La vita consacrata,

sfida alle narrazioni

contemporanee

Timothy Radcliffe

La vita consacrata, come tutta la vita umana, è inseparabile dal raccontare storie. Vi sono storie che raccontiamo sui nostri fratelli, sorelle e compagni, storie della nostra personale vocazione, e vi è la vita consacrata stessa in quanto storia di fede e di speranza. Mi soffermerò brevemente sui primi due tipi di storie, per concentrarmi poi sull'ultimo.
Uno dei modi per sentirsi a casa nella propria congregazione o istituto consiste nell'apprenderne le storie. Come in ogni famiglia, i membri degli ordini religiosi sono uniti dalle storie che si tramandano, prime fra tutte quelle dei loro fondatori. I giovani domenicani amano sentir raccontare come san Domenico abbia dato inizio alla missione dell'Ordine dei Predicatori in una taverna, dibattendo per una notte intera con il gestore di una locanda albigese. Ecco la spiegazione del nostro costante attaccamento ai pub! Così i giovani domenicani vengono a conoscenza della gioia che il nostro Santo fondatore trovava nei suoi confratelli, della sua compassione per i peccatori, e anche di come in punto di morte egli abbia confessato di aver preferito parlare alle donne giovani, piuttosto che ascoltare le donne anziane!
Inoltre, noi raccontiamo le storie di fratelli e sorelle che abbiamo conosciuto. Li ricordiamo per la loro personalità particolare, perché erano divertenti o eroici; e la loro memoria ci incoraggia perché essi mostrano che la nostra tradizione è umana e bella, e che anche la nostra vita può essere gioiosa e generosa.
Vi sono poi le storie che i religiosi e le religiose raccontano della loro personale vocazione alla vita consacrata. La domanda più comune che i giovani mi rivolgono è: «Perché sei diventato domenicano?». Essi vogliono conoscere la mia storia, come io sia stato attratto da questo ordine per il suo motto Veritas.
Queste storie di vocazioni cambiano da una generazione all'altra. Io appartengo al gruppo di coloro che sono entrati nella vita religiosa in Inghilterra alla fine del Concilio Vaticano II. Sono cresciuto in un ambiente profondamente cattolico. I nostri genitori avevano una fede robusta che permeava tutti gli aspetti della vita. La grande avventura della mia generazione era quella di diventare missionari, per andare in tutto il mondo e scoprire le tracce della presenza di Dio in coloro che non conoscevano il suo nome. Più volte abbiamo rinunciato alle nostre abitudini per andare a cercare quanti erano lontani nel mondo secolarizzato.
I giovani che entrano oggi nell'Ordine, in Occidente, vivono di frequente un'avventura diversa. Spesso sono cresciuti in un mondo secolarizzato, distaccato dalle Chiese. Non pochi si sono convertiti al cattolicesimo o al cristianesimo; si trovano bene nella Chiesa, che talora hanno scoperto tardi, e sono felici di indossare l'abito e di cambiare il loro modo di vivere.
Tuttavia, la vita religiosa fiorirà solo se noi riusciremo a sviluppare un atteggiamento di simpatia immaginativa
verso le avventure di altre generazioni. Spesso i religiosi della mia generazione si lamentano dei nuovi membri della loro congregazione, quando ve ne sono! Li vedono come più «conservatori», più interessati alle devozioni tradizionali, al ritorno a un passato che noi pensavamo di aver lasciato ormai dietro le spalle. Ma è un atteggiamento errato. Noi dobbiamo sostenere ogni generazione così come essa vive nel suo momento storico. San Domenico aveva fiducia nei giovani. Quando inviò i novizi a predicare, i cistercensi gli dissero che non li avrebbe più rivisti. Domenico replicò che egli li inviava, ma che sarebbero ritornati, mentre i cistercensi chiudevano a chiave i loro giovani perché altrimenti sarebbero fuggiti!
Ogni congregazione o istituto che accetti solo dei giovani modellati a immagine e somiglianza delle generazioni precedenti è destinata a morire. Quando sono entrato nell'Ordine, circa cinquant'anni fa, i frati più anziani ci lasciavano la possibilità di essere diversi, anche se talvolta pensavano che eravamo matti. Noi dobbiamo fare altrettanto, non senza discernimento, ma sempre con un atteggiamento di comprensione. L'unità di ogni congregazione deve radicarsi in una conformità più profonda ed elastica di quella ideologica.
Ma intendo concentrarmi qui sul terzo tipo di narrazione che è quella della stessa vita consacrata. È questa la storia più profonda e ancora in corso, che riguarda direttamente i voti o promesse di povertà, castità e obbedienza. È una storia difficile da raccontare, poiché, per definizione, la sua conclusione non può essere descritta, in quanto va cercata nella visione di Dio faccia a faccia. Un Dio al quale, come spesso affermava san Tommaso, noi siamo uniti come a uno sconosciuto. È una storia che conduce al Regno, che trascende tutte le nostre parole.
Ma allora, come possiamo raccontarla? Ogni generazione è sostenuta da narrazioni che esprimono i suoi sogni e le sue speranze. Prenderò in considerazione tre narrazioni laiche della modernità: l'aspirazione alla ricchezza, l'avanzata della tolleranza e il «sogno americano», che è ora il sogno del villaggio globale: «Puoi essere qualunque cosa tu voglia essere». I religiosi e le religiose devono riconoscere e comprendere queste narrazioni profane, se vogliono parlare ai giovani. Ma i voti della vita consacrata mettono in dubbio tali narrazioni, attirandoci verso sogni più profondi e più belli, verso storie che noi incarniamo nelle nostre vite vissute secondo povertà, castità e obbedienza.
Forse, la presentazione più forte e attraente della vita consacrata come racconto della nostra speranza è il film Uomini di Dio: la storia di una piccola comunità di monaci trappisti che vivevano a Tibhirine, sui monti dell'Atlante algerino, negli anni Novanta. È il momento di parlarne più a lungo.
Questi monaci erano molto bene inseriti e integrati in un villaggio musulmano, amati come amici. Ma a poco a poco si ritrovarono coinvolti negli scontri violenti tra i terroristi islamici e l'esercito. Che cosa dovevano fare, restare o partire? Alla fine decisero di restare. Il 21 maggio 1996 tutti, tranne due, furono prelevati durante la notte e decapitati. Questo film ha colpito e commosso milioni di persone che non sono cristiane; e qualcuno mi ha detto che lo stesso regista, Xavier Beauvois, non è cristiano. È un film che sfida tutti i racconti creati dalla nostra immaginazione moderna, invitando a sogni più profondi. È una meravigliosa storia di fede.

L'aspirazione alla ricchezza

Una delle narrazioni elaborate dall'immaginazione moderna è quella della ricchezza, ovvero del diventare ricchi. È la meno seducente delle tre che mi accingo a prendere in considerazione, ma è anche quella che noi religiosi meno riusciamo a mettere in discussione. Una volta mi recai a confessare in una scuola a Berkeley, in California. Mi fu detto che alcuni dei ragazzi non erano cattolici, ma che forse sarebbero venuti da me per ricevere la benedizione. Quando, congedandomi da uno di questi bambini, gli dissi: «Di' una preghiera per me», egli immediatamente si voltò e disse: «Caro Dio, per favore, concedi a padre Timothy un sacco di soldi, una grande casa e una macchina lussuosa!». Ecco il sogno di tanti.
I Calloway, un duo di rhythm and blues, hanno avuto un grande successo nel 1990 con una canzone dal titolo I Wanna Be Rich (Voglio diventare ricco), che diceva: «Voglio soldi, sempre più soldi, / desidero un castello nel cielo. / Voglio soldi, sempre più soldi, / ma non chiedermi perché». Non domandare perché, in quanto il denaro è per molti fine a sé stesso: è divenuto la maniera indiscutibile attraverso la quale noi vediamo il mondo, la metafora fondamentale di ogni valore. Tutto è «monetizzato» e tutte le relazioni sono divenute commerciali. Il penultimo arcivescovo di Canterbury ha scritto: «Il linguaggio del consumatore e del produttore ha praticamente penetrato tutti i campi della nostra vita sociale, anche quello dell'educazione e della sanità, e noi dimentichiamo che è una metafora chiamare consumatore uno studente, un paziente o un viaggiatore». [1] Le università commercializzano conoscenza. La stampa rappresenta il Regno Unito come una società per azioni: l'«azienda UK».
Karl Polanyi ha descritto come gradualmente, a partire dal XVI secolo, tutto sia andato trasformandosi in beni di consumo. I nostri antenati europei non avrebbero mai potuto immaginare che ai nostri giorni qualcuno sarebbe stato proprietario di terra o di acqua. Si può possedere il loro uso, ma mai in modo assoluto, perché la terra appartiene al Signore. Essa è stata affidata alla nostra cura. Ma ora tutto è in vendita. Perfino i genitori pagano i figli perché prendano parte alla vita della famiglia. I poveri vendono i propri reni. L'industria del sesso commercializza i corpi delle persone.
Il denaro stesso si è staccato dalla realtà. Il denaro vende e compra denaro. Ha in gran parte cessato di avere una qualunque relazione con ciò che è reale come la terra, il cibo, le abitazioni e le belle cose. Philip Blond ha scritto: «Dal momento in cui il commercio commercia con sé stesso, esso si separa completamente dall'economia reale». [2] Il denaro, come il re Mida, trasforma in oro tutto quel che tocca, e così moriamo di fame.
Il voto religioso di povertà mette in discussione questo mondo di fantasticherie e dovrebbe liberarci dalla sua seduzione. Ogni volta che ho incontrato dei religiosi che vivono una vita semplice confidando nella liberalità di Dio, ho potuto constatare che erano persone felici e libere; vivevano nel mondo reale, dove le cose devono essere considerate e apprezzate per quello che sono e non per quello che valgono. Essi hanno l'immensa ricchezza di poter godere e di potersi servire di tutto senza la necessità di possedere. Meister Eckhart, domenicano tedesco del secolo XIV, scrisse: «Se l'unica preghiera che dico... è "grazie", è sufficiente». Il voto di povertà dovrebbe significare che incarniamo la gratitudine, confidando nel Signore che è il datore di ogni bene.
Questo impegno nei confronti della povertà ci pone anche in contatto con la sfida più urgente del nostro tempo: la crescente disuguaglianza tra ricchi e poveri, che sta lacerando sempre più la società. Una grande indignazione è esplosa ed è dilagata in tutto il mondo per gli scandalosi profitti dei banchieri, dando luogo a violenti tumulti. Scott Fitzgerald ha scritto: «Permettetemi di parlarvi delle persone molto ricche. Esse sono diverse da voi e da me». [3]
Vi è un disprezzo crescente verso i poveri. Owen Jones ha scritto un libro intitolato Chavs, che descrive come i membri della classe operaia, in Inghilterra, siano spesso considerati con disprezzo. Gli stessi giornali che queste persone leggono li rappresentano come feccia. «Vengono demonizzati dalla stampa scandalistica e dai programmi televisivi più popolari come inetti parassiti dello stato assistenziale, energumeni drogati di tv, che bevono troppo, fumano troppo, mangiano troppo, si riproducono troppo e sono cattivi genitori. Sono diventati un bersaglio quotidiano nel teatro della crudeltà mediatico» [4]. Si considerano i poveri pericolosi, da rinchiudere o da rendere invisibili. Per questo il voto di povertà, che sembra così strano ai nostri contemporanei, ci aiuta a restare in contatto con la maggiore sfida del nostro tempo: la disgregazione della società.
Al Sinodo dei vescovi dedicato alla vita religiosa, nel 1993, il cardinale Etchegaray ci chiese di abbracciare una vita povera. Si tratta di una sfida fondamentale per la ripresa della vita religiosa. Un membro di un altro ordine religioso mi disse che i suoi confratelli facevano un solo voto, quello di una vita agiata e confortevole. Alcuni entrano nelle congregazioni religiose non per abbracciare «Madonna povertà», ma per trovare una relativa ricchezza e sicurezza. Se si potesse trovare di nuovo in noi un qualche indizio della follia dei santi come Francesco e Domenico, e il loro amore per la semplicità, allora molta più gente accorrerebbe per unirsi a noi.
Nella storia narrata da Uomini di Dio intravediamo questa vita semplice e gioiosa: dei monaci che non possiedono praticamente nulla e condividono la loro esistenza con quella degli abitanti musulmani dei villaggi, che sono poveri quasi nella stessa misura. I monaci sopravvivono coltivando la loro terra e vendendo il loro miele e abitano in un monastero costruito rozzamente, senza alcun lusso. L'anziano fratel Luc tira fuori un paio di bottiglie di vino quando essi mangiano e bevono di fronte alla morte, nella gioia e nel dolore, confrontandosi con il loro impoverimento più profondo, la perdita della loro vita.
Qualche tempo fa ho visitato la stanza di Christian de Chergé all'Institut Catholique di Parigi, dove egli aveva studiato. Ho letto il testamento che aveva lasciato, pieno della gioia e della gratitudine di un monaco povero.

Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese. Che essi accettassero che l'unico Padrone di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. [...] Di questa vita perduta, totalmente mia, e totalmente loro [dei figli dell'islam, NdR], io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per quella gioia, attraverso e nonostante tutto. [...] E anche te, amico dell'ultimo minuto [si riferisce alla persona che lo ucciderà, NdA], che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo grazie e questo ad-Dio da te previsto. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen! Inshallah. [5]

L'avanzata della tolleranza

Il desiderio di ricchezza ha caratterizzato tutte le società, benché unicamente la nostra abbia, si può dire, consacrato l'avidità. Ma vi è un'altra narrazione, più specificamente moderna e che esprime un sogno positivo e attraente: il trionfo della tolleranza sul pregiudizio. Quando ero un giovane frate, la società inglese era piena di pregiudizi di classe o di razza, di paternalismo nei confronti delle donne, di antisemitismo, di rifiuto delle persone gay. Io sono cresciuto in una magnifica famiglia, che tuttavia aveva un forte pregiudizio contro i socialisti.
La segregazione razziale era ancora in vigore a livello istituzionale in molte zone degli Stati Uniti e i pregiudizi razziali erano largamente diffusi nell'Europa occidentale. Il trionfo del Movimento dei diritti civili per l'uguaglianza razziale giunse in sostanza nel momento stesso in cui l'omosessualità veniva depenalizzata nel Regno Unito. I pregiudizi contro le persone di orientamento sessuale differente hanno praticamente cessato di essere un problema nella società europea. La lunga storia della lotta per l'uguaglianza dei diritti delle donne continua. Così, questa è una delle chiavi narrative del nostro tempo: la vittoria della bontà come liberazione dal pregiudizio, come mutua tolleranza.
Il cristianesimo svolge un ruolo ambiguo in questa storia. Da un lato, le sue origini si radicano nell'ospitalità incondizionata di Gesù verso ciascuno. Nessuno era escluso dalla sua mensa: prostitute, esattori delle imposte, perfino i farisei. La storia della Chiesa ci parla di un progressivo abbattimento di muri. La prima grande vittoria fu l'ammissione dei gentili (pagani), poi vennero accolti i barbari provenienti dalle regioni situate oltre le frontiere dell'Impero romano, e successivamente i popoli indigeni in seguito alla scoperta delle Americhe. Oggi la Chiesa cattolica è l'istituzione più globale del pianeta.
Eppure, per molti giovani, la Chiesa è scarsamente credibile proprio su questo terreno della tolleranza. Questo rappresenta una sfida per la Chiesa: essa viene considerata una società patriarcale che respinge in maniera dogmatica i punti di vista di tutta l'altra gente, e che nutre sospetti nei confronti delle persone che hanno stili di vita alternativi, in particolare dei gay. L'atteggiamento di un'istituzione riguardo ai gay è diventato il barometro della sua tolleranza. Oggi papa Francesco esorta la Chiesa a diventare «la casa aperta del Padre [...] dove c'è posto per ciascuno con la sua vita faticosa», [6] e ad assicurare alle persone omosessuali «gli aiuti necessari per comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita»; infatti «ogni persona, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare "ogni marchio di ingiusta discriminazione" e particolarmente ogni forma di aggressione e violenza». [7] Avremo il coraggio di diventare una casa per tutti?
E dunque, la vita consacrata cosa ha da dire quando è chiamata a confrontarsi con questa storia tipicamente moderna? Quale racconto dobbiamo incarnare? Suggerirei che il voto di castità ci invita a essere un segno dell'amore universale di Dio, dal quale nulla e nessuno può ritenersi escluso. Questa è, in ultima analisi, una tolleranza ben più radicale rispetto all'altra, tipica della storia moderna, della liberazione dai pregiudizi. Essa accetta quel che c'è di buono nel desiderio della società contemporanea di accogliere tutti, ma lo radicalizza.
La modernità, infatti, non è così tollerante. Alcune vittorie reali sono state certo riportate, ma spesso a prezzo dell'allontanamento della «differenza». Nel suo ultimo libro Insieme, Richard Sennett sostiene che la società occidentale ha molta difficoltà a confrontarsi con la diversità. A motivo della disuguaglianza crescente, sia economica che sociale, e della fluidità con la quale la gente passa rapidamente da un lavoro a un altro, noi siamo diventati timorosi della differenza. Ci siamo fortemente «tribalizzati». Egli scrive che «il tribalismo abbina la solidarietà per l'altro simile a me con l'aggressività contro il diverso da me». [8] Internet ci permette di tessere dei legami smaterializzati con persone che condividono le nostre opinioni. Zygmunt Bauman asserisce che la mobilità della società moderna spinge verso comunità di persone che pensano tutte allo stesso modo, che desiderano «ritrarsi da una complessità irta di rischi e rifugiarsi nel riparo dell'uniformità». [9] Noi viviamo insieme fingendo di essere tutti simili.
Tolleranza significa, letteralmente, sopportare la differenza dell'altro, entrare in relazione con essa. Implica un'attenzione alla particolarità dell'altra persona, un apprezzamento del suo modo di essere diverso dal mio; diverso sul piano della fede, su quello etnico e politico, su quello della cultura. L'autentica tolleranza si compiace della differenza e ne è arricchita. Io ho amato il mio anno di studi a Parigi proprio perché Parigi non è Londra e perché i francesi e gli inglesi non sono uguali. Per me è una grande gioia avere amiche donne, perché gli uomini e le donne non sono uguali. I miei amici musulmani ed ebrei arricchiscono la mia vita e mi invitano a essere più sinceramente cristiano.
Una società che nega le differenze e che finge che siamo tutti simili può porre l'intolleranza fuori legge sotto una forma, ma istituirla con altri mezzi. Il che significa: «Noi potremo tollerarvi finché voi fingerete di essere simili a noi». La modernità accetta le diverse forme di credenze religiose fintantoché queste rimangono confinate nell'ambito privato o si riducono a svolgere un ruolo decorativo. Però, quando le convinzioni religiose invadono la sfera pubblica, vengono viste con timore e derisione allo stesso tempo.
In Uomini di Dio, noi possiamo vedere il vero costo della tolleranza amorevole, che comporta un'attenzione profonda e paziente verso gli altri. I monaci imparano la lingua degli abitanti algerini del loro villaggio, si immergono nella loro cultura e aprono la mente alla loro fede. Un domenicano egiziano, Georges Anawati, diceva che il dialogo con l'islam richiede una «pazienza geologica». Nel film, i monaci dialogano con i terroristi che desiderano servirsi delle loro capacità mediche, con le autorità che vogliono che essi lascino il paese, e con gli abitanti dei villaggi che invece vogliono che essi restino. Soprattutto i monaci dialogano gli uni con gli altri, preoccupandosi delle paure e delle speranze di ogni fratello, pazienti con quelli che sono lenti e indecisi. Si prendono il tempo necessario.
La vita religiosa è il sacramento dell'amore universale di Dio che non esclude nessuno e abbatte i muri che ci separano gli uni dagli altri. In questo mondo tribalizzato, dove siamo tentati di unirci alle persone che riteniamo simili a noi, la castità è la promessa di amare l'altro che si teme, lo straniero minacciato, lo sconosciuto che bussa alla porta. Dominique Pire, un domenicano belga che ricevette il premio Nobel dopo la Seconda guerra mondiale per la sua opera a favore della pace, era solito dire: «Si deve esser pronti a riempirci dell'altro».
Abbiamo bisogno di vivere questo stesso amore aperto in seno alla nostra Chiesa amata e divisa. Quando pronunciamo i voti, non sappiamo con chi andremo a vivere, quali fratelli e sorelle ci saranno dati. Una comunità religiosa sarà un segno del Regno solo se noi oseremo abbracciare le persone che non sono come noi, delle quali non condividiamo le idee politiche, le convinzioni teologiche e neanche il tipo di alimentazione! Un amore casto è un amore che permette agli altri di essere quel che sono, anche se risultano per noi incomprensibili. Esso accoglie l'intento buono della moderna narrazione del trionfo della tolleranza e lo purifica dalle paure segrete, dalla fobia della diversità, affinché divenga invece un'immagine dell'amore di Dio, che trova la sua delizia in ciascuno di noi, nella nostra irripetibile differenza.

Il «sogno americano» divenuto globale

Quando Barack Obama è stato eletto per la prima volta, si è detto spesso che il suo trionfo era la prova del «sogno americano», per cui qualunque cittadino statunitense può diventare il presidente del suo Paese. Come ha scritto Constance Briscoe nella sua autobiografia, intitolata Beyond Ugly, [10] «si può essere tutto quello che si vuole. Basta solo aver fiducia in sé stessi!». E lei sembrava essere la prova: proveniva da una famiglia povera, faceva parte di una minoranza etnica, ma era diventata giudice nel Regno Unito. Tuttavia ha anche fornito la prova contraria: è finita in prigione per falsa testimonianza. E questo certamente non lo aveva voluto... Come dice Rick Springfield, «puoi veramente farlo (se ci provi)». [11] Non è più un sogno soltanto americano, bensì una chiave narrativa della nostra comunità globale.
Ma purtroppo questo non è vero. Io non potrei mai essere l'economo della mia provincia religiosa, e neppure correre i 1.500 metri in tre minuti e mezzo! Non ho la mente adatta per fare la prima cosa e non ho il corpo adatto per la seconda. Non si può diventare tutto quel che si vuole. È una negazione della particolarità della nostra umanità, che è limitata, mortale e specifica, proprio come la comprensione contemporanea della tolleranza è spesso una fuga dalla particolarità della carne e del sangue degli altri.
Ma proprio come il trionfo della tolleranza è la memoria lontana dell'ospitalità aperta di Gesù, allo stesso modo anche il «sogno americano» è un'eco lontana di un'antica speranza cristiana. Durante i primi millecinquecento anni della sua storia, la Chiesa ha proclamato la sua fede in Dio che si è fatto uomo affinché noi potessimo divenire divini. Papa Leone Magno (V secolo) dichiara: «Riconosci, o cristiano, la tua dignità, (...) divenuto partecipe della natura divina». [12]
Però il cammino verso questa infinita possibilità, che supera ogni immaginazione, si realizza, ancora una volta, attraverso la particolarità del nostro essere. Forse non sarò capace di diventare presidente degli Stati Uniti, né di percorrere i 1.500 metri in tre minuti e mezzo, ma sono chiamato a essere più di tutto questo: un figlio di Dio.
Il «sogno americano» è la storia della determinazione dell'individuo e del potere della volontà che trionfano sulle avversità, in modo che la persona diviene quel che decide di essere. La storia cristiana della conversione parla della nostra risposta obbediente al Dio che ci chiama a condividere liberamente la sua vita e il suo amore. Dio chiama Abramo a lasciare la sua terra per stabilirsi nella Terra promessa, così come chiama Mosè per nome affinché egli raduni gli Israeliti e li conduca fuori dalla schiavitù dell'Egitto verso la libertà. Questa vocazione culmina nel Verbo fatto carne che chiama a sé i discepoli: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita» (Mt 11,28-29). Infine egli dirà ai suoi amici, al «servo buono e fedele»: «Prendi parte alla gioia del tuo padrone» (Mt 25,21).
Il voto di obbedienza è un segno di questa risposta radicale alla voce del Signore che chiama. È un sì chiaro a Dio, che invita ogni essere umano a venire a lui. Egli mostra che il vero racconto della vita umana non è il trionfo della forza, ma la volontà individuale, la nostra risposta attenta al Signore. Noi religiosi diciamo sì quando facciamo la nostra professione religiosa; diciamo sì quando siamo inviati in missione o quando accettiamo delle responsabilità in seno alla nostra congregazione; diciamo sì quando siamo chiamati nella casa del Padre, al termine della nostra vita.
Di nuovo, questo risulta con chiarezza, e in modo meraviglioso, nella storia di Uomini di Dio. Il priore Christian de Chergé sa, dal principio, che la vocazione della comunità è restare con gli abitanti del posto, quali che possano essere le conseguenze. I monaci in un primo tempo resistono. Uno di loro dice: «Non ti abbiamo eletto per decidere per noi». Ognuno deve giungere a prendere la giusta decisione nel luogo e nel tempo più opportuno per ciascuno. Il giovane Christophe dice al priore: «Io non sono diventato monaco per morire». Il padre Christian replica: «Voi avete già rinunciato alla vostra vita». Il loro percorso verso l'obbedienza non è una cieca sottomissione della volontà. Essi pregano, discutono, dibattono, mentre cercano a poco a poco di discernere la via da seguire per fare la volontà di Dio.
Spesso i religiosi pensano che l'obbedienza consista nel lasciare che altri decidano per loro determinando le azioni che essi debbono compiere. Ad esempio, se ci viene comandato di piantare un cavolo al rovescio, noi dobbiamo obbedire ciecamente! I monaci si rifanno a una tradizione più antica. Per san Tommaso d'Aquino l'obbedienza è una virtù dell'intelletto, non della volontà. Obaudiens in latino significa ascoltare profondamente. Noi siamo veramente obbedienti quando ci preoccupiamo gli uni degli altri con simpatia e intelligenza, cercando insieme di discernere quel che Dio desidera per noi. L'obbedienza perfetta di Gesù al Padre non era un atteggiamento stupidamente meccanico, bensì il frutto della sua perfetta armonia con il Padre nello Spirito. Stiamo vivendo nella Chiesa una crisi di obbedienza perché non rivolgiamo sufficiente attenzione gli uni agli altri. Siamo caduti in una comprensione volontaristica dell'obbedienza che è il frutto della nostra cultura laica del controllo, piuttosto che del cristianesimo.
La vita consacrata è animata da storie: le storie che i religiosi e le religiose raccontano dei loro fondatori e dei loro fratelli e sorelle; le storie che narriamo della nostra vocazione. Siamo tenuti insieme dalla nostra apertura di cuore e di spirito a storie differenti dalle nostre. Ma la storia più radicale è quella implicita nei voti o promesse che facciamo. Se riusciremo a viverli bene, allora essi colpiranno l'immaginazione dei nostri contemporanei, metteranno in discussione le narrazioni caratteristiche della modernità laica e ci porteranno verso una storia che trascende la nostra stessa immaginazione. La nostra povertà deve essere vissuta con gratitudine, smascherando così il mondo crudele del mercato. La nostra castità deve incarnare un amore che non teme la differenza, contrariamente alla tolleranza superficiale che ha paura dello straniero. La nostra obbedienza, infine, mira a una trasformazione più radicale di quella vagheggiata dal sogno americano: la partecipazione alla vita del Dio Uno e Trino.


NOTE

1 Cit. in R. Williams - L. Elliot, Crisis and Recovery, Palgrave Macmillan, London 2010, p. 20.
2 Cit. in Williams - Elliott, Crisis and Recovery, p. 83.
3 La citazione è tratta dal racconto Il giovanotto ricco, pubblicato in Italia in F.S. Fitzgerald, 28 racconti, Mondadori (Oscar Narrativa), Milano 1995.
4 A. Gamble, «A Tribe Betrayed», in Times Literary Supplement, 1926.8.2011, p. 14.
5 C. de Chergé e gli altri monaci di Tibhirine, Più forti dell'odio, Qiqajon, Magnano (Bi) 2006, pp. 219-221.
6 Cfr. Francesco, Evangelii gaudium, n. 47.
7 Francesco, esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia sull'amore nella famiglia, 19.3.2016, n. 250.
8 Cfr. R. Sennett, Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione, Feltrinelli, Milano 2012, p. 14.
9 Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Laterza, Bari 2002, pp. 210-211.
10 Constance Briscoe, Beyond Ugly, Hodder & Stoughton, London 2008. Il titolo significa letteralmente «Oltre Brutta», perché il libro è il seguito di Brutta!, ed. it. Corbaccio, Milano 2006 (NdT).
11 You Can Really Do It (If You Try) è una canzone della rockstar australiana Rick Springfield. Faceva parte dell'album Mission Magic! (1974).
12 Sermone Sul Natale del Signore 1, in Leone Magno, I sermoni del ciclo natalizio, Edb, Bologna 2014, p. 24.

(Il bordo del mistero. Aver fede nel tempo dell'incertezza, EMI 2016, pp. 61-79)