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    Tutto ciò che è umanamente valido è cristiano



    Riccardo Tonelli

    (NPG 1968-01-04)

    Troppo spesso, per sublimare il nostro cristianesimo, l'abbiamo disincarnato: ne abbiamo fatto una aggiunta dall'esterno dell'umanità, che tende ad assimilarla talvolta con un ruolo preciso di contrapposizione.
    E così il cristianesimo è diventato per molti un abito da parata, che si indossa in circostanze speciali, per poi riporlo con cura – nel resto della giornata – per timore che si sciupi.
    Ci si preoccupa di distinguere l'umano dal divino, senza accorgersi che si dicotomizza una persona viva. Si gioca con frequenza sull'opposizione delle parti in causa, per svuotare una umanità sopportata a mala pena onde lasciare il posto alla divinità.
    La triste constatazione dei risultati è di immediata osservazione.
    O si rifiuta il cristianesimo, per poter continuare ad essere uomini integrali. O si vive nel compromesso esistenziale di far convivere giustapposte – magari facendo restringere l'una per lasciare un po' più di spazio all'altra, con la oscillazione dei momenti di entusiasmo religioso e la monotonia della vita quotidiana – due realtà che si respingono a vicenda.
    Tutto il Concilio Vaticano II è stato un grido di protesta contro questa visione disumanizzata del cristianesimo. Due espressioni – da meditare – tra le tante:
    «Gli uomini e le donne, che per procurarsi il sostentamento per sé e per la famiglia esercitano il proprio lavoro così da prestare anche conveniente servizio alla società, possono a buon diritto ritenere che col loro lavoro essi prolungano l'opera del Creatore, si rendono utili ai propri fratelli, e donano un contributo personale alla realizzazione del piano provvidenziale di Dio nella storia» (Gaudium et Spes, n. 34).
    Quindi: il lavoro umano, anche il più umile, anche quello compiuto senza alcun riflesso religioso, ha la funzione specifica di portare avanti l'opera della creazione, di dare una mano a Dio per completare il mondo, che – per impensabile atto d'amore – ha lasciato imperfetto, deciso a contare sulla nostra collaborazione.

    «I beni, quali la dignità dell'uomo, la fraternità e la libertà e cioè tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spi rito del Signore, e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, ma illuminati e trasfigurati, allorquando il Cristo rimetterà al Padre "il regno eterno ed universale: che è regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace". Qui sulla terra il Regno è già presente, in mistero; ma con la venuta del Signore, giungerà a perfezione».

    Quindi: tutto ciò che è umanamente valido sarà conservato anche alla fine dei tempi; anzi, sarà sublimato in Cristo, nella risurrezione finale. E questa trasformazione gloriosa esiste già germinale in tutta la creazione.
    È facile notare la contraddizione tra una concezione pessimistica della realtà che ne desidera e affretta l'annullamento, per lasciar posto alla divinità, e le affermazioni relative ad una trasformazione in gloria del creato, già in seme in tutte le cose.
    Il cristiano, per essere cristiano integrale, deve essere uomo integrale. Tutto ciò che è umanamente valido è cristiano.
    Dopo aver lanciato il creato nel tempo, il Signore ha dato uno sguardo compiaciuto alla realtà e «si è accorto di aver fatto delle gran belle cose».
    L'ottimismo nasce con il primo battito di tempo.
    Il peccato ha sconvolto l'ordine: tanto che il Creatore «si pentì di aver fatto l'uomo».
    Cristo ha rimesso le cose apposto: ha ridato impulso al ritmo di ritorno verso Dio di tutta la creazione: ha riscattato – pagando di sua borsa – lo schiavo (e la natura era in «trepida attesa» di questa liberazione, «tra i gemiti del parto» verso la vita) per ridargli la libertà.
    Per operare questo mistero di salvezza, aveva tante vie aperte. Ha scelto quella più efficace ed eloquente. Dio ha fatto coesistere in se stesso l'umano e il divino: l'umano pieno, totale, integrale (con anche il peso – almeno per un istante – della debolezza più nostra: «si è fatto peccato per liberarci dal peccato») con gli irrinunciabili splendori della sua divinità.
    Ha voluto rivestirsi di umanità per renderla capace di essere rivestita a sua volta di divinità, senza annullazioni reciproche.
    Ha santificato le cose: quelle di tutti i giorni. Ed esse sono rimaste tali quali prima erano, e sono diventate divinizzate: l'amore è rimasto amore ed è diventato segno efficace di grazia. La gioia è rimasta gioia di ritrovarsi tra amici, ed è diventata presenza di Cristo («dove ce ne sono due o tre radunati nel mio nome, lì ci sono Io»). La comunità, il «gruppo», respiro ideale di ogni uomo, è diventato tramite di salvezza, è diventato Chiesa.
    La ricerca affannosa di luce, di conoscenza, di amicizia, di sicurezza, la fame di comprensione, la tensione verso l'oscuro più alto, più grande, più nuovo, è diventata cammino verso il Paradiso.
    Tutta la realtà porta impressa l'orma del sorriso, del volto, di Dio tanto che sono «senza giustificazione quelli che non sanno salire a Dio attraverso la scala del creato».
    Dopo la glorificazione di Cristo, in tutte le cose – nell'uomo e nella realtà inanimata – va lentamente maturando un germe di trasformazione, di resurrezione. Cristo «il primogenito» trascina al suo stato tutto il creato, che è chiamato a conservarsi in eterno nella sublimazione dei «cieli nuovi e terra nuova». Nell'ultimo giorno, la coesistenza umano-divina sarà quasi ipostatizzata: oggi lo è già realmente anche se embrionalmente, in via di sviluppo attraverso una situazione di tensione.
    Una pastorale valida deve necessariamente partire da questa premessa, se vuole essere momento di incontro, soprattutto col mondo giovanile che questa problematica sente, talvolta con struggente angoscia, almeno nel suo inconscio. Certo il discorso non è completo: il peccato ha lasciato la sua traccia fangosa e la scelta tra il bene e il male, l'educazione alla rinuncia diventa inevitabile, lungo la cresta della vita.
    Sarà compito della Rivista continuare questa riflessione, nella tribuna delle sue pagine.
    Ma rimane l'impegno in tutti gli educatori di saper fronteggiare l'eterna tentazione del nestorianesimo che corre parallelo al monofisismo, per non impoverire di ogni valore di salvezza il dogma dell'Incarnazione.



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