Prima catechesi
SALDI  NELLA  FEDE
Luciano Monari, vescovo di Brescia
 

I
La fede ha qualcosa a che fare con lo stato di chi è innamorato. Gli occhi di un innamorato vedono il mondo come gli occhi di tutti: le cose, i colori, le forme, le sfumature; eppure il suo cuore riconosce e risponde a una bellezza che gli altri non colgono. Il mondo è duro per lui come per tutti: bisogna studiare e lavorare e soffrire e rialzarsi dalle cadute, lui come tutti. Eppure lui ha un motivo forte per affrontare la fatica di vivere e può ‘sperare contro ogni speranza’ come scrive san Paolo, cioè sperare anche quando i motivi esterni di speranza sembrano venire meno. È illusione? fantasia? ostinazione? proiezione dei propri desideri? tentativo di esorcizzare la paura? O è davvero la percezione del senso profondo delle cose? Chi crede è un illuso che vuol vedere quello che non c’è non si lascia persuadere dalla realtà perché la realtà gli appare troppo dura da sopportare o chi non crede è un cieco, che non percepisce alcune lunghezze d’onda dell’esperienza e che mortifica la realtà restringendola a quello che può vedere, sentire, toccare, controllare?
La fede si lega strettamente con l’amore. Se si trattasse solo di fare un’affermazione vera, tipo: “Dio esiste”, basterebbe la ricerca intellettuale perseguita fino a raggiungere un giudizio, certo o probabile. Ma si tratta di aver fiducia, di consegnare la propria vita a Qualcuno, di orientare il proprio cammino verso di Lui come se Lui fosse l’ultimo, necessario orizzonte; e tutto questo richiede anche amore. Come dice san Giacomo, anche i demoni sanno che Dio c’è, ma per loro questa conoscenza non diventa affatto salvifica perché il Dio che essi affermano lo vedono come un estraneo da rifiutare, un nemico da combattere. Fede vera è invece quella di Abramo, l’amico e confidente di Dio, che ascolta la promessa di Dio e crede e si mette in cammino; o quella di Mosè, che parla con Dio bocca a bocca (Nm 12,8) e diventa strumento docile di Dio per la realizzazione della sua volontà di salvezza; quella di Francesco che intona il Cantico delle Creature per lodare e benedire Dio; o quella di madre Teresa che riconosce la gloria di Dio sul volto dei moribondi di Calcutta e li ama e se ne prende cura. Questa fede non nasce nella coscienza dell’uomo senza un sincero atteggiamento di amore – verso Dio – verso la creazione di Dio – verso la volontà di Dio che governa il mondo.
Vivo. Non ho scelto io di venire al mondo; e nemmeno ho scelto il tempo e il luogo della mia nascita, i genitori che mi ha generato o il paese dove sono cresciuto. Qualcun altro ha scelto per me e mi ha messo al mondo, senza chiedermi parere o consenso; adesso tocca a me vivere, tocca a me prendere in mano la mia vita e spenderla; darle una forma e scegliere quale forma darle, quale senso riconoscere e quale scopo perseguire. Mio padre e mia madre mi hanno messo al mondo nella convinzione che valga la pena vivere; hanno creduto, sperato, hanno fatto una scommessa senza avere nessuna sicurezza previa. Sono nato in tempo di guerra, nel 1942. Le prospettive di vita non erano affatto gradevoli in Italia; i rischi erano sempre più evidenti e vicini: i bombardamenti, le deportazioni, le vendette personali e di partito... Se, nonostante tutto, mi hanno messo al mondo, i miei genitori dovevano nutrire una speranza robusta; dovevano essere convinti che, pur con tutti i rischi e con tutte le sofferenze, valeva la pena far nascere un marmocchio e spalancargli davanti l’ampiezza di questo mondo. Hanno avuto speranza, hanno avuto fede. Hanno fatto bene a credere? O sono stati  imprudenti?
Adesso tocca a me. Vivo in questo mondo grande e bello, ma anche pericoloso e tremendo; esperienze esaltanti si intrecciano con paure, sofferenze, tensioni. Non mancano obiettivi affascinanti, ma ogni conquista viene pagata con un prezzo, a volte elevato. Vale la pena vivere? Come debbo situarmi di fronte alla vita, al mondo? Posso avere fiducia o debbo guardarmi attorno con sospetto? Posso rischiare il gesto gratuito dell’amore o debbo controllare il dare e l’avere di ogni singola operazione? Siccome vivo, non posso sottrarmi a questa scelta; che lo voglia o no, con ogni scelta che faccio io prendo posizione, almeno implicitamente: dico di sì alla vita o la rifiuto, l’apprezzo o la disprezzo. M’impegno a conoscere le cose, ad agire con senso di responsabilità? In questo modo, implicitamente, affermo che il mondo è degno della mia attenzione e del mio impegno e che la vita è degna di essere vissuta. Mi faccio con la droga? O mi abbandono all’alcool? Implicitamente dico che il mondo non è buono così com’è; che debbo alterare le mie percezioni per riuscire a sopportarne la durezza; che mi sento di vivere solo in un mondo virtuale. Mi impegno in relazioni serie, leali di amicizia e di amore? Lo posso fare coerentemente solo se do fiducia all’altro, se riconosco che nel rapporto con lui miglioro me stesso, porto a compimento la mia esistenza. Insomma, la vita che vivo esprime la mia posizione di fronte al mondo e alla vita; se non voglio ‘lasciarmi vivere’ e diventare un giocattolo inconsapevole nelle mani di qualcuno o di qualcos’altro debbo decidere quale voglio sia la mia collocazione di fronte al mondo.
Nemmeno posso rimandare la scelta a un futuro lontano. Non posso fare prima un esperimento di vita e, al termine dell’esperienza, valutare se valeva la pena avere fiducia o no; ho una vita sola e mi tocca scriverla subito in bella copia; posso scrivere oggi una riga diversa da quella che ho scritto ieri, ma non posso cancellare il passato. Quello rimane lì, testimone della mia saggezza o della mia stupidità, della mia generosità o del mio orgoglio. Sono costretto a vivere, scegliere, agire - adesso; adesso debbo dire se vale la pena vivere e quindi impegnarmi con tutto me stesso a vivere bene; o se la vita è in ogni modo una fatica inutile e quindi l’unico atteggiamento saggio è attraversarla cercando di pagare meno dazio che si può – cercando solo di aumentare al massimo la quota di piacere che godo e di ridurre al minimo la quota di dolore che patisco.

II
In questa situazione, che cosa significa: avere fede in Dio? La fede è risposta libera dell’uomo all’amore originario di Dio. L’amore è gratuito, ma tende alla reciprocità; dona con disinteresse, ma desidera suscita la corrispondenza di chi è amato. Così è nelle relazioni umane; così è con Dio. Dio ci ama gratuitamente, prima di tutto quanto possiamo fare o meritare; ci ama nonostante la nostra piccolezza, anzi nonostante i nostri peccati e la nostra infedeltà. Ci prende così come siamo – saggi o stolti, sinceri o ipocriti. Ma non ci lascia così come siamo. Il suo amore tende a farci interiormente belli e spiritualmente buoni; tende a suscitare in noi una risposta di fiducia, di amore, di comunione. La fede è dunque la risposta libera e consapevole della creatura a una dichiarazione di amore di Dio creatore al mondo e a noi stessi. Ma dove, come Dio fa questa dichiarazione? Dove dice il suo amore per noi?
La storia della letteratura italiana comincia con un testo famoso, il Cantico delle Creature di san Francesco: “Altissimo, Onnipotente, buon Signore, a te si addicono le lodi, la gloria e l’onore e ogni benedizione… lodato sii, mio Signore, con tutte le tue creature…” con quello che segue: la lode a Dio per il sole raggiante che parla della bontà e della provvidenza di Dio, per la luna e le stelle che illuminano la notte, per il vento e le nubi e il sereno, per l’acqua umile e utile e preziosa e casta, per il fuoco, per la terra che ci nutre come una madre. Addirittura la lode a Dio per la morte che non fa nessun male ai giusti ma li introduce nella vita stessa di Dio. Ecco, il mondo visto con gli occhi di un innamorato, quelli di san Francesco. Va ricordato: quando Francesco intonò questo cantico era quasi cieco, pativa dolori lancinanti di stomaco, aveva conosciuto delusioni e umiliazioni e amarezze. Non era l’uomo sano che gode delle sue forze e sente il mondo come luogo dalla sua affermazione e del suo successo; era un uomo sofferente fori e dentro, nel corpo e nell’anima. Eppure il mondo gli parlava ancora di Dio, come un dono di amore che dà tenerezza e sicurezza insieme.
Questa è la prima, essenziale dichiarazione d’amore di Dio: il mondo, la natura, con la sua immensità e la sua forza, con la sua bellezza e la sua utilità. L’uomo vive sulla terra e dalla terra riceve la sua possibilità di esistere; la terra è dono di Dio, ha scritto in sé il messaggio dell’amore e della premura di Dio verso di noi. Sono tanti i salmi di ringraziamento a Dio creatore, preghiere che nascono dal senso di stupore e di rispetto per la grandezza del mondo, dalla riconoscenza per ciò che l’uomo riceve dalla creazione. “Lodate il Signore perché è buono, perché il suo amore è per sempre… ha creato i cieli con sapienza… il suo amore è per sempre… ha disteso la terra sulle acqua… il suo amore è per sempre.” Posso studiare la natura e conoscere i passi del suo sviluppo; posso servirmi delle sue leggi fisse per costruire un mondo tecnologico e migliorare la mia vita; ma posso anche stupirmi del fatto che il mondo esiste e posso essere riconoscente per tutto quanto il mondo mi offre e posso imparare a lodare e ringraziare.
Obiezione: qualcuno può dire che la natura non è così buona come si vorrebbe; che è matrigna più che madre: è maestosa e bella ma, in senso proprio, non ha cuore: a volte ci fa del bene, ma lo fa senza amarci e a volte ci fa del male ma lo fa senza accorgersene; semplicemente, non ci ha in nota, noi piccoli vermiciattoli che si muovono sulla crosta di un pianeta sperduto nell’immensità del cosmo. La natura è come una donna che ha un volto incantevole e alla quale siamo portati ad attribuire anche un cuore buono; in realtà la natura non ha cuore, non conosce misericordia, non ama. Semplicemente vive.
Ebbene, una prima strada del cammino di fede è quella che, partendo dalla creazione, risale al creatore; che legge nell’ordine delle cose la provvidenza di un Dio che s’interessa dell’uomo e che vuole la vita dell’uomo. Ma è possibile fare questo passaggio, questo salto? Qualcuno ha scritto che l’approccio scientifico alla natura ha tolto alla natura il senso di sacro che l’accompagnava, l’ha demitizzata e che la natura non riesce più a parlare di Dio; che l’uomo contemporaneo è diventato incapace di passare dal mondo materiale a Dio. Non so se sia vero; ma so che questa conclusione non è necessaria. Ho un orologio: posso smontarlo e rimontarlo, esaminarlo da tutti i punti di vista, conoscerne i pezzi e comprenderne il funzionamento, apprezzarne la bellezza e il valore; ma perchè dovrei per questo diventare cieco e non vedere nel mio orologio anche l’affetto, l’amore di chi me lo regalato? Perché debbo trasformare il dono in un puro dato o in un possesso? Ci guadagno? No; ci rimetto; ci rimetto il volto amico del donatore, il suono affabile delle sue parole, la gioia dell’amicizia con lui. È più significativo il dono o l’affetto del donatore? È più umana un’amicizia o una cosa?  Certo: se il dono è bello e grande, se mi offre gratificazioni molte e varie, nasce il rischio di interessarsi e attaccarsi così tanto al dono da dimenticare il donatore; così è capitato spesso nella storia del popolo di Dio. Ma questo rimane l’effetto di una deprecabile disattenzione non di una conoscenza più accurata; produce un impoverimento del dono, non una crescita di autonomia e di ricchezza personale.
Rimane che il dono, anche bello, non è mai il donatore. La natura non è Dio e, da sé sola, non basta a parlare adeguatamente di Dio: procede secondo leggi rigide, fisse. Leggi preziose perché, se mancassero, non sapremmo mai come muoverci nel mondo; ma leggi che non possono manifestare la libertà, l’affetto, l’amore di Dio per ogni singola persona. Un terremoto, uno tsunami spazzano via buoni e cattivi, uomini, animali e cose senza fare distinzioni, senza mostrare misericordia; come pensare che sia questo il volto di Dio? Il salmo continua a dire che “I cieli narrano la gloria di Dio; il firmamento annuncia l’opera delle sue mani”. Ma non ci possiamo fermare qui; nella natura la parola d’amore di Dio c’è, ma è ancora una parola rigida, incerta, faticosa da interpretare.

III
In fondo, lo sapeva anche san Francesco che continuava il suo cantico lodando Dio per coloro che, per amore di Dio, perdonano e sopportano malattie e tribolazioni. Al di là e al di sopra della bellezza della natura, Dio ci parla attraverso la bontà che c’è nel mondo, la bontà che permette al mondo di esistere e di progredire. Ho ricordato madre Teresa, ma dovrei fare la litania infinita dei santi della carità, che hanno servito e amato i poveri, che hanno arricchito il mondo degli uomini. San Vincenzo de’ Paoli, san Camillo de Lellis, san Giovanni di Dio. L’interrogativo è questo: è possibile vedere nella carità di questi grandi la manifestazione dell’amore eterno di Dio? Il 14 agosto 1941 moriva di fame ad Auschwitz san Massimiliano Maria Kolbe; moriva perché si era liberamente consegnato per sostituire un altro detenuto che doveva morire lui di fame. Massimiliano è morto per salvare dalla morte un altro. Mi sono chiesto a volte: chi glielo ha fatto fare? E sono sicuro della risposta; glielo ha fatto fare l’amore di Cristo, l’amore di Dio. Il suo gesto di amore era la traduzione in una scelta eroica dell’amore di san Massimiliano aveva dentro di sé, un amore che non proveniva dall’evoluzione della specie, ma dalla presenza di Dio in lui. Si può rimanere indifferenti di fronte alla ricchezza di amore che attraversa la storia dell’uomo e che permette al mondo di non sprofondare sotto il peso delle violenze e degli egoismi e delle vendette; ma si può anche leggere in questo amore la dichiarazione di amore di Dio: Francesco, Vincenzo, Camillo, Giovanni, Massimiliano… sono semplicemente persone che, per la loro fede, hanno lasciato passare l’amore di Dio senza bloccarlo con le loro paure e i loro egoismi. E l’amore di Dio, in loro e attraverso di loro, ha fatto miracoli.
Non solo: di questo amore ciascuno di noi a sua volta ne ha ricevuta una dotazione, più o meno grande. Quando siamo nati, due ginocchia ci hanno accolto e due mammelle ci hanno allattato; qualcuno ci ha nutriti e protetti; non avremmo potuto sopravvivere diversamente, tanto eravamo inermi, del tutto incapaci di provvedere a noi stessi. La vita si è presentata sotto la forma della premura, dell’attenzione di nostra madre. Da allora, il percorso della nostra esistenza è stato segnato da una serie innumerevole di doni: cibo e bevanda, educazione e cultura, abilità e linguaggio, sensibilità e affetto, amicizia e amore… tutto questo non ce lo siamo procurati da noi soli. Ci è stato dato da qualcuno, da altri; forse con sentimenti di amore, forse per senso del dovere, forse per altri motivi più o meno positivi. In ogni modo siamo fruitori di un bene che abbiamo ricevuto prima e al di là dei nostri meriti. Possiamo dire che Dio ci ha parlato anche in questo modo? Che attraverso l’amore e la generosità degli altri ci ha invitati e ci invita a credere nel suo amore?
Mi piace, qualche volta, provare a ripercorrere il filo della mia vita, così come riesco a rileggerla, a partire da oggi, dal presente a cui sono arrivato; provare a individuare ed enumerare tutti i benefici che ho ricevuto, le prove che mi sono state risparmiate, l’amore che mi ha consolato, il perdono di cui tante volte ho avuto bisogno e che mi ha dato la forza e la gioia di ripartire. Mi sembra che questo esercizio di lettura della mia vita mi aiuti, mi dia speranza. È quello che aveva tentato, da par suo, sant’Agostino scrivendo le “Confessioni”. Che non erano, non sono una confessione dei suoi peccati e nemmeno un’autobiografia, il racconto preciso delle sue esperienze e delle sue conquiste. Piuttosto vogliono vedere e narrare e celebrare l’opera di Dio in lui, come Dio l’abbia condotto, attraverso strade a volte tortuose, a incontrarlo, a riconoscerlo, ad amarlo. Fino a intonare quell’inno stupendo di ringraziamento del libro X: “Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato… Tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo… Mi tenevano lontano da te quelle creature, che, se non fossero in te, neppure esisterebbero. Mi hai chiamato, hai gridato, hai infranto la mia sordità. Mi hai abbagliato, mi hai folgorato e hai finalmente guarito la mia cecità. Hai alitato su di me il tuo profumo e io l’ho respirato e ora anelo a te. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace.” Potessimo leggere così la nostra vita! Appunto, con gli occhi della fede, con gli occhi di un innamorato.
Allora, al di là dello spettacolo della creazione, anche la nostra vita ci porterebbe a intonare il canto di ringraziamento: “Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome. Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tanti suoi benefici.” La mia esistenza è un fatto; ma nella lettura della fede la mia esistenza è una vocazione. Non ci sono solo io e il mondo, ma io davanti a Dio nel mondo; non ci sono solo scelte che faccio secondo un mio progetto e mio desiderio, c’è una chiamata alla quale rispondo con la mia libertà. La fede nasce quando Abramo si sente chiamare: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela, dalla casa di tuo padre verso la terra che io ti mostrerò. Io farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e tu sarai una benedizione.” Così dice il libro della Genesi. E che cosa succede quando Abramo ascolta e obbedisce a questa chiamata? Che vantaggio ottiene? In fondo passa da una terra a un’altra terra; forse che la terra di Canaan verso la quale Abramo s’incammina è migliore della Mesopotamia da cui viene? Il testo non lo dice e, in ogni modo, non è questo il problema. Il problema è che Abramo passa dalla sua terra alla terra di Dio; passa da un’esistenza spesa di fronte al mondo a un’esistenza vissuta davanti a Dio nel mondo: “Io sono Dio l’Onnipotente – gli verrà detto – cammina davanti a me e sii integro.” E proprio questo passaggio da una terra sua alla terra di Dio dilata e arricchisce la vita di Abramo che diventa una benedizione, cioè una sorgente di vita per la sua famiglia e per tutti coloro che entrano in rapporto con lui. Siccome Abramo vive alla presenza di Dio, chi incontra Abramo e stabilisce un rapporto serio con lui, viene portato insensibilmente a vivere lui stesso alla presenza di Dio, viene inserito in uno spazio di vita più ampio e più ricco.
Scrivo nel mio diario quello che faccio; poco alla volta si snoda un piccolo romanzo fatto di desideri e di realizzazioni, di delusioni ed errori. Beh, nel mio diario di credente la prima pagina racconta la chiamata di Dio. Attraverso i miei genitori, la famiglia, la società, la Chiesa, Dio mi ha chiamato a vivere e mi ha messo davanti un compito; non un compito già bell’e fatto da eseguire, ma una missione da comprendere e da scegliere ogni giorno nella libertà e nella dignità di chi è interlocutore di Dio, partner di Dio nel suo disegno sul mondo. Insisto su questo. Non immagino che esista un libretto nel quale Dio ha già scritto quello che dovrebbe essere la vita di Luciano, in tutti i dettagli; non credo che il mio dovere sia solo cercare di indovinare quello che c’è scritto nel libretto misterioso e farlo. Dio non vuole esecutori, ma amici; non vuole degli strumenti senz’anima, ma dei collaboratori liberi e responsabili. Quando il profeta Ezechiele, esule in Babilonia, vide la gloria di Dio che gli veniva incontro, fu come schiacciato dalla forza, dallo splendore, dalla santità di quella presenza. Scrive: “caddi con la faccia a terra.” E il Signore, con tutta la sua gloria gli parla: “Figlio dell’uomo, alzati, ti voglio parlare.” È stupendo: alzati! Non voglio che tu sia nella polvere; voglio che tu stia di fronte a me, in piedi; figlio dell’uomo e quindi fragile, ma partner di Dio e quindi degno. Dio pone l’uomo davanti a sé come il suo ‘tu’ perché l’uomo riconosca in Dio l’interlocutore supremo della sua vita.
Dunque, anche la vita, il bene che c’è nel mondo sono una parola con cui Dio ci manifesta il suo amore. Ma anche questo cammino non è senza ostacoli. Può accadere, infatti, che qualcuno sperimenti la vita soprattutto come sofferenza o fallimento; che il bene ricevuto gli sembri così limitato; e le ferite subite invece così tante, così profonde. Può accadere addirittura che ci sentiamo non capiti, non amati, non accolti da nessuno. Spesso, dietro a questa percezione, c’è la fatica che facciamo ad accettare noi stessi e che ci impedisce di sentire la stima e la simpatia degli altri. Vorremmo meritare l’amore e pensiamo che solo se fossimo senza difetti, saremmo degni della stima nostra e degli altri; e siccome abbiamo consapevolezza dei nostri limiti, ci sembra che nessuno possa amare uno come noi. Ma a volte davvero la vita è pesante: ci sono distacchi dolorosi, fallimenti inattesi, errori vergognosi, debolezze inconfessabili, povertà umilianti. Come pensare in mezzo a questo guazzabuglio di bene e di male, di sofferenze e di delusioni, che Dio sia chinato davvero su di noi, ci conosca e ci ami? La via dell’amore umano è una via fondamentale per ascoltare la dichiarazione di amore di Dio verso di noi. Ma è una via accidentata, resa impervia da tanti errori o cattiverie che rendono triste l’esistenza dell’uomo. La sofferenza innocente, le ingiustizie non riparate, i fallimenti dolorosi sono altrettanti inciampi che producono scandalo, fatica di credere, di affidarsi davvero a un Dio buono.

IV
Dunque: credere nell’amore di Dio, affidarsi con fiducia a questo amore. Rispondere a Dio che ci parla attraverso la bellezza e lo splendore della creazione; a Dio che ci chiama attraverso i mille atti di amore che attraversano la nostra vita e la sostengono. Eppure, gli ostacoli rimangono: la durezza e l’indifferenza della natura, la ingiustizia e la sofferenza dell’uomo. A volte il sentimento che ci viene spontaneo di fronte alla vita è più l’asprezza del risentimento inasprito che la gioia della riconoscenza; e allora?
“In principio era la Parola, e la Parola era presso Dio, e la Parola era Dio… e la Parola si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità.” La comunicazione tra Dio e noi attraverso la natura è insufficiente; quella attraverso l’esperienza personale e la storia è turbata. Ma, per fortuna, Dio ha pronunciato un’altra parola, quella Parola eterna nella quale Egli dice se stesso; questa parola si è fatta carne ed è venuta ad abitare in mezzo a noi. Siccome è diventata carne, l’abbiamo potuta ascoltare e vedere e contemplare e toccare; siccome era la Parola di Dio, ci ha detto Dio in modo unico e definitivo. Gesù è la dichiarazione di amore di Dio al mondo, agli uomini; una dichiarazione completa e definitiva perché assume in sé la natura e la storia e nella natura e nella storia immette quell’amore personale e appassionato che è la stoffa di Dio, la sua identità, il suo genio.
“Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio Unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia ma abbia la vita eterna.” (Gv 3,16) Così san Giovanni riassume tutto il senso della missione di Gesù e della rivelazione di Dio in Lui. Dio ha amato il mondo. Amare significa gioire per l’esistenza dell’altro e nello stesso tempo impegnare se stessi a favore dell’esistenza dell’altro. È paradossale che venga affermato l’amore di Dio per il mondo. Vuol dire che Dio gode del fatto che il mondo esista: il mondo, pur con le sue imperfezioni e i suoi limiti. Ma come è possibile che Dio ami questo mondo? Lui Dio, infinito, ineffabile, santo, che non può vedere l’ingiustizia, che non può mai godere del male; come può gioire dell’esistenza di un mondo come il nostro nel quale le ingiustizie sono tante, e tanti gli errori, i limiti dolorosi?
Non si può comprendere questo amore senza metterlo insieme alla missione di Gesù, rivelatore e donatore dell’amore del Padre. Il senso è che Dio ama questo mondo per quello che il mondo può essere e diventare davanti a Lui e con Lui. Provo a spiegarmi. Il mondo non è qualcosa di eternamente fisso, sempre uguale; è invece un processo incessante di trasformazione, una storia che si apre sempre a orizzonti nuovi e inediti. Ebbene, l’amore di Dio è rivolto esattamente a questo mondo in evoluzione per sostenerlo e guidarlo e accoglierlo. Il punto di arrivo sono i cieli nuovi e la terra nuova che, nell’immagine dell’Apocalisse, costituiscono l’abitazione di Dio con gli uomini. Dio abiterà con loro ed essi, gli uomini, saranno suoi popoli. “E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate.” Creazione nuova, dunque, nella quale la prima creazione trova il suo senso e il suo compimento. È questo mondo che Dio ama; e ha mandato il suo Figlio per il mondo proprio perché il mondo abbia, in Cristo, la forza di crescere verso Dio, di aprirsi alla vita di Dio, santa ed eterna, piena e ricca di amore. Noi ignoriamo la lingua misteriosa di Dio, non siamo capaci di interpretarne adeguatamente i segni; e allora Dio ha scritto il suo amore in una lingua umana – la vita di Gesù. Noi siamo miopi e facciamo fatica a decifrare i caratteri misteriosi della natura e della storia; e allora Dio ha scritto il suo amore con parole umane, con lettere cubitali perché anche noi, miopi, possiamo tuttavia leggere e capire. Gesù è la parola di Dio resa comprensibile agli uomini. Egli ha conosciuto il limite della condizione umana: si è misurato con la malattia, con le forze ostili della natura, con la sofferenza  umana. E a tutto questo ha risposto con la compassione di un autentico amore umano. ‘Compassione’ è la parola giusta perché significa superare l’indifferenza e l’ostilità, sentire la sofferenza degli altri come fosse propria, rispondere ai limiti e alle insufficienze non con la recriminazione e la lamentazione sterile ma con la condivisione e l’impegno personale. Dunque l’incontro col male non ha reso Gesù cattivo o insensibile; al contrario, lo ha reso sensibile e attivo. Ebbene, come appare Gesù così è Dio: non indifferente alle sofferenze umane, ma attivo a nostro favore. Il suo amore per il mondo non è approvazione di tutto ciò che sta nel mondo; è invece assunzione del cammino del mondo e dell’uomo perché vada verso la vita e non verso la morte, verso Dio e non verso il nulla.
Ma soprattutto Gesù ha incontrato il peccato dell’uomo; e non superficialmente; lo ha incontrato subendone le conseguenze in se stesso: nel tradimento di Giuda e nella vigliaccheria di Pilato, nell’arroganza del Sinedrio e nella debolezza di Pietro. Il peccato degli uomini ha condotto Gesù alla morte dolorosa e umiliante della croce. Eppure, anche questo destino tragico non ha distrutto il suo amore. Al contrario, nella sofferenza della croce Gesù lo ha portato a pienezza perché “non c’è amore più grande che dare la per i propri amici.” Gesù ha fatto questo e, facendo questo, ha rivelato il volto misterioso di Dio. Dio considera gli uomini come amici, vuole la vita degli uomini; in Cristo ha preso su di sé la nostra stessa morte per indicare la serietà del suo amore; e con la risurrezione di Gesù ha vinto la morte perché fosse chiaro a tutti che il destino del mondo e dell’uomo non è la distruzione del nulla, ma l’ingresso nella vita stessa di Dio. Questo è l’amore di Dio. E’ credibile?
Negli anni lontani della mia giovinezza, quando frequentavo a Modena il liceo e cominciavo l’avventura affascinante del pensare, riflettere, mettere in dubbio, cercare, ipotizzare… ho passato anch’io quel periodo in cui ci si pongono gli interrogativi: cosa ci sto a fare al mondo? Cosa voglio fare della mia vita? Dio c’è? È giusto che ci creda? O sto seguendo illusioni? E Gesù è davvero esistito? I vangeli sono storici? Tutti interrogativi che fanno tremare le vene e i polsi, dei quali è difficile venire a capo solo col ragionamento. Quanti anni ci vorrebbero, anche solo per approfondire il problema della storicità dei vangeli? Con la percezione, poi, che la riflessione continuerà ancora e che verranno nuovi studi, nuove scoperte, nuove proposte… E quanti anni ci vorrebbero per esaminare tutte le riflessioni sagge che sono state proposte sul problema di Dio, valutarle, correggerle, per arrivare a una posizione personale motivata? Come decidersi in mezzo a tanta incertezza?
Ci furono allora due considerazioni che mi aiutarono a credere. La prima è una riflessione (credo di P. Valensin, ma non ne sono sicurissimo) che diceva più o meno così: “Se anche alla fine della mia vita dovessi accorgermi che non esiste nulla e che io mi sono illuso nel credere all’amore di Dio, non per questo mi dispiacerebbe di avere creduto. Perché sarebbe l’amore infinito ad avere il torto di non esistere e non io ad avere il torto di credergli.” La prima volta che lessi queste parole, rimasi disorientato perché mi pareva che la sola ipotesi che non esistesse nulla fosse un atto di debolezza del pensiero; ma poi mi sembra di avere capito e oggi mi riconoscono benissimo in quelle parole. Vogliono dire che, al di là di ogni ragionevole dubbio, l’amore è il valore supremo, la sostanza dell’esistenza [ho già detto che amore significa due cose: gioia per l’esistenza dell’altro; impegno per l’esistenza dell’altro]; e che senza l’amore il senso stesso della realtà è in pericolo. Credere nell’amore infinito può ssere difficile; ma rifiutarsi consapevolmente di credervi mi sembra impossibile. Per di più: credere nell’amore, in un Dio personale che ama, che ama personalmente, rende la vita responsabile e costituisce il più grande impulso che si possa immaginare per crescere e dare il meglio di sé.
La seconda considerazione riguarda Gesù: ero convinto, e lo sono ancora oggi dopo tanti anni, che la conoscenza, l’amore, l’amicizia per Gesù conducono a vivere meglio, più umanamente, la vita; che Gesù non ha mortificato l’orizzonte della mia esperienza, ma al contrario lo ha dilatato e arricchito; che la fede in Lui non rende stupida la mente e non produce comportamenti indegni dell’uomo, ma al contrario purifica i pensieri e dirige i desideri e rende buone le scelte e i comportamenti. Se alla venerabile età di settant’anni ho un rimpianto, è quello di non aver creduto con abbastanza coerenza; se ho un desiderio, è che Gesù Cristo perdoni e completi quello che c’è di manchevole alla mia umanità, alla mia capacità di amare. Ma a Gesù rimango debitore di una gioia di vivere, di un desiderio di amare che le cose non mi avrebbero mai garantito.

V
Una sera, sulla sponda occidentale del mar Rosso. Gli Ebrei, partiti dal delta del Nilo, sono in cammino verso la terra di Canaan che rappresenta per loro la terra della libertà. Sono partiti in fretta, di notte, tirandosi dietro gli animali e quel po’ di cose che avevano potuto raccogliere; un’accozzaglia di gente senza arte né parte, come si dice, si accampa al bordo del mare. All’improvviso, alle loro spalle, compare l’esercito egiziano con carri e cavalli; la situazione è tragica. Da una parte il mare impedisce la marcia; dall’altra gli Egiziani minacciano la strage. “Allora – racconta il libro dell’Esodo – gli Israeliti ebbero grande paura. E dissero a Mosé: “E’ forse perché non c’erano sepolcri in Egitto che ci hai portato a morire nel deserto? Non ti dicevamo in Egitto: Lasciaci stare e serviremo l’Egitto, perché è meglio per noi servire l’Egitto che morire nel deserto?” L’Egitto – il deserto; la schiavitù – la libertà: questa è la posta in gioco. Si può esitare? L’uomo è fatto per essere libero. Ma ora il prezzo della libertà sembra troppo alto: non era forse meglio rimanere servi ma avere la sicurezza di vivere piuttosto che assaggiare la libertà ma col terrore della morte imminente?
Mosè rispose: “Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza del Signore, il quale oggi agirà per voi; perché gli Egiziani che voi oggi vedete, non li rivedrete mai più! Il Signore combatterà per voi, e voi starete tranquilli.” È un appello alla fede: Israele deve fidarsi di Dio più di quanto abbia paura dell’Egitto. Deve camminare verso la libertà anche se la strada appare piena di ostacoli e di pericoli; è Dio che chiama e Dio è fidabile. Il Signore disse a Mosè:”Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino. Tu, intanto, stendi la mano sul mare e dividilo.” E così avviene; durante la notte gli Israeliti attraversano il mare andando da occidente a oriente, dal tramonto del sole verso il suo sorgere. Hanno alle spalle l’Egitto – simbolo di schiavitù e di morte; hanno a destra e a sinistra il mare – simbolo anch’esso di morte; solo davanti a loro c’è una strada di vita; debbono camminare senza deviare, senza voltarsi indietro. Passano così in mezzo alla morte, obbedendo alla parola di Dio. Il mattino gli Israeliti si trovano sull’altra sponda del mare, a oriente, liberi; il mare non li travolti, anzi ha spazzato via la minaccia degli Egiziani. “Israele vide la mano potente con la quale Dio aveva agito e credette nel Signore e nel suo servo Mosè.”
È il racconto fondatore del popolo di Israele, ma vi possiamo il dramma dell’esistenza umana. Non è forse così la vita dell’uomo sulla terra? Un passaggio faticoso e rischioso in mezzo a potenze paurose: la morte anzitutto, ma poi tutto quello che ha il sapore della morte: malattia, vecchiaia, fallimento, insuccesso, solitudine, distacco, delusione, povertà, fragilità…. Il messaggio della fede è: non temere, cammina e abbi fiducia. Scrive san Paolo: “Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno… Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il suo proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni altra cosa insieme con lui?.... Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?... Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore.” Credere significa sapere che il mondo, con le sue promesse e le sue minacce, non è tutto; che il giudizio autentico sul senso della nostra vita è pronunciato non dal mondo con il successo o l’insuccesso che ci attribuisce, ma da Dio con la sua parola e il suo amore. Se il passaggio della vita è compiuto in obbedienza a Dio, alla sua chiamata, alla sua promessa, il termine del cammino non è la morte ma la vita; non la servitù, ma la libertà.

VI
Ho un’ultima parola da dirvi. Abbiate pazienza. San Giovanni, nel vangelo e nelle sue lettere non usa mai (o quasi) la parola fede; usa sempre il verbo credere. In questo modo vuol dire che la fede non è un possesso stabile che io ho e di cui posso usare; è invece un cammino aperto, che debbo percorrere ogni giorno con nuovo vigore e nuovo desiderio; è un processo che si sviluppa con il tempo o che col tempo può illanguidire e indebolirsi. Se conosco il teorema di Pitagora, lo conoscerò fino alla fine della vita (Alzheimer permettendo), ma se ho avuto fede ieri, non è garantito che l’avrò anche domani. La fede ha bisogno di essere nutrita. E come?
Ho detto tre cose: che la fede è la risposta libera dell’uomo alla dichiarazione di amore di Dio per noi. che questa dichiarazione è scritta anzitutto nella natura stessa, poi in modo più vivo nella ricchezza di amore che sperimentiamo nei rapporti umani e infine in modo definitivo è scritta nella vita e nella morte di Gesù. Alimentare la fede richiede di tenere viva l’attenzione a queste parola di Dio, dichiarazioni di amore. Imparare a considerare la creazione come opera di Dio messa nelle nostre mani (quindi come dono); imparare a riconoscere l’amore di Dio in tutte le esperienze di amore e di bontà che facciamo nella vita; imparare a professare l’amore di Dio per noi nella vita e nella morte di Gesù. Per questo mi sento di darvi tre consigli.
Il primo è che apriate e chiudiate la giornata con la preghiera. aprire gli occhi il mattino dopo il sonno della notte è come nascere, ricevere di nuovo il dono della vita. Non possiamo riceverlo senza benedire e ringraziare Dio, sorgente della vita. E parallelamente addormentarsi al termine di una giornata è come anticipare la morte. Non possiamo consegnarci al sonno senza affidare a Dio la nostra vita e la nostra morte. La preghiera del mattino e della sera costituisce una cornice che ci fa leggere in ottica di fede il mondo.
Il secondo consiglio è che ogni giorno leggiate qualche riga di vangelo. La vita è risposta a una chiamata personale di Dio. Ma questa dimensione diventa reale solo se viviamo alla presenza di Dio. E il primo luogo in cui Dio si fa presente a noi come persona è la sua parola. Quando ascolto, mi ricordo che Dio ha una parola per me, s’interessa alla mia vita. Dalla lettura nasce una risposta dialogica: sarà un ringraziamento, una richiesta di perdono, un impegno, un’espressione di amore e di speranza… In questo modo tutta la vita diventa un dramma vissuto in comunione con Dio. Come dicevamo: davanti a Dio nel mondo.
Infine, la risposta alla dichiarazione di amore che è la vita e la morte di Gesù è la nostra partecipazione all’eucaristia. Fare la comunione significa dire di sì all’atto di amore conci Cristo ha dato la vita per noi. non c’è una dichiarazione di amore più intensa di questa da parte di Dio; non c’è una professione di fede più intensa di questa da parte nostra.
Preghiera mattino e sera, lettura quotidiana del vangelo, eucaristia domenicale. Ho scoperto l’acqua calda; ma spero di avere spiegato perché questa acqua calda è necessaria. Mi rimane solo da dirci: buona strada: non buttate via la vita; non consideratela mai perduta; sappiate che Dio si aspetta qualcosa e che la vostra vita può arricchire gli altri.
 

Seconda catechesi
RADICATI  IN  CRISTO
 

San Policarpo, discepolo dell’apostolo Giovanni, fu vescovo di Smirne all’inizio del secondo secolo. Nell’arena della sua città, subì il martirio, il rogo; era l’anno 155. Al proconsole che gli chiedeva con insistenza di rinnegare Gesù Cristo: “Giura e ti lascio libero. Maledici Cristo!” rispose: “Sono ottantasei anni che lo servo e mai mi ha fatto torto. Come posso bestemmiare il mio re e salvatore?” Ho sempre provato ammirazione per questa risposta di san Policarpo e vorrei farla mia. Vado verso i settant’anni; ho sempre creduto in Gesù da quando mia madre mi ha insegnato a fare il segno della croce e a pregare; e se ripercorro gli anni della mia vita, posso in coscienza ripetere quello che diceva san Policarpo: Gesù non mi hai mai fatto torto. Non mi ha mai insegnato l’ipocrisia o il compromesso o la ricerca egoistica dell’interesse. Non sono stato un bravo discepolo, ma posso testimoniare che lui è stato un bravo maestro; che ascoltando le sue parole non ho imparato nulla di male e molto di bene.
Perché dico questo? E cos’è Gesù per me? Nel vangelo di Giovanni c’è una scena impressionante durante il processo davanti a Ponzio Pilato. Pilato vorrebbe liberare Gesù perché sa che è innocente e che gli è stato denunciato per invidia; d’altra parte non desidera urtare le autorità di Israele per motivi politici. Per questo, di fronte alla richiesta di una condanna a morte, ha scelto una via di compromesso: ha fatto flagellare Gesù (è un supplizio tremendo la flagellazione romana) e ora lo presenta alla folla sperando che la punizione inflitta basti. Gesù esce avvolto in un mantello rosso, ha sul capo una corona di spine: è stato umiliato, percosso, pestato a sangue. Pilato dice alla folla: “Ecco l’uomo!” proprio così: ecco l’uomo! Quello che Pilato voleva dire è evidente: guardatelo! Non ha più forza, non ha più bellezza o dignità d’uomo; perché infierire ancora contro di lui; non basta questo? Lo vedete; ha perso! Avete ragione voi; avete vinto voi! Questo intende Pilato con le sue parole. Ma, come succede spesso, gli uomini non capiscono del tutto quello che dicono. Il mantello è rosso come fosse porpora regale e le spine formano una corona sul capo; per chi ha occhi puri, non ci sono dubbi: Gesù è re – il vero re, che non si è imposto con la forza delle armi o con l’astuzia della diplomazia o con l’inganno della demagogia. È re a motivo della verità che annuncia e che incarna con la sua esistenza: l’amore di Dio per gli uomini. Chiunque ama la verità e la preferisce al successo, chiunque cerca la giustizia ed è disposto a sacrificare tutto per essa, chiunque intuisce che l’amore di Dio è sostanza della sua vita e della vita del mondo, costui riconosce la sovranità di Gesù e si pone al suo seguito. Ma Pilato dice qualcosa di più: Ecco l’uomo! Esercitando questo tipo di potere regale, Gesù rivela il senso dell’esistenza umana. Gesù è davvero l’uomo, l’uomo in senso pieno; uomo a immagine e somiglianza di Dio, come Dio lo ha creato, uomo fatto di bontà e di santità, di misericordia e di perdono.
Ecco, Gesù mi ha aiutato a comprendere con un tantino di chiarezza che cosa voglia dire essere uomo, che cosa sia una religione autentica, come io debba collocarmi di fronte al mondo con la sua grandezza, le sue promesse di vita e le sue minacce di morte; mi ha fatto intravedere e desiderare un cammino di libertà; mi ha aiutato ad accettare i tanti limiti della mia esistenza, a confessare il mio peccato e a confidare in un perdono che mi permette di ricominciare daccapo, di non rimanere schiacciato dal male che è in me; mi ha rivelato il senso vero dell’amore e quindi della vita stessa. Non mi è difficile amare Gesù; e desidererei solo, al termine della mia vita, essere accolto da lui. Non pretendo di sedere alla sua destra o alla sua sinistra, come chiedevano Giacomo e Giovanni; mi basterebbe guardarlo e incrociare il suo sguardo, come lo ha incrociato Pietro, nel cortile del Sommo Sacerdote. Guardarlo e vergognarmi magari della mia ignavia e sentirmi però amato e perdonato, accolto e reso puro da Lui.
Tutti noi siamo persone umane a motivo del codice genetico che abbiamo ricevuto dai genitori e che ci fa appartenenti alla specie dell’homo sapiens. Ma la vita dell’homo sapiens non è un possesso tranquillo, è un’avventura originale e rischiosa. Da quando esce dal grembo di sua madre l’uomo percorre un cammino incessante di crescita, di trasformazione, di arricchimento. Deve imparare a sorridere, a camminare, a emettere suoni articolati, a contare e calcolare; deve stabilire relazioni significative con gli altri: la madre, il padre, la famiglia; deve impadronirsi di uno straordinario patrimonio di conoscenze e di esperienze che gli uomini hanno accumulato attraverso i secoli. Deve imparare a vedere, capire, giudicare, decidere, agire. Deve diventare una persona etica, libera e responsabile; distinguere il bene vero da ciò che è immediatamente gratificante, e quindi imparare a scegliere il bene e rigettare il male. Deve superare se stesso, il guscio dei suoi interessi privati per prendersi cura degli altri, del mondo in cui vive. Il mondo è stato consegnato all’uomo perché l’uomo lo gestisca responsabilmente, lo renda più adatto alla vita, lo riempia di bellezza e di giustizia, di verità e di amore. E questo è un compito infinito che richiede lucidità, saggezza, bontà. Infine deve imparare, l’uomo, ad amare: ad amare se stesso e la sua vita, gli altri e la loro vita. Deve imparare a dire di sì al mondo nonostante tutte le cose storte che ci sono; e nello stesso tempo deve operare nel mondo per migliorarlo; deve tendere ad amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze. Quando l’uomo giungesse a questo traguardo, avrebbe fatto della sua vita un capolavoro, sarebbe diventato uno strumento di Dio, attraverso cui Dio opera nel mondo e conduce il mondo a se stesso. Avventura magnifica, la vita dell’uomo; ma difficile.
Nessuno procede solo in questo cammino di umanizzazione. Abbiamo bisogno degli altri e abbiamo bisogno di Dio; abbiamo bisogno degli altri per uscire dal nostro narcisismo e rivedere nei loro occhi l’immagine vera di noi stessi. Abbiamo bisogno di Dio – l’unico degno di essere amato senza misura e senza condizioni – per avere una base solida su cui costruire la vita. Proprio l’amore di Dio, la fede in Lui, ci permette di abbracciare con cuore puro l’umanità intera, di vincere il male col bene, di sperimentare la forza rigeneratrice del perdono. Abbiamo bisogno di Gesù, perché il mistero inafferrabile di Dio sia tradotto in parole e gesti umani e diventi possibile seguire Dio senza essere ingannati da immagini false o deviati da desideri egoistici. Annunciando il vangelo nella casa del centurione Cornelio, a Cesarea Marittima, Pietro ha raccontato brevemente la vita di Gesù così: “Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che erano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui. … [I Giudei] lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato il terzo giorno e volle che si manifestasse… a testimoni prescelti da Dio.” All’inizio c’è l’azione di Dio che consacra Gesù riempiendolo della sua potenza e del suo Spirito; in mezzo, la vita di Gesù il suo passaggio tra gli uomini donando loro salute, liberazione, perdono; alla fine di nuovo l’azione di Dio che strappa Gesù alla morte e lo introduce nella pienezza della sua vita.
All’inizio, dunque, l’unzione con il dono dello Spirito: l’uomo Gesù di Nazaret vive concretamente le diverse dimensioni dell’esistenza umana: la famiglia, il lavoro, l’amicizia, la conoscenza…. Ma tutto questo è affrontato con uno Spirito che non è quello del mondo ma quello di Dio. Lo Spirito del mondo è fatto di orgoglio che ricerca il successo, la ricchezza, la vittoria sugli altri. Lo Spirito di Dio è forza di santità e di amore; quando si insedia nell’umanità dell’uomo, scrive san Paolo, produce amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé. Ebbene, così è Gesù; così lo rende lo Spirito di Dio comunicato a lui. Per questo Gesù è passato in mezzo a noi operando del bene: è come se attraverso la sue parole, le sue mani, i suoi sentimenti di condivisione, passasse la forza stessa di Dio, il suo amore. Le sue azioni sono soprattutto guarigioni con le quali l’uomo, piegato dalla malattia, dal limite, viene sanato; o esorcismi con i quali l’uomo viene liberato dal male che lo teneva schiavo. Qualcuno ha notato acutamente che il campionario di umanità che emerge dai vangeli sembra avariato: ci sono lebbrosi, ciechi, zoppi e muti, poveri e malati, soprattutto indemoniati. E quando sembra di incontrare un uomo perfetto – come il giovane ricco che ha osservato tutti i comandamenti di Dio fin dalla sua giovinezza – l’incontro con Gesù fa venire alla luce una meschinità del cuore che era rimasta nascosta. Di fronte a Gesù le autorità di Israele mostrano un cuore falso e i discepoli di Gesù rivelano la loro vigliaccheria. Sembra che nessuno sia a posto, nessuno sia integro.
È un caso? Forse che malati e indemoniati si sono dati l’appuntamento al tempo di Gesù? Giovanni, nel suo vangelo, propone un’altra interpretazione quando scrive: “La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvage.” Quando è buio, buio davvero, tutte le cose si assomigliano: i diversi colori si confondono nel nero assoluto; le diverse forme perdono rilevanza. Ma appena la luce incomincia a filtrare, allora i colori si manifestano e le forme, e la bellezza; ma inevitabilmente compaiono anche i difetti, i limiti, le imperfezioni che l’oscurità nascondeva. Dev’essere successo così: che quando l’amore di Dio ha brillato come in pieno giorno nel mondo degli uomini l’egoismo, prima velato, è diventato evidente. Fino a che ci confrontiamo gli uni con gli altri le differenze sono limitate; come diceva un mio arguto insegnante, da Gesù Cristo in giù, è tutta pianura. Ci sono, naturalmente, casi estremi di cattiveria, momenti particolari di prova nei quali l’immagine usuale di sé s’infrange. Ma nel tran tran quotidiano, le differenze non sono così grandi: sei più, sei e mezzo, sette meno meno, tra il sei e il sette. Sono voti diversi, certo, ma non così tanto da creare problema. Ma quando appare l’amore di Dio, l’abisso della sua misericordia, allora il nostro peccato non riesce più a camuffarsi, allora non può nascondersi dietro al paravento del “fanno tutti così”, del: “cos’ho poi fatto di così grave?” Viene in luce l’ambiguità dei nostri sentimenti, l’ipocrisia dei giudizi e delle parole, i tanti compromessi nelle azioni, l’inerzia colpevole delle omissioni. Dal di dentro, infatti, cioè dal cuore degli uomini, dice il vangelo di Marco, “escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adulteri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza.” Insomma, veniamo fuori così come siamo, una mescolanza indigesta di bene e di male, di desideri nobili e di comportamenti meschini.
In questa situazione, dice san Giovanni, le possibilità che ci si offrono sono due: o riconosciamo con dolore il nostro egoismo e iniziamo con sofferenza un cammino serio di conversione; oppure neghiamo che la luce sia luce, che il nostro peccato sia peccato, che il nostro egoismo sia meschino, che la nostra inerzia sia colpevole. Insomma, ci chiudiamo nella rocca ben difesa del nostro orgoglio e troviamo mille motivazioni per dire che la luce è tenebra e la tenebra luce, che il bene è male e il male bene. Nel fare questo siamo astuti quanto mai; troviamo sempre un motivo valido per giustificare ciò che ci piace o per denunciare ciò che ci inquieta. Quando Pilato pronuncia quelle parole: “Ecco l’uomo”, possiamo intendere: ecco la misura giusta; misurati con lui, con le sue parole e le sue opere, soprattutto con la sua sofferenza e la sua morte. Misurati con lui se vuoi conoscere quale sia la tua effettiva statura di umanità.
Nel vangelo secondo Marco il primo miracolo che viene raccontato di Gesù è un esorcismo; eccolo: “Giunsero a Cafàrnao e subito Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.” (Mc 1,21-28).
Per favore, cancellate dalla memoria le immagini esasperate – e, in fondo, ridicole – di film come l’Esorcista e simili. Chiedetevi che cosa significhi essere posseduto da uno spirito immondo – cioè agli antipodi rispetto alla santità di Dio; cercate i segni di satana non nella bava alla bocca ma nel cuore malvagio; non nel movimento disarticolato delle braccia o delle gambe, ma nella pianificazione astuta e consapevole dell’ingiustizia, nell’esplosione della cattiveria e dell’invidia, nella menzogna eretta a sistema di successo. Lì c’è la deformazione dell’uomo, lì c’è il dominio del male e del principe del male. Se volete un’immagine illuminante, la trovate nel cap. 5 di Marco dove si racconta di un indemoniato pagano, nella regione della Decapoli. Viene descritto così:: “Costui aveva la sua dimora fra le tombe e nessuno riusciva a tenerlo legato, neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva spezzato le catene e spaccato i ceppi, e nessuno riusciva più a domarlo. Continuamente, notte e giorno, fra le tombe e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre.” (Mc 5,2-5) I diversi tratti di questa figura impressionante rimandano a due atteggiamenti di fondo: l’odio di se stesso e della vita, il rifiuto di ogni relazione umana. Quest’uomo è vivo, ma dimora tra le tombe come se facesse parte del regno dei morti; si  percuote con pietre come volesse ferirsi e farsi del male; sta lontano dai luoghi abitati e rifiuta qualsiasi vincolo; non parla, ma urla; non comunica ma fa paura.
A questo punto immaginate, non la figura a tutto tondo che abbiamo ascoltato dal vangelo, ma una figura simile, sbalzata però con un rilievo sottile, appena percettibile: siamo noi. Noi con l’ambiguità di amore e odio verso noi stessi e verso gli altri, con i compromessi tra verità e falsità. Non sono spesso cose gravi, ma sono tracce di male in noi; tracce che, come dicevo, spesso non emergono nemmeno alla coscienza, tanto sono usuali nei rapporti sociali. E tuttavia tracce che segnano la nostra identità e la mortificano. Ebbene, Gesù è il grande esorcista; la sua parola è liberante ed efficace. Quando dice al demonio: “Taci, esci da lui!”, “lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.” Straziandolo: vuol dire che Gesù non sta strappando solo un vestito che ricopre la persona, sta strappando un lembo di carne viva, di sentimenti nostri ai quali aiamo attaccati, e come!. È un’operazione chirurgica quella che Gesù compie, una lacerazione che fa gridare. Ma da questa operazione l’uomo esce integro, libero, capace di amare e di costruire relazioni sane, liberanti.
Se mi chiedete perché Gesù sia in grado di compiere questa operazione, prendo la risposta da san Pietro: “Perché Dio era con lui.” Parafrasi: perché era pieno dell’amore e della santità di Dio (lo Spirito Santo) e perché trasmetteva questo amore e questa santità attraverso tutti i rapporti umani che stabiliva. Quando stabiliamo una relazione con qualcuno – dialogo, amicizia, collaborazione, affetto – in questa relazione entriamo con tutto noi stessi, col bene che portiamo e col male che ci condiziona. Ebbene, Gesù porta nelle relazioni che stabilisce con le persone l’amore autentico di Dio. Per questo chi incontra Gesù scopre con dolore il suo peccato; ma scopre anche con riconoscenza la misericordia di Dio; e trova davanti a sé un cammino di libertà – cammino faticoso come l’esodo di Israele nel deserto; ma cammino di salvezza che introduce in una condizione di umanità migliore, più coerente, più sana, più capace di amare e di donare. Insomma, è l’amore di Dio che risana; ma dove incontrare con maggiore intensità questo amore che nella persona, nella vita e nella morte di Gesù?
È l’amore di Dio la forza sanante dell’universo; da questo amore viene ogni forma e ogni forza di vita; da questo amore viene il perdono che recupera i nostri errori e li fa entrare in un disegno più grande di bene. Ma questo amore di Dio ha preso una forma umana in Gesù ed è attraverso questa forma umana che possiamo conoscerlo e accoglierlo e viverlo. Più volte il Papa ha ripetuto che “all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva.” (Deus Caritas est,1) Si tratta di vivere questo evento, questo incontro e di esserne trasformati. Ma come è possibile vivere oggi l’incontro con Gesù, uomo di duemila anni fa? Non stiamo lavorando di immaginazione? costruendo qualcosa di fantasioso?
In realtà, è Gesù stesso che ha garantito ai suoi discepoli la sua reale presenza attraverso la storia. La morte in croce non ha portato via Gesù; al contrario, lo ha fatto passare dalla condizione limitata dell’uomo nel mondo alla pienezza di vita e di potere che sono in Dio. Per questo, mentre il Gesù della storia era presente in un luogo e non in un altro, il Signore risorto è partecipe del modo di presenza proprio di Dio; è quindi presente in ogni tempo e luogo, con la pienezza di forza che appartiene a Dio stesso. D’altra parte questa nuova presenza non è senza forma, come se Gesù risorto fosse un’atmosfera, una sensazione vaga, una potenza anonima. È davvero lo stesso Gesù che hanno incontrato i discepoli, il Gesù del discorso della montagna, il Gesù che ha guarito il cieco di Gerico, che ha parlato con l Samaritana, che ha risuscitato Lazzaro. Quando il Signore risorto appare ai suoi discepoli mostra loro i segni dei chiodi nelle mani e nel costato; dice a loro: Sono proprio io! Toccatemi e guardatemi” Anzi; nell’ultima apparizione narrata da Matteo, Gesù ha dato appuntamento ai discepoli su un monte della Galilea; va loro incontro e dice: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra: andate dunque e fate discepoli tutti i popoli… Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.” E cioè: Dio mi ha trasmesso il suo stesso potere di far vivere, di salvare, di perdonare; questo potere Gesù lo esercita servendosi degli apostoli come strumenti. Dovranno battezzare e predicare: loro, con le loro mani e la loro bocca. Ma sarà il Signore risorto che opera attraverso di loro.
Ormai l’incontro con Gesù passa necessariamente attraverso la sua parola e i suoi sacramenti, attraverso i vangeli e tutte le Scritture che parlano di lui. Non posso farmi un Gesù secondo i miei desideri o secondo la mia immaginazione e pensare che questo Gesù sia in grado di salvarmi e di consolarmi. Debbo incontrare il Gesù vero, quello che vissuto duemila anni fa in Palestina, che ha pronunciato quelle parole e non altre, che ha compiuto alcune opere e non altre. Sono le sue parole che possono trasmettermi il suo pensiero e la sua volontà e quindi illuminare e dirigere le mie scelte; sono le sue opere che possono agire su di me e trasformare la mia esistenza. Per questo esiste nella Chiesa il vangelo e per questo esistono i sacramenti: nella parola e nei sacramenti la persona di Gesù rimane viva, mantiene la sua forma precisa, quella nella quale Egli ha rivelato l’amore di Dio per il mondo.
“ Io sono la vera vite… Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.” (Gv 15,1.4-8). Queste parole sono decisive per comprendere il rapporto di noi credenti con Gesù Signore. Vite e tralci, un’unica pianta capace di produrre il frutto abbondante dell’uva; sono i tralci che portano i grappoli; ma è la vite che sostiene i tralci e trasmette loro la linfa. Nelle poche righe che abbiamo ascoltato il vangelo usa 7 volte il verbo ‘rimanere’; 8 volte le espressioni che indicano comunione reciproca: ‘in me, in voi’; 3 volte la parola ‘frutto’. Più chiaro di così non potrebbe essere. Il frutto di cui parla Gesù è l’amore fraterno come traduzione umana del mistero dell’amore eterno di Dio. Lo dicevamo sopra: quando l’uomo giunge a fare della sua vita un dono di amore, egli ha portato a compimento la sua vita, l’ha resa autentica, buona. Ma la condizione per fare questo è la comunione con Gesù: che Gesù sia in noi come sorgente inesauribile di amore; che noi siamo in lui mediante la fede. E che questa comunione sia un rapporto continuo e permanente: questo indica il verbo rimanere (cioè stare, abitare, fermarsi, dimorare in Gesù). Per rimanere in Gesù bisogna rimanere nelle sue parole. Allora: prendo le parole del vangelo: parole di Gesù o parole degli apostoli che parlano di Gesù; le leggo; cerco di capirle meglio che posso; poi cerco di amarle, come si amano le parole amiche di chi ci vuol bene, di chi noi amiamo; poi cerco di memorizzare queste parole e farle mie; vuol dire accarezzarle, custodirle, difenderle, ripetermele con gioia. Se faccio così, queste parole poco alla volta produrranno in me dei pensieri e dei desideri che non avrei mai inventato da solo. Mi fanno accettare volentieri alcune cose e mi spingono invece a rifiutarne altre. Posso leggere Platone, o Dante, o Shakespeare o Nietzsche, e riesco riconoscere nelle loro pagine quello che è in sintonia con Gesù e col suo stile; quello che è incompatibile con Gesù e con la sua proposta di vita. Dietro ai pensieri vengono i sentimenti e il vangelo suscita in me sentimenti di amore e di compassione, svela e purifica i sentimenti di invidia e gelosia. Dopo i sentimenti vengono le deliberazioni con le quali decido quello che voglio fare e poi i comportamenti concreti. E la parola di Gesù illumina e guida tutto questo processo, s’intende nella misura in cui l’ho interiorizzata e fatta mia.
Ho detto della Parola, ma debbo aggiungere immediatamente dello Spirito perché parola e Spirito debbono andare insieme. Lo Spirito senza la Parola rischia di essere vago, incerto, assume forme diverse e contraddittorie. L’entusiasmo che viene dallo Spirito può diventare addirittura pericoloso se non è guidato da un retto giudizio; potrebbe sposare ed esaltare qualsiasi causa, anche cause negative – pensate al fanatismo che ha sostenuto tante ideologie; la parola dà allo Spirito una forma precisa, non ambigua. San Paolo cercava di farlo capire ai Corinzi dicendo loro che “nessuno che parli sotto l’ispirazione dello Spirito di Dio può dire: Gesù è anatema!; e nessuno può dire: Gesù è Signore, se non sotto l’azione dello Spirito santo.” Dunque la parola della professione di fede (“Gesù è Signore”) è regola della rivelazione dello Spirito.  Viceversa, la Parola  senza lo Spirito rischia di diventare rigida, immobile, morta; di fermare il tempo a un passato che non c’è più e di essere incapace di illuminare il presente. Bisogna che l’ascolto della Parola sia fatto da una mente attenta e da un cuore innamorato. C’è bisogno dello Spirito Santo proprio per questo.
Non è difficile capire il significato delle parole che un amico ci rivolge; ma se sono parole di confidenza, di amicizia, non basta la conoscenza del vocabolario e della sintassi per interpretarle. Ci vuole l’intuizione della simpatia, ci vuole la gioia e la comunione dello Spirito. Leggere il vangelo e studiare un teorema di matematica sono due attività diverse. Per capire un teorema basta l’intelligenza e l’attenzione; per capire il vangelo ci vuole l’attenzione, l’intelligenza; poi ci vuole una simpatia profonda con quel Gesù che parla, di cui il vangelo ci racconta. Ci vuole sintonia, feeling, amore, desiderio, attesa, speranza, disponibilità all’impegno, perseveranza… tutte cose che lo Spirito di Gesù suscita nei credenti. “Quando verrà lo Spirito di verità – ha promesso Gesù ai discepoli durante l’ultima cena – egli vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto…vi condurrà alla verità tutta intera… prenderà da ciò che è mio e ve lo annuncerà.”
Avevo detto ‘parola e sacramenti’; poi ho parlato praticamente solo della parola. Bene, tutto quello che ho detto della Parola applicatelo anche all’eucaristia perché l’eucaristia condensa in un unico atto di Gesù – l’atto di donare la propria vita sulla croce – tutto quello che la Parola racconta attraverso una narrazione lunga e complessa. Tutto il racconto della Bibbia non è altro che una lunga dichiarazione di amore con la quale Dio ha cercato di educare l’uomo a diventare suo interlocutore e partner, a diventare protagonista, insieme con Dio, in obbedienza a Dio, del disegno di rinnovamento e compimento del mondo. Si tratta, dice la lettera agli Efesini, di “ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra.” La vita che scorre nelle vene di Gesù – una vita fatta di fiducia totale e di obbedienza a Dio, di misericordia e di amore verso tutti gli uomini – questa vita deve scorrere nella vene di tutti gli uomini, deve produrre frutti di bene, deve trasformare l’uomo egoista in uomo generoso e amante. Gesù ha compiuto questo miracolo nella sua vita; ora tocca a noi lasciarci trasformare da Lui e, trasformati da Lui, diventare a nostra volta trasformatori del mondo e della storia perché il mondo e la storia prendano la forma di Cristo.
Ci possono aiutare, a comprendere questo processo di trasformazione, due testi. Il primo è l’inizio del racconto della passione nel vangelo di Giovanni: “Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.” (Gv 13,1) Pasqua significa passaggio; la Pasqua di Gesù è il suo passaggio da questo mondo al Padre; l’umanità di Gesù compie in questo modo la strada che la conduce alla perfezione, alla vita stessa di Dio. E qual è questa strada? L’amore, l’amore per i suoi discepoli, l’amore portato fino alla fine e cioè fino al compimento oltre in quale non si può andare. Non so se esista un modo più bello e più profondo di interpretare la vita di Gesù, ma mi sembra di no. È stata, la sua esistenza umana, un lungo cammino di realizzazione dell’amore; forse meglio: un lungo cammino di incarnazione dell’amore di Dio. L’amore eterno con cui il Padre ama il Figlio, quell’amore eterno che è origine e forza di ogni vita, Gesù lo ha introdotto nella storia nella forma di amore oblativo nei confronti dei suoi. Bene, l’opera di incarnazione dell’amore di Dio deve continuare attraverso i discepoli; Gesù la continuerà suscitando nei discepoli il frutto dell’amore fraterno.
Il secondo testo lo prendo dalla lettera agli Ebrei dove, parlando della preghiera di Gesù nell’orto del Getsemani, il giorno prima di morire, l’autore scrive: “Nei giorni della sua vita terrena [Gesù] offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.” (Eb 5,7-9) Dunque la vita di Gesù è un lungo processo di obbedienza che ha il suo compimento nella morte del Calvario. Giorno dopo giorno, nella casa di Nazaret, a Cafarnao, in Galilea, lungo il Giordano, Gesù ha sviluppato un’esistenza che si muoveva secondo la volontà di Dio; la chiave interpretativa di questa vita è quella dell’obbedienza a Dio. La morte porta a compimento questa obbedienza e rende così perfetta la vita di Gesù.
Dunque amore fraterno e obbedienza a Dio: secondo queste linee si è mossa l’esistenza di Gesù; secondo queste linee dovrà muoversi l’esistenza del cristiano; ed è in questo modo che il mondo stesso può essere portato a compimento: “Poi io vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il
“Poi io vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che veniva dal trono e diceva: Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed Egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte, né lutto, né lamento né affatto, perché le cose di prima sono passate… Colui che attesta queste cose dice: “Sì, vengo presto!” Amen, Vieni Signore Gesù. La grazia del Signore Gesù sia con tutti.”
 

Terza catechesi
TESTIMONI  DI  CRISTO  NEL  MONDO


I
Erano impauriti i discepoli di Gesù il giorno di Pasqua. Per darsi coraggio, si erano raccolti insieme nel Cenacolo, disorientati per quanto era accaduto, umiliati per la pessima figura che avevano fatto. Il Maestro, nel quale avevano sperato, sul quale avevano puntato tutto, condannato, torturato, ucciso in modo vergognoso; e loro, i discepoli, fuggiti da vigliacchi. Dopo tutte le professioni di affetto, dopo tutte le proclamazioni di coraggio e le promesse di fedeltà, avevano abbandonato il maestro nelle mani dei suoi avversari, senza muovere un dito per proteggerlo, o anche solo per fargli sentire la loro vicinanza. Adesso, il giorno di Pasqua, sono insieme; per sentirsi sicuri, hanno sbarrato le porte del Cenacolo; aspettano, chissà che cosa. Il mondo, là fuori, fa loro paura; quel mondo ha ucciso il loro maestro, ha infranto le loro sicurezze. Se mai è apparsa la cattiveria del mondo, è stato in quel venerdì di passione, quando giustizia, lealtà, compassione sembravano scomparse. Il buio, che per tre ore aveva nascosto il sole, aveva invaso anche il cuore dei discepoli. Oggi, Pasqua, è sorto un giorno nuovo, inizia una settimana nuova, ma è ancora buio per i discepoli; la paura li prende allo stomaco e li paralizza.
Poi, all’improvviso, per una via misteriosa, il Signore è in mezzo a loro. È proprio lui; fa vedere le mani e il costato che portano i segni della crocifissione; e le parole che dice sono proprio sue: “Pace a voi!” come aveva promesso: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace; non ve la do come la dà il mondo.” E adesso la pace è lì, nel Signore risorto che sembra cancellare di colpo l’infedeltà dei suoi. Racconta Giovanni: “e i discepoli gioirono al vedere il Signore.” Dalla paura alla gioia – dunque. Il mondo, fuori, può essere ostile, minaccioso, pauroso; ma lì, con Gesù, i discepoli sperimentano sicurezza e fiducia: “e i discepoli gioirono al vedere il Signore.” La paura viene dal sentirsi soli di fronte a un mondo più grande di noi, che può schiacciarci; la gioia nasce dalla presenza di Gesù e da quello che la presenza esprime e trasmette: l’amore, la premura, la vicinanza di Dio stesso. Non siamo soli, consegnati al potere anonimo del mondo, alla casualità caotica degli eventi: “Se anche vado per una valle oscura, non temo alcun male; Tu sei con me. Il tuo bastone, il tuo vincastro mi danno sicurezza.”
A questo punto vengono le parole decisive: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi… Ricevete lo Spirito Santo!” Sono parole che sigillano la missione storica di Gesù e lanciano la missione storica della Chiesa, dei discepoli. La missione è la cifra fondamentale della vita di Gesù; Gesù è nel mondo come un mandato, con un compito, una consegna; all’inizio della sua vita è riempito di Spirito santo e questo Spirito crea un’armonia, un feeling, una corrispondenza perfetta tra Lui e il Padre. Le parole che Gesù dice non sono sue, ma del Padre; e le azioni che compie, non le compie da sé, per affermare se stesso, ma in comunione piena col  Padre, per compiere la sua volontà. Per questo la vita di Gesù è un evento di rivelazione; attraverso questa vita, infatti, traspare il mistero nascosto di Dio: “Dio nessuno lo ha mai visto. Ma il Figlio unigenito che è rivolto al seno del Padre, lui ce lo ha rivelato.” Ma intendiamo bene: questa comunione con Dio non toglie nulla all’umanità di Gesù, alla sua coscienza, alla sua libertà; Gesù non è ‘meno uomo’, meno umano perché vive in sintonia piena con Dio. Al contrario, l’intimità con Dio rende più pulita l’umanità di Gesù, la libera da tutte le incrostazioni che nascono dalla paura, dall’avidità, dal bisogno ansioso di successo. Gesù può essere pienamente se stesso proprio perché vive pienamente in Dio, libero di fronte alle attese degli altri e libero anche dal bisogno di affermare se stesso. Dio non è mai un estraneo o un concorrente per l’uomo, non gli succhia via la vita come un parassita. Al contrario: è più intimo a noi di noi stessi, è sorgente della vita, è garanzia di libertà. Accade con Lui quello che accade con gli amici: quanto più cresce la profondità e la sincerità del rapporto con loro, tanto più diventiamo noi stessi, cresciamo in libertà, resi liberi da una libertà amicale. E così Gesù, vivendo appieno la sua umanità, dispiegando una libertà pulita, rivela nello stesso tempo la volontà di Dio; amando gli uomini sinceramente, con un cuore umano, permette agli uomini di comprendere e incontrare l’amore di Dio.
Ebbene: “come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi.” Ho sempre pensato che con queste parole Gesù attribuiva ai discepoli un’autorità grande, inimmaginabile; ed è vero; ma adesso penso che con queste parole Gesù ha soprattutto richiesto ai discepoli un impegno, una fedeltà, una trasparenza piena, senza limiti. Debbono, dovranno essere così liberi e puliti, così fedeli e costanti da lasciare passare, attraverso le loro parole e le loro azioni, l’amore di Gesù, la sua forza, il suo coraggio, la sua limpidezza. Gesù, mandato dal Padre, poteva dire: “Chi vede me, ha visto il Padre” (Gv 14,9); e san Paolo, mandato da Gesù, può scrivere: “Siate miei imitatori come io lo sono di Cristo.” (1Cor 11,1) Ma dire con semplicità queste parole richiede un amore vero per Gesù, una fedeltà a Lui senza riserve; richiede di distruggere nel nostro cuore la mediocrità, l’arroganza, l’ambizione, l’avidità, la superficialità… Per questo “Gesù alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo.” Lo Spirito Santo è la dotazione di Dio con la quale i discepoli diventano capaci di parlare e agire come ‘mandati’, in nome di colui che li manda. A motivo dello Spirito Gesù è in grado di compiere la missione ricevuta dal Padre; per il dono dello Spirito il cristiano è in grado di compiere la missione ricevuta da Gesù.

II
Ma qual è questo compito, questa missione? Qual è il disegno di Dio che Gesù ha cercato di rivelare e di attuare e per il quale trasmette ai discepoli la sua stessa missione? Lo si potrebbe esprimere in tanti modi diversi. Per esempio: si tratta di accogliere il Regno di Dio e cioè sottomettere alla sovranità di Dio la propria vita e il mondo in cui viviamo. Dove Dio regna, dice un salmo, “amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno. Verità germoglierà dalla terra e giustizia si affaccerà dal cielo.” (Sl 85,11-12) Dunque: fare (lasciare) regnare la giustizia di Dio, la verità, l’amore, la pace di Dio nella propria vita; e operare perché tutto questo diventi effettivo anche nella storia del mondo.
Oppure si può dire che la missione vuole “ricapitolare tutte le cose in Cristo” e cioè: porre Cristo e il mistero di Cristo come vertice della creazione in modo che tutto quello che sta sotto questo vertice (gli uomini e la storia; la società e la cultura; la natura stessa) tutto questo tenda in modo armonico verso di Lui. E siccome il mistero di Cristo è mistero di un amore oblativo (cioè di un amore che si realizza come dono di sé), si tratta di operare perché la nostra vita sia ricca di questo amore e lo stesso si dica della società e delle sue strutture. Paolo VI parlava frequentemente dell’urgenza di edificare una ‘civiltà dell’amore’. Intendeva una società nella quale i diversi valori culturali che motivano le scelte delle persone tendano al valore supremo dell’amore; una società, cioè, in cui economia, politica, cultura, sport, sanità, scuola e qualsiasi altra dimensione sia al servizio della vita e del bene delle persone – di tutte le persone, delle persone nella loro integrità.
La lettera agli Efesini esprime questo stesso dinamismo come impegno di ‘edificare il corpo di Cristo’ nel mondo. La lettera ai Romani parla di offrire la propria vita (il mondo stesso) a Dio come sacrificio vivente, santo e gradito, come culto spirituale; ciò significa costruire un mondo che sia bello agli occhi santi di Dio, che risponda alla sua volontà di amore e di misericordia. Potrei continuare facilmente usando immagini diverse per dire la stessa cosa: c’è un disegno di Dio sul mondo; questo disegno è diventato chiaro in Gesù Cristo; è  compito, missione di tutti coloro che credono in Gesù Cristo operare perché questo disegno si realizzi; tutto questo si compie attraverso la trasformazione della propria vita e dei rapporti sociali secondo lo stile di Gesù.
Gesù è fatto di mondo; il suo corpo assembla carbonio idrogeno ossigeno e azoto; la sua psiche conosce impulsi, desideri, paure come ogni uomo. Ma Gesù è un mandato dal Padre e in questo complesso di elementi umani immette l’amore infinito del Padre. Anche noi siamo fatti di mondo, di elementi chimici e di moti psichici; ma anche noi siamo dei mandati da Gesù e in questo complesso che è la nostra storia umana dobbiamo immettere il ‘genio’ di Gesù, il suo logo, la sua firma. La nostra esistenza deve diventare un’esistenza ‘firmata’, tale da manifestare lo stile originale e geniale di colui che sta all’origine della scelta cristiana, Gesù di Nazaret.
Perdonatemi se insisto: la missione non è anzitutto impegno a cambiare le strutture del mondo secondo un progetto politico definito. È piuttosto impegno a cambiare noi stessi e ad assumere noi stessi lo stile di Gesù. Le strutture della società debbono certo cambiare, anzi debbono essere rinnovate di continuo; ma non esiste un progetto perfetto (e quindi rigido) di società da attuare con azioni politiche definite. Esistono uomini che debbono sempre di nuovo modificare la realtà sociale perché risponda meglio ai bisogni nuovi che emergono, perché elimini le storture e le insufficienze che si manifestano sempre di nuovo. Esistono uomini che possono essere stupidi o intelligenti, giusti o disonesti, buoni o cattivi. E se sono intelligenti, giusti e buoni trovano, creano le forme migliori che in una determinata situazione possono assumere le strutture sociali per essere umane, per favorire la vita dell’uomo: di tutti gli uomini (anche dei deboli) e di tutto l’uomo (anche le sue esigenze psicologiche e spirituali; non solo quelle materiali). È evidente – anche se qualcuno non ci pensa – che solo uomini saggi saranno in grado di scegliere ed edificare strutture utili; e solo uomini giusti e buoni saranno in grado di fare politiche giuste e buone. Che uomini egoisti possano edificare un ambiente sociale rispettoso di tutti è pura illusione.
Gesù non è un utopista, non ha un modello perfetto di società da imporre; sa bene che nel campo del mondo il grano e la zizzania saranno mescolati fino alla fine del mondo. Egli ha però un modello spirituale di uomo da formare: un uomo che, avendo fiducia nell’amore di Dio, si apre senza paura alla verità, all’amore dei Dio e degli altri. Si tratta, allora, di imparare da Gesù, di assumere i suoi sentimenti, la sua forma interiore, i suoi valori di vita, le sue scelte di fondo. Gesù non ci chiede di copiare ed eseguire uno schema già fatto, ma di creare forme sempre nuove e migliori; di crearle non stupidamente, immaginando di vivere in un mondo che non esiste; e nemmeno egoisticamente, cioè cercando il nostro vantaggio privato. Creare piuttosto con intelligenza, attenti alla realtà della persone e delle cose; e con amore, cercando il bene di tutti; e con fede, cioè amando Dio e abbracciando la sua volontà. Questa trasformazione non avviene di colpo; è un processo lungo, a volte faticoso, a volte pesante, che dura tutta la vita. Non ci vuole molto tempo a conoscere le note musicali; e nemmeno a riconoscere i tasti di un pianoforte. Ma chi pensasse che questa conoscenza sia sufficiente per suonare Chopin si ingannerebbe, e di molto. Ci vuole un esercizio costante e prolungato; deve formarsi e crescere una sensibilità musicale; i muscoli della mani debbono sciogliersi e coordinarsi; il cervello deve assumere certe configurazioni per comandare facilmente il movimento delle dita e di tutto il corpo. Insomma, suonare un Notturno di Chopin è il risultato di un lavoro lungo, faticoso e costante. Non credo che diventare uomo sia cosa più facile e più veloce che imparare a suonare il pianoforte. Non credo che il cuore umano produca sentimenti umani più facilmente di quanto le dita di una mano producano movimenti armonici. Non credo che diventare persone libere e responsabili sia un compito più facile che suonare un pianoforte. La testimonianza che, come cristiani, dobbiamo rendere a Gesù Cristo comprende tutto questo. Dobbiamo mostrare – con la vita concreta – che l’incontro con Gesù ci ha reso più umani; e dobbiamo mostrare che la croce di Gesù – immagine apparente di fallimento e di umiliazione – contiene in realtà una sapienza misteriosa e genera comportamenti di bene.

III
Prendo un esempio: Mc 10,35-45. Sarà bene che non sprechiamo facili accuse contro Giacomo e Giovanni; non cercano altro che quello che desideriamo tutti: vittoria e onore e potere. Ma dobbiamo renderci conto della logica diversa di Gesù, del suo stile, della sua proposta. I grandi delle nazioni le dominano; i capi impongono il loro volere. Ma tra i discepoli di Gesù la legge è quella del servizio, non del potere. È naturale che desideriamo una esistenza ‘riuscita’, che desideriamo fare della nostra piccola storia un romanzo attraente; non si tratta di censurare questi desideri. Si tratta però di capire che la loro autentica realizzazione passa non attraverso il potere che s’impone, ma attraverso il servizio che si dona. Gesù stesso, Signore, non è venuto per essere servito ma per servire e fare della sua vita un dono di riscatto per noi. Questa è la logica di Gesù; dobbiamo capirla, accettarla, interiorizzarla, desiderarla, in modo che il cuore produca poco alla volta, il desiderio di servire, che le esperienze di servizio ci diano la consapevolezza di essere nella direzione giusta, che i sentimenti di orgoglio e di vanità – inevitabili dentro di noi – vengano smascherati e appaiano in tutta la loro difformità dal vangelo della croce. Quanto tempo ci vuole per raggiungere questo obiettivo? Chissà! E chissà se si può conquistare il traguardo una volta per tutte o se invece non si debba ricominciare daccapo ogni giorno, lottando ogni giorno con un orgoglio che rinasce dalle sue ceneri come la fenice. Eppure, se non facciamo questa conversione, non possiamo rendere testimonianza a Gesù. Gesù ha senso se modifica in meglio la nostra vita. Il vangelo non promette una vita più gradevole o facile; ma certo una vita più degna dell’uomo. Non una vita di successo; Gesù non ha mai detto ai discepoli: sarete famosi! Ha detto invece: sarete miei amici; darete sapore al mondo.
Il secondo esempio dello stile di Gesù lo prendo dalla prima lettera di san Giovanni, una bellissima lettera che Giovanni ha scritto alle sue comunità per dare loro speranza, per renderle consapevoli del miracolo che Gesù sta operando nella loro esistenza, per offrire loro dei criteri di verifica del loro cammino. Ebbene, a metà della lettera Giovanni scrive: “In questo abbiamo conosciuto l’amore, nel fatto che Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli.” (1Gv 3,16) Elementare! direbbe qualcuno. Non potrebbe essere più chiaro. Ma lo è davvero? Trovo anzitutto un’affermazione scandalosa sull’amore; cosa significa: amare? Dove posso trovare una realizzazione autentica dell’amore che possa illuminare i miei pensieri? Giovanni non ha dubbi: guarda come Gesù ha dato la sua vita per noi. Quindi l’immagine più luminosa dell’amore è il crocifisso, quell’uomo che non ha più nulla per se, che ha perduto tutto; ma che in realtà ha donato tutto. Quando dunque usate questa parolina – amore – ricordatevi che l’espressione più completa di quello che voi volete dire, se siete cristiani, è il crocifisso. Pensate quanto questo è distante da ciò che usualmente s’intende con la parola amore: vedi tv, cinema, romanzi, canzoni. Qualcuno dirà che esagero; me lo sono chiesto anch’io, tante volte. Ma mi sembra che le parole di Giovanni non possano avere altro senso. E mi sembra che se vogliamo rendere testimonianza a Gesù, dobbiamo operare in noi una conversione, giungere a ragionare così. Non pretendo che questo avvenga di colpo; tanto meno pretendo che l’immagine del crocifisso cancelli tutte le altre immagini dell’amore – cancelli, ad esempio, la beatitudine dell’amicizia, o la gioia dell’innamoramento, o la gradevolezza delle coccole o l’estasi dell’eros. Platone insegnava che anche le forme degradate dell’eros contengono in sé il desiderio, la tensione verso le forme più nobili dell’amore; e questo è un pensiero che mi ha sempre affascinato. Ma, se voglio essere cristiano, se voglio imparare il pensiero di Cristo, debbo passare da qui, dalla croce come compimento dell’amore.
Non solo; debbo anche assumere il dono della vita come elemento naturale, forse necessario della vocazione umana. L’unica misura dell’amore è quella di non aver misura – ha scritto qualcuno. Ed è così, se è vero che dobbiamo “dare la vita per i fratelli.” Certo, solo l’amore per Dio è per principio senza limite; ogni altra forma di amore deve prendere atto che l’esistenza nel mondo è fatta di conflitti, che c’è un ordine nelle persone da amare e nei gesti che esprimono l’amore. Ma, ben chiarito questo, rimane vero che il dinamismo dell’amore conduce fino al dono della vita e che il dono della vita, romantico ed eroico quanto si vuole, è in realtà doloroso e angosciante. Pensate solo a quanto sia doloroso ingoiare una critica o un giudizio di condanna per qualcosa che abbiamo fatto in buona fede. L’amore quotidiano è fatto di mille rinunce, di qualche umiliazione, di qualche gratificazione. Eppure da questo amore quotidiano, paziente passa l’unico, vero apprendistato dell’amore eroico che ci affascina e ci attira.

IV
Ma forse siamo partiti dal traguardo  e vale la pena dare un’occhiata al cammino concreto che conduce al vertice dell’amore, al dono della vita. Prima o poi è inevitabile che ci poniamo una domanda: che cosa posso fare io per gli altri? Dagli altri abbiamo ricevuto quasi tutto di quello che siamo; le nostre azioni, che lo vogliamo o no, hanno inevitabilmente ripercussioni sulla vita degli altri. Diventare persone responsabili significa chiedersi: che cosa posso fare io? Che cosa viene chiesto a me? Alcune cose dobbiamo semplicemente accettarle, ma altre dipendono da noi; dobbiamo imparare a scegliere. Avete la vita davanti. Non aspettate la vecchiaia per darle un senso, per riempirla di bene.
A partire, ad esempio, dalla professione. Non stupitevi: la professione, il lavoro è il modo concreto col quale ci guadagniamo da vivere; già qui inizia il movimento elementare dell’amore. Siccome per vivere abbiamo bisogno di nutrimento e vestito; e siccome il nutrimento e il vestito richiedono lavoro, la conclusione è evidente. Se io vivo i casi sono due: o sto lavorando per guadagnarmi il necessario, o c’è qualcun altro che lavora per me. Notate che le due possibilità si verificano sempre entrambe nella vita di una persona. Quando nasciamo, nasciamo inermi, incapaci di lavorare e quindi di procurarci il necessario; devono lavorare i genitori al nostro posto. Fa parte dell’amore assumerci la nostra quota parte di fatica nella vita e farci carico di quelli che non possono – perché sono piccoli o anziani o malati.
Per di più, la capacità di lavoro non cresce spontanea: bisogna imparare un’arte, un mestiere. E per imparare un mestiere bisogna conoscere una lingua, imparare i numeri, usare gli strumenti e così via. Si richiede una lunga preparazione di educazione e di studio e di pratica. Pensate a tutto questo come a una forma di apprendistato dell’amore. Curare un malato – che è l’opera di un medico – è un atto di amore sopraffino. Ma questo atto di amore è costato giorni e notti di studio, anni di tirocinio, un buon numero di rinunce. Ebbene, studio, tirocinio, rinunce fanno parte dell’amore; sono faticosi, opachi, non danno grandi soddisfazioni, ma sono la condizione necessaria per fare vivere qualcuno – che è esattamente la logica dell’amore. Naturalmente non posso dire quale professione dovete scegliere e come dovete viverla; siamo nel campo della libertà e della responsabilità personale. Mi sembra però di poter dire che più andiamo avanti più è necessario uno studio serio, preciso, regolare, disciplinato. Se desideriamo compiere un lavoro complesso – come quello del medico, ad esempio, dell’ingegnere, dell’insegnante, del politico, del giudice – non si possono fare le cose approssimativamente; si farebbero dei danni, a volte gravi. E qui le buone intenzioni non giustificano niente. Non basta che io abbia l’intenzione di fare del bene; è necessario che i gesti che io pongo producano realmente del bene; e questo suppone che io sappia giudicare correttamente la realtà, misurare i mezzi con gli obiettivi, usare correttamente gli strumenti, collaborare lealmente con gli altri. Può sembrare un discorso profano, che ha poco a che fare con la fede, ma sono convinto del contrario: il primo passo per amare davvero il prossimo è questo. Solo se ciascuno si assume una quota parte di attività e di responsabilità la società può funzionare e le persone possono (soprav)vivere. La competenza e l’onestà nel proprio lavoro entrano nella testimonianza che dobbiamo rendere a Gesù del quale si diceva: “Ha fatto bene ogni cosa!” (Mc 7,37).

V
Dunque, il servizio agli altri col proprio lavoro. Ma questo non basta. L’uomo non è solo un consumatore di cibo o di beni; è una persona libera e responsabile, che ha coscienza di sé e delle proprie azioni. Diventare uomo non richiede solo di diventare capaci di lavorare: richiede di diventare attenti alla realtà in cui viviamo, capaci di capire quello che succede in noi e attorno a noi, capaci di giudicare correttamente gli eventi, di fare scelte responsabili, di distinguere il vero dal falso, il male da bene; di scegliere il bene anche quando è faticoso, di rifiutare il male anche quando è attraente; si uscire dal guscio del proprio egoismo per aprirsi all’amore sincero verso gli altri, all’apprezzamento della loro vita, al dono generoso reciproco. Insomma, l’uomo non cresce mai solo nelle sue capacità di azione esterna; cresce contemporaneamente dentro di sé, nella capacità di conoscenza e di amore, di coscienza e comportamento morale, di amore e oblatività.
A me sembra che uno dei significati della vita di Gesù in mezzo agli uomini sia da ricercare qui: Gesù è il dono che Dio ha fatto agli uomini di un’esistenza umana autentica, pienamente realizzata, che può quindi diventare un modello credibile di vita. Per diventare ‘umani’ nel modo di pensare e di agire è indispensabile stare vicino a persone ‘umane’. Da loro, quasi per osmosi, impariamo il modo giusto di pensare e di agire, di desiderare e di volere, di entrare in relazione con gli altri e col mondo. Donandoci Gesù, Dio ci ha donato un’esistenza umana totalmente dedicata all’amore e al servizio degli altri, proprio perché era un’esistenza aperta totalmente a irrevocabilmente a Dio. È forse l’aspetto paradossale dell’esistenza umana, misterioso ma stupendo: che l’uomo non riesce a essere totalmente umano se non supera e trascende se stesso; e che questo superamento di se stesso ha il suo culmine nell’apertura e nella comunione con Dio. Dio solo è degno di essere amato con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze; proprio perché Dio è bene senza mescolanza di male; è perfezione senza riserve o limiti. Quando l’uomo si apre a Dio e inizia il cammino dell’amore per Dio, ha davanti a sé qualcuno al quale può consacrare tutto se stesso, senza riserve. Per questo la trascendenza diventa completa e totale. E da questa trascendenza nasce una nuova e stupenda capacità di amore agli uomini, una capacità di amore che va oltre le realizzazioni, anche buone, della nostra volontà.
Càpita a un adolescente di innamorarsi; e questa esperienza gli cambia la vita. Era triste, irritabile, annoiato; ma da quando si è innamorato, ha entusiasmo, ha voglia di vivere, ha desiderio di amare. Non dico, naturalmente, che nell’innamoramento tutto sia perfetto; so bene gli egoismi che si mescolano con l’amore e producono a volte miscele esplosive di gelosia, di ossessività, addirittura di violenza. Ma voglio dire che l’amore, anche quella forma iniziale, ancora rozza di amore che è l’innamoramento, attrae la persona fuori di sé, la apre a qualcun altro, le dà la gioia di donare, di fare sorridere un’altra persona. E l’interessante è questo: che vengono fuori delle capacità che non pensavamo di avere; erano semplicemente addormentate? O è proprio la presenza dell’altro, con la sua amabilità, che le suscita? Mi sembra che con Dio sia proprio così: che la presenza di Dio, una volta che viene riconosciuta a accolta con amore (con fede), suscita nell’uomo una capacità inedita di amore, di generosità, di dono, un coraggio nuovo di affrontare le prove e di portare le sofferenze della vita.
È capitato così a Gesù di Nazaret. Il suo rapporto con Dio è un rapporto filiale, quindi di totale appartenenza, di relazione intensa dal punto di vista affettivo. Gesù sa di avere ricevuto tutto dal Padre e vive questa dipendenza con libertà e amore pieno; per questo sente e percepisce la sua vita come appartenente al Padre, come una vita donata e santificata nel dono. Questa esperienza permette a Gesù di uscire totalmente dal proprio egoismo e di donarsi totalmente agli altri secondo la volontà e il disegno del Padre. Gesù trascende così pienamente la tendenza egoistica del cuore umano che può muoversi con piena libertà in mezzo al successo e all’insuccesso, alla vita e alla morte. Il rapporto intenso, totalizzante con Dio lo rende pienamente disponibile agli uomini. Così Gesù è passato facendo del bene e sanando tutti quelli che erano sotto il potere del diavolo “perché Dio era con lui.” È il rapporto col Padre che rende il passaggio di Gesù portatore di salvezza; nel suo passaggio Gesù rende umano l’uomo liberandolo dalla potenza del male. Scrive san Pietro: “Cristo patì per voi,
lasciandovi un esempio,
perché ne seguiate le orme:
22egli non commise peccato
e non si trovò inganno sulla sua bocca;
23insultato, non rispondeva con insulti,
maltrattato, non minacciava vendetta,
ma si affidava a colui
che giudica con giustizia.
24Egli portò i nostri peccati nel suo corpo
sul legno della croce,
perché, non vivendo più per il peccato,
vivessimo per la giustizia;
dalle sue piaghe siete stati guariti.
25Eravate erranti come pecore,
ma ora siete stati ricondotti
al pastore e custode delle vostre anime.” (1Pt 2,22-25).
Gesù subisce da parte degli uomini una condanna ingiusta; patisce umiliazione, persecuzione, morte. Ha conosciuto tutta la cattiveria e la debolezza umana; eppure questa sofferenza non lo ha reso cattivo. Perché? Perché affidava la difesa della sua causa a Dio che giudica con giustizia. Può subire ingiustizia senza diventare cattivo perché ha qualcuno che certamente gli renderà giustizia. Potrei continuare, ma il senso di quanto sto dicendo è tutto qui: Gesù è stato perfettamente umano proprio perché era pienamente divino; ha vissuto nel modo più vero le relazioni con gli uomini proprio perché era in relazione costante con Dio; ha interpretato e vissuto la sua vita come servizio proprio perché sapeva di essere amato e custodito da Dio. Essere testimoni di Gesù significa seguire le sue orme. Insomma, nella missione e nella testimonianza non si tratta prima di tutto di fare qualcosa, ma di essere se stessi, di essere discepoli di Gesù, cristiani, credenti. Si tratta di lasciare che l’amore di Dio nel quale noi crediamo prenda progressivamente possesso di pensieri, sentimenti, decisioni e azioni.

VI
Ma qui ho due cose da dirvi. La prima riguarda voi in quanto giovani. Vi ho parlato della vocazione dell’uomo a crescere, diventare responsabile, amare; vi ho parlato di Gesù Cristo come dono di Dio perché attraverso di lui possiate realizzare appieno la vostra vocazione. Vi ho parlato dell’amore e del cammino da fare per viverlo. Fin qui ero in grado di parlare. Ma adesso dovreste parlare voi. Dovreste dire voi come sentite il senso della vostra esistenza; come tentate di unire la vostra esperienza di giovani con il vangelo di Gesù. Lo spirito che guida i credenti è sempre lo stesso: lo Spirito di Gesù, spirito di fedeltà e di grazia. Ma il vissuto delle persone cambia con i tempi e cambia necessariamente la forma concreta della vita: le cose che si fanno, i problemi che si affrontano, le relazioni che si costruiscono. Qui non posso insegnarvi molto perché appartengo a un’altra generazione; ma posso ascoltarvi, fare il tifo per voi perché possiate fare una bella corsa, accompagnarvi per aiutarvi a discernere nella vostra esperienza quello che è vera creazione da quello che è conformismo, pigrizia, banalità, ricerca di comodità. Tocca a voi, però, prendere in mano la vostra vita e darle una forma insieme evangelica e moderna. Più volte il Papa ha detto che siete voi gli evangelizzatori del mondo giovanile. Non perché a noi non interessi o perché noi non dobbiamo predicare ai giovani, ma perché solo voi potete tradurre, incarnare il vangelo nella vita che è vostra. Datevi da fare; non siate pigri; non abbiate paura; il Dio che è in voi è più grande del mondo e il mondo lo potete accogliere dalle sue mani. Faticherete, e molto, perché il futuro non si presenta proprio roseo; ma la gioia non è mai consistita nel non faticare; piuttosto nel faticare per qualcosa che vale. E qualcosa che vale l’avete in voi: è la vostra umanità fatta di sentimenti, intelligenza, coraggio, speranza; è lo Spirito di Gesù che vi spinge verso il bene.
In particolare questo discorso vale per le ragazze. In questi decenni il vissuto femminile è cambiato con una profondità inimmaginabile. Questa trasformazione tumultuosa produce inevitabilmente incertezze, sfasature, anche errori. Ma nello stesso tempo apre possibilità inedite di crescita. Prendete coscienza di questa vocazione che è particolarmente vostra: immettere il vangelo nel vissuto femminile contemporaneo; animare il vissuto femminile di oggi con lo Spirito del vangelo. Molto nella Chiesa dipenderà dalla presenza di donne che siano radicate veramente in Cristo e nello stesso tempo attente e aperte al presente. Non si tratta di idolatrare il presente, s’intende; si tratta di assumerlo ed evangelizzarlo. Per questo dico tutta la mia simpatia e il mio incoraggiamento. Ricordate le ultime parole di Gesù ai discepoli al termine dell’ultima cena: “Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo.” (Gv 16,33)
Finalmente l’ultima cosa che mi sta immensamente a cuore. Siccome siamo persone umane, abbiamo tutti la vocazione a crescere in umanità, cercando la verità e il bene, diventando saggi e responsabili, imparando l’arte suprema dell’amore. Siccome siamo cristiani, siamo convinti che Gesù è il modello autentico di umanità; che in Lui Dio ci è venuto incontro, ci ha mostrato la bellezza di un’esistenza umana compiuta, ci dà in lui la forza di una conversione che assuma Gesù come modello, radice, stile, speranza. Questo cammino di umanizzazione attraverso Gesù Cristo deve, se è autentico, incarnarsi nel modo di vivere i rapporti con gli altri, il lavoro e la professione, l’impegno politico, la riflessione culturale: qui si radica la testimonianza cristiana. Come ho detto, un cristiano riesce a fare questo solo se è in continua comunione con Gesù. E, cosa che non ho detto ma che è vera, questa comunione con Gesù passa attraverso l’ascolto del vangelo, l’eucaristia, i sacramenti, la Chiesa. Ebbene, tutti voi avete la vocazione a crescere nell’amore. Ma se qualcuno di voi intuisce che è gioia grande donare Cristo agli uomini, far conoscere il vangelo, far incontrare l’amore di Dio nell’eucaristia.… ebbene, questi ci pensi, perché può avere la vocazione a essere prete. Gli uomini hanno bisogno di pane, di cultura, di affetto ed è un atto di amore garantire loro queste cose; ma gli uomini hanno bisogno soprattutto di Dio e del suo amore, di Gesù Cristo e della sua parola; procurare tutto questo è servizio, dedizione, amore.
A questo punto, il discorso della missione e della testimonianza è fatto; si tratterebbe solo di tirare delle conseguenze. Durante l’ultima cena Gesù dice ai suoi discepoli: “Come il Padre ha amato me, anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.” (Gv 15,9-11) Mettete in parallelo queste parole con quelle che il Signore risorto dice ai discepoli nel Cenacolo il giorno stesso di Pasqua: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi.” Dio, il Padre, ha mandato Gesù nel mondo e questa missione è impastata con l’amore di Dio. Che cosa doveva fare Gesù se non mostrare l’amore di Dio agli uomini? Proprio perché era amato da Dio le seduzioni e le paure del mondo non avevano presa su di Lui. Quando il diavolo, all’inizio del suo ministero, gli si presenta per offrirgli successo, ricchezza, potere, Gesù può vincere questa tentazione perché ha in Dio, nell’amore di Dio per lui, una ricchezza più grande; e quando alla fine del ministero la prova diventa quella della paura perché Gesù si trova di fronte al fallimento, al tradimento, al rinnegamento, alla morte; anche allora Gesù può vincere questa prova perché l’amore di Dio è più forte. È libero, Gesù: le seduzioni non lo imprigionano, le paure non lo paralizzano; è libero perché è amato dal Padre e perché ama il Padre.
Ebbene, nel rapporto tra i discepoli e Gesù si riproduce la stessa struttura. Gesù ama i discepoli e i discepoli sono chiamati a rimanere nel suo amore, cioè ad accogliere pienamente l’amore di Gesù e a muoversi sempre dentro questo amore. Ebbene, proprio per questo i discepoli possono vivere nel mondo come liberi – non sedotti dalle promesse, non spaventati dalle minacce. Rileggo solo alcune espressioni del NT che ci possono aiutare a capire quello che voglio dire: Mt 5,11-12; 5,43-48; 6,25-34; 10,28-31; Rm 8,31-38; 12,9-10; 14,7-9; 1Cor 13; 2Cor 3,18; 5,14-17; 12,7-9; Fil 4,4-6; 4,11-13; Eb 2,14-15….