Prima catechesi
“SALDI NELLA FEDE”
Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova


Cari Amici, vi saluto con stima e affetto! Sono certo che sentite la vicinanza dei vostri Vescovi – molti vi hanno accompagnato! – e dei vostri sacerdoti che vi seguono nel cammino della vostra maturità umana e cristiana. Seguendo l’indicazione del Santo Padre Benedetto XVI, che attendiamo con entusiasmo, in questi giorni concentriamo l’attenzione sull’Apostolo Paolo: “Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede” (cfr Col 2,7). In questa prima catechesi vogliamo meditare sulle parole “saldi nella fede”, e faremo riferimento al Messaggio del Papa. Ci poniamo alcune domande: è ancora possibile credere? Immersi come siamo in una mentalità scientista e tecnologica, dove sembra che la realtà coincida solo con ciò che si può vedere e toccare, sperimentare? Credo io in Dio? Chi è Dio per me? Che cosa cambia della mia vita la sua presenza? E, se non esistesse o non ci credessi, cambierebbe qualcosa del mio modo di pensare e di vivere? Sono domande non astratte, ma che entrano nella carne di ciascuno, e dalle quali sempre meno potremo sfuggire vivendo in un mondo globalizzato e in una società multiculturale.

1. L’uomo è un paradosso

“La grandezza dell’uomo sta in questo: che esso ha coscienza della propria miseria (…) Conoscere di essere miserabile è un segno di miseria, in pari tempo, un segno di grandezza” (Pascal, Pensieri, n. 372). E ancora: “L’uomo è solo una canna, la più fragile della natura; ma una canna che pensa. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo; un vapore, una goccia d’acqua bastano per ucciderlo. Ma, quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di quel che lo uccide, perché sa di morire, e la superiorità che l’universo ha su di lui; mentre l’universo non ne sa nulla” (id n. 377). Sono parole di Pascal (morto nel 1662), ma che vengono da prima di lui e vanno oltre lui, perché riassumono i sentimenti e i pensieri dell’umanità di tutti i tempi: esprimono la percezione stupita della fragilità e della grandezza dell’uomo. E quindi il suo essere un enigma, una domanda, un mistero.
Anche di recente, nell’epoca della modernità, ci sono voci che s’interrogano. Ricordiamo Salvatore Quasimodo: “Ognuno sta solo sul cuore della terra/ trafitto da un raggio di sole/ ed è subito sera”. È la lirica sulla precarietà della vita umana, dei suoi giorni che sono come un raggio presto inghiottito dall’oscurità della morte. Sembrerebbero – queste parole - non avere particolare significato per il nostro tema; ma così non è. Il canto della brevità inarrestabile dell’esistenza ha sullo sfondo il desiderio di non morire, di vivere per sempre, di una felicità senza fine. Qui emerge il paradosso e il dramma umano di tutti i tempi, anche dei nostri. In termini tragici ed estremi, Albert Camus, scrive nel suo romanzo “Il mito di Sisifo”: “Vi è solo un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la penna di essere vissuta. Il resto (…) viene dopo”. L’uomo non solo vuole vivere, ma vuole sapere: vuole conoscere il mondo, ma anche il perché e il significato del mondo, e, innanzitutto, di se stesso. L’esperienza insegna che vivere non è consumare delle cose e del tempo, non è un calendario di giorni, ma è un intreccio di significati, un orizzonte di senso. È conoscere non solo gli scopi immediati delle nostre azioni e delle scelte particolari – il lavoro, gli affetti, la casa…- ma soprattutto il fine ultimo dell’esistenza, è rispondere alla domanda che vibra dentro ciascuno: perché, per che cosa vivo? Qual’è il fine che dà valore a ogni altro scopo particolare? La meta di un pellegrinaggio ci fa pellegrini che conoscono da dove partono e verso dove vanno; tutto ciò che accade durante il pellegrinaggio è segnato e misurato dall’obiettivo, dalla meta. Altrimenti siamo dei vagabondi senza casa e senza terra, naufraghi della vita, che vivono alla giornata, come viene, per i quali ciò che conta è quanto sta loro davanti momento per momento: sarà naturale allora spremere la maggiore soddisfazione possibile dall’attimo presente. Il momento presente diventa il tutto per colui che non ha meta, che non conosce l’obiettivo della sua esistenza…possiamo dire che non ha le coordinate del suo andare.
Dio si presenta all’uomo come la risposta al suo essere paradosso di miseria e di grandezza, posto com’è sulla linea di confine tra finitezza e infinito, tempo ed eternità. È la risposta al suo essere un miscuglio di ombre e di luci, incamminato verso la morte ma destinato a vivere per sempre. Proprio perché finito, l’uomo non pone se stesso, si accoglie! Si accoglie come un dono dalle mani del Creatore; e questa sua Origine gli dà l’impronta del “divino”, cioè di tutto ciò che riguarda Dio stesso: ecco l’anelito all’eternità, il brivido davanti alla bellezza, alla maestà dell’universo ma anche dell’anima, il fascino della bontà, l’incanto verso gli ideali alti e nobili. Nella nostra povertà ciò è l’impronta di Colui che ci ha fatti per amore e che ci attende come il nostro definitivo Destino. Se ascoltiamo le voci profonde del cuore sentiamo che ognuno di noi è una struggente nostalgia, un mendicante di Assoluto, una sinfonia incompiuta. Per questo l’uomo si spiega solo con Dio. Per tale ragione Benedetto XVI, nel Messaggio, cita il Concilio Vaticano II quando dice: “Dio è la sorgente della vita; eliminarlo equivale a separarsi da questa fonte, privarsi della pienezza e della gioia: ‘la creatura, infatti, senza il Creatore svaniscÈ (Gaudium et spes, 36)” (Messaggio, n. 1).

2. Perché esiste qualcosa anziché nulla?

Il Santo Padre Benedetto XVI, nel viaggio apostolico in Gran Bretagna lo scorso anno, in un discorso ai Rappresentanti di altre religioni, diceva: “A livello spirituale tutti noi, in modi diversi, siamo personalmente impegnati in un viaggio che offre una risposta importante alla questione più importante di tutte, quella riguardante il significato ultimo dell’esistenza umana (…) All’interno dei loro ambiti di competenza, le scienze umane e naturali ci forniscono una comprensione inestimabile di aspetti della nostra esistenza ed approfondiscono la nostra comprensione del mondo in cui opera l’universo fisico (…) E tuttavia queste discipline non danno risposta, e non possono darla, alla domanda fondamentale, perché operano ad un livello totalmente diverso. Non possono soddisfare i desideri più profondi del cuore umano, né spiegarci pienamente la nostra origine, per quale motivo e per quale scopo noi esistiamo, né possono darci una risposta esaustiva alla domanda: per quale motivo esiste qualcosa, piuttosto che il niente?” (Benedetto XVI, Viaggio Ap. Nel Regno Unito, Incontro con Rappresentanti di altre Religioni, 17.9.2010). La domanda che pone il Papa non è affatto astratta né irrilevante: dà attualità a voci dell’antichità e di oggi. E non è neppure difficile.
Ecco: ci fermiamo a contemplare le cose, l’uomo, l’universo, e restiamo rapiti dalla bellezza, dalla luce che filtra da tutto ciò che è. Quante volte – negli innumerevoli campi estivi con i giovani della mia Parrocchia – mi sono incantato davanti all’universo, o di fronte alla bellezza di un’anima che cercava Dio con cuore puro, o a esempi di eroismo umile e semplice di amore. Quante volte, nella solitudine e nel silenzio della notte mi sono piegato per la commozione davanti al cielo stellato e al profilo dei monti. Sì, posso dire con tanti, spero con tutti voi, che ho toccato Dio, ho visto nel buio la Luce: nell’oscurità l’Invisibile mi ha visitato. L’universo, nella sconfinata varietà della sua bellezza e della sua armonia, riflette una Bellezza e un’Armonia, un’Intelligenza superiore che traspare negli esseri come l’impronta dell’artista brilla nelle sue opere e a lui rimanda. Dove potrebbe fondarsi questo splendido e fragile mondo? Su se stesso? Sulla propria finitezza? Sulla casualità che casualmente dal caos amalgama l’ordine e origina la bellezza? “Si guarda il cielo – scrive Sant’Agostino – è bello. Si guarda la terra: è bella. L’uno e l’altra sono belli. Egli li fece. Se sono così belle le cose che Egli fece, quanto più bello dovrà essere Colui che le fece!” (Sant’Agostino, Enar. In Ps. 148, 15). Eistein affermava: “Difficilmente tra i pensatori più profondi nel campo scientifico riuscirete a trovarne uno che non abbia un proprio sentimento religioso (…) Il suo sentimento religioso assume la forma di ammirazione e di contemplazione di fronte all’armonia della natura, che rivela un’intelligenza così superiore che, in paragone, ogni pensiero sistematico o azione umana non è che illusione totalmente insignificante”.
Perché dunque esiste qualcosa anziché nulla se le cose non sono necessarie? Perché allora ci sono? Perché Dio ha creato tutto ciò che esiste! E allora – ci chiediamo – perché ha creato tutto ciò che esiste? Per amore! per comunicare la sua bellezza e la sua vita, per comunicare la sua gioia. E chi esce da sé per donare ciò che di bello ha ed è, costui ama. Possiamo dunque dire che l’universo esiste perché Dio ama. Questa è la verità di Dio, il suo Logos, e per questo le cose hanno una vocazione intrinseca che è amare. Ma le cose possono amare? Non in se stesse, ma sì attraverso l’uomo, punta rovente dell’universo. In lui tutto il creato è chiamato ad amare, ad essere benevole e benefico.
Al termine delle prime due considerazioni – sul paradosso dell’uomo e sul perché delle cose – mi pare che emerga una risposta al quesito che ci siamo posti all’inizio: che cosa cambia nella mia vita se Dio esiste? Mi pare che, con un’immagine sintetica, si possa dire che se Dio esiste l’uomo vive nella luce. I grandi interrogativi che emergono dal cuore stesso dell’uomo, e dall’esistenza dell’universo, con Dio trovano risposta: il mondo in Lui trova la sua origine e quindi il suo destino, la direzione di marcia del suo andare. La vita mia come quella del mondo, la storia universale hanno un senso; si scoprono dentro ad un disegno d’Amore, si trovano abbracciati dall’Amore. La storia personale e universale potranno avere innumerevoli ombre, la tragedia potrà segnare la carne degli uomini e del cosmo, ma nulla potrà strapparli da quell’abbraccio originario creatore. La libertà degli uomini potrà offuscare la luce con peccati e violenze, ma non potrà cancellare la luce di Dio che crea e illumina. Ecco che cosa cambia con Dio! E vivere le cose quotidiane dentro a questa luce di verità e d’amore, dona spessore e valore ad ogni circostanza e ad ogni gesto, perfino al dolore e alla morte. Nulla è piccolo e insignificante, nulla è insensato: in questa luce ogni gesto piccolo e nascosto per la logica del mondo, diventa grande e decisivo per l’universo. È questo amore, affidabile più di ogni altro amore, che consente all’uomo di non diventare mai un puro fatto, un oggetto di cui disporre. Gli dice che non è solo.

3. Il Dio di Gesù

Non possiamo, a questo punto, almeno anticipare qualcosa su Gesù Cristo. Sarà domani la catechesi su di Lui: “Radicati e fondati in Cristo”. Quella mano d’intelligenza e d’amore che crea e dà significato e valore all’uomo e alle cose, che orienta la vita, prende volto definitivo solo in Gesù di Nazaret. Il progetto della creazione – progetto di comunione d’amore e di vita – viene deturpato dall’uomo. Egli non si fida di Colui che lo ha creato, che lo conosce meglio di quanto ognuno possa conoscere se stesso, che vuole solo la sua felicità, che lo guida nella via della vita, che lo attende per il giorno senza tramonto, che lo accompagna nel pellegrinaggio terreno. L’uomo non si fida. È questa la logica del peccato. Come la pecorella del Vangelo, l’umanità si allontana, smarrisce la strada, illusa da promesse menzognere: “diventerai come Dio” (cfr Genesi). E si ritrova a pascolare i porci, perde anche la sua dignità di uomo e di figlio. Ma Dio non s’arrende: nel Figlio unigenito, “scende dalla sua divinità” per assumere la nostra umanità e si fa luogo di riconciliazione. La croce del Calvario si protende verso il cielo verticalmente e abbraccia orizzontalmente l’umanità intera per sollevarla in alto con sé. È lì che si rivela per sempre il vero volto di Dio e dell’uomo: Padre e figlio nell’abbraccio dello Spirito Santo. È nella comunione con Dio che l’uomo è se stesso, è nella fiducia e nell’obbedienza a Dio che la creatura trova se stessa, la sua verità e la sua gioia. È nella adorazione di Dio che l’umanità è grande e felice, e la società diventa umana: aveva ragione De Lubac quando scriveva che “l’umanesimo ateo è un umanesimo disumano”. È per questa ragione che la Chiesa non potrà mai tacere: essa ha la missione di annunciare Dio che si manifesta e si dona in Cristo, di dire al mondo che Dio è la via dell’uomo e della società, che Dio è talmente grande che può occuparsi delle nostre piccole cose. Per questo non possiamo accettare che Dio venga confinato nella sfera individuale come se non avesse nulla a che fare anche con la società degli uomini, come se non c’entrasse con tutto l’uomo, sia nella sfera privata che in quella pubblica, come se non segnasse con la sua presenza ogni dimensione e ambiente. Proprio per tale ragione l’approccio al mistero di Dio è l’elemento che non solo genera cultura ma la qualifica, così come la cultura originata dalla religione è, in certo modo, la prova della verità della religione stessa.

4. Il contesto presente

Di solito, in un discorso, si parte dal contesto culturale e sociale per giungere alla tesi centrale: invece noi oggi al contesto ci arriviamo in ultimo. Il motivo è cercare di capire come mai non tutti giungono alla fede in Dio se ogni uomo è in se stesso una domanda e l’universo chiede una ragione alla sua esistenza meravigliosa ma fragile. E, d’altronde, se l’esistenza di Dio cambia tutto nella vita dell’uomo, e questo significa un vivere sensato e bello, vuol dire che Dio corrisponde all’uomo, al suo essere, e quindi dovrebbe essere facile e desiderabile accoglierlo nel proprio orizzonte di vita.
Possiamo risponderci in qualche misura con due considerazioni di carattere generale senza voler giudicare i singoli casi.
Il clima culturale che oggi si respira certamente non favorisce l’accesso a Dio. Il clima si qualifica come nichilismo. Che cosa significhi ce lo dice Nietzsche: significa “che i valori supremi perdono valore” (Frammenti postumi, 1887-1888, in Opere, 1971, vol. III, 2, fr. 9, pag. 12). In forma narrativa e tragica Nietzsche continua in un'altra sua opera: “Vidi una grande tristezza invadere gli uomini. I migliori si stancarono del loro lavoro. Una dottrina apparve, una fede le si affiancò: tutto è vuoto, tutto è uguale, tutto fu! (…) Che cosa è accaduto quaggiù la notte scorsa dalla luna malvagia? Tutto il nostro lavoro è stato vano, il nostro vino è divenuto veleno (…) Aridi siamo divenuti noi tutti (…) Tutte le fonti sono esauste, anche il mare si è ritirato” (Così parlò Zarathustra, in Opere 1968, vol. III, pag. 175). Sentiamo un opprimente senso del tramonto. In questo orizzonte, le domande radicali – quelle che ci siamo posti insieme all’umanità – sembrano perdere di valore, sembrano diventare “domande oziose” come diceva Comte, Marx, Feuerbach.
Ascoltiamo un’altra pagina suggestiva e puntuale circa il modo di pensare che sembra diffuso in Europa. È una pagina di Dostoevskij ne “I fratelli Karamazov”:
“Secondo me, non c’è proprio da distruggere nulla, ma è sufficiente che sia distrutta, nell’umanità, l’idea di Dio: ecco il punto su cui bisogna far leva! Di qui, di qui bisogna partire: ah, ciechi senz’ombra di intendimento! Una volta che l’umanità si sarà distaccata, nella totalità dei suoi membri da Dio, allora di per sé, senza bisogno di antropofagia, cadrà tutta la precedente concezione del mondo, e soprattutto la precedente morale, e a queste succederà qualcosa di assolutamente nuovo. Gli uomini si conosceranno per prendere dalla vita tutto ciò che essa può dare, ma senz’avere altra mira che la felicità e la gioia in questo mondo presente. L’animo dell’uomo si innalzerà in un divino, titanico orgoglio, e farà la sua comparsa l’uomo-Dio. (...) il problema ora è questo: esiste o non esiste la possibilità che un simile periodo sopravvenga un giorno? (...) Siccome, tenendo conto della radicale stupidità umana, questa sistemazione potrebbe tardare magari anche mille anni, a chiunque abbia fin d’ora riconosciuto la verità è permesso sistemare la propria vita come più gli fa comodo, su nuove basi. In questo senso, a costui “tutto è permesso”. (...) All’uomo nuovo è permesso mutarsi in uomo-Dio, dovesse essere il solo a farlo in tutto il mondo, e, inseritosi ormai nel nuovo ordine, con cuor leggero saltare oltre ogni vecchio ostacolo morale del vecchio uomo-schiavo: tutto è permesso, e tanto basta!”
Ascoltiamo ancora Nietszche ne “La gaia scienza”:
“Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: «Cerco Dio! Cerco Dio!». E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. «È forse perduto?» disse uno. «Si è perduto come un bambino?» fece un altro. «Oppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?» – gridavano e ridevano in una grande confusione. Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: «Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dette la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? (...) Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso!»”
Respirare queste idee intorpidisce l’intelligenza e rende l’anima indifferente. Allontana e rende flebili le domande profonde. L’uomo si svuota di ciò che conta e si riempie di fantasmi.
Inoltre è necessario tenere il cuore aperto alla verità perché sia docile e disponibile a lasciarsi giudicare dalla verità stessa non per esserne schiacciati, ma liberati e salvati. Quando ciò accade non è sempre facile riconoscere le tracce di Dio. Qualcuno sostiene che davanti alla possibilità di Dio, si può sospendere il giudizio, non dire né sì né no, rimanere a mezza strada, non essere né credenti né atei, ma agnostici. Ma è possibile veramente essere agnostici? Quando nella vita pratica devo agire, di fatto faccio una scelta di campo: pro o contro Dio, sulla sua esistenza o contro la sua esistenza. Dire, infatti, che si agisce indipendentemente dalle due possibilità non è vero perché non è possibile; infatti, appellarsi solo alla propria coscienza significa agire come se Dio non esistesse, fare come se Dio non ci fosse. Si compie così una scelta di fatto, anche se sul piano teorico non si esclude che Dio possa esistere. È necessario guardarsi da questa menzogna che si veste d’intelligenza e d’onestà.
Cari Amici, desidero concludere con le splendide parole di Sant’Agostino. Facciamole nostre:
“Come devo cercarti, Signore?
Quando cerco Te, o mio Dio, io cerca la felicità della mia vita.
Ti cercherò, perché viva l’anima mia” (Confessioni X, 20)


Seconda catechesi
“RADICATI IN CRISTO”
 

1. Radicati e fondati

Il Santo Padre, Benedetto XVI, nel suo Messaggio, ha dato la chiave di lettura dell’esortazione di san Paolo: “ ‘radicato’ evoca le radici che alimentano l’albero; ‘fondato’si riferisce alla costruzione di una casa” (Messaggio, 2). I due verbi non ammettono dubbi: si tratta di un innesto radicale del discepolo in Gesù, ma anche ci rimandano ad un dato antropologico di portata universale: l’uomo ha assoluto bisogno di sapersi radicato, di non essere senza terra, di sentirsi proveniente da una storia che lo precede e che gli consegna qualcosa di importante; ha bisogno di avere un prima per poter avere un dopo, un futuro che diventerà storia per altri. Il mito di essere un apolide, senza legami e radici, senza precedenti e senza storia, non è la condizione di una libertà libera da condizionamenti, ma è la premessa per essere più smarriti, preda più facile di ciò che accade.
Le radici, di cui parla il Papa, non solo evocano un “prima”, ma anche un “ora”: infatti, le radici non solamente precedono l’albero con i suoi fiori e frutti, ma lo tengono in vita adesso, lo alimentano con una linfa continua. Quindi non si tratta  solo di guardare indietro, a ciò che ci precede, ma anche a ora, a ciò che ci rende vivi e ci nutre.
Anche l’immagine dell’essere fondati è importante: questa si riferisce alla casa, a ciò che per essere edificato richiede un progetto ordinato, perseveranza e sacrificio, ma innanzitutto un luogo roccioso e duraturo per non costruire invano. Come non pensare alla parola del divino Maestro, alla casa costruita sulla sabbia o sulla roccia?
 
2. Un terreno debole

In riferimento alla duplice immagine, ci chiediamo: la società post-moderna favorisce forme di radicamento, offre terreni solidi per edificare l’uomo? E il credente è aiutato a edificare l’edificio cristiano? Oppure, nonostante la fede, respira un clima che lo condiziona, che cerca di ingannarlo con illusioni e miti? Promettendo molto – come nella vicenda del figlio prodigo – ma rapinandolo di tutto, anche della sua dignità di uomo e di figlio di Dio?
Lo scenario globale sembra essere sempre di più uno “terreno debole”, anzi “franoso”: da una parte all’altra corrono cose buone, ma anche germi antichi. Quando il Santo Padre parla di “dittatura del relativismo” mette il dito sulla piaga, una piaga che il mondo non vorrebbe sentirsi dire e che sperava che nessuno svelasse in modo così chiaro e netto. Il male, infatti, tende ad operare nascosto, mascherandosi spesso di bene per poter meglio insinuarsi e ingannare. Basta pensare al tema della vita: si presenta la sua soppressione come un atto di compassione, di misericordia, di amore. Si parla di morte compassionevole! Come non pensare alla primordiale domanda? “È vero che Dio ha detto: non dovete mangiare di nessun albero del giardino?” (Genesi 3,1). L’antico tentatore insinua il dubbio con una domanda apparentemente innocua, con l’aria di colui che si informa, sembra voler conoscere la volontà di Dio, quindi si presenta con un volto buono; ma lo scopo è capovolgere il modo di pensare, e far apparire il bene male e il male bene. Così è accaduto allora e così accade oggi:  l’originaria menzogna si rinnova. Il male vuole inquinare la terra convincendo l’uomo che è lui stesso il criterio della distinzione del bene e del male, del vero e del falso. Convincerlo che tutto è relativo, consegnato all’opinione di ciascuno; che nulla gode della oggettività universale. Ecco il relativismo per il quale ogni idea, scelta, azione, sono opinabili, hanno valore per l’individuo e basta. Ma se tutto è relativo, c’è qualcosa per cui vale la pena di vivere e di morire? Si può spendere la vita per un mistero, non per un punto interrogativo. Sul terreno del relativismo culturale, quale edificio può essere costruito? Quello della instabilità e dello smarrimento del singolo e, di conseguenza, della società intera. Se non ci sono punti di riferimento oggettivi perché sacrificarsi? Meglio vivere per sé, stare nel proprio perimetro, rinchiudersi nei propri confini. In sostanza è una linea di difesa e, se così vogliamo dire, una linea morta.
“Questa sonnolenza dei discepoli rimane lungo i secoli l’occasione favorevole per il potere del male”, così scrive Benedetto XVI  nel suo libro su Gesù di Nazaret (vol. II, pag. 172). Il Papa ci mette in guardia dalla sonnolenza che prende i tre Apostoli – Pietro, Giacomo e Giovanni – nel Getzemani, e che può prendere anche noi pensando che tutto, in fondo, vada bene, che non ci siano motivi per preoccuparsi, che gridare “al lupo, al lupo” sia segno di poca fede e, addirittura, di intransigenza confessionale. Esiste, mi sembra, un duplice atteggiamento in ogni epoca: quello dell’ottimismo comunque, e quello del pessimismo comunque. Nel primo non si vede il male che esiste dentro e fuori di noi, nel secondo si vede solo il male e non il bene che sempre c’è. Ne nasce una sorta di intorpidimento dell’anima, una indifferenza spirituale e intellettuale che rende lenti e poco vigili sia circa la vicinanza  di Dio, sia rispetto alla potenza incombente della menzogna.
Ieri, nella prima catechesi, si è riflettuto sull’essere saldi nella fede, oggi dobbiamo spingere lo sguardo direttamente su Gesù Cristo: la fede, infatti, è la fede nel Dio che Gesù è venuto a svelarci e a portarci. Chiediamo quindi il dono dello Spirito Santo, perché possiamo fare l’esperienza dei discepoli di Emmaus, e così sentire anche noi  ardere il cuore. Ognuno chieda dentro di sé che Gesù stesso gli parli: Lui è qui, noi lo crediamo, gli occhi della fede Lo vedono, desiderano vederLo (cfr Luca 24): chi sei Tu per me, Signore Gesù? Che cosa vuoi dirmi oggi? Che cosa vuoi che io faccia? Parlami, Signore, il tuo servo ti ascolta! (momento di silenzio e di preghiera personale)

3. La novità del Cristianesimo

Parlare di Gesù è facile e difficile insieme, tanto grande è il suo mistero, affascinante la sua bellezza, pura la sua luce. Come possiamo farlo noi, pieni di ombre, intermittenti nella via del bene, non di rado pigri nel discepolato, annunciatori stanchi del suo Vangelo?  Questo stato d’animo, che poco o tanto forse  attraversa tutti, ci permette di dire una prima parola forte. Il “novum”, la novità del cristianesimo non è un’idea grande, una visione delle cose, un ethos superiore, un riarmo morale, ma un incontro personale con Cristo: Lui non è un idea, una filosofia. È molto di più. È più che un profeta, più che un maestro, più che un eroe, più che un martire, più che un liberatore... è il Figlio di Dio fatto uomo!  è l’Amico, il Salvatore del mondo! è la Verità e l’Amore che il cuore cerca e per il quale si sente creato. Per questo non può fare a meno di Lui. La novità  del cristianesimo non è “amare come io  ho amato voi” – cioè fino al sacrificio della vita – sarebbe un estenuante sforzo morale! Se così fosse sarebbe un estremo livello di umanesimo. La novità vera non sta qui, in una prestazione somma, ma nel nuovo fondamento del nostro essere, un fondamento che ci viene donato: e questo è la comunione personale con Cristo, è il nostro vivere in Lui, è essere incorporati in Lui, così che l’agire di Gesù diventa nostro perché è Lui stesso che agisce in noi. Qui sta lo straordinario, la novità assoluta: non è un insegnamento, ma è vita; una vita che si fa insegnamento. Ecco perché le nostre oscurità non ci possono impedire di accostarci a Lui, perché è Cristo che si accosta a noi e ci purifica, ci attira a sé, ci incorpora alla sua vita come i tralci alla vite. Mentre ci rinnova dal di dentro, inizia il movimento di una nuova esistenza: “Chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi” (Giovanni 14,12). Comprendiamo meglio così anche l’altra parola di Gesù: “Senza di me non potete far nulla” (id 15,5).

4. Gesù, la vita vera

Gesù di Nazaret ci attira a sé e ci trasforma dal di dentro. Egli è il Figlio di Dio che, per amore della pecorella smarrita, scende nel mondo e cerca l’uomo disperso e lacero; è il Dio che, nel suo discendere verso di noi  non  perde se stesso, ma si rivela veramente Dio accogliendo l’umanità  per attirarla a sé,  e così portarla in alto nella sua vita, la vita vera. Il cristianesimo, infatti, è la religione della vita, quella vera, come spesso precisa Benedetto XVI. La vita che Cristo porta all’uomo non è solo la vita futura, la vita dopo la morte corporale; e neppure la vita gloriosa alla fine del mondo, quando i corpi  risorgeranno come il corpo di Gesù dalla tomba, e Dio farà nuove tutte le cose (cfr Apocalisse 21). La vita nuova che porta Cristo risorto è già ora sulla terra: “ io vivo e voi vivrete” (Giovanni 14,19) scrive l’evangelista Giovanni. E ancora, “chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno” (id 11,25). Non si tratta solo dell’al di là , ma anche dell’al di qua. Già ora i discepoli di Cristo vivono la vita piena, la vita che Gesù chiama “vita eterna” e  che non coincide con l’esistenza terrena, ma è più profonda e più reale. Di che cosa si tratta dunque? La vita eterna, la vita vera, è un avvenimento “relazionale”, è una relazione. Mediante la relazione del discepolo con Colui che è la vita stessa, anche l’uomo diventa un vivente, sapendo che lontano da Dio non vi è vita vera, ma solo il nulla che si mette la maschera della vita. Per questo i cristiani si chiamavano semplicemente “i viventi”, perché avevano trovato ciò che tutti cercano: la vita stessa, la vita piena e quindi indistruttibile. Ecco perché anche se il corpo mortale va in disfacimento, il cristiano è sempre vivo, perché vive in rapporto con la Vita stessa. Cari amici, abbiamo la grazia di essere i viventi! Possiamo non essere felici? Anche quando il cristiano è perseguitano e ucciso, quando è ferito dalla malattia, dagli anni, dalla morte fisica, egli è e resta un vivente, perché vive nella relazione con Gesù. Viviamo la gioia  di questo dono, di questo stato, di questo coesistere che è convivere con Lui? Ne gustiamo la bellezza e la grazia?
Ma, ci chiediamo: come giungere a ciò? È il Maestro che ce lo rivela: “Questa è la vita eterna: che conoscano Te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato Gesù Cristo” (Giovanni 17,3). Conoscere, nella Bibbia, indica non solo l’operazione dell’intelligenza, ma l’ essere una sola cosa  con ciò che si conosce. Conoscere Dio non è studiarlo, ma  incontrarLo, è comunione e quindi vita, perché Lui è il Dio della vita.  La conoscenza di Dio in Cristo dà forma alla nostra esistenza: dà la forma del dono, la forma della verità e dell’amore, poiché Dio è Verità e Amore.

5. Gesù, il Redentore del mondo

Il Signore Gesù è  sceso nel mondo non per negare il mondo, ma per purificarlo e assumerlo nella sua vita e nella sua gioia. La sua discesa ha scelto una strada, la “via crucis”, la via della passione e della croce. Ma perché, ci chiediamo, una scelta tanto dolorosa, oscura, tormentata? Era così necessario? Non c’era altro modo che quello della sofferenza e della morte, del sangue? Essere dunque l’ agnello  immolato, prefigurato nella Pasqua ebraica, nei sacrifici del tempio, voleva dire questo? La via dolorosa della croce? Può, il Dio della vita volere questo? Ma che cosa vuol dire purificare, redimere, salvare? Da che cosa abbiamo bisogno di essere salvati? In una cultura dove ciò che conta è la salute, la forma fisica, l’efficienza, il successo, il benessere…essere salvati rimanda a tutto ciò che è contrario: malattia, vecchiaia, rughe, inefficienza, dipendenza, decadimento, morte. Da queste cose l’uomo contemporaneo vuole essere salvato. Però la realtà – anche puramente umana – non dice questo. Nonostante  i condizionamenti di ordine materialistico, come se l’uomo fosse un caso fortuito dell’universo, un grumo di materia e niente più – in verità l’uomo è uno splendido paradosso: è un “grumo spirituale”-  l’esperienza rimanda continuamente al mondo interiore, un mondo che ha confini ben diversi da quelli fisici a cui è pur intimamente intrecciato; fa sentire istanze di altro ordine rispetto a quelle immediate e circoscritte; rimanda alla dimensione etica e spirituale; sa che esiste una bellezza che non è quella del corpo, ma quella dell’anima.
Ma questa bellezza può essere oscurata dal peccato: ciò che Heidegger dice del “si” impersonale, dell’esistenza in autentica, o Marx dell’alienazione dell’uomo…in fondo dicono con parole umane la realtà del peccato. Questo è sempre un disordine, un allontanamento dalla casa, un girare le spalle alla verità e al bene: il peccato crea sempre una barriera, un ostacolo tra la creatura e il Creatore. L’uomo si allontana dalla sua verità che è Dio, e quindi dalla sua felicità. Vuole essere lui il criterio del bene e del male, come l’antico Adamo nel Paradiso terrestre. La disobbedienza dell’uomo non tocca  Dio, ma fa male all’uomo. Dio però non s’arrende, e come il Pastore scende dal cielo, dalla sua divinità, si fa uomo e va in cerca dell’umanità perduta e infelice. Sceglie la via dell’amore.
Ma, tornando alla domanda: per essere una  scelta d’amore, era proprio necessaria la via della croce? Insieme a  Gesù, possiamo dire che era necessaria perché Dio voleva amare i suoi che erano nel mondo sino alla fine (cfr Giovanni 13,1): sino alla fine dei suoi giorni terreni, ma soprattutto sino al limite delle possibilità umane. La croce è così  l’estrema radicalizzazione dell’amore incondizionato di Dio: nella donazione di sé sulla croce, Gesù depone tutto il peccato del mondo nell’amore di Dio e lo scioglie in esso. In Lui, Dio e mondo sono finalmente in contatto, Egli è l’unico punto dell’universo dove avviene l’incontro, dove si riapre il varco tra la terra e il cielo, dove il mondo ritrova l’accesso a Dio, quell’accesso che né i sacrifici antichi, né la purezza legale, né alcun rituale o alcun volontarismo generoso, avevano potuto aprire. L’uomo non poteva riaprire quel varco che il suo peccato aveva chiuso, ma sulla croce avviene il grande sacrificio di espiazione: con la sua obbedienza fino al dono di sé, Cristo toglie il grande ostacolo (ex piaculum =  toglie l’obice) che si frapponeva tra Dio e l’uomo. È Dio  che se ne fa carico: tramite un amore fino alla fine, un amore che si fa dono estremo,  Dio stesso si fa luogo di riconciliazione e, nel Figlio, prende la sofferenza  su di sé, e attrae l’umanità in alto fino al suo cuore. È questo, ormai, il nuovo culto e il nuovo tempio dove il mondo s’incontra con il suo Dio nella riconciliazione ritrovata.

6. Entrare nel cuore della croce

E noi? Essere assunti ed  elevati dalla vita di Gesù, che cosa significa per noi? Come rivolgerci al Padre incorporati a Cristo? Anche noi siamo chiamati a fare ciò che il Figlio unigenito fece sulla croce: offrire un culto  gradito e spirituale. Ma al di là del sangue sparso, dei dolori atroci della passione, della morte fisica, che cosa è accaduto sul legno della vita? Per rispondere a questa domanda bisogna andare nell’orto del Getzemani: “La mia anima è triste fino alla morte (…) Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu” (Marco 14,34-36). Certamente si tratta dell’angoscia umana di fronte alla morte, ma c’è anche qualcosa di più. È l’orrore di Colui che è la Vita e che si vede crollare addosso tutto il male del mondo, con il suo potere di distruzione e di rifiuto dell’amore di Dio. E dato che l’amore doveva essere fino alla fine, Egli accoglie l’abisso del male, lo lascia entrare nelle sue viscere, fino ad essere “fatto peccato”, Lui il giusto. Gesù si abbandona all’amore senza limiti e liberamente, in modo sovrano, dona la sua vita perché il mondo abbia la vita vera. Proprio così Dio si rende manifesto nella sua verità: Egli è Colui che, per amore, oppone se stesso alle potenze del male passato e futuro, al male radicale e ai mali di tutti i tempi.
Nella prima parola di Gesù nell’orto – “se possibile, allontana da me questo calice”- è presente tutta la resistenza della natura umana all’amore e alla verità di Dio. Ma Gesù vince:  accoglie l’opposizione e la trasforma nella volontà oblativa di Figlio: e in quel momento cambia la storia, perché trascina tutti dentro alla condizione di figli. Cristo Gesù,  nuovo Adamo, compie quell’atto di fiducia e di abbandono, di obbedienza e di consegna, che l’antico Adamo non aveva compiuto, vedendo nel “sì” alla volontà di Dio la minaccia alla sua libertà anziché la via per essere veramente se stesso.
Ecco dove il Signore ci chiama e ci eleva: ci chiama ad entrare nella sua obbedienza, e così  fare di noi un sacrificio gradito a Dio; ad adorarlo in spirito e verità. È questo il nuovo e vero culto: non il sangue di animali, ma l’obbedienza della fede e dell’amore. Per questo possiamo dire che il nuovo culto a Dio è il “culto nella forma della parola ascoltata, accolta e vissuta con fiducia e amore”, soprattutto quando questa parola non ci è chiara o va contro i nostri comodi e interessi, le nostre abitudini, i nostri modi di ragionare spesso condizionati dalle logiche del mondo.

7. La vita spirituale

Si apre, così, la prospettiva della vita spirituale come risposta al dono di Dio. Se la redenzione operata da Gesù è grazia, se è Lui che ci attira a sé nella sua vita di Figlio, e quindi ci fa creature nuove, se ci rende dei viventi, tutto ciò chiede la disponibilità di ciascuno,  la collaborazione della nostra libertà, perché senza la libertà nostra non esiste l’amore. Dio  attende il nostro amore non perché Egli ne abbia bisogno, ma perché ne abbiamo bisogno noi. Essere cristiani, abbiamo visto, è innanzitutto un dono, che però si sviluppa nella dinamica del vivere e agire insieme a questo dono, nella coerenza alla grazia. Cristo Gesù agisce in noi se noi lo lasciamo agire, anzi se coltiviamo il rapporto d’amicizia con Lui.  La fede è una cosa viva perché è relazione e, come tutte le cose vive, chiede cura. Non possiamo sorprenderci se col passare degli anni diventa languida, se la sentiamo poco significativa, un ricordo d’infanzia. Se noi cresciamo, la fede deve crescere con noi, altrimenti resta infantile, non radicata e fondata in Cristo, roccia viva; non pensata nelle sue ragioni, non consapevole dei suoi contenuti, e quindi inadeguata ad illuminare e sostenere le complesse sfide della vita. In tal caso, non possiamo lamentarci incolpando la fede, ma dovremo lamentarci di noi stessi, perché non ci siamo impegnati a conoscerla e ad approfondirla. Essa è amicizia da coltivare con Gesù, ma è anche patrimonio di verità da scoprire e imparare con pazienza e metodo. Se vogliamo schematizzare, possiamo dire che sono necessari cinque verbi: conoscere, stare, custodire, vivere, testimoniare. Il vivere e il testimoniare saranno oggetto della catechesi di domani. Pertanto diciamo una breve parola sui primi tre verbi.
Conoscere. Il Concilio Vaticano II, nella Dei Verbum, afferma che Dio si rivela attraverso due fonti, la parola scritta e la parola orale: ecco la Bibbia e la Tradizione della Chiesa. La Chiesa, con il suo Magistero e l’assistenza dello Spirito Santo, garantisce che la fede sia apostolica, cioè quella degli Apostoli, gli unici che hanno visto e ascoltato Gesù nella vita pubblica fino alla morte e risurrezione. La conoscenza della fede, allora, passa necessariamente dalla conoscenza della divina Rivelazione nelle sue due fonti. Ma ci dobbiamo chiedere: quanto ne sono consapevole, quanto mi dedico a conoscere il Vangelo e il Magistero della Chiesa? Il Santo Padre, nel suo Messaggio, vi esorta ad “acquisire una fede matura, solida, che sia non fondata unicamente su un sentimento religioso o su un vago ricordo del catechismo della vostra infanzia” (Messaggio, 4). L’ “io” credo, che solo ognuno di noi può dire per sé, deve inserirsi nel “noi” crediamo della Chiesa, perché se la mia fede non è la fede della Chiesa, del popolo di Dio che attraverso duemila anni conserva e tramanda la fede degli Apostoli, allora la mia fede potrà essere mia, ma non quella cristiana. La conformità con la fede dei Dodici è garantita dalla Chiesa, e in particolare da Pietro al quale Gesù affida il compito di “confermare i fratelli nella fede”. Ecco il “munus petrino”, il compito e il dono di Pietro e quindi del Papa. Un modo concreto, uno strumento completo e certo per crescere nella conoscenza di Cristo e del suo pensiero, è il Catechismo della Chiesa Cattolica con il suo Compendio. Esso è indispensabile per essere consapevoli della nostra fede e per poter rispondere alle domande e alle grandi questioni che le persone e la cultura contemporanea pongono ai credenti. Di fronte alle sfide che derivano dallo sviluppo delle tecnoscienze, della multiculturalità, della globalizzazione, non si può restare in silenzio come se la fede non avesse nulla di proprio e di decisivo da dire. È in gioco, oggi, l’umanità stessa dell’uomo, la linea di confine tra ciò che è umano e ciò che è disumano e che si vuol far credere come uno stadio superiore di civiltà. Che cosa siamo capaci di dire? Ma, ripeto, questo è il tema specifico di domani sulla testimonianza.
Stare. Per stare intendo lo stare con chi si ama, poiché l’amore, l’amicizia, richiedono dei tempi e dei luoghi per stare insieme. Parlo della preghiera personale, e parlo della vita sacramentale centrata sull’Eucaristia e sulla Confessione. Cari Amici, senza questo stare con Lui, non si cresce nel rapporto con Lui. È inevitabile: le cose vive o si alimentano – stando cuore a cuore – oppure languono. È la legge della vita. Non abbiamo il tempo di dire altro, ma ci siamo intesi! Non si tratta di riservare a Gesù qualche rimasuglio di tempo e di attenzione: qui si parla di ogni giorno! Ogni giorno il dialogo personale con Lui; ogni giorno l’ascolto della sua parola; ogni giorno – perché no? – la visita al Santissimo sacramento nelle vostre chiese; ogni giorno – l’ottimo affascina  più del sufficiente – la partecipazione alla Santa Messa. E, dato che siamo peccatori, spesso la Confessione con il Padre Spirituale. Tutto qui: è più lungo dirlo che farlo! Non ho accennato in modo esplicito alla vita della comunità cristiana: ma era implicito nel riferimento alla fede della Chiesa, Corpo di Cristo, dove tutti abbiamo la stessa dignità di figli di Dio e abbiamo diversità di ministeri e di responsabilità.
Custodire.  Nelle cose che ci sono particolarmente care e preziose, vale anche la parola “custodire”, che indica l’attenzione perché non si sciupi il dono, perché il dono non venga deturpato. Da chi può essere scolorita o sfigurata la grazia della fede? Certamente dalla nostra ignoranza. Il primo modo per custodire la fede – oltre a pregare - è conoscerla in profondità, e questo, come è evidente, costa sempre fatica. Ma forse l’amore umano non richiede pazienza, fatica, sacrificio? E poi vorrei mettere in rilievo un altro tipo di pericolo che mi sembra piuttosto diffuso: la convinzione per cui l’ identità chiara della propria fede sarebbe in contrasto con il dialogo e la buona convivenza con tutti, religioni, culture, società. A pensarci bene, è proprio il contrario. Il dialogo,infatti, a qualunque livello e ambito, richiede soggetti diversi che, in quanto diversi, hanno qualcosa di peculiare da dirsi. Se si ha qualcosa di bello e di grande nel cuore – come nel caso della fede in Gesù, del patrimonio ideale e storico della Chiesa – e questo non viene comunicato, allora si diventa anche ingiusti verso gli altri, perché li si priva di un tesoro.
Cari Amici, grazie per il vostro ascolto paziente e generoso: il Signore Gesù vi compenserà e la Santa Vergine Maria vi benedice con la dolcezza e la forza della sua maternità.


Terza catechesi
TESTIMONI DI CRISTO NEL MONDO


Cari Amici, siamo al terzo giorno di catechesi e  alla vigilia dell’atteso incontro con il Santo Padre, Benedetto XVI. Egli, Successore dell’Apostolo Pietro, vi ha chiamati e voi, come sempre, avete risposto con generosità: avete avvertito, nella sua voce, la voce di un Altro che vi chiamava con amore perché aveva qualcosa da dire al vostro cuore. Avete sentito che quella era la voce di Gesù che, attraverso la Chiesa suo corpo, invitava ciascuno di voi. Qualcuno, forse, è venuto per curiosità, forse spinto dalla segreta speranza di trovare qualcosa di bello e di vero. Oggi, in effetti, Gesù ha qualcosa di impegnativo e di grande da proporvi: di grande perché dona significato alto all’esistenza e riempie il cuore dei giovani che – anche se a volta sembrano rassegnati alla mediocrità – in realtà sono inquieti e vanno cercando ideali nobili; e poi il Signore vuole presentarvi una proposta impegnativa perché le cose belle chiedono sempre sacrificio. Siete disposti a questo? La domanda è un po’ retorica, perché se siete venuti fino a Madrid dai diversi punti dell’Italia, è perché siete alla ricerca e disposti a pagarne il prezzo. Guardando voi, infatti, mi viene in mente la parabola del tesoro nascosto nel campo o della perla preziosa (Mt 13, 44-46): sono certo che siete come i protagonisti, che sono entrambi pronti a vendere quanto hanno pur di comprare il campo o la perla più bella di tutte.

1. Essere testimoni di Cristo: dove?

C’è un luogo nel mondo dove la testimonianza è più urgente? A dire il vero, non lo so con certezza. Il tesoro – Cristo - è talmente bello e prezioso, che non esiste punto del pianeta dove non vi sia urgente necessità che il Vangelo sia annunciato e testimoniato. E il cuore di ogni uomo, in qualunque cultura e società si trovi, è talmente sconfinato e affamato di infinito, di vita vera, di amore affidabile, che nessuno può stabilire delle graduatorie. Credo però che esista un criterio da considerare: esso riguarda innanzitutto voi, e poi riguarda le culture nel mondo. Prima di tutto voi:  il Signore manda i suoi discepoli ad essergli testimoni là dove sono, là dove vivono. E allora, prima di interrogarci su dove Lui mi manda, riconosciamo gli ambienti dove in concreto sono: lì Gesù attende me e la mia testimonianza. E poi, una considerazione di carattere generale: sembra che sia meglio coltivare un terreno vergine piuttosto che un terreno già lavorato con altre sementi. Fuori dall’immagine, nelle culture dove il secolarismo è arrivato e ha seminato a larghe mani la sua zizzania è più difficoltoso seminare il Vangelo per un motivo semplice: perché si crede di conoscere già il cristianesimo - mentre invece spesso lo si conosce in modi incompleti o distorti – oppure perché sono attecchiti pregiudizi pseudoscientifici come se il cristianesimo fosse un’invenzione ben congegnata, o la Chiesa un centro di potere, o il clero una casta di privilegiati, o in cristiani gente poco critica e molto malinconica, oppure come se la fede fosse contro la ragione, la scienza e la libertà. E via discorrendo. Il risultato è l’indifferenza verso qualcosa che si presume di già conoscere e che non interessa, irrilevante per il benessere della vita;  oppure è l’ostilità verso una realtà oscurantista che è ritenuta nemica della gioia. Bucare questo duplice muro di indifferenza o di sospetto, certamente non è facile. Se pensiamo al nostro Paese, forse le tinte espresse sono un po’ fosche, ma non si può negare che il secolarismo sul piano teoretico e il consumismo  sul piano pratico siano fenomeni presenti.

2. Secolarismo e consumismo

Il Papa Benedetto XVI, all’inizio del suo ministero pontificale, ha parlato dei vari deserti che esistono nel mondo. Deserti che attendono, spesso in forma inconsapevole, l’acqua che disseta: le molte solitudini che stringono la gola di tanti, le innumerevoli forme di violenza che umiliano la dignità di singoli e di popoli, le disperazioni che uccidono il domani, le ingiustizie che rendono la terra piena di spine e di rovi. Alla radice di questi deserti, troviamo in sintesi un soffocante deserto di verità e di amore: tutto ciò che nel mondo si perpetra contro l’uomo, la vita umana, la libertà, la famiglia, non sono che inevitabili conseguenze di questa devastante aridità spirituale e morale. Vorrei, in questa catechesi, mettere brevemente in rilievo i due deserti che sono noti come secolarismo e consumismo.

a) Il secolarismo è un modo di pensare senza Dio, senza alcun riferimento trascendente, come se l’uomo fosse un grumo di materia e la natura fosse il frutto di un grande “frullatore” che casualmente ha dato origine allo straordinario universo che abitiamo come la nostra casa, con le sue armonie e i suoi colori, le espressioni a volte fragorose e impressionanti, a volte sottili e delicate, poetiche fino alle lacrime. E l’uomo è concepito come un risultato di elementi chimici che si differenzia dal resto della natura non perché è qualcuno, ma qualcosa di un po’ più sofisticato nei suoi apparati. Solo, di fronte alla salma di mia madre – che, paralizzata, ho avuto la grazia di assistere per dieci anni in casa con me - ho visto l’anima, il punto incandescente di ordine spirituale che nessuna evoluzione rigida può produrre perché richiede un salto di qualità: l’uomo non è qualcosa, ma qualcuno e qui sta la diversità, la distanza, l’abisso. Tutto l’affetto, la tenerezza, il sacrificio e la dedizione che mia madre aveva elargito alla sua famiglia e a tanti, il mare di sentimenti e di slanci ideali, la tensione verso il cielo e l’amore ai suoi morti per lei sempre vivi nel cuore di Dio…tutto questo, e molto altro, non poteva ridursi al nulla perché risultato di combinazioni chimiche: sarebbe un’ ingiustizia cosmica inaccettabile. E ho sentito – per lo spazio di un attimo – di toccare la corposità imponderabile di quell’anima che si era presentata al cospetto di Dio e che non mi avrebbe lasciato mai. La certezza di quel momento era più solida della mia stessa esistenza. E contro questo, cari amici, non regge nessun argomento. Ricordate: la via alla verità non è solo quella della ragione – importantissima – ma anche quella del cuore – che non coincide con le sensazioni e l’emotività -  della bellezza, della fede. Tornando al secolarismo, esso pensa come se tutto appartenesse al tempo terreno a non anche all’eternità, a Dio. E la società che  costruisce è guidata da questo presupposto: Dio è una questione privata, non deve avere nessuno spazio nella società, nessun riferimento pubblico. Se c’è, non interessa – come diceva Cornelio Fabro – e deve essere confinato nella più assoluta  privatezza individuale. La società che ne esce è asfissiante perché è come una gabbia dentro la quale l’uomo è condannato a stare senza cielo, prigioniero della propria materialità. Ma se la politica ha come scopo  la giustizia – che è assicurare nei debiti modi a ciascuno il suo – come potrà essere  giusta se esclude a priori la dimensione spirituale e religiosa dell’uomo? Se lo considera un prodotto organico ben confezionato? Come potrà rispondere agli aneliti che il cuore avverte  verso l’ infinito, il desiderio di bellezza, la vocazione alla vita piena? “Il mondo senza Dio – scrive il Santo Padre nel Messaggio – diventa un ‘inferno’: prevalgono gli egoismi, le divisioni nelle famiglie, l’odio tra le persone e tra i popoli, la mancanza di amore, di gioia e di speranza” (Messaggio, n. 3)
Ciò, evidentemente, non significa creare uno Stato confessionale o teocratico, ma uno Stato non materialista e indifferente nei confronti della religione. Comprendiamo che il secolarismo è un deserto particolarmente arido: verso la religione in genere, ma in modo particolare verso il cristianesimo, ostenta insofferenza e ostilità. Non di rado arroganza.

b) Se il secolarismo è un modo di pensare senza Dio, il consumismo è un modo di vivere senza Dio: il primo è teorico, il secondo è pratico, ma gli estremi s’incontrano. Il buon senso popolare dice che si vive come si pensa, ma spesso si finisce di pensare come si vive. Qui il deserto sta non tanto sul piano delle idee ma delle azioni, del modo di vivere. Il consumo di beni materiali, la ricerca delle comodità e del piacere, la creazione di sempre nuove esigenze fisiche, psicologiche, emotive, diventano non solo un modo di vivere ma di pensare; e questo rafforza e alimenta un certo modo di vivere all’insegna della materialità. Non si nega Dio ma lo si allontana, essendo sempre più dentro ad una spirale che rende evanescenti le voci dello spirito, insignificante la cura dell’anima, flebile il mondo della fede. La stessa dimensione etica si indebolisce sotto la suggestione crescente delle soddisfazioni immediate e materiali. Anche in questo tipo di deserto, si crea una specie di fronte gommoso che non si riesce facilmente a scalfire, ma, naturalmente, non è impossibile con la forza della grazia.

3. “Guai a me se non predico il Vangelo”

I discepoli sono inviati a testimoniare e annunciare Gesù. Possiamo chiederci: ma è proprio necessario dire il Vangelo a tutti? Non basta che ognuno segua la propria coscienza, religiosa, morale, filosofica, e Dio, che giudica i cuori, vedrà la buona fede? È, questa, una domanda che qualcuno si è posto e, a seconda della risposta, si diventa o no testimoni e messaggeri di Cristo. Non si tratta di giudicare il cuore della gente, si tratta di avere in mano una perla talmente preziosa e bella che non si può tenere per se soli. E la perla preziosa è il Signore Gesù. Se ieri abbiamo riflettuto sulla bellezza unica di Cristo, sulla assoluta novità del cristianesimo, sulla vita nuova e vera, abbiamo forse sentito un brivido di commozione: per questo non possiamo tacere. Ill problema, cari Amici, è tutto qui. Se per te, Cristo è importante sì ma senza esagerare, è amico sì ma ce ne sono anche altri, è prezioso come un “soprammobile” caro ma non è la tua casa,…allora  continuerai a  chiederti: ma non basta che ognuno segua la propria coscienza? Perché scomodarsi e scomodarlo? Forse però bisogna lasciar risuonare sul serio le parole di Gesù: “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra” (Lc 12,49), “E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare” (Gv 10,16). E queste parole come si spiegano?  Possiamo noi silenziarle? sbiadirle? O svuotarle della loro urgenza e della loro passione? Ma allora, con la medesima flemma, potremmo chiederci: ma era proprio necessario un dispendio così grande di energie, fino alla morte di croce? Non si poteva seguire la buona coscienza di ciascuno?  Comprendiamo tutti che è in questione ciò che Gesù ha fatto di unico per l’umanità, ma anche è in causa quanto Lui sia importante per me, per ciascuno di noi: “ Cristo non è un bene solo per noi stessi – dice Benedetto XVI – è il bene più prezioso che abbiamo da condividere con altri” (Messaggio, n. 5). Anche noi, come l’apostolo Pietro, dobbiamo dire: “noi non possiamo tacere” (At 4,20).

4. Come fare?

Ma come fare? Che cosa vuol dire essere testimoni oggi, nella nostra parte di mondo, l’Occidente, l’Europa, l’Italia? Tenendo bene in mente che ogni discepolo di Cristo è costituito testimone e quindi anche missionario, mi limito ad alcuni elementi essenziali.
Dobbiamo mantenerci tutti in stato di permanente conversione. Non siamo mai del tutto convertiti, mai arrivati. Il dono della fede è straordinario, il Battesimo ci ha incorporati a Gesù, la Confermazione ci ha resi capaci del coraggio della testimonianza, l’Eucaristia è il pane di vita eterna, la Penitenza il lavacro della riconciliazione…ma sempre di nuovo dobbiamo implorare ed esporci al sole della grazia perché purifichi, converta i nostri cuori e le nostre azioni. Perché ci converta dalle logiche del mondo che insidiano il pensare secondo Gesù. Ritorna la necessità assoluta di una seria vita spirituale come la tradizione e i Santi ci insegnano. Se non cresce il nostro arrenderci a Cristo e la nostra risposta d’amore a Lui, la nostra testimonianza sarà tiepida, la nostra parola non sarà quella di un messaggero, ma di un cronista neutro. Perché la vita e la parola siano contagiose devono nascere da un cuore caldo, magari con le sue cadute e fragilità, ma con un cuore ardente e deciso.
Il testimone, inoltre, deve conoscere il mistero di Cristo e della Chiesa, poiché la testimonianza non nasce da un puro sentimento, ma da una consapevolezza fatta di carne, di intelligenza, di cuore. Le domande alle quali si espone il discepolo, sono oggi molteplici e non facili; richiedono non solo la fede, ma una fede pensata, cioè una preparazione  dottrinale sufficiente per comunicare la fede in un mondo complesso e mutevole. La Bibbia, il Catechismo della Chiesa Cattolica, il Compendio della Dottrina Sociale sono strumenti oggi indispensabili: meglio, sono sorgenti sicure e complete per alimentare la nostra fede, per conoscerla, e per comunicarla a chi, oggi, ha dubbi e pregiudizi ma cerca certezze.
Bisogna credere al Vangelo! Mi riferisco in particolare alle parabole del seminatore. Perché il mondo non si converte? Perché Il Maestro non convince tutti? Lui che è nello stesso tempo il seme buono, il messaggero che conosce meglio di ogni altro il cuore dell’uomo e le vie migliori del comunicare? Sono domande che forse i  discepoli si facevano, e che toccano anche noi. Nella prima parabola Gesù loda il seminatore che semina con generosità – “opportune et importune” direbbe San Paolo – senza andare a scegliere i terreni buoni, a costo di perdere la semente. Ogni terreno ha bisogno di incontrare il seme buono del Vangelo, incontrarlo con la sua libertà. Non possiamo dimenticare questo duplice richiamo e diventare dei cristiani cupi, polemici, pessimisti. Ricordiamo la generosità del seminatore che è certo che il seme è buono – è Gesù! – ma l’uomo è libero. Nella seconda parabola, il Maestro ricorda che il seminatore – come il testimone di Cristo – deve stare sereno dopo aver lavorato generosamente. Deve andare a riposare sapendo che, nel cuore della notte e del terreno, il seme è vivo. Come a dire che ciò che il discepolo testimonia con l’esempio e con la parola, in qualche misura resta e un giorno, con la grazia di Dio, maturerà. Infine, nella terza parabola, il Signore raccomanda ai suoi Apostoli la pazienza della gradualità, di credere ai tempi di Dio, ai piccoli passi nella crescita. L’immagine dell’albero che germoglia dal piccolo seme di senape, e poi diventa un albero così grande che ospita gli uccelli del cielo, ci raccomanda questo. Cari Amici, tutte e tre le parabole ci invitano ad avere fede, coraggio, generosità e pazienza. Noi tutti vorremmo vedere il risultato subito proporzionato alle nostre fatiche. Ma le cose non vanno così.
Tenere ferma l’immagine evangelica: essere “sale della terra e luce del mondo” (Mt 5, 13-14). Le due immagini vanno tenute insieme, perché se il sale suggerisce la logica dell’incarnazione nella vita quotidiana, quella dei vostri coetanei, degli ambienti di vita della gente, la condivisione dei problemi e delle gioie di tutti. L’immagine della luce ricorda invece che il testimone deve anche essere luce, cioè non solo dentro al mondo, ma anche davanti al mondo. Deve accettare di essere guardato, come la luce sul candelabro o la città posta sul monte; e questa posizione  non è affatto comoda! Ma è necessaria per poter testimoniare e annunciare Cristo. Viene in mente l’altra parola del Maestro: “siete nel mondo ma non del mondo” (Gv 17,14) . Il  modo di essere nel mondo e amarlo, è quello di non essere del mondo, avere cioè una parola e uno stile di vita diverso perché coerente al Vangelo. Se i discepoli non solo sono nel mondo, nella vita degli altri, della città umana, ma anche si comportano e ragionano secondo le categorie mondane, come possono essere luce? Sono semplicemente omologati. C’è a volte la tentazione di non essere visibili ed evangelicamente  differenti in nome dell’incarnazione nella vita degli altri. È un inganno. Così ci può essere l’equivoco di essere visibili in nome della luce, ma senza condividere in modo evangelico la storia. L’uno e l’altro modo vanificano la testimonianza. Ma cosa vuol dire essere luce? Forse l’immagine del sale nella pasta della vita può essere più facile da tradurre, ma essere luce? In sintesi, possiamo dire che l’immagine ci rimanda a due modalità: essere luce con la parola ed essere luce con le opere. Abbiamo già visto la necessità di una fede pensata, capace di dare ragione di se stessa; ma la fede pensata è necessari anche per “pensare nella fede” come ricordava Antonio Rosmini: pensare nella fede significa  essere capaci di porre un giudizio  secondo Cristo, nel bene e nel male. Ma vi è anche la luce delle opere, tenendo conto la prima opera è la nostra vita quotidiana, in famiglia, al lavoro, nel tempo libero. Vi sono anche le opere di carità, di vicinanza al bisogno, di solidarietà con i deboli e i poveri, che fanno parte della tradizione cristiana. Vorrei, al riguardo, fare solo una precisazione: le opere che nascono dalla fede  devono portare il volto di Cristo, non devono ridursi a reti di assistenza che, pur lodevoli e quanto mai opportune, non lasciano trasparire l’ispirazione del Vangelo. Devono dire Gesù non solo le nostre parole, ma anche le nostre opere. L’unità di misura, ma innanzitutto la sorgente perenne della carità evangelica, resta la Santa Eucaristia: nello “spezzare il pane” eucaristico, è ricordato che la premura per l’altro non è un settore accanto al culto, ma è radicata nel culto. Come a dire che la dimensione verticale e quella orizzontale non possono essere separate.
Infine, il Signore ha chiesto ai suoi discepoli un miracolo, un miracolo decisivo perché il mondo creda. Abbiamo tutti inteso: si tratta della nostra unità della comunità cristiana, del nostro amore alla Chiesa: “Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21). Questa parola deve essere illuminata da un’altra: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). La preghiera di Gesù ha di mira proprio questo: rendere evidente la potenza della Croce che segna l’inizio di una umanità nuova, di un modo nuovo di essere nel mondo. Proprio in quanto la logica del mondo tende a contrapporre e a disgregare, quanto più vive di conflittualità e di polemiche, l’unità dei discepoli è agli occhi di tutti un prodigio, qualcosa che desta sorpresa e rende pensosi perché va contro tendenza, è inspiegabile con le categorie correnti. Si rende visibile così una potenza diversa. Qualcosa di nuovo è accaduto nel mondo: Gesù Cristo, Dio stesso è all’opera nella unità degli uomini. Infatti è Dio che sta all’origine e a fondamento della comunità: è Gesù che  unisce i discepoli e li tiene uniti nei momenti di difficoltà e di tensione. Essi devono guardare sempre a Lui per poter guardare i volti diversi degli altri e riconoscerli fratelli. Fuori da questo fondamento,  vedrebbero le differenze solo come opposizioni. Ed è nell’Eucaristia che i discepoli ritrovano luce e forza per camminare nella via dell’unità. La Chiesa è una comunione fraterna e gerarchica, dove molte sono le mansioni: così Gesù l’ha voluta. Amare la Chiesa ed essere parte affettiva e attiva di questa comunità, che è il corpo mistico di Cristo, significa dire al mondo che Dio c’è e che le potenze della divisione sono state vinte da Cristo.
Una breve parola riguarda un fronte potremmo dire nuovo della testimonianza cristiana, un fronte che – a quanto mi sembra – deve essere ancora percepito in tutta la sua portata e urgenza. Qual’ è il campo sul quale i discepoli sono chiamati a portare chiara e netta la parola e l’esempio? È il campo dei valori che Papa Benedetto ha da subito definito “non negoziabili”, e cioè: la vita umana senza sconti, la famiglia naturale fondata sul matrimonio, la libertà religiosa ed educativa. Questi valori, fondativi della persona, stanno nel DNA della natura umana, sono come un “ceppo” vivo e vitale che genera ogni altro germoglio valoriale necessario come il lavoro, la solidarietà, la cultura, la salute, la pace, e via discorrendo. Sono questi valori che costituiscono l’ “etica della vita”, e che fondano e garantiscono l’“etica sociale”: “Quando una società – scrive il Santo Padre Benedetto XVI – s’avvia verso la negazione e la soppressione della vita, finisce per non trovare più le motivazioni e le energie necessarie per adoperarsi a servizio del vero bene dell’uomo. Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono” (Caritas in veritate, 28). Comprendiamo  che è in gioco l’umano dell’uomo; è il problema antropologico che i Vescovi italiani hanno messo a tema da più di quindici anni e che fa da sfondo culturale alla questione educativa del decennio pastorale. È su questa linea di confine, tra l’umano e il disumano, che c’è bisogno urgente di testimoni consapevoli e credibili, e questa, in un certo senso, è una sfida nuova soprattutto per voi. E c’è bisogno di educatori accorti per i più giovani.
Cari giovani, non siete soli: la Chiesa è con voi, i vostri Pastori vi sono accanto con affetto e rispetto. Non siete soli. Tra voi dovete intensificare le reti virtuose della preghiera, dello studio, dell’agire, per sostenervi, per meglio comprendere e operare. Con voi vi è la schiera dei Santi e dei Martiri, i grandi testimoni della fede e dell’umanità vera. Essi, nei duemila anni di storia cristiana, si sono opposti agli errori, alle violenze e alle ingiustizie, hanno amato e difeso il Vangelo, la Chiesa, l’uomo. E anche il tempo ha dato loro ragione, riconoscendo – magari con ritardo – la loro forza di profezia irrorata spesso dal sangue della loro vita.
Alla Madonna, la Grande Madre di Dio e nostra, ai Santi, testimoni gloriosi dei secoli, affidiamo i nostri propositi e le nostre comunità cristiane. Affidiamo con amore i nostri Vescovi, i Sacerdoti, il Santo Padre Benedetto XVI che abbiamo accolto con gioia e commozione ripetendo, nei nostri cuori, le parole della liturgia: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”.