«Mission»

di Roland Joffé

Virgilio Fantuzzi

Insignito del massimo riconoscimento al festival di Cannes del 1986, viene programmato con successo in Italia il film Mission di Roland Joffé, la cui vicenda è ambientata in America Latina all'epoca delle riduzioni fondate dai gesuiti in quello che allora si chiamava Paraguay e occupava un territorio molto più vasto dell'attuale Stato omonimo. Tra il 1609 e il 1768 i missionari gesuiti riuscirono a convincere gli indi« di diverse tribù (in prevalenza guarani) ad abbandonare la vita nomade per lasciarsi condurre (in latino reducere) a vivere in insediamenti stabili appositamente edificati (le riduzioni), amministrati con criteri rigidamente comunitari. In tal modo gli indios, convertiti al cristianesimo, venivano sottratti agli abusi della colonizzazione. L'esperimento delle riduzioni (che al momento del massimo sviluppo contavano più di 150.000 indios battezzati) ebbe termine con l'espulsione dei gesuiti dai territori spagnoli, preludio della successiva soppressione della Compagnia di Gesù.

Un progetto laborioso

La trama del film è presto narrata. Siamo nel Paraguay alla metà del XVIII secolo. Il gesuita p. Gabriel (Jeremy Irons) fonda una nuova missione in una zona impervia della foresta. Rodrigo Mendoza (Robert De Niro), ex mercenario e mercante di schiavi, dopo aver ucciso in duello il proprio fratello, si converte e, fattosi gesuita, lavora nella missione del p. Gabriel. Spagna e Portogallo, che vedono di malocchio l'esperimento sociale compiuto dai gesuiti nelle loro missioni, chiedono a Roma d'intervenire per chiudere le riduzioni. Il card. Altamirano (Ray McAnally), inviato del Papa, ispeziona la zona e, cedendo alle pressioni del governo portoghese, ordina ai gesuiti di ritirarsi per dar modo ai militari di sottomettere gli indios. Mentre Mendoza, non ancora ordinato sacerdote, chiede di essere sciolto dal voto di obbedienza e organizza la resistenza armata, il p. Gabriel invita i suoi fedeli a pregare. La missione viene distrutta, gli indios massacrati. I due gesuiti muoiono contemporaneamente, stringendo tra le mani uno l'ostensorio e l'altro la pistola.
Coprodotto dall'italiano Fernando Ghia e dall'inglese David Puttnam, il film è costato 17 milioni di sterline (pari a 40 miliardi di lire).
Ghia, che rivendica la paternità dell'idea, dice che il progetto di questo film lo ha tenuto occupato durante 15 anni di laboriosa gestazione.
«Ho conosciuto solo per caso la storia delle riduzioni dei gesuiti, che costituirono uno dei grandi casi politici e religiosi del loro tempo - dice Ghia -. Approfondendo la vicenda, mi sono reso conto che aveva un potenziale cinematografico straordinario: paesaggi, scenografie, musiche, guerre e, soprattutto, conflitti umani la cui portata andava al di li del momento storico che li ha visti nascere, Nel '73 andai da Robert Bolt per proporgli di scrivere la sceneggiatura. Scelsi Bolt perché aveva scritto la sceneggiatura del film Un uomo per tutte le stagioni, sulla vita di Tommaso Moro, ed era quindi la persona più adatta per trasformare in immagini l'utopia dei gesuiti dei '600. Gli imposi, tuttavia, di non scrivere una sola riga prima di aver visto i posti. Lo portai a Iguazú per fargli vedere le cascate. Fu uno shock per lui come lo fu, più di dieci anni dopo, per Joffé quando l'ho condotto nello stesso luogo».
Il regista inglese Roland Joffé, che dopo essersi fatto le ossa col teatro e con la televisione ha esordito nel cinema col film Urla del silenzio (1985) sui campi di concentramento nella Cambogia (vincitore dì tre premi Oscar), dice di essere rimasto profondamente coinvolto dall'esperienza di Mission, che è il suo secondo film.
«Quando sono arrivato per la prima volta in un villaggio di indios - dice Joffé -, ho avvertito subito la loro straordinaria sensibilità, la loro disponibilità a comunicare con la gentilezza, l'intelligenza con la quale hanno immediatamente capito che il film li riguardava, raccontava la loro storia, lo certi Paesi la schiavitù è finita solo nel secolo scorso. Ma ho avvertito anche con tristezza la loro fragilità, la debolezza che deriva dall'eccesso di fiducia che Sono pronti ad accordare agli altri dopo aver superato la prima istintiva diffidenza».
Dopo conseguimento della Palma d'oro a Cannes, assieme agli elogi sono piovute sul film molte critiche. Alcuni accusano Mission di essere troppo favorevole ai gesuiti, altri vi scorgono un attacco contro la Chiesa istituzionale.
«Il mio film - dice ancora Joffé - non è né clericale né anticlericale. Esprime le tensioni e le contraddizioni che attraversano la storia della Chiesa e che, a quanto mi risulta, perdurano tuttora nelle diverse situazioni nelle quali la Chiesa svolge la sua attività, che non è solo religiosa, ma anche politica. Basti pensare alla Polonia o a certi Paesi dell'America Latina. I personaggi del film esprimono diversi atteggiamenti di fronte al medesimo problema. C’è la logica del p. Gabriel, il missionario puro, che crede solo nell'amore inerme e passivo; c'è quella di Mendoza, il convertito, che esprime l'amore mediante la forza e la lotta: c'è la logica del cardinale Altamirano, che esegue, sia pure a malincuore, gli ordini superiori e giunge alla conclusione che forse, per gli indios, sarebbe stato meglio che i gesuiti non avessero mai attraversato l'Atlantico».

Opinioni a confronto

Il successo di un film che agita problemi di questa portata si dovrebbe poter misurare, più che dagli incassi al botteghino, dall'ampiezza del dibattito al quale fornisce occasione. Un'eco di tale dibattito la si può cogliere nei commenti dei critici che, dopo la prima-raffica di giudizi inviati da Cannes, sono tornati sull'argomento con riflessioni più pacate in occasione dell'uscita di Mission sugli schermi italiani.
«Temi ardui spiegati al popolo e illustrati con momenti di intensa veemenza e qualche risvolto un po’ scolastico - è il parere espresso da Tullio Kezich su la Repubblica (11 ottobre 1986). Siamo nel filone del kolossal con idee. Una formula desueta, che comporta un rischio continuo: alla luce di ogni idea che brilla, si intravede un piccolo o grande compromesso di mercato; ma la sequenza dei compromessi spesso è rischiarata dal luccichio di nuove idee».

Giovanni Grazzini, dopo aver ricordato sul Corriere della Sera (14 ottobre 1986) che Mission deriva alla lontana dal dramma Sacro esperimento, scritto nel 1943 dall'austriaco Fritz Hochwalder, e dopo aver opportunamente citato Il cristianesimo felice nelle missioni della Compagnia di Gesù nel Paraguay, pubblicato nel 1743 da Ludovico Antonio Muratori e recentemente ristampato dall'editore Sellerio, dice di essere rimasto deluso dal copione di Robert Bolt, «la cui tecnica narrativa è troppo legata ai canoni hollywoodiani del cinema d'avventura a sfondo pseudo-progressista per potersi sottrarre alle schematizzazioni e alle enfasi convenzionali».
«L'appello di Mission all'amore e alla libertà - prosegue Grazzini - resta un'esercitazione retorica, comprese le ovvie allusioni alla Chiesa che, se ieri non l'ha fatto, oggi dovrebbe schierarsi con gli oppressi, magari sposando le tesi della "teologia della liberazione"».
Secondo Morando Morandini, che ne scrive su il Giorno (10 ottobre 1986), Mission è un film «epico nella struttura, palesemente sincero negli intenti, ambizioso nella rappresentazione di un'utopia realizzata, permeato di un autentico orrore per il genocidio degli indios». Nell'osservare tuttavia che la pellicola non si sottrae a quella facile ricerca di effetti spettacolari che le fu rimproverata a Cannes, Morandini aggiunge:
«Mission è un altro film che rimette sul tappeto la questione dei rapporti tra cinema e storia. Basta osservare che gli indios vi fanno tappezzeria. Non hanno né volto né parola. La loro è una presenza passiva, non attiva. Sono oggetti, non soggetti della storia. La partita si gioca all'interno del potere dei bianchi».
Sull'aspetto politico del problema sollevato dal film si sofferma Sauro Borelli su l'Unità (11 ottobre 1986). Per lui Mission è un’opera «ricca di mezzi e di risorse spettacolari, ma ancor più sorretta da una solida parabola morale e da intenti ideali di segno progressista».
«Opera a metà fervidamente avventurosa - dice ancora Borelli - e a metà intensamente ispirata sullo specifico piano di una nobile perorazione non solo dalla parte delle scomparse tribù del popolo guarani, ma più allusivamente tesa a solidarizzare con gli attuali fermenti del clero cattolico latino-americano sulla controversa "teologia della liberazione».
Di parere diverso è Gian Luigi Rondi il quale scrive su il Tempo (11 ottobre 1986) che il film «assomiglia a un western nel quale i gesuiti e gli indios sono i buoni, mentre i portoghesi e gli spagnoli sono i cattivi».
«Certo - ammette Rondi -, la causa è cosi nobile, i sentimenti sono così giusti, il tema religioso è cosi forte, che qua e là non si può non essere comunque conquistati. Ma sono proprio questi temi cosi elevati e cosi insoliti che ci farebbero desiderare rappresentazioni alla loro altezza e nella loro stessa cifra. II dilemma cristiano del Paraguay settecentesco meritava di più».

Precisazioni storiche

In un film che parla di vicende accadute due secoli fa, tenendo presenti problemi (come quelli sollevati dalla «teologia della liberazione») che solo in epoca recente si sono imposti alla consapevolezza dei cristiani, c'è da aspettarsi che la presentazione ed elaborazione dei dati storici subisca una deformazione dovuta all'effetto (in gran parte emotivo) che se ne vuole ricavare, anziché ai criteri di obiettività che dovrebbero ispirare una fedele ricostruzione degli avvenimenti. Su questo argomento abbiamo chiesto un parere al p. Hugo Storni dell'Istituto Storico della Compagnia di Gesù, particolarmente esperto in questa materia, il quale ci ha trasmesso le seguenti precisazioni:
«Più che a una ricostruzione storica vera e propria il film Mission fa pensare a uno di quei romanzi a sfondo storico, che prendono alcuni dementi dalla realtà per disporli in un ordine diverso rispetto a quello che avevano in origine. Non è certo facile racchiudere nello spazio di due ore tutta la varietà di avvenimenti che hanno caratterizzato storia delle riduzioni del Paraguay, durata più di 150 anni. Conviene tuttavia avvertire gli spettatori che non devono prendere per storico quello che è frutto dell'immaginazione degli autori del film.
«La visione delle cascate dell’Iguazú, al confine tra l'Argentina e il Brasile, è spettacolare e il regista vi ricorre di frequente. Esse però non ebbero alcuna funzione di rilievo nella storia delle riduzioni, e vi entrano una sola volta, quando gli indios partendo dall'attuale diga di Sete Quedas, tra il Brasile e il Paraguay, si diressero verso il sud fuggendo e difendendosi dai razziatori, che minacciavano dì portarli schiavi nelle zone di San Paolo. Per questo è inverosimile la scena con cui si apre il film. Un gesuita, attaccato a due pezzi di legno incrociati, viene buttato nelle acque del fiume Iguazú, che lo portano alle cascate da dove precipita e muore. In simili casi i guarani procedevano in maniera più diretta, lasciando da parte sistemi cosi complicati.
«Lo svolgimento dato al finale del film si riferisce ai fatti verificatisi in due occasioni distinte. Una fu l'espulsione dei gesuiti dalle riduzioni, che avvenne nel 1768 per ordine di Carlo III re di Spagna. In quella circostanza non si verificò nessuna lotta o battaglia tra indios e spagnoli. Arrivato l'ordine, i gesuiti obbedirono com'era normale a quei tempi di fronte a un ordine del re. Neppure gli indios si opposero, anche su consiglio degli stessi gesuiti. L'altra circostanza fu quando si vollero obbligare gli indios ad abbandonare sette riduzioni, ora in territorio brasiliano, perché sorgevano in una regione destinata alla Corona del Portogallo dall'accordo tra Portogallo e Spagna firmato a Madrid nel 1750. In una località chiamata Caaybaté, attualmente nel Brasile del sud, si scontrarono l'esercito ispano-portoghese, forte di 1700 uomini, e un numero uguale di indios guarani, ai quali non si può dare il nome di esercito, perché mancavano di capi e di equipaggiamento. Caddero 1311 indios, 152 furono fatti prigionieri e gli altri fuggirono nella vicina foresta. In tutto questo i gesuiti non ebbero parte attiva, anche se in seguito furono accusati da entrambe le parti. Gli europei incolparono di aver incitato gli indios alla rivolta. Questi ultimi invece rinfacciavano loro di essersi venduti al nemico.
«Il solo combattimento terrestre e navale che la storia delle riduzioni ricordi si svolse molti anni prima, nel 1641, in una località lungo il fiume Uruguay, e perciò senza alcuna relazione con le cascate dell'Iguazú, tra l'Argentina e il Brasile. In quel caso una formazione armata fu assalita e vinta da un intervento degli indios guidati dai gesuiti. Circostanze simili si verificarono quando il p. Diego de Alfaro, che qualcuno ha ricordato in questi giorni, fu assassinato dai razziatori mentre cercava di difendere gli indios. In quel tempo i gesuiti non facevano che obbedire agli ordini del re in difesa degli indigeni.
«In quei tempi le riduzioni furono visitate da pochi vescovi, meno ancora da governatori, certamente da nessun cardinale, e ciò non per l'opposizione dei gesuiti (come hanno affermato alcuni autori), ma perché il viaggio risultava troppo difficile da affrontare. Le riduzioni si trovavano infatti fuori delle grandi vie di comunicazione. Vi fu un gesuita, di nome Lope Luis Altamirano che fu mandato dai superiori per agevolare l'applicazione dell'accordo del 1750, di cui si è parlato, ma non per ordinare ai gesuiti di lasciare le riduzioni.

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Che dire dunque di questo film appassionato e generoso sul quale, come si è visto, circolano pareri discordanti? Sorto il profilo della ricostruzione storica è evidente che Mission manipola con disinvoltura i fatti del passato allo scopo d'inserirsi, non senza eccessi di semplificazione e approssimazione, nel dibattito attuale sui rapporti tra religione e politica. I gesuiti sono visti con simpatia da Joffé a motivo dell'ammirazione che il ricordo delle riduzioni, intese come realizzazione sociale, è ancora capace di suscitare. Il regista permane tuttavia estraneo alle motivazioni religiose che sono alla base delle scelte personali e comunitarie operate dai missionari. li film è animato da un'indubbia passione per l'uomo conculcato e oppresso (la stessa che Joffé aveva mostrato in Urla del silenzio), espressa con mezzi spettacolari, capaci di esercitare una presa immediata sulle platee.

 

FONTE: Civiltà Cattolica, 137 (1986), pp. 362-366.