Prima catechesi
CREDERE… PER ESSERE SALDI NELLA FEDE
LA CASA SULLA ROCCIA
Mario Russotto, Vescovo di Caltanissetta


Introduzione

Carissimi Giovani, a voi il mio affettuoso saluto anche a nome dei Vescovi italiani. Sono davvero contento di poter condividere con voi questo primo momento di riflessione, al quale seguirà la celebrazione della S. Messa… per riconoscere e incontrare il nostro Signore Gesù, che nella Parola e nell’Eucaristia ci trasfigura in Sé per essere di Lui luminosa avvolgente luce.
Questa è la prima GMG che viene celebrata con uno specialissimo Santo Protettore, ideatore e fondatore di questo con-venire di milioni di giovani da tutto il mondo. A lui, al Beato Giovanni Paolo II, tutto il nostro riconoscente affetto e la nostra sempre giovane amicizia. Davvero lui dalla finestra del Cielo continua a dire a tutti i giovani del mondo: «Vi ho chiamati e voi siete venuti!». Ed ora eccoci qui per continuare a camminare tutti insieme nel Signore Gesù Cristo… ben radicati e fondati in Lui, saldi nella fede (Col 2,6-7). Una certezza ci accompagna in questa ascesa verso il monte della santità e della gioia: mai siamo soli! Il Signore è nostra Via e nostro Compagno di viaggio e il Beato nostro Giovanni Paolo II è la luminosa “luce vicina”, che continua a ripeterci: «Non abbiate paura! Spalancate le porte a Cristo. Lui sa quello che c’è nel cuore di ogni uomo!».
Il 2 luglio 2010 il Santo Padre Benedetto XVI così ha detto all’Arcivescovo di Madrid ricevuto in udienza in preparazione alla GMG 2011: «Sono molti i giovani che guardano all'evento con il desiderio di potersi incontrare a Madrid per ascoltare, insieme, la parola di Cristo, sempre giovane, e poter condividere la fede che li unisce e il desiderio che hanno di costruire un mondo migliore… Questa bella iniziativa non è solo una semplice riunione tra molte persone, ma un'occasione privilegiata affinché i giovani si lascino conquistare dall'amore di Cristo giovane».
In questa prima catechesi rifletteremo insieme su Credere… per essere saldi nella fede. Ci farà da linea guida il testo biblico di Mt 7,24-27: la parabola delle due case: una costruita sulla roccia, l’altra sulla sabbia.

1. Uno sguardo al nostro tempo

Cominciamo questa nostra riflessione dando un veloce sguardo ad alcuni aspetti del nostro tempo. Voi sapete bene, cari giovani amici, che il nostro è un tempo di forti contrasti dove abbondano gli "...ismi" (soggettivismo, relativismo, pessimismo, indecisionismo) e dove i paradossi sono all'ordine del giorno. Oggi siamo "orfani delle ideologie" ed eredi della "bancarotta della ragione". Viviamo un tempo dove le categorie dello spazio e del tempo sono ridotti all’hic et nunc, mentre contemporaneamente c'è la volontà di riscoprire le proprie radici e di investire nel domani. Abitiamo un tempo caratterizzato dalla volontà di una forte differenziazione, forse a giustificare la frammentarietà della nostra società, mentre contemporaneamente si assiste alla costruzione di un "io collettivo" e di un “villaggio globale”, grazie anche alle nuove tecnologie di comunicazione in tempo reale. Ci muoviamo dentro un tempo dedito alla distruzione e allo sfruttamento incondizionato delle risorse della terra, mentre contemporaneamente si rivaluta e si cerca di preservare il creato. Ci troviamo in un tempo che vede una fede costruita su inesorabili aut-aut: tra misticismo e scientismo, tra credenti non praticanti e devoti praticanti, tra indifferenza dei cosiddetti “lontani” e ateismo pratico dei cosiddetti “vicini”.
La conseguenza di tutto questo è che molti uomini e donne, e in particolare tantissimi giovani, si ritrovano mendicanti di speranza e di gioia, nutrendo allo stesso tempo una certa diffidenza verso la proposta cristiana, che si presenta molto impegnativa. Un diffuso senso di scontentezza e di non-riconoscimento li porta a vivere lontano dalla Chiesa o a ricercare una fede di tipo mistico-emozionale-affettiva. Una fede cioè che privilegia un’esperienza religiosa basata a volte esclusivamente sulle emozioni e sui sentimenti, con una spiritualità biblicamente poco fondata e ricca di evanescenti suggestioni.
Il nostro è un tempo dove si registra inoltre una forte tendenza al pragmatismo, o meglio ad una interpretazione “operativa” della fede, in sintonia con il prassismo della cultura attuale, per cui prevale una “ideologia del vissuto”, l’esperienzialismo estemporaneo, l’organizzazione efficientista e aziendale… carente di seria interrogazione circa i presupposti e i fondamenti della fede. E la Chiesa stessa viene considerata solo per i suoi interventi nei processi pratici della vita sociale e per le sue opere caritative, cioè quando la sua presenza si dimostra funzionale ai bisogni e ai problemi della società civile.
Per molti giovani il cristianesimo sembra aver perduto ogni senso e ogni interesse: molti lo ignorano del tutto e non si curano di conoscerlo o di farsene almeno un'idea; altri lo ritengono una cosa del passato, di cui non vale la pena occuparsi. E così la fede in Cristo Gesù rimane "assente" dalla loro vita, senza che tale assenza sia avvertita o faccia problema.
D'altra parte, bisogna anche ammettere che c'è una crisi "interna" al cristianesimo: alcuni confessano di non credere più e di aver abbandonato da molto tempo ogni pratica religiosa (in particolare la partecipazione alla Messa domenicale); altri non sanno se credono o no, hanno gravi dubbi sulle verità fondamentali del cristianesimo o si dichiarano agnostici nei riguardi di esse; altri ancora accettano solo alcuni punti della fede e della morale cristiana, facendo una "scelta" nelle verità da credere e nelle norme morali da osservare, secondo i propri gusti e le proprie esigenze individualistiche. Bisogna anche dire che nello spirito dell'individualismo contemporaneo, si sviluppa un individualismo religioso per cui ognuno si fa la propria religione, si sceglie la propria comunità, si fa la propria liturgia, si crea la propria morale, senza tener conto della dimensione comunionale della Chiesa e delle esigenze radicali del Vangelo.
A questo punto ci chiediamo: come è possibile fare ai giovani una proposta cristiana con tutta la radicalità della decisione che essa comporta in questo tempo così caratterizzato? Come è possibile coltivare e testimoniare una fede pensata e pensante, capace di incidere sulle scelte e sulla vita dei singoli e della collettività? E cosa vuol dire credere e rimanere saldi nella fede?

2. Fede naturale e soprannaturale

La fede, nella sua essenza, è un rapporto con qualcuno al quale crediamo. La nostra vita quotidiana, infatti, si basa su rapporti di “fede naturale”, fondata cioè sulla parola di uomini e donne e sulla fiducia nell’autorevolezza morale di essi. La fede cristiana, invece, è una fede soprannaturale, fondata su Dio e sulla sua Parola accolta e vissuta non come parola umana ma proprio come Parola di Dio.
La fede naturale non esige da noi il cambiamento della vita, semmai può costituire un invito ad un comportamento dettato dal buon senso. Per esempio, l’informazione che piove induce o a rimanere a casa oppure a prendere l’ombrello con sè. Niente di più. Invece Dio rivelando se stesso offre a noi una promessa ed esige una condizione. Perché «la fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono...» (Eb 11,1). La promessa è la nostra felicità, il passare dall’essere “naturalmente” immagine di Dio all’essere “soprannaturalmente” sua somiglianza, simili a Lui, santi come Lui, viventi per sempre in Lui. Ed ecco la condizione: «Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti» (Mt 19,17); «Se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18,3).
La conquista della promessa è legata al cambiamento della vita, che nel linguaggio biblico si chiama conversione, in greco metanoia, cioè uscire fuori di testa, amare fino alla follia, senza calcoli e fino allo “spreco”. Perché «il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1,15).

3. Fede è stupore e relazione

Colui che si sforza di essere credente diventa sempre più consapevole di due fatti contrastanti: da una parte l’alterità e dall’altra parte la prossimità di Dio. La prima consapevolezza ci fa cogliere Dio come Mistero, il “totalmente Altro”, invisibile, trascendente, al di là di ogni parola, al di là di ogni comprensione. I Padri della Chiesa sottolineavano con insistenza che «un Dio comprensibile non è Dio». Dobbiamo avere l’umiltà e la coscienza di essere sempre al di qua della soglia del Mistero di Dio, che esige una dimensione apofatica della fede, cioè un lasciarci baciare nel silenzio l’anima da Dio: «Il Padre pronunciò una Parola che fu suo Figlio e sempre la ripete in un eterno silenzio; perciò in silenzio Essa deve essere ascoltata dall’anima!» (San Giovanni della Croce). Ma Dio è anche il Logos (Parola, senso, ragion d’essere dell’uomo) che in Cristo si rende visibile e udibile perché “carne”.
E così in Cristo Gesù Dio è al tempo stesso lontano e vicino a noi. Egli è l’Ospite che ci dà il benvenuto alla fine del viaggio e con noi spezza il pane di comunione nella locanda dell’amicizia; ma è anche il Compagno che cammina al nostro fianco in ogni passo lungo la via, spezzando il pane della Parola. La fede così ci aiuta a scoprire che Dio non è tanto l’oggetto della nostra conoscenza speculativa, quanto la causa del nostro stupore.
Nel Credo non diciamo: «Credo che c’è un solo Dio», ma «Credo in un solo Dio». Tra credere che e credere in passa una differenza cruciale. È possibile per me credere che qualcuno o qualcosa esiste, senza che questo mio credere abbia alcun effetto pratico sulla mia vita. Credo in un solo Dio vuole dire che io mi rivolgo a Dio, conto su di Lui, ripongo in Lui la mia piena fiducia e spero in Lui. La fede, infatti, non è la supposizione che qualcosa possa essere vero, ma la certezza credente che Qualcuno è presente. «Il Credo – diceva il metropolita ortodosso Filerete di Mosca – non ti appartiene se non l’hai vissuto!».
La fede non è una certezza logica ma una relazione personale. Nella Deus caritas est il Santo Padre Benedetto XVI ha scritto: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (DCE, n. 1). E poiché questa relazione personale ha bisogno continuamente di crescere e svilupparsi, è possibile che la fede coesista con il dubbio. Per questo dobbiamo far nostro il grido: «Signore, io credo: aiuta la mia incredulità» (Mc 9,24).
Il dubbio non indica mancanza di fede, anzi può significare l’opposto: che la nostra fede è viva e sta crescendo. La fede, infatti, richiede di non sentirsi mai arrivati, mai appagati, e include il rischio di non chiudersi davanti all’ignoto ma di avanzare coraggiosamente incontro ad esso. L’atto di fede è un dialogo costante con il dubbio. Thomas Merton diceva: «La fede è fatta di interrogativi e di lotta, prima di diventare principio di certezza e di pace».
Uno dei rischi del vivere la fede oggi - perdendo di vista il mistero di Dio e il centro che è Cristo - è confonderla con il “deposito della fede”, cioè ridurla a una dottrina, a una somma di verità, certo importanti, ma forse anche spente. Esse hanno la rassicurante funzione di essere di fronte a noi certe e definite, quasi un frammento della nostra vita, fra i tanti altri.
Dell’esperienza cristiana facciamo fatica a vivere il suo aspetto dinamico, fatto di infinite provocazioni, di suggestioni, di inviti al superamento... proprio come in un’esperienza relazionale in cui l’essere di fronte ad un altro, accolto nella sua libertà, dà alla relazione una dimensione di provvisorietà continua, e al tempo stesso di continua novità. Dell’esperienza cristiana fatichiamo a vivere soprattutto questa dimensione di relazione con la persona del Signore, questo aspetto della fede che coglie la nostra persona di fronte alla sua Persona; della nostra libertà di fronte all’infinito di Dio; della nostra vita affidata a Lui e non fissata su una verità rassicurante e posseduta per sempre. La fede di Abramo, come la fede di Maria di Nazareth, ha proprio questo carattere: un dialogo in cui Dio ha sempre una battuta ulteriore da pronunciare, una relazione che ti scomoda e ti rilancia continuamente in una nuova avventura di vita.

4. Fede è scandalo

Fede è fiducia data al Signore, credendo alla sua promessa, accogliendo l’invito a mettere in discussione noi stessi e a convertirci vivendo la “magna charta” del Vangelo, cioè le Beatitudini. Ascoltando questo testo si ha impressione che Gesù metta tutto sotto sopra: per Lui la felicità è legata agli “abbattuti di vento”, cioè a chi rimane senza fiato, ai calpestati di cuore, a chi ha gli occhi pieni di lacrime, a chi viene emarginato perché vive nella volontà di Dio e nella purezza dell’anima, a chi incarna la paterna maternità della tenerezza e si fa samaritano di amicizia (cfr. Mt 5,3-12).
Gesù ha vissuto l’impossibile agli occhi degli uomini e ci chiede di vivere l’impossibile possibilità della fede: mai irritarti con gli altri (Mt 5,22), mai offendere il fratello, non partecipare alla Messa se qualcuno ce l'ha con te ma prima riconciliati con lui (Mt 23-24), non guardare una donna con desiderio di possederla (Mt 5,28), non resistere al malvagio e se ti percuote la guancia destra porgigli anche l'altra (Mt 5,39), ama i nemici (Mt 5, 44), perdona sempre (Mt 6,12), non fare mai niente per essere visto dagli altri (Mt 6,1), scegli tra Dio e il denaro (Mt 6,24), non giudicare mai nessuno ((Mt 7,1-2), ama da Dio! Perché gli ultimi saranno primi (Mt 10,31); il più piccolo è il più grande (Lc 9,48); per essere il più grande bisogna essere servo di tutti (Mt 23, 11); bisogna perdere la vita per riaverla, ma perde la vita chi la conserva (Mt 16,25); i peccatori e le prostitute precederanno in cielo chi si ritiene senza peccato (Mt 21,31).
Quante volte abbiamo sentito queste parole? E quanti fra noi le prendono sul serio? Manteniamo le parole di Gesù come si conservano i cannoni e le sciabole nei musei: sono adatti ad essere guardati, ma non costituiscono ormai nessun pericolo, non sparano e non feriscono più. Sono stati neutralizzati. Lo stesso accade con la Croce. Si trova in tante case e in tanti luoghi, ma non comprendiamo che si tratta dell'Uomo torturato e ingiustamente ucciso sotto la veste della legge. Anche le parole delle Beatitudini riposano belle incorniciate nella nostra mente, ma questa Parola di Dio, che è spada a doppio taglio (Eb 4,12), non ci ferisce più! Non disturba più la nostra coscienza! Eppure il Vangelo ci chiama ad essere ribelli non violenti, fascinosi segnali di vita in un tempo di morte!
La fede dovrebbe davvero farci aderire con la mente, con il cuore e con la vita a Gesù, l’Unico che possiede la chiave della nostra vera felicità, anzi è Lui stesso questa chiave e senza Gesù noi siamo nelle tenebre. Egli ha detto: «Io sono la vita» (Gv 14,6): non c’é nessun altro modo di evitare la morte (Gv 11,25-26); «Io sono la via» (Gv 14,6): senza di Lui l'uomo si perde (Lc 11,23); «Io sono il pane della vita» (Gv 6,35): senza di Lui l'uomo soffre la fame (Gv 6,35). Gesù è fonte d'acqua (Gv 7,37-38): senza di Lui l'uomo non è in grado di saziarsi (Gv 4, 12-14).
E allora possiamo dire che l'uomo di fede si trova fotografato nel Discorso della Montagna. Perché la fede riguarda non l’erudizione ma l’unzione, non la scienza ma la coscienza, non la carta ma la carne! Vivere la fede significa, oggi più che mai, «dare ragione della speranza che è in noi» (1Pt 3,15), aiutare uomini e donne, giovani e adulti a «varcare la soglia della speranza» (Giovanni Paolo II) perché ogni persona sia sempre più “uomo”, non un “uomo qualsiasi” ma l’alter Christus, un altro Gesù!
La via comoda della mediocrità è da molti battuta, ma conduce alla rovina. Invece la via dell'impegno e delle esigenze evangeliche radicali è trovata da pochi coraggiosi autentici discepoli. Ma è l'unica che porta alla città di Dio! E' una via in salita, che fa dei suoi camminatori una eco udibile della legge dell'amore al fratello e al nemico in quanto fratello in Cristo. Camminando s'apre cammino: è una via che esige il coraggio della ricerca, lo slancio dell'avventura, la fatica della credibilità. Non è facile trovarla, tuttavia bisogna chiedere e bussare senza desistere (cf. Mt 7,7). E lungo questa via ricordarsi del «ma Io vi dico...» (Mt 5,22ss.). Solo allora si è sale della terra e luce del mondo!

5. Fede è casa sulla roccia

«Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia» (Mt 7,24ss).
Attraverso l’immagine della casa, Gesù pone ciascuno di noi dinanzi ad una scelta radicale. Dobbiamo deciderci e scegliere fra due possibilità: la casa sulla roccia o la casa sulla sabbia. Una terza possibilità, quella di un facile accomodamento e di un tranquillo compromesso, non esiste! Due sono i costruttori: il primo costruisce la sua casa sulla roccia, il secondo sulla sabbia. Due sono i modi di costruire posti a paragone di due categorie di discepoli: quelli che ascoltano e "fanno" le parole di Gesù e quelli che si limitano alla semplice audizione.
Nel suo messaggio per questa GMG il Santo Padre Benedetto XVI ha scritto: «Mediante la fede, noi siamo fondati in Cristo, come una casa è costruita sulle fondamenta… Essere fondati in Cristo significa rispondere concretamente alla chiamata di Dio, fidandosi di Lui e mettendo in pratica la sua Parola».
Il furore della tempesta non riesce minimamente a minare la casa sulla roccia, mentre travolge irrimediabilmente l'altra casa, sottraendole con facilità la sabbia su cui è costruita. La parabola provoca tutti noi a confrontarci con i due costruttori, prendendo coscienza di quale fondamento e orientamento diamo alla nostra vita. Perché nessuno potrà costruire una seconda volta! Se la casa crolla, resta in rovina... per sempre! Tutto il Discorso della Montagna così acquista una profondità e un'efficacia particolare: ognuno può costruire la sua casa soltanto nell'uno o nell'altro modo. La vita è una e irripetibile, e potrà vivere per sempre soltanto colui la cui vita è costruita su Gesù e su una risposta di impegno concreto, che trasforma l'uditore in facitore di Vangelo.
Solo costui è un sapiente artefice della propria vita. Modellare con decisioni piccoli o grandi la propria vita è un'opera di saggezza, è compiere un'opera d'arte. Impresa ardua, impossibile se l'uomo si fida soltanto di se stesso e costruisce sulla fragilità della sua finitudine. Avventura affascinante e solida se l'uomo costruisce la sua opera d'arte sulla roccia della Parola viva: Cristo Gesù. Perché l'uomo senza Dio costruisce solo castelli di sabbia... A ragione K. Rahner affermava: «Che posso dire di Te se non che tu sei quello senza cui io non posso essere, che tu sei l'infinito in cui solo può vivere la mia finita umanità?».
Scriveva Origene: «Voi cristiani, siete un popolo sacerdotale, di conseguenza avete accesso al Santo dei Santi. Ognuno di voi ha in se stesso l’olocausto; egli stesso accende il fuoco sull’altare perché arda… Se ami i fratelli al punto di dare la vita per loro, se combatti fino alla morte per la giustizia e la verità, tu sei sacerdote di Dio. Se mortifichi le membra di ogni concupiscenza, se il mondo è crocifisso per te e tu per il mondo e offri il tuo sacrificio sull’altare di Dio, diventi tu stesso sacerdote».
Tu, mio caro giovane amico, sei sacerdote di Vangelo, edificato sulla roccia di Cristo Gesù, saldo nella fede della follia dell’Amore! Tu sarai la risposta all’interrogativo di Gesù: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18,8).

PREGHIERA: Signore, grazie!
Signore mio Dio,
ti ringrazio per il corpo che mi hai donato:
esso mi permette
di entrare in relazione con gli altri,
di esprimere le mie idee e i miei sentimenti.
Grazie, Signore,
perché con la mia mano
posso stringere altre mani,
posso accarezzare le persone che amo;
con i miei occhi
posso guardare e conoscere
il creato e le creature,
con la mia bocca
posso dire i miei pensieri
e baciare quelli a cui voglio bene
e dire: ti perdono
a chi mi ha offeso.
Grazie, Signore,
perché mi hai messo dentro
la passione d'amare
e la gioia di poter pregare
mentre a Te il mio cuore dice:
Ti amo...
Signore, rendi me a me stesso
e aiutami a puntare sempre più in alto
e a saper rischiare la vita
fidandomi di Te e del tuo Amore. Amen!
 

Seconda catechesi
SPERARE… PER RIMANERE RADICATI IN CRISTO
LA VITE E I TRALCI


Introduzione

Nel suo messaggio per questa XXVI GMG il Santo Padre Benedetto XVI ha scritto: «Cari giovani, imparate a “vedere”, a “incontrare” Gesù nell’Eucaristia, dove è presente e vicino fino a farsi cibo per il nostro cammino… Aprite e coltivate un dialogo personale con Gesù Cristo, nella fede. Conoscetelo mediante la lettura dei Vangeli… entrate in colloquio con Lui nella preghiera, dategli la vostra fiducia: non la tradirà mai!».
In questa seconda catechesi, la mia prima con voi, rifletteremo insieme su Sperare… per rimanere radicati in Cristo. Ci farà da linea guida il testo biblico di Gv 15,1-17: la parabola della vite e dei tralci.

1. Inquietudini e disagi dei giovani

Cominciamo questa nostra riflessione provando a dare uno sguardo alla situazione in cui vi trovate a vivere voi giovani, cercando di cogliere le vostre inquietudini e i vostri disagi. Vi confido che nel mio cuore provo un po’ di tremore a parlare di giovani ai giovani, sarei molto più felice, davvero, se foste voi a parlare di voi stessi a noi Vescovi che abbiamo tanto bisogno di ascoltarvi, di imparare da voi e di lasciarci prendere per mano per camminare con voi giovani negli sconfinati orizzonti dei vostri ideali. Ma dovendo tenere questa catechesi, purtroppo ancora una volta siete voi a dover ascoltare la parola di un Vescovo. Subito dopo, però, sarei contento di ascoltare le vostre risonanze e anche le vostre testimonianze.
Miei cari giovani, mi pare che tanti vostri coetanei navigano con fatica nella vita: desiderando abbeverarsi al calice della gioia si scontrano però con il non-senso, e corrono il rischio di “accontentarsi” o di “accantonare” le loro più profonde aspirazioni, rispondendo solo ai bisogni più immediati. Facilmente portati ad esperire la fragilità e la debolezza, trovano difficoltà a trasformarle in forza propulsiva, in “talento” non da sotterrare ma da spendere e far fruttificare. La fatica della vita non può essere dribblata o elusa: va attraversata perché il suo estuario non è la morte ma l’acquisizione di una pienezza di senso. L’inquietudine dei giovani, a mio parere, affonda le radici nel senso che essi danno alla vita, nel significato della vita trasmesso loro dagli adulti e in particolare dai genitori.
Nel pianeta giovanile mi pare di poter cogliere alcuni atteggiamenti che rivelano il disagio dei giovani. Ne individuo quattro.
Paura del mondo, visto come un gigante che sfrutta, stritola e schiaccia le speranze; paura per un futuro nebuloso e privo di speranza, di lavoro, di sicurezza.
Sfiducia in se stessi, nelle istituzioni, negli adulti…
Isolamento come chiusura in se stessi e nel gruppo di riferimento, all’interno del quale ci si sente forti.
Indifferenza… apparente, quasi un’autoprotezione da tutto quello che accade nel mondo.
Dopo il massacro di Novi Ligure del 21 febbraio 2001, in cui i due sedicenni Erika e Omar avevano ucciso con 97 coltellate la mamma e il fratellino della ragazza, un giornalista scrisse un articolo intitolato “Questi nuovi barbari dei nostri figli”, affermando che in non pochi giovani è possibile ravvisare «certi caratteri del barbaro che sopravvive: la vacuità sonnolenta a scuola e il bisogno selvaggio di emozioni estreme per dare contenuto alla vita, l’inarticolata incapacità di esprimere idee complesse e sentimenti raffinati… Troppi nostri figli sembrano soffrire di un deficit di civiltà». Ma, a mio parere, i veri “barbari” sono forse gli adulti, dai genitori ai politici, dai “professori” ai professionisti… perché troppo e per troppo tempo hanno illuso e deluso i giovani con un mondo fatto di apparenza e menzogna, promesse mai mantenute e sogni artificiali, espropriandoli dei sogni alti della vita.
Piacere, potere, possesso: ecco le “tre p” che il mondo offre, oggi come ieri, ai giovani. Queste “tre p” sono gli idoli ai quali si sacrifica tutto: tempo, passione, energie… e anche gli affetti e la vita stessa. Già nel 1966 il filosofo Paul Ricoeur così scrisse sulla rivista “Etudes”: «La maggior parte degli uomini manca certamente di giustizia, manca indubbiamente di amore, ma ancor più manca di significato. L’insignificanza del lavoro, l’insignificanza del piacere, l’insignificanza della sessualità: ecco i problemi di oggi». I giovani oggi (ma anche gli adulti) sono colmi di tante cose ma poveri di spiritualità; sono stracolmi di desideri sessuali ma poveri di amore; sono sazi ma insoddisfatti e infelici. Alla radice di tutto, c’è il problema dell’insignificanza della vita così come viene vissuta; il non avere una meta, un ideale, un approdo alto che dia senso e valore a ciò che si è.
Qualche anno fa una ragazza trovata suicida nella toilette di una stazione di Roma, aveva tra le mani un biglietto che ogni genitore dovrebbe lungamente e seriamente meditare. La giovane, rivolgendosi ai genitori, aveva scritto: «Riconosco che mi avete voluto bene, ma… non siete stati capaci di farmi del bene. Mi avete dato tutto, anche il superfluo, ma… non mi avete dato l’indispensabile: non mi avete indicato un ideale per il quale valesse la pena di vivere! Per questo ho deciso di togliermi la vita! Perdonatemi, ma non ho altra scelta!».
In questo scenario i giovani si sentono smarriti, perché non vedono più una segnaletica che indichi la strada del senso della vita, dell’impegno, della dedizione, della fedeltà agli ideali che danno gusto e grandezza all’esistenza umana. E siete voi, proprio voi giovani le prime vittime di una generazione di adulti diventati insipidi e senza valori. Se per essere padre e madre bisogna avere dei figli, è anche vero che per essere figli bisogna avere un padre e una madre. Ma i figli oggi hanno davvero un padre e una madre? Il primo dono per i figli sono i genitori, ma se questo dono è squallido, è squallida la vita di tutti i membri della famiglia. Dostoevskij diceva che educare significa dare ai figli buoni ricordi, i quali al momento opportuno si accenderanno come lampade e illumineranno il loro cammino.
Il primo compito dei genitori è dare tempo ai figli, è trascorrere ore e ore con loro, è lasciarli parlare e dialogare con loro sui problemi che crescono con l’età e si modificano con gli anni. Molti genitori invece, per sottrarsi a questo fondamentale dovere paterno e materno, suppliscono al “furto del tempo” moltiplicando regali… vuoti di dialogo e di affetto.
Nel suo romanzo “Se un Dio pietoso”, Giovanni D’Alessandro racconta di un famoso scultore, il quale, dopo tanti anni lontano da casa per motivi di lavoro, torna avendo appreso la notizia della morte del giovane figlio a causa di un terremoto. E dopo qualche giorno chiuso nella stanza ai piedi del cadavere del figlio, esclama: «Perché esiste l’amore, perché anche negli animali si protegge il piccolo, lo si aiuta a crescere? Cos’è quello che chiamano l’istinto del genitore, il collegarsi dell’essere adulto all’essere piccino, del soccorrerlo, del pensare a lui? Viviamo immersi in questi misteri e non ne capiamo nulla… Ma noi come faremo a non impazzire, dopo avere tradito noi stessi?».

2. La vita è speranza

La vita è frammento di eternità, dono ricevuto e offerto. E il figlio è avvento in quanto atteso e accolto, ma anche esodo perché in marcia verso il pieno possesso della vita, nell'esercizio della sua coscienza e della sua intelligenza. In quanto dono, la vita si schiude alla fede e alla divina chiamata a coglierne il segreto valore. In quanto offerta, la vita si apre alla speranza nell'esercizio dell'amore gratuito e dello splendore della verità liberante.
La nostra speranza a volte è offuscata da delusioni, frustrazioni, amarezze sul piano personale e relazionale. Più grave e più profonda però è sovente la morte della speranza: quando non crediamo più di riuscire a cambiare, a convertire noi stessi e gli altri che ci stanno accanto; quando non crediamo nella possibilità di costruire una nuova civiltà dell’amore e di far camminare la Chiesa sui sentieri della radicalità evangelica. In questo crepuscolo della speranza, a volte non udiamo più la “voce” e la Parola di Dio, per rilanciarci nella gioiosa e faticosa avventura della vita, ma chiusi in noi stessi affondiamo il coltello nel cuore della fede. Allora diveniamo assassini della speranza! E non solo per noi stessi, ma anche per chi crede in noi come sentinelle del mattino e per la Chiesa stessa.
Per questo occorre riaccendere la fede in Cristo Gesù, continuare a camminare in Lui, cercare senza stancarci e rimanere radicati in Lui. Allora troveremo il coraggio della speranza, il coraggio di crederci e di rischiare fino in fondo. Solo così saremo veramente giovani credenti e testimoni di speranza, ribelli non violenti e luce di Vangelo! La speranza è la scelta fondamentale attraverso la quale l'uomo interpreta il senso ultimo della sua esistenza, che è ricerca e radicamento in quella Bellezza antica e sempre nuova, cioè in Colui che fa di noi un nuovo continuo germoglio di vita.

3. La vita è tralcio nella Vite

«Rimanete in Me e Io in voi. Chi rimane in Me porta molto frutto». Con la parabola della vite e dei tralci Gesù esorta noi suoi discepoli a puntare alla “misura alta” della santità, che consiste nel “rimanere” in Lui, cioè nell’unione con Cristo mediante l’unione fraterna.
Nella Lettera ai Colossesi, messa a tema di questa GMG, San Paolo ci esorta: «Continuate a camminare nel Signore Gesù Cristo… ben radicati e fondati in Lui» (Col 2,6-7). Le radici assicurano all’albero sia il nutrimento sia la stabilità (cfr. Prv 12,3). Se il cristiano non è saldo nella fede, rischia di essere portato via «da ogni vento di dottrina» (Ef 4,14) e da vanità ingannatrici…
Nella nostra parabola Gesù si definisce ē ampelos ē alethiné, la vite quella veritiera, la Vite della Verità. Nell’Antico Testamento la vite veniva identificata con Israele, popolo colmato da Dio di benedizione e tenerezza, a partire dall’esodo dall’Egitto e, soprattutto, durante i 40 anni di pellegrinaggio nel deserto, tempo dell'innamoramento e dell'amore sponsale. Tuttavia la sposa-Israele, dopo aver ricevuto anche il dono di una terra ricca, pensa di poter fare a meno di Dio e rivolge il suo amore ai numerosi "amanti", agli idoli che «hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono...» (Sal 115,5). Israele è una vite infedele: ha tradito se stesso e l'amore di Dio.
Israele è una vigna menzognera e falsa. La sua è una storia di delusione! E Dio è l'innamorato deluso: attendeva giustizia e il popolo amato risponde con l'ingiustizia; aspettava rettitudine, ed ecco invece sopruso e oppressione. E' una storia di ostinata sterilità. Il tralcio secco non serve a nulla se non ad essere bruciato: «Perciò così dice il Signore Dio: Come il legno della vite fra i legnami della foresta io l'ho messo sul fuoco a bruciare, così tratterò gli abitanti di Gerusalemme» (Ez 15,6). Ed ecco l’invocazione del popolo nel Salmo 80: «Dio degli eserciti, torna, guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna... fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi» (Sal 80,15.20).
La risposta di Dio a questo grido d’Israele è suo Figlio Cristo Gesù. Lui è la “nuova vigna”, quella della verità, quella che mai più sarà divelta, quella che mai più deluderà... perché è Dio stesso, il Verbo fatto carne che ha piantato la sua tenda in mezzo a noi. Allora porterà frutto chi si attaccherà saldamente a Lui, Verità e Via e Vita eterna!
«Io sono la Vite della Verità e voi siete i tralci»: la vite non è più il popolo ma Gesù, che dà il frutto atteso da Dio Padre-Vignaiolo. Voi siete i tralci può essere detto ai discepoli solo in virtù dell'Io Sono di Cristo Signore. Solo chi rimane unito a Lui, come un tralcio al ceppo, è fruitore di vita e di santità e portatore di energia vitale che si manifesta nel frutto.
«Io sono la Vite, voi i tralci. Chi rimane in me... fa molto frutto... Chi non rimane in me viene gettato vita...»: è il dilemma posto da Gesù ai suoi discepoli: accettare di essere innestati in Lui o essere infecondi perché... «senza di me non potete fare nulla». Rimanere in Gesù è fonte e meta della santità, è l’essenziale della vita, è l’unico sentiero di gioia che trasforma la debolezza in potenza e la fragilità in forza, perché porta con sé la fecondità di Cristo-vigna che ha dato se stesso per amore. Il discepolo è tale solo nel suo rimanere in Cristo Crocifisso e Risorto.

4. Cercare per rimanere

Non nell'autonomia o nell'autosufficienza, ma solo nell'apertura a Dio l'uomo può ritrovare se stesso, e soltanto nel rimanere in Cristo il discepolo trova vita e porta frutto. Come il Figlio nel grembo della Trinità è costantemente rivolto al Padre (cfr. Gv 1,1), così i discepoli devono essere rivolti a Cristo, innestati in Lui come i tralci nella vite. Ma c'è di più: il rimanere, nel discorso di Gesù, è reciproco: «Rimanete in me e io in voi... Chi rimane in me e io in lui... Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi...»: è una formula di reciprocità e di mutua presenza. I discepoli per portare frutto devono vivere totalmente immersi nella vita di Gesù. Gesù vive pienamente la sua vitalità di salvezza nella vita dei discepoli: «Rimanete in me e io in voi».
In questa formula di reciprocità c’è una grande rivoluzione nella relazione fra Dio e i credenti in Lui, un chiaro superamento dell’Antico Testamento. Infatti, l’antico Israele si presentava nelle Scritture come il popolo del contratto nell’alleanza: Io per voi e voi per me. Il nuovo Israele in Cristo, invece, è il popolo del contatto nell’intimità: Io in voi e voi in me: «Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore» (Gv 15,9); «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola... siano come noi una cosa sola» (Gv 17,21-22).
Il verbo “rimanere” (menein) lo troviamo in Gv 1,35-42, che segna l’inizio del cammino dei discepoli. Infatti, all’interrogativo di Gesù: «Che cosa cercate?», i due discepoli rispondono: «Rabbì... pou meneis (Maestro... dove rimani)?»; poi «... andarono e videro pou menei (dove rimane) e par'auto emeinan (presso di Lui rimanevano)»: tre volte in due versetti l'evangelista usa il verbo menein, rimanere. Proprio per farci capire che la vita cristiana è un costante e continuo rimanere in Lui, per poter dire con gioia agli altri: «Abbiamo trovato!» (Gv 1,41). Rimanere in Cristo significa allora lasciarsi abitare dalla sua Parola (Gv 15,7), dimorare nel suo Amore (Gv 15,9-10). Questa è la condizione indispensabile per essere santi e portare frutto e «chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come Lui si è comportato» (1Gv 2,6).
Ma qual è il frutto che i tralci devono portare? Quali i comandamenti che noi dobbiamo osservare per rimanere in Cristo, cioè per rispondere alla vocazione ad essere santi come Lui? L'amore fraterno. Null'altro. E la misura è Gesù Cristo, che ha donato la sua vita come supremo segno dell'Amore. «Amatevi gli uni gli altri» non è la condizione per portare frutti, ma è il frutto: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati» (Gv 15,12); «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). L'amore fraterno rende identificabili i discepoli di Gesù e testimonia il loro rimanere in Cristo, perché senza di Lui non possiamo fare nulla né portare frutto.
Bisogna essere Amore… fino a dare la vita! Non basta dunque il vogliamoci bene, occorre andare... fino a dare la vita. Altrimenti si uccide l'amore. Il frutto deve essere portato a tutti e condiviso con tutti. Solo così esso rimane: «Da questo abbiamo conosciuto l'Amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1Gv 3,16).

5. Amici nella gioia

«Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici… Non vi chiamo più servi… ma vi ho chiamati amici…» (Gv 15,13-15). Carissimi Giovani, noi siamo gli amici del Signore! Ciascuno di noi è desiderato e amato da Dio! Benché mi senta abbandonato e disperso in un mondo senza senso, nel quale sembrano dominare il caso e la necessità, io sono amato da Dio: Dio si dà per me e dà per me quanto ha di più caro: il Figlio suo! Sulla Croce Gesù ha provato il suo Amore con il sangue. E' quindi comprensibile che abbia presentato la legge dell'amore fraterno come la sintesi del suo insegnamento: «Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri» (Gv 15,17). E noi dobbiamo vivere l’Amore perché Lui ci ha amati, e dobbiamo essere Amore nella stessa misura del suo Amore per noi, cioè senza misura! L'Amore è il distintivo dei cristiani, la gioia ne è una conseguenza! E noi, cari Giovani, abbiamo la vocazione alla gioia!
Voi Giovani spesso vi sentite dire che sarete gli uomini e le donne del futuro, che sarete il futuro della società. A mio avviso questi sono luoghi comuni sbagliati, perché il presupposto di simili affermazioni è che voi siete ancora un soprammobile, siete in uno stato di minorità. Voi non siete il futuro, voi siete il presente più bello! E in questo presente, nella Chiesa e nella società, voi ci siete con tutta l’inquietudine e il disagio dell’esserci, proprio perché gli adulti impariamo con voi a costruire un mondo migliore e impariamo da voi a sognarlo come possibile.
Il mondo in cui voi vivete e i tanti disagi che voi registrate ve li abbiamo dati noi adulti, che questo mondo l’abbiamo costruito quando eravamo più giovani. E adesso io vi chiedo: cari Amici, ma voi quale mondo state costruendo? Cosa lascerete alle nuove generazioni? Il mondo ha bisogno di voi, la Chiesa ha bisogno di voi! Non state fuori, non andate via! Rimanete nella casa della Chiesa con tutta l’inquietudine e i sogni del vostro esserci. Vi prego: rimanete in Gesù e in Lui nella Chiesa: noi abbiamo bisogno di voi! Cristo Gesù ha bisogno di voi!
Ed ora vorrei consegnarvi tre “R”, perché siate sempre più protagonisti nella Chiesa e nella società.
R come Ricerca. Voi siete alla ricerca di sogni, di ideali, di pace, di giustizia, di lavoro. Siete giovani in ricerca: abbiate il coraggio di ricercare la Verità!
R come Ribellione. Non adeguatevi allo stato delle cose, non adeguatevi alla società e alla politica attuale e anche alla Chiesa attuale. Ribellatevi con la forza del Vangelo!
R come Resistenza. Siate protagonisti della resistenza, della resistenza della fede e dei valori. Non piegate la vostra coscienza, non asservitevi ai padroni del momento, non conformatevi alle mode, non cedete nella prova e nei momenti di crisi! Fate della resistenza, dell’impegno a rimanere saldi nella fede e nei vostri ideali, il motivo stesso della vostra lotta e il senso stesso del vostro esserci, pur con tutta l’inquietudine e il disagio della vostra giovinezza.
Nella GMG del grande Giubileo a Tor Vergata, il Beato nostro Giovanni Paolo II così ha detto ai giovani: «In realtà, è Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare. E' Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande, la volontà di seguire un ideale, il rifiuto di lasciarvi inghiottire dalla mediocrità, il coraggio di impegnarvi con umiltà e perseveranza per migliorare voi stessi e la società, rendendola più umana e fraterna».

PREGHIERA: Ali ai nostri sogni
Altissimo Onnipotente nostro Padre,
Aurora d’Amore
per noi Giovani sentinelle del mattino.
Tu, Tenerezza infinita,
sul monte del nostro cuore
come rugiada di fresca speranza
ami incontrarci e con noi colloquiare.
Cristo Gesù, arcobaleno di Bellezza,
figli in Te Figlio al Padre ci offri
e in noi per amore rimani
e tutti avvolgi nel fraterno abbraccio.
Tu, fiducia in noi riponi
e testimoni del tuo Vangelo
ci chiami a divenire
per le strade nostra casa,
nelle piazze nostra chiesa.
Spirito Santo, Vento d’Amore,
metti ali ai nostri sogni
e speranza in noi riaccendi.
Sii luce sulla via
nella notte della storia
per noi e i giovani nostri amici
di cui siamo compagnia.
O Maria, nostra Madre,
dai respiro al nostro cuore
e coraggio in noi infondi
per volare in Libertà
con passione e in Verità. Amen.


Terza catechesi
AMARE… PER CAMMINARE NELL’AMICIZIA DI CRISTO
IL CUORE NELLA MUSICA DI DIO


Introduzione

Nel suo messaggio per questa XXVI GMG il Santo Padre Benedetto XVI ha scritto: «L’esperienza insegna che il mondo senza Dio diventa un “inferno”: prevalgono gli egoismi, le divisioni nelle famiglie, l’odio tra le persone e tra i popoli, la mancanza di amore, di gioia e di speranza. Al contrario, là dove le persone e i popoli accolgono la presenza di Dio, lo adorano nella verità e ascoltano la sua voce, si costruisce concretamente la civiltà dell’amore, in cui ciascuno viene rispettato nella sua dignità».
In questa terza e ultima catechesi, la mia prima con voi, rifletteremo insieme su Amare… per camminare nell’amicizia di Cristo. Vorrei che arrivassimo a porre il nostro cuore nella musica di Dio per respirare il suo respiro d’amore, per amare da Dio! Perché anche con ciascuno di noi oggi Gesù vuole declinare la grammatica dell’Amore rivolgendo a me, a te, ad ognuno di voi la domanda posta a Pietro: «Mi ami tu di più?».

1. Uno sguardo a tre “idoli” della società

Apriamo questa nostra riflessione dando uno sguardo veloce all’attuale frontiera della società, che offre molti idoli all’uomo e, in modo particolare ai giovani. In questa conversazione desidero accennare brevemente a tre idoli.

Identità
È l’idolo più rilevante per l’esistenza personale e la vita quotidiana. Quando un giovane vive in fuga da se stesso, quando si sottrae alla pienezza della vita relazionale, quando gli vengono a mancare la stima e il necessario riconoscimento della propria dignità da parte degli altri, quando s’illude che le “tre p” – piacere, potere, possesso – gli conferiscono un’identità vincente, allora vive un’identità dipendente e non in sé sussistente e tende ad affermare se stesso attraverso l’esclusione di ogni alterità.

Disperazione del finito
È un’espressione di Kierkegaard, da intendere anche come rinuncia alla trascendenza. La disperazione del finito si ha quando siamo convinti che noi e la vita siamo privi di valore, quando non riusciamo a percepire il senso della nostra dignità e dei nostri ideali oltre l’immediatezza di ciò che è dato. La disperazione del finito ci fa sentire assediati dal nulla e dal non-senso, travolti dal vortice del fluire del tempo. In questo stato, perdiamo la capacità di riconoscerci come esseri in relazione con Colui che è radicalmente “Altro”, il quale fonda e conferma la nostra umanità. D’altra parte, la disperazione del finito può indurci a vivere in una dimensione di appagamento, condizione tipica di coloro che aderiscono totalmente ad una vita fatta di cose inautentiche e futili, senza speranza né futuro di vera felicità del cuore.

Libertà
La società globalizzata, che sacrifica una moltitudine di vittime all’idolo del mercato e all’etica della competizione, è per molti aspetti l’esito dell’idea della libertà come pura autodeterminazione dell’individuo; senza vincoli, condizioni o direzioni. Questo libertismo si traduce in ripudio della giustizia, in diritto di affermarsi negando l’altro o abbandonandolo al suo destino.
Questi tre idoli accrescono nei giovani il desiderio profondo di comunicazione e relazione, ma anche la paura di relazioni vere profonde durature, che coinvolgono la ferialità e la totalità della vita. E infatti tanti giovani oggi, tramite le chat e gli sms, fanno amicizie strettissime con persone “virtuali”, che in realtà scarsamente incontrano. Senza un “corpo” la comunicazione diventa più una difesa che una apertura verso gli altri. Ma molti preferiscono comunicare così, perché avvertono quasi traumatico sostenere un rapporto personale con l’altro, un contatto diretto con la realtà dell’altro. Questa è una relazione irrelazionale, una comunicazione in comunicante, perché in realtà si incontra l’altro solo se l’altro non c’è. È il suicidio della propria identità! È il fratricidio della relazionalità!

2. Le pietre e i sentieri

Che fare allora? Cosa dovreste cominciare a fare voi giovani per uscire fuori da queste situazioni? Eccovi un episodio significativo.
Un esperto in time management, tenendo un seminario ad un gruppo di giovani studenti, ha usato un’illustrazione che rimase per sempre impressa nelle loro menti. Dopo aver poggiato sulla cattedra un barattolo di vetro, tirò fuori una decina di pietre e con attenzione, una alla volta, le infilò nel barattolo. Quando il barattolo fu riempito completamente e nessun’altra pietra poteva essere aggiunta, chiese agli studenti: «Il barattolo è pieno?». Tutti risposero di sì. Si chinò di nuovo sotto la cattedra e tirò fuori un secchiello di ghiaia. Versò la ghiaia agitando leggermente il barattolo, di modo che i piccoli sassolini scivolassero negli spazi tra le pietre. Chiese di nuovo: «Adesso il barattolo è pieno?». Gli studenti risposero di sì. Allora prese un secchiello di sabbia e la versò nel barattolo, riempiendo tutto lo spazio rimasto libero. Poi prese una brocca d’acqua e la versò nel barattolo riempiendolo fino all’orlo. «Qual è la morale della storia?», chiese a questo punto. Una mano si levò all’istante: «La morale è: non importa quanto fitta di impegni sia la tua agenda, se lavori sodo ci sarà sempre un buco per aggiungere qualcos’altro!». «No – rispose l’esperto – la verità che questa illustrazione ci insegna è: se non metti dentro prima le pietre, non ce le metterai mai».
Ecco, cari Amici, a ciascuno di voi ora chiedo: quali sono “le pietre” della tua vita? I tuoi amici, i tuoi cari, i tuoi sogni, i tuoi ideali, il tuo credere-sperare-amare, avere tempo per te stesso e per quelli che ami. Ricorda di mettere queste “pietre” prima di ogni altra cosa, altrimenti non entreranno mai. Se consumi le tue energie nelle piccole futili cose di sabbia, allora riempirai la tua vita di inutilità e non darai mai veramente “quality time” alle cose grandi e importanti, cioè alle “pietre” che rendono solida e felice la tua vita. Questa sera o domani, quando rifletterai su questa storiella, chiediti: quali sono le “pietre” nella mia vita?. Metti nel barattolo prima quelle!
Carissimi giovani Amici, la nostra vita è come un deserto di sabbia, occorre alzare lo sguardo al cielo per trovare la mappa delle invisibili vie. E occorre camminare in carovana, perché da soli ci si perde. Guidati dal cielo, quelle invisibili vie si trasformano in sentieri di gioia e noi, come piccoli uccelli, tracceremo nella storia inedite piste di libertà e solidarietà.
Su questi sconfinati sentieri di gioia incontriamo padri e maestri, compagni e amici, figli e fratelli... di tutte le età. Da ognuno bisogna cercare di imparare qualcosa, a partire dalla grandezza, bellezza e fatica del credere. Perché la fede si apprende sui banchi dell’ordinarietà della vita, nel segreto della cella interiore, quando si ha il coraggio di trovare tempo per accogliere l’Eterno e, dinanzi a Lui, togliersi i sandali dell’orgoglio e dell’autosufficienza e piegare le ginocchia in un silenzio adorante. Perché la fede si apprende quando, nello scorrere della collana del tempo, si assapora il gusto dell’ascolto dell’altro, ci si lascia arricchire dalle parole nascoste nel cuore di ogni uomo e di ogni donna. Ma occorre fermarsi, dare tempo all’Altro e affinare l’udito per captare nel sussurrare del vento quella divina voce di sottile silenzio. È questa l’avventura della fede, questa la musica d’Amore che chiede la consonanza del cuore. E voi, cari Amici, di musica ve ne intendete! Anzi, desidero approfondire proprio questa dimensione musicale della bellezza dei giovani.

3. Nel grembo della musica

I giovani hanno sempre sentito un fascino particolare per la musica. Il ritmo musicale di cui oggi essi avvertono forte il bisogno è battere e levare, battere e levare, uno/due, uno/due. È il ritmo del respiro, il ritmo del battito del cuore, il ritmo sonno-veglia, sazietà-fame. È il ritmo che nella vita intrauterina scandisce la prima figura del tempo. Perciò, nella cadenza di quel ritmo originario, si rivive nel ventre della folla quella prima esperienza nel ventre della madre, dove il battito del proprio cuore era in sintonia con quello del cuore materno.
Si raggiunge così quella condizione dove le domande si pongono non in modo teorico ma corporeo, e con il corpo e con il battere dei piedi ci si chiede da dove veniamo e verso dove andiamo, chi siamo e a chi apparteniamo… Sono queste alcune delle domande che i giovani, forse inconsapevolmente, rivolgono anche attraverso una musica che ubriaca. Sono domande che i giovani vivono come tensione del corpo scaricata nel ritmo incessante e ripetuto fino allo sfinimento… perché tutte le domande che non trovano risposta alla fine sfiniscono.
Eppure in quest’esperienza del nulla, che solo il rumore fragoroso della musica e degli effetti speciali riesce momentaneamente a non far percepire; in questa assenza del proprio nome perso nella folla, che nel suo anonimato inghiotte tutti i nomi, c’è l’urlo primordiale. È l’urlo come grido di paura, di gioia, d’amore, di dolore, di morte. Anche gli animali gridano, anche il vento grida quando minaccia tempesta, anche il mare grida quando perde la sua calma trasognata. Ma solo l’uomo si raccoglie intorno al proprio grido, consapevole di gridare. Interprete di questa trama profonda del grido primordiale è la musica che, nel suo ritmo originario, precede e annulla la parola.
Se tanti giovani per sentirsi “vivi” devono ricorrere alla musica-grido, questo significa che nella società – e tante volte anche nella Chiesa – non trovano più accoglienza; indica la profonda solitudine di massa che si aggira nelle nostre città. Tanti giovani – per dirla con Nietzsche – si sentono sperduti in una sorta di “menzogna della civiltà”, nella quale stentano sempre più a trovare la loro abituale dimora. E così esprimono la loro inquietudine e la loro emarginazione con quel linguaggio originario che è la musica nel suo tratto più primitivo: quello ritmato, quello del corpo, quello del battito del cuore. Perché la musica si “sente”, come si “sentono” i gesti d’amore…
«In questo regno – scriveva Kierkegaard – non abita il linguaggio, né la ponderatezza del pensiero, né il travagliato acquisire della riflessione, ivi risuona soltanto la voce elementare della passione, il gioco dei desideri, il chiasso selvaggio dell’ebbrezza, ivi si gode soltanto in eterno tumulto». Ne scaturisce un’eternità che si nutre di attimi, una sensualità che coglie l’istinto nell’istante e trascura quel ruah halleb, quel respiro del cuore che è il bacio dell’Eterno impresso nella nostra anima. Perché l’uomo è creato per respirare l’aria dell’infinita musica della libertà e della vita.

4. La musica dell’amicizia

«In questa convivenza umana assai colma di errori e di sofferenze – ha scritto Sant’Agostino – ci confortano soltanto la fede non simulata e la solidarietà dei veri amici». Il mondo, infatti, si stupirà solo davanti ad un’amicizia radicata in Dio e davanti ad una Chiesa di amici che camminano insieme… più di fratelli e sorelle di sangue. Diversamente dalla relazione irrelazionale virtuale, l’amicizia ti riporta al cuore, al cuore delle cose quotidiane e delle cose che tocchi: l'amico, l'amica, gli amici li tocchi con la vita. L’amicizia è la musica della crescita della personalità umana e cristiana, dell’equilibrio psicologico, affettivo e spirituale: chi manca di amici è una persona a rischio! Tutti, infatti, abbiamo bisogno di “sponde” su cui l’“onda” del mare della nostra esistenza possa riversarsi.
L’amicizia è la condizione per la quale si diventa se stessi, perché l’io diventa io soltanto quando è in relazione con il tu. La relazione con l’altro non può essere soltanto intellettuale, né tantomeno “virtuale”, ma deve essere “totale”, fatta di corrispondenze gratuite che esplodono nel rapporto d’amicizia, perché ogni essere umano è costitutivamente un essere… per l’altro. E in virtù di questo anelito, così profondamente umano, l’amicizia si configura come il sentiero dell’Incarnazione, che Dio ha scelto perché noi potessimo vivere l’avventura dell’amicizia quale trasfigurazione di puro Amore.
Gesù stesso ha vissuto in pienezza l’amicizia, un’amicizia che non si è fermata a Betania in casa di Lazzaro, Marta e Maria, ma si è spinta fino al Golgota della morte. Perché l’Amore più grande è dare la vita per i propri amici. Pertanto, prendendo a prestito le parole di Sant’Agostino, possiamo affermare: «Non c'è vera amicizia se non quando l'annodi Tu, o Signore, fra persone a Te strette col vincolo d'amore diffuso nei nostri cuori ad opera dello Spirito Santo che ci fu dato... Felice chi ama l'amico in Te! L'unico a non perdere mai un essere caro è colui che ha tutti cari in Colui che non si può perdere».
Lo scolorimento dell'amicizia porta inesorabilmente allo scolorimento dell’amore e anche la fede non è più salda, ma si fa evanescente e devozionale. Senza la musica dell’amicizia, possiamo anche pensare di amare tutti, ma in realtà non amiamo alcuno perchè non si può amare senza guardare, senza toccare, senza abbracciare. In questo modo le nostre comunità ecclesiali diventano gelide, asettiche, asfittiche. Ridare calore e intensità all'amicizia significa ridare colore e musicalità alla fede e alla Chiesa, significa immettere nella società energie di vita. Sì, perché il dinamismo dell'amicizia è la gratuità, seminata in quei rapporti umani spesso dominati dalla logica del calcolo e della competizione. La musica dell’amicizia è seminagione del ritmo uno/due, cioè dell’alterità nella comunione delle diversità.
Amicizia è terra della profezia di Dio e della sua Presenza. Tant'è che qualcuno ha osato affermare che l'amicizia è un “sacramento”. Così si esprime Sorella Maria dell'eremo di Campello: «…io credo proprio che il sacramento più possente sia quello dell'amicizia… Quello che aiuta quando si soffre è il cuore amico, sul quale si sa di poter contare sempre». Nel disegno di Dio per l'umanità, l’amicizia ha un ruolo fondamentale. E il Signore stesso ha dato delle istruzioni a suo riguardo: «Due valgono più di uno solo, perché sono ben ricompensati della loro fatica. Infatti, se l‘uno cade, l'altro rialza il suo compagno; ma guai a chi è solo e cade senz'avere un altro che lo rialzi!» (Sir 4,9-10). È importante mantenere l'amicizia viva e forte. Le qualità dell’amicizia che richiedi dal tuo amico, devi sforzarti di averle prima tu. Sforzati di essere fedele, disponibile, paziente, affettuoso, buon ascoltatore. I tuoi amici apprezzeranno queste qualità in te: «L'olio e il profumo rallegrano il cuore; così fa la dolcezza d'un amico con i suoi consigli cordiali» (Prv 27,9).
L’amicizia si nutre di fiducia. Nella crescita, il primo ostacolo che incontriamo è imparare a fidarci delle persone che ci circondano. Come potrebbe, infatti, una persona rivelare i propri pensieri e i sentimenti profondi se temesse di essere rifiutata o tradita? La fiducia e l’amicizia vanno di pari passo. E con esse cammina insieme anche la lealtà: «Se vuoi un amico, sceglilo al momento della prova, e non dargli fiducia troppo presto. Uno infatti può esserti amico quando gli fa comodo, ma non lo sarà quando le cose ti vanno male» (Sir 6,7-8). Nell’amicizia niente è più lodevole della lealtà, essa è la nutrice e la custode della vera amicizia: «Un amico fedele è come un rifugio sicuro, e chi lo trova ha trovato un tesoro. Un amico fedele è come possedere una perla rara: non ha prezzo, ha un valore inestimabile» (Sir 6,14-15).
L’amicizia è il dono più grande fatto da Dio all’umanità. Gesù, infatti, ci chiama suoi amici. E anche pregare nella logica di Gesù è un esercizio di amicizia. Santa Teresa di Gesù, alla quale è dedicata questa parrocchia, affermava: «La preghiera non è altro se non un colloquio d’intima amicizia, un trovarsi frequentemente con Colui da cui sappiamo di essere amati». La dinamica della preghiera, infatti, è la stessa di ogni intima vera amicizia: una profonda apertura di noi stessi all’Altro e un’attenzione piena di amore alla rivelazione che Egli ci fa di sé. È una musica che sincronizza il nostro cuore con il cuore di Dio.
Aelredo di Rievaulx, monaco cistercense del XIII secolo, affermava: «Un amico che prega Cristo per conto dell’amico, e desidera essere esaudito da Cristo per amore dell’amico, finisce per dirigere su Cristo il suo amore e il suo desiderio… In questo modo da quell’amore santo con cui si abbraccia il proprio amico, si sale a quello con cui si abbraccia Cristo…». Perciò una delle grandi sfide è saper guardare l’amicizia con gli occhi della fede… così da poter amare come Dio ama, così da divenire nella storia carne dell’identità di Dio, il cui nome è Amore! Il Santo Padre Benedetto XVI così ha scritto nel suo messaggio per questa GMG: «La vittoria che nasce dalla fede è quella dell’amore… Cristo non è un bene solo per noi stessi, è il bene più prezioso che abbiamo da condividere con gli altri».

5. Vivere d’Amore

«Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’Amore che Dio ha per noi» (1Gv 4,16): l'uomo salvato dall'Amore del Padre in Gesù, riconosce con gioia che è questo Amore che lo fa essere e lo definisce come dono per gli altri; per questo vive la dimensione della prossimità, cioè percorrere la vita come cammino verso l'altro. In quanto siamo amati da Dio e facciamo esperienza del suo gratuito Amore, siamo capaci di «amarci gli uni gli altri. Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’Amore di Lui è perfetto in noi» (1Gv 4,11-12). Il cristiano è l'uomo che crede all'Amore, ad un Amore senza limiti e senza eccezioni, un Amore instancabile e mai deluso, perché crede all'Amore di Dio che si è fatto uomo per incarnare l'Amore nell'esperienza umana di ogni giorno.
E per concludere desidero consegnarvi alcuni passaggi di uno scritto di Santa Teresina di Lisieux, morta a 23 anni nel monastero di clausura delle Carmelitane: «Vivere d’amore quaggiù è un darsi smisurato, senza chieder salario; senza far conti io mi do, sicura come sono che quando s’ama non si fanno calcoli. Io ho dato tutto al Cuore divino che trabocca di tenerezza! E corro leggermente… Non ho più nulla, e la mia sola ricchezza è vivere d’amore!... Vivere d’amore è un navigare incessante, seminando nei cuori la gioia e la pace… La carità, ecco la mia sola stella; alla sua luce vogo diritta; e sulla vela è scritto il mio motto: Vivere d’amore!... E voglio cantare, lasciando il mondo: Io muoio d’amore!... Morir d’amore, ecco la mia speranza: quando vedrò spezzati i miei lacci, Dio sarà la mia gran ricompensa: non voglio altri beni. Son tutta presa del suo amore, e venga, dunque, a stringermi a sé per sempre. Ecco il mio cielo, il mio destino: Vivere d’amore».

PREGHIERA: Il nostro cuore nella tua musica
Come fruscio d’ali di piccoli uccelli
che leggeri
s’avventurano nel cielo,
così lieve sussurra
il nostro cuore, o Signore,
in cerca d’armoniosi suoni
nell’orizzonte di sconfinato Amore.
Tu hai tessuto le fibre del nostro essere
Tu conosci le sottili vibrazioni dell’anima
Tu, artista di intimi palpiti…
Attiraci a Te, o Dio,
di Te infiamma il nostro respiro,
a Te volgi i nostri sguardi
perché avvolti dal tuo benedicente abbraccio
la vita possiamo danzare
al ritmo del fedele
tuo canto d’amore.
O Signore, i nostri cuori a Te affidiamo,
i nostri abbracci
da Te traggano tenerezza,
i baci nostri
con Te luce diventino…
Per sempre
il nostro cuore cattura
nelle infinite maglie della tua musica,
o Signore. Amen!