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    Una lettura «profonda» delle testimonianze /3. Un sociologo




    Antonio Grumelli

    (NPG 1977-10-36)

    Alle 11 risposte date alla domanda «che significa " essere prete " con i giovani d'oggi» non si può evidentemente attribuire alcun valore campionario, nemmeno in senso lato. Tuttavia, pur nell'impossibilità di trarne conclusioni anche parziali di estesa validità, è innegabile lo stimolo che dalla loro lettura viene per considerazioni di carattere generale, ma di particolare interesse per inquadrare la problematica sottostante all'interrogativo proposto.
    Cominciamo col registrare alcune impressioni generali scaturenti dall'insieme delle risposte.

    Una prima impressione: confusione di idee

    Anzitutto una notevole confusione di idee. Qualcuno dei corrispondenti ne è consapevole e lo dice. Ma la confusione non è minore in quelli, che, non avendone coscienza, non ne parlano.
    Non è compito di queste brevi note prendere in esame la gravità di questo fatto, specialmente nel contesto preso in esame (anche se il problema tornerà nelle valutazioni più particolari) Qui ci limitiamo a rilevare che la cosa è tanto più grave per almeno due motivi.
    Il primo è dato dal fatto che essendovi, come vedremo, una grande disponibilità e un discreto impegno da parte di tutti, è facile comprendere il forte squilibrio che ne deriva tra la componente intellettiva e quella volontaristica. Squilibrio a sua volta ulteriormente aggravato dal fatto che gl'interlocutori – consapevoli o meno
    – non mostrano alcuna intenzione di chiarirsi le idee confuse. E forse – ma sarebbe tragico
    – non ne hanno obiettivamente la possibilità. Il secondo motivo che rende più grave la confusione di idee è che – come qualcuno esplicitamente nota, ma come è comunque largamente risaputo – siamo in un momento dí trasformazioni tanto rapide quanto intense. Si prenda per esempio solo il cambiamento, evidente e fuori discussione, messo in luce dal gap generazionale. È una sorta di vortice al quale non ci si può presentare impreparati se non si vuol essere risucchiati. E si badi bene che in questo caso l'impreparazione si risente particolarmente proprio per l'impossibilità dí utilizzare l'esperienza di base, quella fatta dall'altra parte del rapporto. In una tale situazione la confusione di idee è proprio quello che ci vuole per portare l'impreparazione a proporzioni omeriche.

    Una seconda impressione: un grande impegno

    L'altra impressione di carattere generale, come accennavamo, concerne un elevato grado di apertura e di disponibilità. Ovviamente è un fatto estremamente positivo. Ma in connessione e dipendenza con le connotazioni negative sopra registrate occorre rilevare il carattere anodino di questa disponibilità. Anche qui non ci fermiamo a illustrare perché la disponibilità debba sempre essere orientata, ma ci basta ricordare come in campo educativo è particolarmente necessario che lo sia. Diversamente non ci vuol molto a capire che i danni possono essere superiori ai vantaggi che giustamente ci si aspetta da un atteggiamento aperto e disposto all'incontro e al dialogo.
    Già sulla base di queste impressioni generali sarebbe possibile e agevole condurre un discorso interessante per il tema che ha impegnato gl'interlocutori. Ma veniamo ad alcune notazioni particolari rilevabili dalle risposte.

    Un primo problema: l'identità sacerdotale

    Senza pretendere di esaurire tutti i problemi toccati nelle risposte esaminate e senza dilungarci in citazioni delle stesse – dati anche la natura della consultazione e il carattere di questo commento – ci pare che gli spunti principali si possano riassumere attorno a tre problemi: identità sacerdotale, pastorale giovanile e adeguata preparazione ad essa.
    Certo, quello dell'identità del sacerdozio è diventato argomento di moda, che non di rado –come spesso avviene in questi casi – serve a contrabbandare falsi problemi o discutibili posizioni. Ciò non toglie – come abbiamo più volte avuto occasione di illustrare e sottolineare (1) – che il problema sia reale e anzi di grande importanza.
    Qui non possiamo nemmeno accennare alle sue dimensioni, ma, tenendo presente che la quasi totalità dei nostri corrispondenti è data da preti giovani che lavorano pastoralmente in vario modo tra i giovani, vogliamo attirare l'attenzione su un aspetto sinora trascurato. Lo riassumeremo così: il problema dell'identità sacerdotale esplode in maniera più accentuata – e non di rado violenta – quando preti giovani vengono a contatto con i giovani, ovviamente di oggi.
    Lasciando all'intuizione se non alla comprensione del lettore quest'affermazione – per illustrare la quale occorrerebbe una puntualizzazione delle caratteristiche della società moderna –vogliamo sottolinearne una conseguenza pratica, pastoralmente molto importante. Di solito si pensa – e ci si regola di conseguenza – che tra i preti i più adatti a stare con i giovani siano, appunto, quelli giovani. In linea di massima ciò è vero. Ma se si fa un po' di credito alla nostra affermazione e si tiene quindi conto dell'avvertenza che contiene, s'impone al riguardo una certa cautela. Divengono a nostro avviso sempre più frequenti i casi, nell'attuale contesto socio-ecclesiale, in cui può essere preferibile affidare a sacerdoti non più giovani il ministero tra i giovani.
    Tra i tanti problemi legati più o meno strettamente a quello dell'identità sacerdotale, dobbiamo almeno ricordare quello della testimonianza – che pure ricorre frequentemente negli scritti dei nostri corrispondenti – perché anch'esso si acuisce nei preti giovani a contatto con i giovani d'oggi. Diciamo subito che in genere si tratta di un fatto non solo normale e quasi si direbbe fisiologico, ma anche altamente positivo. Ciò non toglie che vada tenuto presente in modo da considerarne i molteplici risvolti e poterne quindi valutare presupposti e conseguenze.

    Un secondo problema: la pastorale giovanile

    Il secondo problema è dato da come si concepisce e si attua la pastorale giovanile. Le osservazioni precedenti – anche per questo le abbiamo fatto – già lasciano intravedere il notevole empirismo che spesso la contraddistingue (la manifestazione più macroscopica, infatti, è data dal convincimento che basti essere giovani per saper curare pastoralmente i giovani).
    Nella crisi di rinnovamento che la pastorale attraversa, non c'è dubbio che quella giovanile sia purtroppo in prima linea. E si comprende facilmente se si pensa – come abbiamo altrove ampiamente illustrato (2) – che tra i giovani è particolarmente forte l'esigenza di un'evangelizzazione culturale, incentrata, cioè, più sui valori che sulle strutture.
    Ovviamente i nostri corrispondenti non hanno una visione così netta del problema, anche se avvertono chiaramente una sensazione di malessere se non di sconcerto di fronte ai modi correnti di concepire e praticare la pastorale giovanile. Non mancano tuttavia indizi significativi. Come l'interrogarsi sul posto da dare alla sacramentalizzazione nella «scuola cattolica» e nell'insegnamento religioso in genere. Dove, cioè, più familiare e seguito dovrebbe essere il paolino «Non enim misit me Christus baptizare, sed evangelizare» (1 Cor 1,17). Ed invece la preminenza spesso data alla sacramentalizzazione produce un duplice danno: da una parte indebolisce la funzione pastorale della parrocchia e dall'altra attenua il mordente e l'ampiezza culturale dell'azione evangelizzatrice.
    Strettamente collegato col problema del modo di concepire la pastorale giovanile è evidentemente quello di una preparazione adeguata ad essa. Le carenze esistenti al riguardo sono chiaramente indicate dal senso di smarrimento che non di rado – come sottolinea uno dei nostri corrispondenti – provoca l'impatto col mondo dei giovani. Smarrimento chiaramente indicato dall'affermazione secondo la quale il prete è colui che «rimette sempre in discussione il suo modo di credere, proprio per rifare con i giovani il cammino della fede, come fa ogni padre coi figli. Questo anche a rischio dell'ateismo». È un'affermazione che, per quanto discutibile, può anche piacere, ma che in ogni caso nasconde un tremendo disorientamento. Dietro essa vi può essere tutto perché può fare da supporto ai comportamenti più diversi. Ed è questo il dato più importante e meno appariscente che va sottolineato: la mancanza di adeguata preparazione non comporta soltanto – ciò che è di per sé grave – l'inefficacia dell'azione pastorale, ma facilmente, specie in presenza di entusiasmi giovanili e di sacerdotali dedizioni, può risolversi in una serie di squilibri dannosi sia per i sacerdoti che per i giovani ad essi affidati.

    Come conclusione

    Facciamo un solo esempio, conclusivo ed emblematico di tutta la problematica trattata: dalla confusione d'idee agli squilibri derivanti dalla mancanza di un'adeguata preparazione in materia di pastorale giovanile. E lo facciamo chiedendoci: che risultato darebbe un sondaggio su che cosa pensano i preti che stanno con i giovani a proposito di quell'orientamento così diffuso nella nostra società, specialmente tra i giovani, verso la deistituzionalizzazione, in particolare quella ecclesiale? (3).
    Dai rapidi flashes con cui abbiamo reagito alla lettura delle risposte date alla domanda «che significa " essere prete " con i giovani di oggi» si desume un'avvincente catena di problemi e di questioni, su cui ci auguriamo si apra un ampio e proficuo dibattito.


    NOTE

    (1) Cfr. A. GRUMELLI, Il prete nella città secolare, AVE, Roma 1971, pp. 15-50.
    (2) Cfr. la nostra introduzione in : A. GRUMELLI -R. CIPRIANI - S. SARTI, Giovani e futuro della fede, Studium, Roma 1977.
    (3) Abbiamo mostrato nell'Introduzione cit. non solo l'importanza di quest'orientamento, ma anche la necessità d'intenderlo correttamente.


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