarne.
    In qualsiasi religione non si è sacerdoti da soli, ma in gruppo e, dal gruppo al corpo, il passaggio è facile. Il sacerdozio è un servizio e una testimonianza collettiva. Il corpo sacerdotale avrà sempre la tendenza a riformare un clero, mediante modalità diverse secondo i tempi e le culture. L'essenziale è di combattere senza sosta contro ogni deformazione che paralizzi lo slancio missionario.

    2. Quale posto è riservato all'eucaristia nel ministero del sacerdote?
    Il sacerdote, che ha coscienza d'aver perduto il contatto con la realtà degli uomini, si getta perdutamente a incontrarli, ispirato dal mistero di Nazareth; ma, a volte, quanto più cerca di riagganciarli, tanto più dura fatica a ritrovarsi lui stesso. In questa situazione, solo l'eucaristia può guidarlo, per evitare ogni confusione che condurrebbe al suicidio del sacerdozio.
    Certo, l'esistenza cristiana è la medesima per il sacerdote e per il laico; ma se vi è identità di destinazione, vi è anche differenza di funzione. E se, molto felicemente oggi, la chiesa valorizza questo o quell'aspetto finora trascurato del ministero sacerdotale, in fondo, i sacerdoti di tutte le generazioni, nell'ambito di una crescente diversificazione, debbono riconoscersi nella stessa traiettoria, quella che consiste nel «fare» l'eucaristia, o almeno nel considerarla come lo scopo ultimo di tutta l'azione presbiterale.
    Il sacerdote è colui che crea lo spazio in cui la fede può nascere, l'ambiente sacramentale adatto nel quale la fede può alimentarsi. Se non lo fa e non ne fa il suo costante assillo, gli uomini restano in una condizione impossibile per rispondere all'appello del vangelo. Succede che si vedono dei sacerdoti portare come un fardello il sacerdozio nel suo aspetto sacramentale. Questa incomprensione arriva alla radice stessa della missione della chiesa. La chiesa si coglie come chiesa di Cristo nell'annuncio della sua parola e nella celebrazione dei sacramenti, in modo particolare nell'eucaristia, che è il momento privilegiato, nel quale la Chiesa riconosce che la salvezza degli uomini si compie veramente in Gesù Cristo e in lui solo.
    Per approfondire questi temi, verso la ricerca di «un volto nuovo» dell'essere prete con i giovani d'oggi, abbiamo girato le testimonianze ad alcuni esperti. Essi le hanno esaminate, alla luce delle proprie competenze. Ed hanno suggerito criteri di interpretazione e prospettive di progettazione.
    A più voci nasce così un «ritratto» di sacerdote con i giovani, quell'immagine articolata e suggestiva che Mons. Etchegaray ritaglia per noi, a conclusione del dossier: un documento di lavoro, molto concreto e stimolante, per ogni comunità ecclesiale.


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