Radicati in Cristo

“Gesù di Nazaret, storia di Dio, Dio della storia”

Bruno Forte, Arcivescovo Metropolita di Chieti-Vasto

 

1. La vita di Gesù

Fra il 6-7 a.C. e il 30 d.C. si svolge la storia di Gesù di Nazaret: la nascita avvenne certamente prima della morte di Erode il Grande, databile al 4 a.C. secondo quanto attesta Giuseppe Flavio (Antiquitates Iudaicae, 17,8,1; 17, 9, 3). È questo infatti il Re che aveva voluto la strage degli innocenti per il timore suscitato in lui dalle informazioni dei Magi circa la nascita dell’atteso “re dei Giudei” (Mt 2,1ss; Lc 1,5). Per sfuggire a questa strage la famiglia fuggì in Egitto, dove rimase fino a dopo la morte del crudele Sovrano: Gesù conobbe così sin da piccolo la condizione dell’esule e del rifugiato. L’errore di datazione fu commesso dal monaco Dionigi il Piccolo, che identificò nell’anno 754 di Roma la nascita di Gesù, quando nel 525 per incarico del papa Giovanni I la calcolò per sostituire con l’era dell’Incarnazione quella di Diocleziano o dei martiri, usata fino ad allora nella Chiesa. Gesù nacque comunque durante l’impero di Augusto (63 a.C. - 14 d.C.: cf. Lc 2,1). La sua morte fu un evento pubblico, un vero e proprio assassinio giudiziario di significato politico-religioso: l’esecuzione avvenne alla vigilia della Pasqua Ebraica, che cadeva il 14 di Nisan, dell’anno in cui esistevano contemporaneamente i personaggi citati nei Vangeli, Erode Antipa, Caifa, Ponzio Pilato, Tiberio Cesare. Si può così indicare la data della crocefissione di Gesù con grande probabilità al 7 aprile dell’anno 30 d.C.
La famiglia di Gesù era ebraica, proveniva dalla Giudea, da Betlemme, dove si recò perciò per il censimento, ed era di ascendenze davidiche. La città di residenza era Nazaret, nel territorio della Galilea. Si trattava in realtà di un piccolo villaggio di 100-150 abitanti, il cui nome è menzionato in una iscrizione ebraica del III-IV secolo d.C. trovata nel 1962 a Cesarea Marittima, che ha consentito di fissarne definitivamente la grafia ebraica con la lettera “z” (zade), per cui la parola risale chiaramente a “nezer”, germoglio, ed evoca così l’attesa messianica del germoglio davidico (cf. Is 11,1). Ripopolato verso la fine del II secolo a.C.al tempo dell’asmoneo Ircano (134-104 a.C.), che impose il ritorno all’ebraismo nella zona, il villaggio fu probabilmente abitato da un clan davidico, detto dei Nazorei, animato da un vivo fervore messianico. Forse anche per il contrasto fra questo ardore dei suoi abitanti e la terra semipagana in cui erano andati ad abitare, Nazaret era disprezzata dai pii israeliti: “Da Nazaret - chiede Natanaele - può mai venire qualcosa di buono?” (Gv 1,46). In casa di Gesù si conosceva certamente l’ebraico, per la frequenza alla lettura delle Scritture, ma si parlava normalmente l’aramaico galileo, il dialetto che farà riconoscere Pietro nel cortile del Sommo sacerdote (cf. Mt 26,73). Dai contatti di cui parla il vangelo si può supporre che Gesù capisse il greco e il latino, lingue comuni dell’Impero romano. Le ricerche esegetiche hanno mostrato che sotto il Padre nostro, riportato in greco nel Nuovo Testamento, c’è un substrato aramaico: Gesù pregava in dialetto, dunque, con assoluta spontaneità e confidenza…
La Madre Maria era sposa di un uomo, Giuseppe, falegname: questo fu probabilmente il mestiere del giovane galileo, esercitato forse anche nella importante città di Sefforis, dove al tempo della sua giovinezza si costruivano grandi edifici, di cui restano le rovine portate di recente alla luce a pochissima distanza in linea d’aria da Nazaret. Il Nazareno apparteneva a un clan di parenti stretti, certamente solidali fra loro - detti a volte anche “fratelli” nel senso di cugini - che all’inizio della sua vita pubblica si mostrarono, però, scandalizzati da lui: “I suoi uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: ‘È fuori di sé’” (Mc 3,21). Dopo un tempo nel deserto e il battesimo ricevuto da Giovanni, diede inizio alla sua vita pubblica, dapprima in Galilea, intorno al lago di Tiberiade, poi in Giudea, a Gerusalemme. Aveva circa trent’anni (cf. Lc 3,23): la sua vita pubblica si svolge in tre anni (Giovanni parla di tre Pasque: 2,13; 6,4; 11,55), anche se in base ai Sinottici si potrebbe supporre che tutto si sia concentrato in un anno, sotto l’impero di Tiberio (14-37), quando era tetrarca della Galilea Erode (4 a.C. - 39 d.C.: Lc 3,1).
Come si è svolta la vita di Gesù? Cinque tappe si lasciano riconoscere fino alla morte di Croce: il silenzio di Nazaret; la primavera di Galilea, tempo dei primi entusiasmi; la crisi galilaica, che porta Gesù alla decisione sofferta di andare a Gerusalemme, dove muoiono i profeti (cf. Lc 9,51 e 13,33); il viaggio a Gerusalemme e la storia della passione. Gesù fu crocifisso sotto il procuratore romano Ponzio Pilato, con l’accusa di essere un agitatore politico (il “titulus crucis” - la tavoletta col motivo della condanna, parla del Nazareno re dei Giudei). La sua morte fu un assassinio politico-religioso, che vide coinvolti in varia misura i capi ebraici e Pilato.

2. La scelta fondamentale che ha ispirato la vita di Gesù

Due racconti - posti rispettivamente all'inizio e alla fine della vita pubblica di Gesù - lo mostrano impegnato nel fare la scelta decisiva di fronte alla sua vita e alla sua morte, e consentono perciò di comprendere quale fu la sua «opzione fondamentale». Si tratta del «mistero» delle tentazioni nel deserto e di quello dell'agonia del Getsemani. Il racconto della tentazione nel deserto mostra Gesù impegnato davanti alla sua vita: è l’ora del discernimento pieno della sua vocazione e della libera risposta ad essa. L'interpretazione delle tentazioni, predominante nella tradizione cristiana, è stata quella esemplare-pedagogica: il Signore ha dato agli uomini l'esempio di come superare la prova, senza però esserne lui stesso veramente toccato. Tuttavia, «una insistenza unilaterale sull'aspetto pedagogico della tentazione di Cristo rischia di toglierle ogni serietà» (C. Duquoc): egli avrebbe in fondo recitato una parte, anche se per il fine buono di istruirci. Il valore pedagogico regge solo se la tentazione è reale: Gesù stesso parla delle sue «prove» (Lc 22,28: il termine è quello proprio delle tentazioni «peirasmòs»). «Proprio per essere stato messo alla prova ed aver sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova» (Eb 2,18). Nelle prove egli ha «imparato l'obbedienza»: «(Cristo) nei giorni della sua carne, avendo elevato preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a Colui che poteva liberarlo da morte, ed essendo stato esaudito per la sua pietà, imparò, quantunque Figlio, per le cose patite l'obbedienza...» (Eb 5,7).
Si può pensare che la tentazione sia stata la stessa che conobbe Adamo: la fiducia in sé e nella potenza del mondo, invece che la fiducia in Dio e nella sua «debolezza». È l'alternativa radicale, «l'amore di sé fino alla dimenticanza di Dio, o l'amore di Dio fino alla dimenticanza di sé» (S. Agostino). Gesù avverte la seduzione dell'altra sponda, l'apparente maggiore incisività di essa. La soglia lo sfiora: da una parte, egli sente il fascino del messianismo politico e terrestre del suo tempo, che aveva respirato in mezzo alla sua gente condividendone il dolore di popolo oppresso; dall'altra, gli si affaccia il messianismo dell'obbedienza profetica, che egli aveva imparato a conoscere nel suo colloquio col Padre, soprattutto attraverso la lettura delle Scritture relative al Servo sofferente e ai profeti. Gesù sceglie il Padre: con atto di sovrana libertà preferisce l'obbedienza a Dio e l'abnegazione di sé, all'obbedienza a sé, implicante la negazione di Dio. Egli non cede alla forza dell'evidenza, all'attrattiva dell'efficacia immediata: egli crede nel Padre con incrollabile certezza e intende compierne il disegno, per quanto oscuro e doloroso esso gli appaia. Nell'ora della tentazione radicale Gesù si afferma libero da sé, libero per il Padre e per gli altri, libero della libertà dell'amore: in lui, Servo incondizionatamente obbediente, la scala dell'ubbidienza profetica tocca il suo vertice. Gesù testimonia come la sua vocazione sia il Padre, il Dio vivente, al quale perdutamente sottomette ed affida la sua vita.
L’agonia del Getsèmani mostra invece Gesù davanti alla sua morte: è alla fine del suo cammino, nel momento in cui gli si pone dinanzi l'estrema conseguenza della sua scelta di amore. Egli risente, fino al sudore di sangue (cf. Lc 22,44), la tentazione dell'altra sponda. Gli evangelisti parlano della sua angoscia (cf. Mc 14,33 e Mt 26,37), della sua tristezza (cf. Mc 14,34 e Mt 26,38), della sua paura (Mc 14,33). Egli avverte un immenso bisogno di vicinanza amicale: «Restate qui e vegliate con me» (Mt 26,38). Ma è lasciato solo, tremendamente solo davanti al suo futuro, come è nelle scelte fondamentali di ogni uomo: «Non siete capaci di vegliare un'ora sola con me!» (Mt 26,40). Gli si pone ancora una volta dinanzi, nel modo più violento, l'alternativa radicale: salvare la propria vita o perderla, scegliere fra la propria volontà e la volontà del Padre: «Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice!» (Mc 14,36 e par.). Nel momento in cui conferma il «sì» della sua libertà radicale, si aggrappa totalmente al Padre e lo chiama col nome della confidenza e della tenerezza: «Abbà!... Non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu» (ib.). Non a caso è questa l'unica volta nei Vangeli in cui è conservata la forma aramaica confidenziale Abbà dell'invocazione al Padre!
Il «Sì» di Gesù nasce dall'amore senza riserve: la sua è la libertà dell'amore! Nell'ora suprema egli sceglie ancora il dono di sé, si rimette nelle mani del Padre suo con una confidenza infinita, e vive la sua libertà come liberazione, libertà da sé per il Padre e per gli altri. È la libertà di chi trova la propria vita perdendola (cf. Mc 8,35), la capacità di rischiare tutto per amore, l'audacia di chi dona tutto. Traspare così l’opzione fondamentale di Gesù, la scelta su cui egli gioca tutto, la vocazione della sua vita: quella che l'autore della lettera agli Ebrei ha interpretato fedelmente con le parole del Salmo 40,9: «Ecco, io vengo... per fare, o Dio, la tua volontà» (Eb 10,99). «Mio cibo - dice il Cristo giovanneo - è fare la volontà di colui che mi ha mandato e di compiere la sua opera» (Gv 4,34; cf. 8,29; 15,10). Sul piano più profondo della libertà, Gesù si pone come l'uomo totalmente libero per amore, totalmente finalizzato al Padre e agli altri. Egli testimonia come nessuno sia così libero, quanto chi è libero dalla propria libertà a motivo di un più grande amore. Libero da sé, egli esiste per il Padre e per gli altri: questa è la sua opzione fondamentale, che fa di lui veramente «l'uomo libero». Esistere per il Regno, che viene, è la causa della sua vita: la sua vocazione, che fa dell'intera sua esistenza una liturgia a Dio.

3. Quale prezzo ha pagato Gesù per seguire la Sua vocazione in obbedienza al Padre?

Si può dire che la vita di Gesù è tutta orientata alla croce: è in particolare però al tempo della “crisi galilaica”, dei primi rifiuti e persecuzioni, che egli mette a fuoco la scelta, che segnerà una svolta nella sua azione, e cioè il viaggio a Gerusalemme, la “città del gran Re” (Mt 5,35), dove i destini d'Israele e dei suoi profeti devono compiersi (cf. Lc 13,33). Gesù prevede ciò che l'aspetta a Gerusalemme come conseguenza delle scelte della sua vita e del suo messaggio (cf. Mc 8,31; 9,31; 10,33-34; e par.): Gesù vi si dirige «decisamente» (Lc 9,51: letteralmente: «indurì la faccia per andarvi»), camminando avanti ai suoi, che lo seguono sconcertati (cf. Mc 10,32). Nella città di Davide lo scontro raggiunge il suo apice: sono ormai coinvolti da vicino il Sinedrio e la nobiltà laica e sacerdotale che esso rappresenta. Il Nazareno è consapevole dell'iniquità che sta per consumarsi riguardo a lui, ma l'affronta con la ricchezza di senso di chi vede la morte ingiustamente subita come una volontaria donazione, vissuta in obbedienza al Padre e feconda di vita: ne sono prova i racconti dell'Ultima Cena, nei quali il Servo confida ai suoi il memoriale dell'alleanza nuova nel suo sangue.
Agli occhi del Sinedrio egli è il bestemmiatore (cf. Mc 14,53-65 par.), che con la sua pretesa e la sua azione (soprattutto la «scandalosa» purificazione del tempio: cf. Mc 11,15-18 e par.) ha meritato la morte secondo la Legge (cf. Dt 17,12). E tuttavia Gesù non ha subito la pena riservata ai bestemmiatori, la lapidazione (cf. Lv 24,14): egli è stato giustiziato dagli occupanti romani, subendo la pena inflitta agli schiavi disertori e ai sobillatori contro l'impero, la ignominiosa morte di croce. La sua condanna è stata, alla fine, politica, come attesta il «titulus crucis», la scritta con la motivazione della condanna posta sul palo della vergogna: «Gesù Nazareno Re dei Giudei» (Gv 19,19). La sua morte, allora, può definirsi un assassinio giudiziario, di significato politico-religioso: il Venerdì Santo (7 aprile dell'anno 30?) è per la Legge il giorno in cui muore il bestemmiatore e per il potere il giorno in cui muore il sovversivo. Ma la comunità nascente - segnata dall'esperienza pasquale - sa che non è così: per questo essa ci parla di tre misteriose consegne.
«Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20). Il Figlio si consegna al Dio e Padre suo per amore nostro e al nostro posto: e la consegna ha tutto lo spessore della dolorosa offerta. Attraverso questa consegna il Crocefisso prende su di sé il carico del dolore e del peccato del mondo, entra fino in fondo nell'esilio da Dio per assumere quest'esilio dei peccatori nell'offerta e nella riconciliazione pasquale: «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno, perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti e noi ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede» (Gal 3,13s). Non è il grido di Gesù morente il segno dell'abisso di dolore e di esilio che il Figlio ha voluto assumere per entrare nel più profondo della sofferenza del mondo e portarlo alla riconciliazione col Padre? «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34; cf. Mt 27,46).
Alla consegna che il Figlio fa di sé, corrisponde la consegna del Padre: essa è già indicata dalle formule del cosiddetto «passivo divino»: «Il Figlio dell'uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno» (Mc 9,31 e par.; cf. 10,33.45 e par.; Mc 14,41s. = Mt 26,45b-46). A consegnarlo non saranno gli uomini, nelle cui mani sarà consegnato, né sarà soltanto lui stesso a consegnarsi, perché il verbo è al passivo. Chi lo consegnerà sarà Dio, suo Padre: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). «Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?» (Rm 8,32). È in questa consegna che il Padre fa del proprio Figlio per noi, che si rivela la profondità del suo amore per gli uomini: «In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1Gv 4,10; cf. Rm 5,6-11). La croce rivela che «Dio (il Padre) è amore» (1Gv 4,8-16)! La sofferenza del Padre - che corrisponde a quella del Figlio crocifisso come dono e offerta sacrificale di lui, e che è evocata da quella di Abramo nell'offerta di Isacco suo figlio «unigenito» (cf. Gen 22, 12, Gv 3,16 e 1Gv 4,9) - non è che l'altro nome del suo amore infinito: «Il Padre, Dio dell'universo, paziente e misericordioso, sente egli stesso in certo modo il dolore... Il Padre stesso non è senza dolore! Se qualcuno lo implora egli è preso da pietà e compassione; soffre attraverso l'amore; ha sentimenti che non potrebbe avere secondo la sua natura sublime. Riguardo a noi egli sente il dolore umano» (Origene, Hom. in Ezech. 6,6).
La suprema, dolorosa consegna è, nel Figlio, come nel Padre, il segno del supremo amore che cambia la storia: «Nessuno ha amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). Alla sofferenza del Figlio fa dunque riscontro una sofferenza del Padre: Dio soffre sulla croce come Padre, che offre, come Figlio, che si offre, come Spirito, che è l'amore promanante dal loro amore sofferente. Il Dio cristiano non è fuori della sofferenza del mondo, spettatore impassibile di essa dall'alto della sua immutabile perfezione: egli la assume e la vive nel modo più intenso, come sofferenza attiva, come dono e offerta da cui sgorga la vita nuova del mondo. Da quel Venerdì Santo noi sappiamo che la storia delle sofferenze umane è anche storia del Dio cristiano: Egli è presente in essa, a soffrire con l'uomo e a contagiargli il valore immenso della sofferenza offerta per amore. Egli non è «l'occulta controparte» verso la quale si leva il grido del sofferente e del desolato, ma è «in un senso più profondo il Dio umano, che grida in lui e con lui e che interviene a suo favore con la sua croce quando egli nei suoi tormenti ammutolisce» (J. Moltmann). È il Dio che dà senso alla sofferenza del mondo, perché l'ha assunta a tal punto da farne la propria sofferenza: questo senso è l'amore.
Storia del Figlio, storia del Padre, la croce è parimenti storia dello Spirito: l'atto supremo della consegna è l'offerta sacrificale dello Spirito, come ha colto l'evangelista Giovanni: «Chinato il capo, consegnò lo Spirito» (Gv 19,30). È «con uno Spirito eterno» che il Cristo «offrì se stesso senza macchia a Dio» (Eb 9,14). Il Crocifisso consegna al Padre nell'ora della croce lo Spirito che il Padre gli aveva donato, e che gli sarà dato in pienezza nel giorno della resurrezione: il Crocifisso resta abbandonato, nella lontananza da Dio, nella compagnia con i peccatori. È l'ora della morte in Dio, dell'avvenimento dell'abbandono del Figlio da parte del Padre nella loro pur sempre più grande comunione, evento che si consuma nella consegna dello Spirito Santo al Padre, e che rende possibile il supremo esilio del Figlio nell'alterità del mondo, il suo divenire «maledizione» nella terra dei maledetti da Dio, perché questi insieme con lui possano entrare nella gioia della riconciliazione pasquale. «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio» (2Cor 5,21; cf. Rm 8,3).

4. Il nuovo inizio: la resurrezione…

Sulla croce la «patria» entra nell'esilio, perché l'esilio entri nella «patria»: in essa è offerta la chiave della storia! La croce rinvia così alla Pasqua: l'ora dello iato rimanda a quella della riconciliazione, l'impero della morte al trionfo della vita! Lo testimonia l’esperienza dell’incontro con Lui risorto dai morti, vissuta dai discepoli: ai pavidi fuggiaschi del Venerdì Santo Gesù si mostrò vivente (cf. At 1,3). Quest'incontro fu talmente decisivo per loro, che la loro esistenza ne venne totalmente trasformata: alla paura fece seguito il coraggio; all'abbandono l'invio; i fuggitivi divennero i testimoni, per esserlo ormai fino alla morte, in una vita donata senza riserve a Colui, che pure avevano tradito nell'«ora delle tenebre». Che cosa era avvenuto? C’è certo uno iato fra il tramonto del Venerdì Santo e l'alba di Pasqua, uno spazio vuoto, in cui è accaduto qualcosa di talmente importante, da dare origine di fatto al movimento cristiano nella storia. Dove lo storico profano non può che constatare questo «nuovo inizio», l'annuncio cristiano, registrato nei testi del Nuovo Testamento, confessa l'incontro col Risorto come esperienza di grazia: e a questa esperienza ci dà accesso specialmente attraverso i racconti delle apparizioni (la tradizione paolina: 1Cor 15,5-8; quella di Marco: Mc 16,9-20; quella di Matteo: Mt 28,9-10.16-20; quella lucana: Lc 24,13-53; e quella giovannea: Gv 20.14-29 e 21).
Vi si ritrova sempre l'iniziativa del Risorto, il processo di riconoscimento da parte dei discepoli, la missione, che fa di essi i testimoni di ciò che hanno «udito e visto con i loro occhi e contemplato e toccato con le loro mani» (cf. 1Gv 1,1). È l'esperienza della vocazione del cristiano, riconosciuta ed accolta nella vocazione del Signore Gesù. L'iniziativa del Risorto, il fatto che sia Lui a mostrarsi vivente (cf. At 1,3), ad «apparire» (cf. il verbo «ofte», usato in 1Cor 15,3-8 e Lc 24,34, che nell'Antico Testamento in greco è adoperato per descrivere le teofanie: cf. Gen 12,7; 17,1; 18,1; 26,2), dice che l'esperienza degli uomini delle origini cristiane ebbe un carattere di «oggettività»: fu qualcosa che capitò a loro, qualcosa che «venne» a loro, non qualcosa che «divenne» in loro. Non fu la commozione della fede e dell'amore a creare il suo oggetto, ma fu il Vivente a suscitare in modo nuovo la fede e l'amore. La vocazione viene «dal di fuori»...
Ciò non esclude, tuttavia, il processo spirituale, che è stato necessario ai primi credenti per «credere ai loro occhi», per aprirsi interiormente a quanto è avvenuto in Gesù Signore: è quanto assicura l'itinerario progressivo, che porta dallo stupore e dal dubbio al riconoscimento del Risorto: «Allora si aprirono i loro occhi e lo riconobbero» (Lc 24,31). Questo processo dice la dimensione soggettiva e spirituale dell'esperienza fontale della fede cristiana, e garantisce lo spazio della libertà e della gratuità dell'assenso credente in ogni storia di vocazione.
Si compie così l'esperienza dell'incontro: in un rapporto di conoscenza diretta e rischiosa, il Vivente si offre ai suoi e li rende viventi di vita nuova, la Sua, testimoni di Lui, di quell'incontro con Lui che ha segnato per sempre la loro esistenza: «Andate in tutto il mondo, predicate il vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15). L'esperienza pasquale - oggettiva e soggettiva insieme - per la forza dell'incontro fra il Vivente e i suoi, si presenta come esperienza trasformante: da essa ha origine la missione, in essa trae impulso il movimento che si dilaterà fino agli estremi confini della terra.
L'esperienza dell'incontro col Risorto cambia così profondamente l'esistenza dei discepoli, da renderli Suoi testimoni fino ai confini della terra, fino al dono della vita: perché? La risposta sta nel fatto che la resurrezione e la croce, momenti della storia del profeta galileo, sono colti come atti in cui è intervenuto su di lui e per lui il «Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri» (At 3,13), che ha agito «con potenza secondo lo Spirito di santificazione» (Rm 1,4). Secondo la fede delle origini, Pasqua diventa storia nostra, perché è storia trinitaria di Dio: storia dell'amore divino, storia della nostra libertà nella sequela di Gesù... Quanto più i cristiani si lasceranno riconciliare con Dio dal loro Signore, tanto più saranno liberi da sé, liberi per il Padre e per gli altri e realizzeranno la loro vocazione in Cristo e nella Chiesa e provocheranno gli uomini alla libertà, aprendone le vie.
Discepoli dell'uomo libero, che per il suo amore incondizionato al Padre e agli uomini è morto nella vergogna della croce, i cristiani si sforzeranno di far crescere con la preghiera e con la vita l'esperienza della libertà nel mondo in cui vivono, senza cercare l'efficacia immediata o il consenso esteriore. Chi è veramente libero per il Padre e per gli altri, vive la propria vocazione credendo al di là di ogni possibilità nella possibilità impossibile, quella che la libertà di Dio, rivelata in Gesù Cristo, ha promesso alla storia. Chi è veramente libero testimonia che la libertà, anche quando è sconfitta, merita di essere vissuta, ed è contagiosa e liberante, perché, come la libertà del Nazareno, è rivelazione e dono di un mistero più grande. Non è con le sole mani operose dell'uomo che si libererà il mondo dal male che l'opprime: non si dà liberazione profonda e duratura, senza che quelle stesse mani si aprano anche nella lode e nell'invocazione ad accogliere il dono, che viene dall'alto. L'emancipazione dell'uomo moderno - come processo di liberazione prodotto dalle sole forze mondane - non ha cessato di produrre totalitarismi e violenze d’ogni sorta. La liberazione, che in Gesù Cristo è stata offerta alla storia, è quella che ci libera da noi stessi, per farci esistere, nell'amore e nella speranza, per il Padre e per gli altri e fare dell'intera nostra vita una liturgia di lode al Padre e di servizio agli uomini. Gesù, uomo libero, non cessa di provocare gli uomini alla vera libertà!
Cristo, immagine radiosa del Padre, principe della pace, che riconcili Dio con l’uomo e l’uomo con Dio, Parola eterna divenuta carne, e carne divinizzata nell’incontro sponsale, in Te soltanto abbracceremo Dio. Tu che Ti sei fatto piccolo per lasciarTi afferrare dalla sete della nostra conoscenza e del nostro amore, donaci di cercarTi con desiderio, di credere in Te nell’oscurità della fede, di aspettarTi ancora nell’ardente speranza, di amarTi nella libertà e nella gioia del cuore. Fa’ che non ci lasciamo vincere dalla potenza delle tenebre, sedurre dallo scintillio di ciò che passa. Donaci perciò il Tuo Spirito, che diventi Egli stesso in noi desiderio e fede, speranza e umile amore. Allora Ti cercheremo, Signore, nella notte, vigileremo per Te in ogni tempo, e i giorni della nostra vita mortale diventeranno come splendida aurora, in cui Tu verrai, stella chiara del mattino, per essere finalmente per noi il Sole, che non conosce tramonto. Amen. Alleluia!

Altre catechesi:
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