Prima catechesi
Saldi nella fede
Mauro Parmeggiani, Vescovo di Tivoli


Carissimi amici!
Sono innanzitutto contento di incontrarvi.
Siamo finalmente giunti a Madrid!
Vorrei iniziare il nostro incontro ricordandovi una domanda che il Beato Giovanni Paolo II rivolse ai giovani provenienti da tutto il mondo, in Piazza San Pietro, il 15 agosto 2000 – undici anni fa, quando molti di voi erano bambini e forse non ricordano – in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Roma. Il Papa domandò loro: “che cosa siete venuti a cercare? … Il vostro non è un viaggio qualsiasi: se vi siete messi in cammino, non è soltanto per ragioni di svago o di cultura. E allora lasciate che ripeta la domanda: che cosa siete venuti a cercare? O meglio, chi siete venuti a cercare?”. Davanti a questa domanda, i giovani, con grande meraviglia di noi adulti che eravamo lì presenti e dei media che scrutavano con attenzione cosa sarebbe potuto accadere e cercavano, come sempre, pretesti per banalizzare i nostri raduni, iniziarono spontaneamente a gridare saltando, quasi come in uno stadio o a un concerto: “Gesù, Gesù, Gesù!”.
E infatti il Papa confermò: “La risposta non può essere che una sola: siete venuti a cercare Gesù Cristo!”… “Gesù Cristo che però – aggiunse -, per primo, viene a cercare voi!”.
Sono trascorsi undici anni ma credo che anche oggi consapevolmente o inconsapevolmente, se siete qui è per questo. Ed io, i vostri sacerdoti ed educatori ce ne rallegriamo e speriamo che questa esperienza di fede che vivremo insieme in questi giorni ci aiuti a trovare ciò che cerchiamo e che forse anche per grazia di Dio abbiamo già parzialmente trovato.

1. Partiamo allora per questa ricerca sapendo che, come diceva il Beato Giovanni Paolo II, Gesù Cristo, per primo, viene a cercare voi!
E partiamo dagli stimoli che il Papa Benedetto XVI ci ha offerto riproponendo per queste giornate un tema tratto dalla Lettera di San Paolo ai Colossesi: “Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede” (cfr 2,7).
La frase, in realtà, più comprensibile nel suo complesso, suona così: “Camminate dunque nel Signore Gesù Cristo, come l’avete ricevuto, ben radicati e fondati in lui, saldi nella fede come vi è stato insegnato, abbondando nell’azione di grazie. – E continua Paolo alla comunità dei cristiani di Colosse – Badate che nessuno vi inganni con la sua filosofia e con vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo” (Col 2,6-8).
Cosa era accaduto? Che tra i cristiani di Colosse si era infiltrato qualcuno che voleva accalappiarli sostituendo il Vangelo di Cristo con la filosofia umana intendendo con il termine “filosofia” la conoscenza dell’essenza divina del mondo, ottenuta per mezzo di una rivelazione arcana. Ad essi Paolo obietta che la loro cosiddetta filosofia è vuota e senza contenuto, non è altro che un “vuoto inganno”, “vuoti raggiri”. E così chiama la comunità cristiana a scegliere tra la tradizione apostolica e quella filosofica ossia o “secondo gli elementi del mondo” o “secondo Cristo” dove per “elementi del mondo” nella lettera ai Colossesi sono da intendersi identità personali, forze demoniache che vogliono esercitare il loro potere coercitivo sugli uomini (2, 10.15). A questa dottrina, secondo cui “gli elementi del cosmo” determinano la vita degli uomini, e quindi bisognerebbe riconoscere la loro pretesa di potenza (2,16-23), Paolo contrappone Cristo che, solo è il Signore su tutto e quindi l’unico Signore sulla vita e sul comportamento della comunità. Per cui la comunità non deve lasciarsi indurre a riconoscere altre autorità davanti a Lui e deve seguire Cristo senza tentennamenti perché in Lui dimora corporalmente la pienezza della divinità (v.9) e soprattutto perché “con lui siete stati sepolti, in lui siete anche tutti risuscitati” (v.12); Dio vi ha reso viventi con lui (v.13).

2. Cari amici, vi domando e mi domando se la preoccupazione di Paolo non potrebbe essere rivolta anche alle nostre comunità cristiane? Il potere diabolico, del male, e degli uomini che cercano loro stessi, il loro potere, la loro libertà prescindendo da Dio e credendo che solo così si trovi la felicità non è il problema di sempre? Cari amici, non è quello del potere mondano e slegato da Dio che sempre cerca di imporsi anche ai cristiani, a noi e sotto il quale anche diversi di noi, in vari campi dell’impegno umano – politico, economico, dei media, della vita sessuale ed affettiva, ecc. – soccombono credendo di aver trovato la vera felicità e libertà vivendo come se Dio non esistesse ma, in realtà, cadendo nelle peggiori delle schiavitù? Ossia quella dell’uomo che si impone sull’altro?
Non vi pare, infatti, che oggi noi cristiani ci troviamo a vivere la fede in Dio e in Gesù Cristo – come ricordava il Cardinale Joseph Ratzinger sempre nel 2000, parlando ai catechisti – in un particolare contesto di ‘oblio di Dio’, una sorta di ‘eclissi del senso di Dio’? In un contesto dove un laicismo diffuso che elimina Dio dalla vita pubblica tende, facendo appunto perdere all’uomo il riferimento a Dio che è la sorgente della vita e al Creatore dell’essere umano, la dignità e l’identità vera del medesimo essere umano?
Non ci sono in atto, secondo voi, innumerevoli tentativi di separare Dio dall’uomo? Di far credere all’uomo che tutto gli è possibile, che non ha bisogno di Dio che con la scienza e la tecnica avrà presto in mano il mondo, la vita, anche gli affetti e le relazioni? E che se proprio vuole credere basta che viva una religiosità privata o meglio una fede privata, ossia, fatta di gesti che si può inventare da solo, che possono essere più o meno rilevanti per la sua vita privata ma non certo che devono influire per l’oggettiva verità ed autorevolezza che possiedono, sulla vita pubblica?
Il Papa, nel suo Messaggio per questa GMG, come Paolo ai Colossesi, ci mette bene in guardia: “Dio – scrive il Papa Benedetto – è la sorgente della vita; eliminarlo equivale a separarsi da questa fonte e, inevitabilmente, privarsi della pienezza e della gioia: ‘la creatura, infatti, senza il Creatore svanisce’ (GS, 36)”. Anzi, aggiungerei, si illude di gestire se stesso e gli altri e ricadendo nel peccato di Adamo ed Eva – ossia di volersi sostituire a Dio - perde la comunione con Lui, l’armonia, si autodistrugge da solo realizzando quanto dice Geremia: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo… diventerà come un tamerisco nella steppa” (cfr Ger 17,5).

3. Occorre allora, ci invita a riflettere il Papa ricorrendo a San Paolo, camminare nel Signore Gesù Cristo, saldi nella fede!
Saldi nella fede!
Ma cosa significa credere in Dio, aver fede in Lui e in Colui che Egli ha inviato, Gesù Cristo? La fede è un dono divino nel quale Dio si rivela è dà all’uomo. Cristo rivela il volto di Dio. La fede illumina la vita del credente, la trasforma, perché l’uomo è fatto per Dio. Solo con la fede in Dio, mediante la quale l’uomo può entrare in comunione con Lui stabilendo un legame di fiducia, la vita trova la sua pienezza. Nel Vangelo, Gesù loda molto spesso la virtù della fede e invita i suoi discepoli a crescere in essa. La fede è una scelta di vita fondamentale: credere nella Parola di Dio ci permette di costruire la nostra casa sulla roccia (cfr CCC 153-155).
E queste sono cose tutte vere. Ma, mi chiederete voi, ma in realtà come si fa a essere saldi nella fede? E ancor prima ad aver fede? E cosa è la fede di cui sempre parliamo ma che faccio fatica ad afferrare?
Provo allora in questa catechesi a dare risposta a queste tre domande partendo dall’ultima sulla quale però probabilmente tornerò e per la quale utilizzo subito quanto il Papa ha scritto nel suo Messaggio per la GMG al n.4: “La fede è innanzitutto un’adesione personale dell’uomo a Dio; al tempo stesso ed inseparabilmente, è l’assenso libero a tutta la verità che Dio ha rivelato (CCC, 150)”. Ma non basta: fede solida e matura è quella non soltanto che si fonda su un sentimento religioso o su un vago ricordo del catechismo – o supponiamo pure una conoscenza anche profonda del catechismo come si può avere, supposto che lo studiate – da giovani o giovani adulti o da appartenenti a gruppi o movimenti o parrocchie, ecc. come siete voi. Ma occorre, per dire di avere fede, essere saldi in essa, aver fatto un’esperienza di incontro, di conoscenza di Dio per vivere autenticamente di Lui ed aver aderito con il cuore e con la mente a Lui, al suo Vangelo, alla sua Persona, alla sua Chiesa e a quanto essa insegna in campo di dottrina e di morale. Un po’ come avvenne per l’Apostolo Tommaso quando incontrato Gesù Risorto manifestò con forza la sua fede in Lui con quelle parole: “Mio Signore e mio Dio!”.

4. È tutto lì: aver fede, essere saldi in essa. Scoprire che ciò in cui crediamo: Gesù Cristo, non è una serie di verità, di concetti, di racconti anche appassionanti ma è un Dio-uomo che è venuto nella nostra storia per incontrarsi con noi, per impattarsi con noi e riempire di senso e significato la nostra vita. Per cui davanti al suo amore che mi viene incontro io rispondo con l’amore e mi impegno con passione e non per imposizione a vivere per Lui e di Lui anche se poi, alcune regole dovranno essere rispettate anche se non le comprendo subito per custodire e rispondere all’amore da Lui offertomi gratuitamente.
Vi faccio una domanda per spiegarmi meglio: vi è mai capitato di innamorarvi?
Cosa accade? Una mattina andate a scuola, una sera andate a una festa, un giorno alla fermata dell’autobus incontrate una ragazza o un ragazzo. Inizialmente, almeno l’incontro non lo avevate progettato. Vi è arrivato addosso gratis. Siete stati attratti. Poi vi siete fatti notare. Avete incominciato a cercare di capire chi fosse quella ragazza, come si chiamasse, dove andasse a scuola, cosa facesse… Poi vi siete fatti avanti – caso mai tramite suo fratello… che fa sempre molto comodo… - l’avete conosciuta e lei vi ha ricambiato interesse. La vostra vita da quel giorno è cambiata: avete iniziato a lavarvi, a cambiarvi i calzini…, a vestirvi meglio… se poi avete iniziato a interessarvi di cosa a lei interessasse avete cominciato ad interessarvi anche voi delle medesime cose. E potremmo andare avanti con l’esempio…
Ebbene la fede ha la stessa dinamica: vi è data in dono. Un giorno Dio, nella sua misericordia, vi ha chiamato alla fede con il battesimo rendendovi partecipi della sua stessa vita oltre la morte, destinandovi alla risurrezione. Siete stati inseriti nella sua vita, la sua risurrezione come possibilità di vita è diventata la vostra possibilità di vita e come l’innamorata ed i suoi gusti diventano il senso della vita dell’innamorato così dovrebbe essere per il cristiano, per chi scopre e vive la fede: l’incontro con Cristo mi cambia la vita, il suo Vangelo e la sua dottrina, la sua persona umano-divina mi sconvolgono e da indifferente divento credente.
Non solo. Divento credente che aderisce personalmente alla fede ma insieme ad una comunità che con me dice “credo”. Quella comunità che è la Chiesa che dice “noi crediamo”, un “noi crediamo” che precede sempre l’atto personale e lo porta a compimento, quell’atto personale che è il mio dire e vivere: “io credo”! (cfr CCC 166).

5. Ma per essere addirittura saldo nella fede, in un mondo come il nostro, cosa deve accadere?
Certamente un incontro con Cristo che mi cambi la vita. Allora sì che sarò saldo nella fede come il ragazzo che si innamora di una ragazza che caso mai non piace a nessuno ma piace a lui! Tutti gli dicono che è brutta, che non fa per lui, che è pure senza soldi… ma a lui piace e la sua fedeltà a lei ed il suo amore per lei diventano incrollabili. O come il ragazzo che decide di andare in Seminario per rispondere alla chiamata al sacerdozio che sente profondamente: - capitò anche a me dopo il diploma quando manifestai che sarei entrato in seminario per farmi prete – molti mi dissero cosa fai? I miei genitori, da buoni emiliani, non volevano; i miei professori che mi stimavano molto dissero che avrei potuto diventare un brillante architetto… addirittura ci fu un prete mio parente, purtroppo non soddisfatto della sua vita perché aveva inteso il sacerdozio come un fare carriera e non ci era riuscito – almeno secondo i suoi criteri umani di vedere la vita sacerdotale -, che andò a dire a mia madre: ma digli di non fare questo errore… Ma io siccome sentivo l’amore di Dio per me e che questo amore si chiamava vita sacerdotale per riempire di senso la mia vita, non mi sono fermato, sono andato avanti…
Ma se per una ragazza avviene che posso incontrarla – dicevamo a una festa, a scuola, alla fermata dell’autobus, per internet – ma qui vorrei mettervi in guardia dagli incontri virtuali perché spesso nascondono quella che a Roma si dice “sola”… - per Cristo come avviene l’incontro?
Attraverso la testimonianza di una persona affidabile, di una persona “morale”.
Per me, ad esempio, la fede e poi la chiamata a vivere un progetto di vita sono giunte tramite testimonianze di persone che con le parole ma anche senza le parole mi hanno fatto comprendere che era bello vivere per Gesù Cristo, che Lui dava senso alla mia vita e felicità e che farmi prete era proprio la strada per trovare la mia gioia. Una di queste persone, ad esempio, fu il mio Parroco che non dimenticherò mai di ringraziare. Delle cui prediche non ricordo una parola, ma della cui testimonianza di vita ricordo tutto e che mi fece incontrare con il suo esempio e la sua testimonianza Colui che è il Tutto per me e per la mia vita ormai da oltre 30 anni (tra anni di Seminario e di sacerdozio vissuti per Lui e con Lui).
Mons. Luigi Giussani, un profeta e sicuramente un protagonista del nostro tempo e della nostra Chiesa del XX secolo (sapete chi era?). Ebbene, Mons. Giussani spiega come si arriva alla fede proprio attraverso la testimonianza più o meno in questo modo. Nel suo libro “Si può vivere così?” fa un esempio (non so se gli è capitato davvero, ma rende bene l’idea) racconta che un giorno incontrò dopo tanti anni, in aeroporto, una cara amica, Nadia, la quale gli raccontò un po’ della sua vita e poi, parlando gli ricordò di Carlo, un amico che egli non vedeva più da vent’anni ma con il quale, Nadia, aveva continuato a sentirsi e incontrarsi perché erano andati a vivere nella medesima città. Carlo: che da giovane era stato un pazzerello, molto spassoso nella loro vecchia compagnia ma che poi era andato all’estero, aveva messo senno, era diventato un importante industriale, aveva moglie e figli ed era diventato veramente in gamba. Dopo di che racconta che a distanza di giorni, don Giussani, incontrò un altro amico della loro vecchia compagnia: Guido al quale parlò di Carlo – anche se erano 20 anni che non lo vedeva – sulla testimonianza che gli aveva dato Nadia: persona affidabile che ha seguito Carlo per vent’anni, che ha mantenuto i rapporti con lui e per questo il rapporto che ora si è venuto a instaurare tra Don Luigi, Nadia, Carlo e Guido è razionale, ragionevole anche se solo per Nadia è diretto ma per gli altri è indiretto.
Ebbene, cari amici, anche le verità di Dio in cui crediamo e che sono oggetto della nostra fede, quella fede che professiamo ogni domenica del Credo, giunge a noi così.
Qualcuno ha avuto la fortuna, prima di noi, di incontrare il Risorto; forse qualcuno avrà avuto esperienze “mistiche”… ma il maggior numero di noi credo che creda attraverso degli intermediari che ha incontrato, dei testimoni – così si chiamano – che ci hanno trasmesso la conoscenza di Cristo. Io, ad esempio, come Vescovo, sono collegato a una catena di testimoni che risale fino agli Apostoli e per questo sono qui a parlarvi con autorevolezza di Lui.
Ebbene questa conoscenza indiretta si chiama “fede”!
La fede è il riconoscimento della realtà attraverso la testimonianza che porta uno, che si chiama appunto “testimone” a farmi vedere ciò che altrimenti non potrei vedere o conoscere. Un testimone che deve essere affidabile e che io riconosco come tale. Ma non basta: se mi basassi solo sulla testimonianza di una persona potrei anche incappare in errori, in quelle “filosofie” dalle quali San Paolo mette in guardia i Colossesi.
La nostra fede, la fede in Cristo, è affidabile, perché si basa sulla testimonianza di più persone che hanno visto il Risorto. Si basa sulla testimonianza di una “compagnia affidabile” come la chiama il Papa, che è la Chiesa.
Certamente, la fede è un metodo naturale di conoscenza che uno potrebbe mettere in dubbio proprio perché avviene mediante la trasmissione della verità di un testimone. Caso mai io credo a quel testimone ma non tutti vi credono. Ma a questo punto vorrei fare una osservazione.
Ovvero: se noi togliamo la conoscenza per mediazione dobbiamo cancellare tutta la cultura umana. Dico tutta… perché la cultura umana si basa proprio sul fatto che uno comincia da quello che ha scoperto l’altro e poi va avanti. Dice Giussani: “Se non si potesse fare ragionevolmente così, l’estrema esponenza della ragione, che è la cultura, non potrebbe esserci”.
E qui, nella fede, occorre la ragione che non è il sapere un sacco di cose su una o l’altra cosa ma il saper intuire il vero. Una mamma, ad esempio, ha una capacità di ragione sui suoi figli non perché conosce tutta la puericultura e la pedagogia e la psicologia infantile… ma perché sa leggere lo sguardo dei suoi figli. In altre parole voglio dirvi che la ragione è l’energia propria dell’uomo per cui l’uomo conosce. Ma la fede è un metodo anch’esso di conoscenza indiretta che filtra, mediata dalla ragione, si appoggia su un testimone e pur non vedendo direttamente lei l’oggetto viene a sapere dell’oggetto attraverso un testimone. La fede è dunque un metodo di conoscenza che va molto al di là della ragione perché si basa sui sensi mentre invece la scienza si basa solo sulla analisi e la dialettica. Mentre gli altri metodi della conoscenza usano solo una parte dell’uomo, il metodo della fede usa tutto l’uomo perché per fidarsi di un testimone occorre impegnare tutta la nostra persona, tutta la nostra realtà di persone, occorre una sincerità del cuore, occorre l’amore per la verità, una simpatia per la verità mentre per conoscere altre cose, cose tecniche, ad esempio, non occorre onestà, simpatia per la verità, ma spesso anzi siamo motivati da interessi personali, economici, da pregiudizi e così si mina anche la pacifica convivenza tra gli uomini che non verrebbe invece intaccata e minata se tutti ci fidassimo gli uni degli altri. E quando non c’è questa affidabilità vicendevole si vive nella cultura del sospetto – un po’ la nostra – di gente isolata e insospettita e che si guarda in cagnesco, sempre pronta a far guerra mentre se c’è fiducia vicendevole là dove sono giunto io e te lo testimonio tu continui e si cresce nella conoscenza, nella cultura, nella verità.
Questa è la fede.
Ma mi accorgo che non ho ancora parlato del contenuto della fede sulla quale occorre stare saldi: Gesù Cristo, che comunque sarà il contenuto della catechesi di domani.

6. Vorrei allora incominciare a coniugare ciò che abbiamo detto della fede a ciò che sono le caratteristiche della fede cristiana.
Alla sua base c’è un incontro (indiretto finchè volete ma c’è un incontro) con Cristo (che parte da un incontro diretto che hanno avuto prima di noi coloro che lo hanno riconosciuto come Messia).
È stato l’incontro di coloro che grazie alla testimonianza di Giovanni Battista che ha indicato loro in Gesù l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo, lo hanno seguito, sono entrati in casa di Gesù e hanno fatto l’esperienza dell’incontro che li ha affascinati, sono stati così per un intero pomeriggio nella sua casa e usciti hanno raccontato: “Abbiamo trovato il Messia”! E così quei due: Andrea e Giovanni dopo quel primo incontro ci hanno giocato sopra tutta la loro vita e noi se siamo qui oggi è perché ci è arrivata la testimonianza di questo incontro che ha cambiato la loro vita, di questo fatto!
Ma questo incontro non è stato un semplice incontro è stato un incontro “eccezionale”. Andrea e Giovanni probabilmente rimasero con Gesù due orette a bocca aperta per ascoltarlo perché l’oggetto della fede era stato presentato a loro in maniera eccezionale!
Dunque: la fede parte da un incontro, da un fatto reale e per questo è ragionevole ma non è un fatto normale ma come l’amore umano, anzi, più dell’amore umano ha caratteristiche di eccezionalità. Ma l’eccezionalità non è qualcosa di straordinario come potremmo pensare appena pronunciamo la parola “eccezionale”. No, è eccezionale ciò che risponde alle esigenze del mio cuore. Per me è stato eccezionale l’incontro con quel Parroco che senza dirmi niente mi ha fatto conoscere Gesù Cristo e poi la bellezza dell’essere prete… per mio padre è stato eccezionale l’incontro con mia madre (e viceversa) perché ciascuno di loro corrispondeva alle esigenze del cuore dell’altro e queste esigenze profonde del cuore fanno muovere. Una mattina, mio padre, nella nebbia della pianura padana (sono di Reggio Emilia) incontrò mia madre alle 6,30 che andava in bicicletta davanti alla fabbrica dove lui andava a lavorare e lei gli disse che passava di lì per caso… ma vi pare? È che l’amore, come dice Dante, move il sol e l’altre stelle. Che ciò che risponde al nostro desiderio più profondo del cuore che è l’amore muove la vita, gli danno senso, scopo, movimento… Capite perché siete venuti a Madrid. Se fosse solo per vedere una bella città o per andare all’andata o al ritorno a Barcellona… ci sareste potuti venire o andare con meno gente, più comodi, in albergo… e invece siete qui perché anche se non ne siete pienamente coscienti cercate Gesù, Colui che con il suo amore offerto per voi, che si propone a voi riempie di senso la vostra vita e diventa per voi un fatto eccezionale.
Essere eccezionale significa che sia corrispondente, colui che incontrate, ai desideri più profondi del vostro cuore. Non so se tutto qui sarà così dal punto di vista organizzativo, estetico, ecc. Ma sicuramente se voi cercate la felicità, la giustizia, la bellezza, la verità e l’amore io sono convinto che non rimarrete delusi perché in questi giorni tutti vi parleremo e testimonieremo, anzi ci parleremo e ci testimonieremo Colui che è il solo capace di rispondere alle nostre seti di felicità, giustizia, verità e amore: Gesù Cristo!
Davanti a questo incontro eccezionale perché risponde alle esigenze del cuore – e ditemi se non è esigenza del cuore quella di vivere in eterno… - dalla fede partirà un altro atteggiamento tipicamente ad essa collegato: lo stupore! Lo stupore che fa domandare chi è quest’uomo eccezionale? Chi è costui che fa i miracoli, che si dice figlio di Dio che comanda al vento e al mare di calmarsi ed essi si calmano?
E qui nasce la fede. Davanti all’eccezionalità dell’incontro, della persona incontrata, davanti allo stupore che suscita, sono chiamato a prendere una posizione a dirgli sì o a dirgli no.
Vi ricordate quando Gesù compie la moltiplicazione dei pani e la gente viene a prenderlo per farlo re? Lui però passa in mezzo a loro e se ne va.
E questi allora lo vanno a cercare. E Lui risponde loro: “Voi mi cercate perché vi ho sfamati con il pane. Io vi darò la mia carne da mangiare, non più la sua parola come aveva detto fino ad allora – la mia carne da mangiare e il mio sangue da bere” e così i farisei e chi lo ascoltava e aspettava da tempo un motivo per farlo fuori inizia a dire: “È matto!”. Ma Lui continua a dire che Lui darà la sua carne da mangiare… e così i suoi ascoltatori, almeno molti, se ne vanno. E così Gesù dice a chi è rimasto: “Anche voi volete andarvene?”. Allora Pietro – ecco il sorgere della fede, ecco il prendere posizione per – risponde: “Anche noi non comprendiamo quello che dici ma se andiamo via da te, dove andremo? Tu solo hai parole di vita eterna! Ed è impossibile trovare un altro come te e se non devo credere a te non devo credere più a nulla o Te o nulla e allora io credo in te. Prendo in mano la mia vita e ti dico “Credo”!
È l’atto di fede: davanti all’amore di Dio ricevuto in dono con il Battesimo, davanti al suo amore che mi si ripropone nella sua Parola, nei sacramenti della Chiesa che sono i canali tramite i quali la Grazia di Dio si incontra con me, davanti alla fede di chi ha creduto prima di me e con me in quelle verità che pronuncio ogni domenica nel Credo della Messa e che sono verità di Dio “per me”: che Dio è padre, creatore, che Gesù è Signore Dio che si è incarnato che è veramente morto e risorto, che asceso al Cielo in attesa della sua venuta per giudicare i vivi e i morti ci ha donato lo Spirito Santo, la remissione dei peccati, la vita eterna, la Chiesa, il Battesimo, la comunione dei santi… davanti a tutto ciò io devo prendere in mano la mia vita, osservare la mia vita come in uno specchio per vedere, come dice S.Agostino, se veramente credo tutto ciò che dico di credere. Devo compiere un ultimo atto:
con responsabilità, nella libertà, senza sentirmi obbligato ma soltanto perché comprendo che l’amore di Dio che è presentato attraverso gli articoli del Credo ma si mi presenta davanti come incontro con un fatto eccezionale per la mia vita, è un fatto importante, io rispondo come Pietro il mio sì. Dico: dove posso andare? Da chi andare Signore? Tu, solo Tu hai parole di vita eterna! Solo Tu corrispondi a ciò che cerco come vero bene per me!
E allora dico Credo, dico di sì all’amore di Cristo per me e compio l’atto più razionale e ragionevole possibile perché la realtà che si propone al nostro cuore corrisponde alla sete di felicità che noi abbiamo e che costituisce la ragione del nostro vivere, la nostra esigenza di felicità e di verità.
E se sono onesto non posso dire no a Cristo. Non posso dire no a chi è Dio che mi ha creato, a Colui che pur essendo Dio si è fatto uomo per venire a trovare la nostra storia e assumerla dal di dentro affinchè la morte non rimanga più l’ultima parola della nostra vita ma ci ha voluto destinare alla risurrezione ossia a una forma nuova di vita che durerà in eterno. Se sono onesto non posso dire no a Chi mi vuole lontano dal peccato. Se sono onesto non posso dire no a chi ci parla ed è veramente solo e soltanto amore!
Se dico no a Lui è perché ho dei preconcetti, dei pregiudizi, perché mi sono già fatto delle idee su di Lui. Perché credo che Cristo sia il contrario di ciò che vorrei, mi sono fatto convincere dalla cultura dominante che Lui mi tarpa le ali della libertà, mi sono fermato troppo a pensare a Lui guardando esteriormente la struttura della Compagnia affidabile che lo testimonia senza andare oltre e così lo rifiuto perché io voglio vivere senza di Lui pensando che così la vita sarà più bella, libera e felice…
Cari amici, vi auguro di non dire mai di no a Cristo, di non rifiutare mai la fede in Lui. Se accetterete la fede e la sua logica troverete ciò che corrisponde di più alle esigenze del vostro cuore. Se invece non lo farete per paura, per indifferenza, perché così fanno in pochi, c’è il forte rischio, anzi la sicurezza che rimarrete con una profonda insoddisfazione del cuore perché avrete detto di no all’unico che ha parole di vita eterna, che può rispondere a ciò che più cerchiamo: la bellezza, la giustizia, la verità, l’amore, il perdono e che ha un unico nome: Gesù Cristo!
 

Seconda catechesei
Radicati in Cristo


Cari amici!
Innanzitutto sono contento di incontrarvi qui, a Madrid, alla XXVI Giornata Mondiale della Gioventù.
Siete un grande segno di speranza per il mondo che in questi giorni vi osserva, per questa città, capitale della Spagna che un giorno si poteva dire “cattolicissima” e che oggi è anch’essa vittima di una grave secolarizzazione, scristianizzazione e del relativismo per cui tutto è vero e niente è vero… per cui le persone sono smarrite non sapendo più come fare a distinguere il bene dal male e il vero dal falso…
Siete un segno di speranza per le nostre Chiese che sono in Italia che, anche se in misura forse minore, vivono gli stessi problemi della Spagna e di altre nazioni europee che un giorno si dicevano ed erano effettivamente cristiane mentre oggi faticano ad esserlo e vivono in una società cosiddetta “post-moderna” che produce personalità prive di un’identità umana e cristiana chiara e forte poiché tante persone non hanno e non conoscono più le loro radici, non sanno più da dove vengono e dove vanno, vivono solo ricercando il massimo di piacere e felicità adesso, subito, per l’oggi, senza progettualità, senza il desiderio di costruire il loro futuro su basi solide.
Se voi, invece, siete qui, è perché pur con le difficoltà di chi vive nel mondo e nella cultura contemporanea e che qualcuno ha definito “liquida”, cioè senza punti di appoggio sicuri su cui appoggiare i piedi e le proprie radici, volete rispondere ancora a quella domanda che ricordavo ieri ai giovani ai quali ho fatto la catechesi.
La domanda che rivolse il Beato Giovanni Paolo II il 15 agosto del 2000 ai giovani che riempivano Piazza San Pietro nella serata di apertura della GMG del Giubileo.
Il Papa chiedeva loro più o meno così: “Chi siete venuti a cercare?”. Siete qui solo per turismo religioso – aggiungo io -, per un viaggio culturale? Per una vacanza? … e potremmo continuare… siete venuti qui con la speranza di riuscire a passare per la mitica Barcellona…? “Chi siete venuti a cercare?” Chiedeva Papa Giovanni Paolo ai giovani del 2000. E loro, come immagino voi oggi, prima ancora che il Papa rispondesse, saltando, si misero a gridare: “Gesù, Gesù, Gesù!”. Non so se ne erano consapevoli di quello che gridavano come non so se ne siete consapevoli voi.
Ma proprio questo è il senso consapevole o meno consapevole dell’esser qui in questi giorni: siamo qui per cercare insieme – e mi ci metto anche io tra voi perché ne ho bisogno – Gesù, Colui che per primo è venuto e viene a cercare noi con il suo amore con la sua esistenza di uomo-Dio donata per noi in una “pro-esistenza” per il Padre e per gli uomini di tutti i tempi, considerati non in massa ma singolarmente.
Si, perché davanti a Lui siamo tutti conosciuti e considerati personalmente anche se siamo in tanti.
E, avrete sicuramente detto ieri, siamo qui per rispondere a Lui, al suo amore che ci viene incontro, tramite la fede, con il nostro amore molto tenue, incostante, timido, pauroso… rispetto al Suo, ma che sa, è consapevole, di poter fare cose grandi, fuori dalla portata ordinaria delle nostre capacità perché l’iniziativa di incontrarci, caso mai tramite dei testimoni dell’Amore di Dio oggi o nella preghiera, o nella Parola di Dio o nei sacramenti, nella Chiesa ecc. la prende Lui e la conduce Lui. A noi solo il compito di affidarci.
 
1. Nella prima Enciclica del suo Pontificato Papa Benedetto ha descritto così questo rapporto: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva” (Deus caritas est, 1).
È bellissima questa espressione che dice il nucleo dell’esperienza cristiana ed è ancor più bella perchè la possiamo comprendere con una certa facilità a partire dall’amore umano.
Non vi siete mai innamorati? Cosa capita quando ci si innamora? Cosa è che fa scattare l’amore? Una grande idea? Una decisione etica? No! C’è un incontro con una persona. Per l’amore e l’amicizia (che è una declinazione più tenue dell’amore) si tratta di una persona in carne e ossa, una persona come me. Ma che mi attrae per la sua bellezza, per la sua intelligenza, per il suo carisma… e da quel giorno la mia vita assume una direzione diversa. I suoi gusti diventano i miei, le sue passioni diventano le mie, la storia della sua famiglia diventa anche improvvisamente la mia storia per cui arrivo a preoccuparmi sinceramente di gente che fino a ieri non sapevo nemmeno se esistessero, ecc.
Ebbene, così è per la vita cristiana! Mediante la fede, ossia la testimonianza di chi mi mostra Cristo, me lo fa conoscere concretamente, noi anche oggi siamo chiamati ad incontrare Colui che è il fondamento della nostra fede ed è capace di dare alla nostra vita un nuovo orizzonte e la direzione decisiva.
Il Papa, riproponendoci per questa Giornata della Gioventù, una frase dell’Apostolo Paolo ai Colossesi che vivevano un po’ come noi, tentati di andar dietro a filosofie umane pericolose e demoniache, ci esorta perciò a rimanere saldi nella fede e per questo “radicati in Cristo” che, se siamo qui, sicuramente almeno in un momento della nostra vita abbiamo incontrato.
Mi viene subito in mente la parabola della casa sulla roccia di cui ci parla Matteo, nel suo Vangelo, al capitolo 7. Un brano che non a caso è suggerito e tanto spesso viene utilizzato durante i matrimoni. Ci sono due case: una fondata sulla sabbia e una sulla roccia: arriva la tempesta, il vento, la pioggia – e qui metteteci dentro non solo le tempeste che possono giungere nella nostra vita dall’esterno ma anche dall’interno – e la casa costruita sulla sabbia crolla mentre quella sulla solida roccia resta in piedi, non vacilla, non cade.

2. Cerchiamo allora di comprendere Chi è questa roccia sulla quale porre le basi della nostra esistenza, su cui fondare e radicare la nostra vita, su cui poggiare i piedi durante una lunga nuotata dove non si tocca e caso mai si è stanchi ed improvvisamente trovi uno scoglio più alto su cui poggiare i piedi, fermarti, riprendere fiato prima di tornare a nuotare verso riva… ma con una differenza: che questa roccia ti rimane sotto i piedi e ti sostiene per sempre.
Bene, avete già capito chi è questa roccia sulla quale radicarci: è Gesù Cristo! È Lui il centro della nostra fede.
È Lui il Dio che non è solo un personaggio da conoscere ma un Dio che si vuole fare incontrare fino al punto che nel mistero dell’Incarnazione è sceso nel particolare della nostra storia, della storia di Israele, e si è incarnato, è nato a Betlemme come piccolo bambino, ci ha parlato del Padre, ha fatto i miracoli, ci ha aperto delle prospettive nuove di vita per farci rialzare lo sguardo verso l’amore di Dio, è morto come muore ciascuno di noi e poi è risorto, è asceso al Cielo ed ora, tramite il dono dello Spirito è ancora vivo e presente tra noi.
È, Gesù, colui che ci mostra tutta la profondità dell’amore misericordioso di Dio. Il Dio invisibile, che, in Gesù Cristo, si rende visibile, dove Dio assume un volto umano e diventa nostro amico e fratello fino ad addossarsi tutti i nostri pesi percorrendo insieme a noi tutte le nostre strade, rendendosi presente nelle nostre solitudini, nei nostri dolori, nelle nostre paure ed in quella massima paura che è quella della morte. Egli è già dove noi ancora non possiamo giungere per aprirci la porta verso la vita.
Ma prima di fermarmi a ciò che rende originale Gesù: la sua Risurrezione, vorrei ancora fermarmi su chi è stato durante la sua vita.
E lo faccio ricordando – e mi pare significativo – che nel Vangelo di Marco il primo miracolo compiuto da Gesù sia stato un gesto di liberazione di un indemoniato, di un uomo che potrebbe essere lo specchio in cui vedere la nostra umanità.
L’uomo, infatti, non sempre è umano. Spesso vediamo che in lui prevalgono le ingiustizie, l’odio, la violenza, la cattiveria. Bene, Gesù è Colui che ha il potere di rifare la nostra umanità deformata, di portare l’uomo alla sua realizzazione più piena e più vera. Ecco perché solo su Gesù Cristo noi possiamo e dobbiamo radicarci, perché è il solo che ci può rendere veramente uomini.

4. Ma andiamo per ordine.
Il peggior segno dell’adattamento alla perdita della libertà è l’apatia spirituale, cioè quando ogni cosa perde di senso e non appassiona più. Ditemi voi se non è anche questa “apatia spirituale” uno dei peggiori mali della nostra epoca, conseguenza del relativismo, dell’aver perso il gusto per le relazioni vere, ecc.
Bene, Gesù è Colui che nel Vangelo di Marco, rivolgendosi all’uomo indemoniato nel quale, dicevo con il massimo rispetto, potremmo vedere ciascuno di noi che in questo mondo e nella nostra cultura ha perso la sua libertà, richiama l’uomo ad essere sé stesso.
“Uomo” nella concezione biblica vuol dire “immagine di Dio”. Dio chiama cioè l’uomo a partecipare alla sua santità. E invece qui l’uomo non è santo, è posseduto da uno spirito immondo, è radicalmente lontano da Dio. E Gesù, se leggiamo il Vangelo, vediamo che nella sua vita ha incontrato soprattutto persone come queste: malati, poveri, peccatori, indemoniati… ossia persone in qualche modo schiacciate da una schiavitù o dalle loro stesse debolezze. Ebbene, l’uomo di oggi, cari amici, non assomiglia all’uomo del Vangelo? Non porta e non conosce, forse, delle profonde ferite dentro e fuori se stesso? Quando si parla di peccato originale, in fondo, si vuol proprio parlare di questo, ossia che la condizione concreta dell’uomo è quella di un’esistenza ammalata, che fa fatica a ritrovare la sua unità, il suo volto, la sua bellezza.
Non solo. Accanto alle ferite ordinarie che l’uomo può avere, ci sono anche quelle straordinarie, ci sono le manifestazioni scalmanate del male che lacera e distrugge, che esprimono ormai una abitudine al male. E siccome l’uomo è un’essere che si adatta facilmente e si adatta più facilmente al male che al bene; alla perdita della libertà più che a una vita libera perché sottoposta all’Unico veramente libero, cade nell’apatia spirituale. Ossia in quell’atteggiamento per cui qualunque cosa non appassiona più, perde significato e così non solo si adatta al male ma addirittura lo approva e lo giustifica.
Ebbene, soltanto Cristo, ieri come oggi e come sempre può scardinare questa libertà soltanto apparente!
Lo spirito immondo si trova in un uomo. È in una casa che non gli appartiene, mentre afferma invece che quello è il suo mondo e che Gesù non c’entra. E invece Gesù con l’uomo c’entra, eccome c’entra! Perché l’uomo è immagine di Dio e Gesù è l’immagine vera di Dio. E Gesù, tramite la sua parola, può liberare l’uomo indemoniato di ieri e di oggi proprio perché essendo Gesù manifestazione concreta dell’amore di Dio, nelle sue parole passa la parola stessa di Dio, l’amore stesso di Dio!
E con fede, ancora una volta, siamo chiamati a radicarci, a fondarci solo in Gesù perché soltanto Lui è capace di liberare l’uomo dalla tentazione, dalla mancanza di libertà, da quel male radicale che è in noi che è l’egoismo e che si oppone alla verità di un Dio che è amore e con il quale Dio-amore siamo chiamati a lottare con fiducia, la grande fiducia che Dio vince, sconfigge il male e la morte.

5. Dunque Gesù Cristo, è colui sul quale radicarci perché è rivelazione dell’amore del Padre e ci restituisce la libertà che il mondo vorrebbe toglierci facendoci credere di essere più liberi senza di Lui…
Ma c’è di più. Cristo con la sua Risurrezione ci libera anche dalla morte e ci apre prospettive di vita, sì, di vita eterna!
La risurrezione.
Qui mi vorrei fermare un attimo con voi. E mi faccio aiutare dall’ultimo libro del Papa: “Gesù di Nazaret” – parte seconda.
Il Papa dice che la risurrezione di Gesù non è un semplice ritornare di Gesù, dopo la morte, nella normale vita biologica e che poi, secondo la legge della biologia, un giorno dovrà nuovamente morire. Un po’ come è stata, ad esempio, la risurrezione di Lazzaro.
Gesù risorto, continua il Papa, non è nemmeno un fantasma (uno “spirito”) ossia uno che in realtà appartiene al mondo dei morti anche se in qualche modo può manifestarsi nel mondo della vita.
Gesù risorto, continua il Papa, si fa “incontrare”. Ma, aggiunge Benedetto XVI, questi incontri non sono esperienze mistiche, in cui lo spirito umano viene per un momento elevato al di sopra di se stesso e percepisce il mondo del divino e dell’eterno, per poi rientrare nell’orizzonte normale della sua esistenza. Anche quella esperienza, se pure uno fosse così fortunato da averla - non è ancora un “incontro” con una persona che dall’esterno si avvicina a me.
E allora cosa è la risurrezione?
Il Papa, pur specificando di usare un linguaggio analogico e quindi sempre parziale ed imperfetto, dice che la risurrezione è quasi come una specie di radicale salto di qualità in cui si dischiude una nuova dimensione della vita, dell’essere uomini. Dove la stessa materia viene trasformata in un nuovo genere di realtà.
Scrive il Papa: “L’Uomo Gesù appartiene ora proprio anche con lo stesso suo corpo totalmente alla sfera del divino e dell’eterno. D’ora in poi – dice Tertulliano – ‘spirito e sangue’ hanno un posto in Dio (cfr De resurrect. mort. 51,3: CC lat. II 994)” Ed anche se l’uomo, secondo la sua natura, è creato per l’immortalità, esiste solo ora il luogo in cui, la sua anima immortale trova lo “spazio”, quella “corporeità” in cui l’immortalità acquisisce senso in quanto comunione con Dio e con l’intera umanità riconciliata.
Il Papa ricorda come la Lettera ai Colossesi e agli Efesini intendano proprio questo quando parlano del corpo cosmico di Cristo, cioè il corpo trasformato di Cristo che diviene anche il luogo in cui gli uomini entrano nella comunione con Dio e tra loro e così possono vivere definitivamente nella pienezza della vita indistruttibile. E siccome noi stessi non possediamo alcuna esperienza di tale genere rinnovato e trasformato di materialità e di vita, non dobbiamo meravigliarci che questo vada al di là di ciò che possiamo immaginare.
Così nella risurrezione non è stato rivitalizzato un qualsiasi singolo morto ma è avvenuto un salto ontologico che tocca l’essere come tale, è stata inaugurata una dimensione che ci interessa tutti e che ha creato per tutti noi un nuovo ambito della vita, dell’essere con Dio.
Eppure la risurrezione mentre apre una dimensione che noi definiamo escatologica, ossia uno spazio nuovo oltre la storia e che và al di là della storia creando il definitivo nello stesso tempo la risurrezione di Gesù non sta sopra o al di fuori della storia perché prende il suo inizio proprio nella storia stessa, in quella notte misteriosa tra il primo Sabato Santo della Storia e la prima Domenica mattina di Pasqua e ha lasciato una impronta nella storia attraverso le apparizioni del Risorto a degli uomini che sono diventati testimoni del Risorto e hanno fatto partire l’annuncio apostolico con un entusiasmo e una forza così grande, tanto che se oggi siamo qui è ancora per questo, che non poteva avvenire se non ci fosse stato un incontro ma solo una esperienza interiore, mistica o qualche discorso speculativo.
Nessuno aveva potuto inventare l’avvenimento della risurrezione e tutto inizia da lì sempre con la domanda che Giuda Taddeo pose a Gesù nel cenacolo: “Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?” (Gv 14,22). Ovvero: perché non ti sei opposto con forza ai tuoi nemici che ti hanno messo in croce? Perché non ti sei mostrato a tutti glorioso ma solo a un piccolo gruppo di discepoli di cui ora ci si deve fidare?
E questa domanda potrebbe estendersi dalla risurrezione a tutta la Rivelazione: perché ti sei rivelato soltanto ad Abramo e non a tutto il mondo? Perché solo a Israele e non a tutti i popoli della terra?
È lo stile discreto, che non si impone, rispettoso della libertà dell’uomo con il quale il Risorto vuole giungere al cuore degli uomini soltanto tramite la fede con la quale si manifesta.
E così Lui si afferma nella storia piano piano, non calpestando la libertà dell’uomo con potenza ma si presenta con l’amore, si propone discretamente tramite dei testimoni di cui un successore è presente qui oggi e vi parla affinchè ci affidiamo a Lui con le parole della fede che furono quelle dell’incredulo Tommaso dopo che mise le mani nel costato trafitto di Gesù risorto: “Mio Signore e mio Dio!” (Gv 20,28).

6. E dopo la risurrezione e una serie di apparizioni in una forma di vita nuova, tant’è che subito coloro a cui Egli apparì non lo riconobbero, ascese al Cielo, ossia rientrò nel mondo di Dio. Dopo essere diventato uomo ora Lui entra come Uomo nuovo in Dio affinchè alla fine Dio diventi tutto in tutti e l’intera umanità possa rientrare con il Figlio nelle braccia amorose del Padre.
E nel tempo intermedio, nel tempo della Chiesa, nel nostro tempo, noi dobbiamo vivere con un atteggiamento che è quello della vigilanza ossia nella santità.
La santità che è proprio questa vigilanza con una prospettiva della vita aperta oltre alle cose che tocchiamo qui sulla terra, con uno sguardo rivolto al di là del momentaneo e della sua urgenza tenendo lo sguardo rivolto su Dio per ricevere da Lui il criterio e la capacità di agire in modo giusto.
Una vigilanza che significa santità, dicevo, ovvero che significa apertura al bene, alla verità, a Dio in un mondo che, come abbiamo già sottolineato, spesso si lascia prendere dal male.
E qui farci santi significa attendere volentieri il ritorno del Signore.
Come? Con la preghiera della persona innamorata che in mezzo alla città assediata e in preda alla distruzione attende l’Amato capace di portare salvezza e vicino al quale si trova sicuro.
Una preghiera che per i primi cristiani era il famoso: “Maran atha” (Vieni o Signore!) una supplica che era anche la certezza che il Signore era già venuto nella storia e quindi tornerà.
Una preghiera che fin dai primi anni della Chiesa faceva parte delle celebrazioni eucaristiche. Così che esse fin dagli inizi sono sempre state invocazione del ritorno del Signore ma anche incontro con il Risorto che è già venuto e viene continuamente tra noi così che in ogni preghiera della Chiesa noi non abbiamo soltanto un riferimento al futuro ma anche una certezza di presenza qui ed ora fondata sulla parola stessa di Gesù: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).
Gesù così si fa incontrare anche nel tempo intermedio che è il tempo della Chiesa dove attraverso l’azione dello Spirito che è l’amore che c’è tra il Padre e il Figlio, l’amore divino entro il quale Lui ci vuole portare, è già immerso e ci vuole fare sperimentare donandocelo attraverso l’ascolto della sua Parola, attraverso i sacramenti della Chiesa a partire dal Battesimo, attraverso la Chiesa stessa, attraverso la testimonianza dei Successori degli Apostoli, ed ancora il Papa nel suo messaggio ci invita a incontrare e riconoscere Cristo nei poveri, nei malati, nei fratelli in difficoltà e bisognosi di aiuto, mediante il dialogo personale con Cristo, la lettura dei Vangeli, del Catechismo della Chiesa Cattolica. Aggiungerei nella direzione o accompagnamento spirituale.

7. Con questa adesione del cuore, nella fede, piena a Cristo allora noi saremo radicati su qualcosa di veramente solido in mezzo a un mondo e a una cultura dove tutto pare essere come se Dio non esistesse.
Come Papa Benedetto XVI anche io vi vorrei fare una proposta:
se siete qui probabilmente credete in Dio ma non so se tutto vi è chiaro, non so se tutto è facile, se tra il dire e il fare passa di mezzo il mare…
Qualcuno di voi, mi pare di sentir dire: “Bene questo Vescovo avrà anche ragione ma mica è facile vivere con la certezza dell’esistenza di Dio e dato che non è facile è più facile vivere come se Dio non esistesse. Continuare caso mai ad andare in parrocchia, a vivere nel gruppo della pastorale giovanile ma senza impegnarmi più di tanto a vivere nella vigilanza, a vivere secondo la dottrina e la morale della Chiesa, a vivere la santità ossia la “misura alta della vita cristiana ordinaria”, ossia a vivere ciò che la parola santo vuol dire: nel mondo ma diverso dal mondo…”.
Ebbene, oggi, da qui, vorrei usciste accettando una mia proposta che vi formulo proprio come ha fatto il Papa agli inizi del suo Pontificato agli uomini che immersi nella nostra cultura del relativo fanno fatica a vivere da cristiani e perciò vivono come se non lo fossero.
E la proposta è questa: “provate a vivere come se Dio ci fosse”. Fatelo per un po’. Tornando a casa, ma già in questi giorni, cercate un rapporto personale, un incontro con Cristo. Radicatevi in Lui leggendo la sua Parola, accostandovi al sacramento della Penitenza, partecipando bene all’Eucaristia e adorandola dopo averla celebrata e ricevuta. Provate a trasformare in azioni di carità e di amore, di servizio agli altri, di amore puro verso la vostra ragazza o il vostro ragazzo la fede che volete provare a vivere. E poi, ne sono certo, vi accorgerete come è bello essere cristiani, essere radicati in Cristo che vi rivelerà così, progressivamente il Padre ed il suo amore e vi farà capire anche che solo camminando con Lui e come Lui vi chiede, Lui che è via, verità e vita, andrete verso la felicità e la scoperta di chi siete, cosa veramente volete, dove volete andare attuando così le parole del Concilio che riferendosi a Cristo dicono che Egli “rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione” (Gaudium et spes, 22) divenendo così, Gesù Cristo, risposta alle massime aspirazioni dell’uomo.
Vivendo così, o almeno provandoci. Testimoniando agli altri questo stile di vita allora voi vi accorgerete che “con Lui o senza di Lui tutto cambia”. Non lo diciamo per condannare chi non lo ha ancora scoperto o ha estromesso Dio dalla sua prospettiva di vita ma perché vivere con Lui per noi deve divenire sempre di più una gioia da gustare, sperimentare e per questo proporre con rispetto, ma con altrettanta passione, a chi ha scelto di vivere come se Dio non esistesse con la grave conseguenza di rovinare la sua vita con scelte sbagliate e dannose per sé e per gli altri, per l’intera società degli uomini quelle scelte che abbiamo il dovere di provare ad impedire per il bene di questi nostri fratelli, per cambiare la cultura dell’effimero e del relativo e per contribuire alla costruzione di una vera civiltà dell’amore.

 
Terza catechesi
Testimoni di Cristo nel mondo


Carissimi amici!
Sono innanzitutto contento di incontrarvi.
Dopo aver riflettuto, nei giorni scorsi, sull’importanza di essere fondati nella fede e radicati in Cristo, oggi giungiamo ad un’ultima tappa del nostro percorso di catechesi. Ultima tappa che però diventa la prima di un cammino che ci attende, che forse già percorriamo ma che sicuramente esige di più. Un cammino che sicuramente nell’incontro di domani e dopodomani ci sarà riproposto in maniera autorevole dal Papa, Successore di Pietro e Vicario di Cristo in terra. Il cammino che è la nostra missione di battezzati: l’essere testimoni di Cristo nel mondo!

1. Testimoni di Cristo nel mondo.
Vorrei domandarvi innanzitutto di quale mondo stiamo parlano? Veniamo dall’Italia. Un paese dove tutti o la maggior parte delle persone sono ancora battezzati, e quindi, almeno sul registro dei battezzati figurano cattolici. Siamo in Spagna, nella cattolicissima Spagna, si diceva un tempo. Ma dobbiamo prendere atto che il mondo nel quale viviamo è molto cambiato rispetto anche soltanto ad alcuni, pochi, decenni fa. È un mondo che è divenuto vera e propria terra di missione. Terra dove occorre annunciare il Vangelo. Occorre farlo nei paesi dove non è mai stato annunciato ma occorre farlo anche dove era già stato annunciato, dove aveva messo radici, dove la fede, incontrandosi con la cultura, aveva creato un clima favorevole all’uomo sempre tanto bisognoso di amore. Un mondo, però, che per diverse ragioni vive oggi, come spesso ci ricorda il Papa “come se Dio non esistesse”. E qui, permettetemi di mettere dentro a questo mondo, anche noi. Anche noi che siamo protagonisti della vita della Chiesa ma che sentiamo tutta la fatica di essere oggi testimoni di Cristo in questo nuovo mondo, il nostro mondo.
Nel documento preparatorio al Sinodo dei Vescovi sulla nuova evangelizzazione che si terrà a Roma dal 7 al 28 ottobre 2012 sul tema: “La Nuova Evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana” si elencano almeno sei fattori che descrivono il quadro del nostro mondo nel quale, come cristiani, anche se giovani, siete chiamati ad essere testimoni di Cristo.
Il primo è che viviamo in un’epoca di profonda secolarizzazione, che ha perso la capacità di ascoltare e comprendere la parola evangelica come un messaggio vivo e vivificante.
La secolarizzazione che si presenta oggi, nelle nostre culture, attraverso l’immagine positiva della liberazione, della possibilità di immaginare la vita del mondo e dell’umanità senza riferimento alla trascendenza. Ciò, si afferma come modo di pensare e intendere la vita, non più come in un recente passato con la forma pubblica e diretta di discorsi forti contro Dio, la religione, il cristianesimo… anche se ogni tanto questi discorsi ed atteggiamenti anticristiani ed anticlericali ricompaiono. Ma attraverso un lavoro più sottile, culturale, di mentalità che ha invaso la vita delle persone facendo sviluppare in loro la coscienza, quasi inconsapevolmente, che Dio non esiste, è totalmente o almeno in parte assente. E comunque non deve influire troppo sulla mia coscienza e le mie scelte morali.
Per cui si afferma sempre più, nel nostro mondo, la cosiddetta cultura del relativismo per cui tutto è vero e niente è vero. Relativismo che ha anche gravi conseguenze antropologiche per cui è messa in discussione la stessa esperienza elementare umana, come la relazione uomo-donna, il senso del generare la vita e il senso della morte. Ed anche tanti cristiani si lasciano influenzare da questa mentalità. Così come la mentalità edonistica e consumistica ci inducono verso la superficialità ed un egocentrismo che non è facile da contrastare perché ne diveniamo, senza nemmeno percepirlo nettamente, vittime anche noi.
E se nei secoli passati molti annunciavano la “morte di Dio” oggi non lo si fa più ma si fa di tutto per rendere l’individuo autoreferenziale, con il culto solo di sé stesso. Il documento che vi citavo dice: “Il rischio di perdere anche gli elementi fondamentali della grammatica di fede è reale, con la conseguenza di cadere in un’atrofia spirituale e in un vuoto del cuore, o al contrario in forme surrogate di appartenenza religiosa o di vago spiritualismo”. Ditemi voi se non dobbiamo intendere così i tanti ricorsi ai maghi, agli oroscopi, alla new age, alle sette, ad una religiosità “fai da te” della quale ormai siamo invasi e forse, ripeto, inconsapevolmente, anche vittime.
C’è poi un secondo fattore che ci mostra come il mondo di oggi, anche nell’occidente cristiano ed anche nell’antica Europa cattolica, sia profondamente cambiato. Ed è il grande fenomeno migratorio. C’è così un grande mescolamento di civiltà, di persone, di culture. Di per sé se avessimo radici forti non sarebbe un male. Così pure se fossimo capaci di vero dialogo ed integrazione. E invece, l’esito culturale di questi processi è il crearsi di un clima di estrema fluidità e “liquidità” dentro il quale c’è sempre meno spazio per le grandi tradizioni, comprese quelle religiose e per il loro compito di strutturare in modo oggettivo il senso della storia e le identità dei soggetti.
Qui si collega anche il fenomeno conosciuto come della “globalizzazione” che può essere realtà negativa se la leggiamo solo da un punto di vista economico e produttivo ma che potrebbe essere anche un fenomeno da leggersi positivamente se ci inducesse a nuove forme di solidarietà all’interno della nostra umanità o a intraprendere nuove vie per condividere lo sviluppo di tutti al bene. Ciò ci fa già comprendere che essere chiamati alla missione, ossia alla testimonianza di Cristo nel mondo di oggi, non voglia più soltanto dire farci missionari in alcune zone geografiche della terra ma fino a quegli “estremi confini della terra” ai quali ci manda il Risorto che non sono soltanto geografici ma sono i confini stessi del cuore dell’uomo, di ogni uomo, ovunque egli abiti in questo nostro mondo grande ma sempre più piccolo e globalizzato.
Ma torniamo ai fattori che disegnano la cultura nella quale vive il nostro mondo e siamo anche noi immersi.
C’è, infatti, un terzo scenario che determina sempre più la vita ed il pensare e quindi l’agire, la cultura delle persone. Si tratta dei mezzi di comunicazione sociale che oggi sono una grande sfida per la Chiesa e anche per la vita delle persone.
La cultura mediatica e digitale, infatti, oggi raggiunge tutti. Non c’è nessuno che non viva sotto questo influsso.
Certamente il diffondersi di questa cultura porta anche dei benefici: un maggior numero di persone ricevono informazioni, c’è una maggiore possibilità di conoscenza, di scambio, di forme nuove di solidarietà, di costruire una cultura mondiale e di rendere i valori e i migliori sviluppi del pensiero e dell’espressione umana, patrimonio di tutti.
Ma constatiamo già anche i grandi rischi che la diffusione di tale cultura può apportare: un grande egocentrismo che ci porta a concentrarci solo sui bisogni nostri ed individuali, le relazioni non essendo più vere ma spesso solo virtuali, danno una prevalenza alla loro dimensione emotiva. Si perde il valore dell’esperienza, della riflessione, del pensiero che spesso diventa soltanto l’affermazione del proprio sentire.
C’è il rischio che tale cultura mediatica faccia decadere la dimensione etica e politica della vita. L’altro non diventa più uno da amare e servire ma uno spettatore delle mie azioni con il rischio di cadere nella cultura dell’effimero, dell’immediato, dell’apparenza. Di una società che ha perso la memoria e si trova ad essere incapace di pensare e costruire il futuro.
C’è poi un quarto scenario che è quello economico. Dove grandi sono i divari tra Nord e Sud del mondo, nell’accesso e nella distribuzione delle risorse, come anche nel danno del creato.
La finanza speculativa anche in questi mesi ci ha mostrato tutta la sua dannosità e pericolosità per cui abbiamo i ricchi che sono sempre più ricchi e i poveri che sono sempre più poveri e i giovani spesso sono le prime vittime: senza un lavoro sicuro, una prospettiva che permetta loro di diventare protagonisti del mondo senza vivere continuamente sotto schiaffo di qualcuno che li vuole sempre precari, non responsabili della cosa pubblica né li educa a diventarlo…
Il quinto elemento è costituito poi dalla ricerca scientifica e tecnologica. Viviamo in un’epoca dove la ricerca in vari campi del sapere è sempre in rapida evoluzione e ciò crea meraviglia, stupore anche perché spesso, questi progressi, portano benefici nel modo di vivere delle persone. Tuttavia rischiamo di essere sempre più dipendenti da tali benefici. E così (pensate ai telefonini, a internet, ecc.) la scienza e la tecnologia corrono il rischio di diventare i nuovi idoli del presente. In un contesto digitalizzato e globalizzato è facilissimo che la scienza diventi la nostra nuova religione alla quale rivolgere le domande di senso che sono nel cuore dell’uomo, le sue domande di verità… ma sapendo già di ricevere solo risposte parziali e inadeguate poiché la scienza e la tecnica sono in continuo, rapido, anzi rapidissimo, cambiamento.
La scienza e la tecnica, così, divengono quasi una forma di saggezza e non si va più alla ricerca di Dio ma di una organizzazione quasi magica della vita che funzioni come sapere e come senso.
Un sesto elemento, infine, è quello politico.
È finita al termine del secolo scorso, con la crisi dell’ideologia comunista, la divisione in due blocchi del mondo occidentale con la possibilità di riorganizzarsi per alcune Chiese storiche ed anche favorire una maggiore libertà religiosa.
Ma sulla scena del mondo si sono presentati nuovi attori economici, politici, religiosi (pensante ad esempio al mondo islamico o asiatico) ricchi di potenzialità ma anche pieni di rischi e di nuove ed impensate tentazioni di dominio e di potere.

2. Ebbene in questa nuova realtà mondiale nella quale viviamo occorre nuovamente seminare il Vangelo. C’è urgente bisogno di seminare la Parola di Dio nei deserti del mondo. Il mondo ha ancora sete di senso, di giusto, di bello, di vero… e per evitare che trovi in ciò che non disseta la sua sete la felicità, occorre riproporre il Vangelo. Occorre mettere mano a quell’opera di “nuova evangelizzazione” alla quale sia il Beato Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI tanto richiamano i cristiani di oggi e tra loro soprattutto voi giovani.
E voi mi direte: ma come noi? I giovani? Nessuno ci ascolta, nessuno ci dà fiducia, sentiamo di avere poca fede, siamo vittime del mondo che lei, Eccellenza, ci ha appena descritto… e dovremmo diventare protagonisti della nuova evangelizzazione? Addirittura “Testimoni di Cristo nel mondo”?
Sì, cari amici! È compito vostro come di ogni battezzato. E sono convinto, anzi, arciconvinto che voi potrete farcela meglio di chi vi ha preceduto perché avete più piena coscienza, anche grazie all’aiuto della Chiesa e di noi adulti, del mondo nel quale vivete e da dentro, con la forza della fede che vi deriva dal battesimo, con la forza del Vangelo, potete cambiare le cose.
Gli ultimi Papi che hanno percepito chiaramente l’evolversi culturale del mondo e della storia altrettanto chiaramente vi hanno dato e vi danno piena fiducia.
Ricordo un discorso del Papa Giovanni Paolo II rivolto ai giovani di Roma il 1° aprile 2004, un anno prima della sua morte.
Egli, rivolgendosi ai giovani di Roma e del Lazio, diceva che occorre certamente ripensare il modo di avvicinarci ai giovani per annunciare loro oggi il Vangelo, diceva che occorre rimetterci tutti in discussione con la certezza che anche oggi Cristo desidera farsi vedere, incontrare, mostrare a tutti il suo Volto.
Chiedeva a voi, giovani, di non avere paura ad intraprendere vie nuove di donazione totale al Signore e di missione. Chiedeva addirittura a voi, non a noi adulti o ai Vescovi o ai Cardinali o ai preti… no, a voi giovani, di suggerire come portare la Croce – ossia il messaggio d’amore del Vangelo – al mondo! E continuando ad amare il mondo vi chiedeva di amarlo rendendo in esso visibile con la vostra testimonianza, il vostro sì radicale alla sequela del Signore, il Signore stesso, il suo Vangelo mettendovi con passione a servizio della nuova evangelizzazione per ricreare un tessuto di vita cristiana e chiedeva a voi giovani, con la creatività sempre nuova suggerita dallo Spirito Santo nella preghiera, di portare Cristo al mondo di oggi sapendo che certamente il mondo è cambiato e cambierà ancora ma il cuore dell’uomo è sempre un cuore giovane, ossia assetato di verità, di felicità e di eterno e che quindi solo in Cristo, l’eternamente giovane e sempre vivo, può trovare risposta alla sua sete di felicità.
Lo diceva a voi perché conoscete meglio di noi adulti il vostro mondo, lo diceva a voi perché era sicuro come lo sono io che dopo una serata a fare uno schiuma-party, o a fumare canne, o a bere birra, ecc. rimane nel vostro cuore giovane il desiderio di verità, gioia, felicità, che tutte queste cose non vi danno e avete le energie per reagire. Ne sono convinto perché ogni volta che parlo con voi, anche e soprattutto con quelli che non vivono all’ombra dei campanili – che poi non sono tanto diversi da chi ci vive… mi fanno comprendere in tutti i modi che vorrebbero essere diversi, che piace a loro incontrarsi davvero con gli altri, che vorrebbero qualcosa che desse senso al loro vivere ma spesso non trovano nessuno che dia loro un aiuto in questo senso…

3. Occorre dunque por mano ad un’opera di evangelizzazione, anzi di nuova evangelizzazione senza paura di essere impreparati, deboli rispetto al mondo e alla sua cultura, con una fede debole perché, proprio come ci ha ricordato tante volte il Papa Giovanni Paolo, la fede si rafforza donandola!
Ma, mi chiederete, cosa è la nuova evangelizzazione?
Non è che è qualcosa di diverso dall’evangelizzazione, ossia dal seminare il Vangelo nei solchi della storia e dell’umanità.
Ma è un riproporre il Vangelo nelle culture, nelle nazioni, anche nelle comunità cristiane come le nostre, da cui proveniamo, con tutta la sua forza. Nuova evangelizzione, diceva il Papa Giovanni Paolo II parlando ai Vescovi dell’America Latina commemorando il mezzo millennio di evangelizzazione di quelle terre, diceva che non è rievangelizzazione ma “nuova evangelizzazione”, ossia non è che fin qui non si è fatto nulla. Non si parte da zero – altrimenti non ci sarebbe stato per nessuno l’incontro con il Risorto dal quale si genera la testimonianza - ma occorre sempre ripartire e dunque “nuova” nel suo ardore, nei suoi metodi, nelle sue espressioni.
Non dobbiamo rifare qualcosa che è stato fatto male o non è funzionato, quasi che la nuova evangelizzazione fosse quasi un implicito giudizio circa il fallimento della prima. Ma nuova evangelizzazione vuol dire il coraggio di osare sentieri nuovi per annunciare la sempre attraente novità del Vangelo, di fronte alle mutate condizioni dentro le quali la Chiesa è chiamata a vivere oggi l’annuncio del Vangelo.
I missionari che nel passato andavano in terre pagane per condividere con l’annuncio e la testimonianza la bellezza del Vangelo che aveva dato senso alla loro vita ci insegnano ad incontrare le culture, a studiarle, a conoscerle per poi, ad esse, annunciare il Vangelo di Cristo salvatore dell’uomo ieri, oggi e sempre. Ma per questo occorre capacità di leggere la storia nella quale siamo immersi, disponibilità ad obbedire alla voce dello Spirito, creatività per proporre a tutti il Vangelo.
Certamente ci sono nuove sfide alla nostra fede, alla testimonianza della fede nel nostro contesto culturale a causa dei forti mutamenti in atto. Ma davanti ad esse la Chiesa non si rassegna, non si rinchiude in se stessa ma vuole rispondere lanciando una operazione di rivitalizzazione del proprio corpo, mettendo al centro la figura di Gesù Cristo, o meglio ancora: la persona di Gesù Cristo, l’incontro con Lui, che dona lo Spirito Santo e le energie per un annuncio e una proclamazione del Vangelo attraverso vie nuove, capaci di parlare alle culture odierne.
Soprattutto noi europei, italiani, spagnoli, francesi, delle nazioni europee di più antica cultura cattolica non dobbiamo tanto fare riferimento al passato, fare appello alla nostro essere da sempre paesi e civiltà cristiane. Occorre invece che decidiamo del nostro futuro guardando a come e se vogliamo incontrarci e fare incontrare la persona e il messaggio di Gesù Cristo.
Questo non vuol dire che come cristiani vogliamo fare opera di proselitismo a tutti i costi, non vogliamo persuadere a tutti i costi i nostri fratelli di altre confessioni cristiane, anzi. Papa Benedetto XVI, visitando la Repubblica Ceca, ha parlato di un “cortile dei gentili” che dobbiamo abitare.
Il cortile del tempio che Gesù sgomberò, come ricorderete dalla lettura del Vangelo, da affari esteriori perché ci fosse spazio libero per i gentili – ossia i non appartenenti al popolo eletto – che volevano pregare l’unico Dio, anche se non potevano prendere parte al mistero, al cui servizio era riservato lo spazio interno del tempio. Spazio di preghiera per tutti i popoli – si pensava a persone che conoscono Dio soltanto da lontano, per sentito dire; che sono scontente dei loro dei, dei loro riti e miti; che desiderano il Puro e il Grande, anche se Dio rimane pur sempre per loro il “Dio ignoto”. Volevano pregare il Dio ignoto e così essere ugualmente in relazione con il Dio vero, anche se in mezzo a oscurità di vario genere. Bene, il Papa – lo ha ricordato anche parlando alla Curia Romana il 21 dicembre 2009 – ormai ci va dicendo che la Chiesa deve sempre più impegnarsi ad aprire una sorta di “cortile dei gentili” dove gli uomini possano in qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita della Chiesa.
Noi cristiani non possiamo rinchiuderci e non pensare anche a chi si proclama agnostico, ateo e si spaventa quando sentendo parlare di nuova evangelizzazione pensa che forse noi consideriamo lui come oggetto della nostra missione. Però sappiamo che per lui la questione di Dio rimane aperta, è in ricerca e allora noi, se vogliamo fare nuova evangelizzazione, con la nostra vita, la nostra testimonianza personale e comunitaria, anche con delle metodologie che però non sono la parte prima della nuova evangelizzazione, dobbiamo tener desta la ricerca ed entrare in dialogo non solo con le altre religioni ma con chi ritiene che la religione sia una cosa estranea dalla vita.
In questo “cortile dei gentili” sempre più ampio e frequentato, noi dobbiamo innanzitutto intessere rapporti personali, relazioni amicali, metterci in ascolto ed offrire luoghi di ascolto e di amicizia sincera e gratuita a chi ricerca più o meno consapevolmente la verità, non rinunciare mai ad intercettare le esigenze di Dio che sono nel cuore di ogni uomo, la loro sete… e, con audacia, proporgli il Vangelo di Gesù Cristo.
Ricordo, ad esempio, come durante una Missione denominata “Gesù al centro”, a Roma, un anno incontrai con un gruppo di giovani missionari, compresi tre o quattro bravi seminaristi, alcuni “emo” a Piazza del Popolo.
Non avrei mai immaginato di potermi relazionare con loro.
Noi facevamo le nostre attività in Piazza, le processioni, i punti di ascolto… e loro ci guardavano. Fintanto che non ci avvicinammo e comprendemmo che non erano ostili, anzi ci aspettavano. Piano piano intessemmo una bella amicizia incominciando ad incontrarci tutti i mercoledì pomeriggio prima a Piazza del Popolo poi, in inverno, invitandoli, così come erano, solo per ascoltarli e per parlargli piano piano della bellezza della nostra fede rispondendo alle domande che ogni tanto, anche senza aspettarcelo, ci buttavano lì…, senza giudicarli, nel Centro culturale Giovanni Paolo II sotto San Carlo al Corso. Alla fine dell’anno chiesero di confessarsi e non dimenticherò mai la gioia della celebrazione eucaristica con loro e per loro, se volete con il loro linguaggio, una celebrazione che durò a lungo perché iniziammo insieme come nelle prime comunità cristiane a dirci quanto della parola di Dio ci aveva più segnato e colpito e a spiegare le varie parti di quanto stavamo celebrando, fino a portarli all’incontro con Gesù Eucaristia e vederli desiderosi di cambiare, di rimanere in quel momento di gioia e di cambiamento che da tanto, forse, cercavano ma che non avevano mai sperimentato perché pur andando in parrocchia per prepararsi a ricevere i sacramenti, pur frequentando l’insegnamento cattolico della religione, pur vivendo a Roma, la capitale del cattolicesimo, le loro famiglie, la cultura nella quale sono cresciuti non gli hanno permesso di incontrare dei testimoni del Vangelo, dei testimoni di Cristo nel mondo. E in quel caso non era Madre Teresa di Calcutta, o Padre Pio, o Giovanni Paolo II a essersi fatto testimone verso di loro ma un gruppo di giovani, fragili, semplici, anche loro in cerca della verità ma che hanno osato mettere a disposizione degli altri la loro fede e la hanno rafforzata donandola. Non solo, l’hanno testimoniata attraverso queste vie della nuova evangelizzazione a chi attendeva che qualcuno, come direbbe il Vangelo, li chiamasse a giornata.

4. Ma mi accorgo che vi ho parlato del mondo entro il quale occorre testimoniare Cristo, della nuova evangelizzazione anche se poi, durante il dibattito, se vorrete, potrò farvi ulteriori esempi di come essa possa realizzarsi andando fuori dalla Parrocchia che deve trovare e cercare sé stessa fuori di sé stessa, come ricordava sempre il Papa Giovanni Paolo II, ma non vi ho ancora parlato della cosa più importante, quello che è il contenuto della Missione, di ogni testimonianza cristiana: il Vangelo di Gesù Cristo, la buona notizia che è Lui! Della quale San Paolo non si vergogna così come non dobbiamo vergognarci noi. Ricorderete che S.Paolo scrive ai Romani: “Io non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, prima del Giudeo e poi del Greco” (Rm 1,16).
È un versetto molto bello ma che certo ci pone degli interrogativi:
Il Vangelo è una Parola; allora perché dire che il Vangelo è potenza? Noi siamo abituati a pensare che le parole volano facilmente e quello che conta sono i fatti. E allora perché Paolo insiste sulla Parola?
Perché dire che la potenza di Dio procura salvezza? È mai possibile che una parola possa salvare? Per quanto bella, intelligente e attraente: può, una parola, veramente salvare la vita dell’uomo?
Perché la salvezza è legata con la fede? Se il Vangelo è una Parola, non sarebbe meglio dire la conoscenza? La salvezza è per coloro che questa Parola l’affermano, la capiscono, la comprendono e la fanno diventare conoscenza? Invece no, perché Paolo dice: “è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, prima del Giudeo e poi del Greco”.
Cerco allora di rispondere a questi interrogativi.
Innanzitutto c’è una Parola che ci deve stupire perché è una Parola di Dio che si rivolge a noi esplicitamente e concretamente. Certo, un uomo potrebbe dire che anche la natura è parola di Dio perché la luna, il sole, le stelle, parlano di Dio. Però sono solo delle cose e invece la Parola ha in sé qualcosa di più personale. Se c’è una parola vuol dire che dietro c’è una persona che l’ha pensata, pronunciata, detta con una attenzione speciale verso chi la ascolta. Quindi se c’è una parola di Dio per voi, per noi, vuol dire che Dio ha pensato a voi, a noi…
Si, proprio quel Dio così grande che “i cieli e i cieli dei cieli non possono contenere” (1 Re,8,27) ha pensato a voi, ha avuto del tempo per voi perché gli state a cuore.
E se c’è un Dio così, vuol dire che è un Dio – il nostro – personale, che non è la natura o il destino o una specie di potenza enorme che comprende tutte le leggi della fisica, della chimica e della biologia. No, se c’è una Parola vuol dire che è un Dio personale, che è cosciente di sé, che è capace di costruire rapporti di libertà, di conoscenza, di dialogo e di amore con gli altri. Vuol dire che c’è un Dio che è capace di amare e che per questo ha deciso di entrare in rapporto con l’uomo.
Per cui, quando Paolo dice: “Io non mi vergogno del Vangelo” riconosce che dentro al Vangelo c’è la Parola di Dio, che porta in sé l’attenzione e la premura di Dio nei confronti dell’uomo. E questa Parola non fa altro che dirmi l’interesse di Dio per l’uomo altrimenti Dio non parlerebbe.
Anche nella nostra esperienza non è così? Quando voglio tagliare i ponti con qualcuno cosa faccio? Non gli parlo più, quando lo incontro mi volto da un’altra parte e invece Dio continua a parlare all’uomo, vuole rimanere in relazione con lui.
E cosa dice questa Parola all’uomo? Quale è il suo contenuto? Potremmo dire che contiene tante cose: è una parola che chiama alla vocazione, che comanda, che promette, che rimprovera. Ma, potremmo chiederci, quale è il cuore di tutte queste parole contenute nella Parola?
Lo troviamo nella Lettera agli Ebrei quando leggiamo: “Dio, che aveva parlato ai nostri padri tante volte e in diversi modi, … in questi giorni, che sono gli ultimi, ha parlato a noi per mezzo del suo Figlio, … per mezzo del quale ha fatto anche il mondo” (Eb 1,1-2). Lui, questo suo Figlio, è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza. Per cui le tante parole che anche nell’Antico Testamento Dio ha pronunciato attraverso i profeti e i patriarchi portano tutte lì, si concentrano tutte in una “parola ultima”; in quella parola c’è Gesù Cristo stesso.
E questo è bello. Perché anche noi usiamo le parole per esprimerci, per dire noi stessi. Ma sappiamo che le nostre parole sono sempre un po’ opache, tradiscono sempre qualcosa, dicono qualcosa di quello che siamo ma mai proprio tutto. E invece Dio dopo aver detto tante parole si rivela in una parola-persona, in quella persona che è Gesù di Nazaret, fa in modo che in Gesù la sua parola diventi carne, cioè esperienza di rapporto il più ricco possibile, dove possiamo comprendere tutto di Lui.
E allora comprendiamo che il cuore del Vangelo, il cuore del messaggio di Dio all’uomo è proprio Gesù Cristo. E cosa è Gesù Cristo. Cosa può sintetizzare tutto ciò che è?
Ce lo spiega l’evangelista Giovanni al capitolo 13 quando scrive: “Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13,1-2).
Con il verbo “amare” e “amare sino alla fine” Giovanni riassume tutta la carriera di Gesù Cristo. Prima aveva amato i suoi, ora li ama sino alla fine! Fino al compimento supremo della sua missione, ormai ha trasformato tutta la sua esistenza in amore, fino al dono totale di sé stesso!
E se questo è la sintesi della vita e della missione di Gesù vuol dire che Dio è così: è amore. Dio si rivela in una persona che ama e addirittura trasforma la vita e la morte in amore.
Per questo Giovanni dirà: “Dio è amore!” (1Gv 4,8.16). E Giovanni può dire questo perché lo ha visto. Non l’ha pensato ma l’ha visto in Gesù di Nazaret, nelle sue parole e nelle sue opere, nella sua vita e nella sua morte. In quel Gesù di Nazaret ha ricevuto una dichiarazione di amore non fatta di parole ma di vita donata, morta come offerta di sé per…
Questa è la Parola di Dio. E per questo Gesù incontra sempre malati, poveri, indemoniati… una umanità malata che ha bisogno di amore. È l’immagine del nostro mondo dove siamo chiamati a testimoniare Cristo. Un mondo che è imperfetto, che è bisognoso di senso che ha bisogno di amore, di attenzione all’altro tanto più se è povero e i poveri siamo un po’ tutti: c’è chi lo è materialmente, chi spiritualmente, chi perché è vittima di dipendenze, chi è solo, chi non ha famiglia, amici, ecc.
E Gesù davanti all’umanità malata la guarisce. Portavano a lui i malati e li guariva. Nel Vangelo di Marco leggiamo: “Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti!” (Mc 7,37). Ma, scusate, questo far bene ogni cosa, non vi ricorda la creazione? Quando nel libro della Genesi leggiamo che Dio crea il mondo, separa le acque dalla terra, fa gli animali e le piante, le stelle, ecc. non si dice sempre che “e vide che era cosa buona”… fino a quando fa l’uomo “e vide che era cosa molto buona”? Ebbene, Gesù, davanti alla nostra umanità malata ha compiuto e compie anche oggi ciò che Dio ha fatto nel momento della creazione “fa essere buona ogni cosa”.
Dio ha creato il mondo e in esso l’uomo. Ma perché l’ha creato se non per amore? Ma siccome questo atto di amore Dio lo ha verso il mondo e l’uomo non solo al momento della creazione, ma sempre, allora ha mandato Gesù, contenuto della sua Parola, perché in Lui il mondo trovi sempre speranza, vita nuova, guarigione, torni ad essere cosa buona!
Ecco perchè dobbiamo evangelizzare, ossia testimoniare Gesù Cristo per far conoscere a tutti che volere di Dio è che il mondo esista!
Ma, si domanda ancora San Paolo, perché questo messaggio è capace di dare salvezza? Scrive infatti: “Io non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Rm 1,16). Perché, dice Paolo, è l’annuncio che Dio è amore, ma non semplicemente amore in sé, ma che Dio ha posto un atto di amore verso l’uomo, verso tutti noi!
Non si tratta qui di sapere la natura di Dio, ma che posizione Lui ha assunto nei nostri confronti. Ebbene, Dio, nei nostri confronti, ha assunto una decisione libera di amore e Gesù ne è la manifestazione piena.
È amore “per voi” perché, ci dice la 1Cor 11,24, “voi viviate”!
Ci sono tanti motivi per esistere, che ci diamo e che vogliamo raggiungere per giustificare a noi stessi e anche agli altri la nostra esistenza: il potere, la carriera, il raggiungere il successo, il denaro, il godere… Ma non è perché ho o perché, religiosamente pensando, io faccio opere giuste e buone che “sono”.
No, alla base della nostra vita, cari amici c’è soltanto un atto di amore di Dio che ha detto “io voglio che tu esista”. Non avete bisogno di giustificare la vostra vita, la vostra esistenza… essa è già giustificata. È bello che voi ci siete perché è giusto che voi ci siate, perché il Creatore del mondo ha pensato a voi in positivo e ha posto questo atto di volontà favorevole alla vostra esistenza.
Il Signore ci dice che noi per Lui siamo preziosi, ai suoi occhi siamo preziosi, degni di stima e che ci ama (cfr Is 43,1-4) e anche in mezzo al mondo, se dovremo attraversare le acque e i fiumi che ci sommergeranno e le fiamme potranno bruciarci… il Signore dice di non avere paura perché Lui è con noi. Il mondo ci può fare paura, bloccarci nel desiderio di testimoniare Cristo, o semplicemente di esistere, ma non dobbiamo avere paura, Lui è con noi, noi siamo preziosi ai suoi occhi e Lui ci ama!
Quale è la conseguenza di questo amore?
Non che devo giustificare la mia vita perché ne sono preoccupato ma che proprio perché c’è qualcuno che mi ama io posso vivere la mia vita per il Signore e per gli altri, posso percorrere l’avventura straordinaria dell’amore. Per cui acquisto una libertà interiore che non è il non penso più alla vita perché sono libero di una falsa libertà che mi permette ogni cosa… no, la mia vita è dono e dono di amore, è una vita che è costata cara, è stata amata da Dio e per questo, dato che Dio l’ha pensata da sempre e l’ha amata, ho una libertà interiore che mi permette di amare gli altri.
Voi esistete perché Dio ha detto “sì” alla vostra vita, un “sì” incondizionato alla vostra vita! Non vi ha detto: “Voi siete abbastanza intelligenti e allora vi dico ‘sì’…”. No, il “si” incondizionato lo ha messo prima che voi siate intelligenti, sani, … e siccome all’origine della vostra e nostra vita c’è questo “sì” che Dio vi e ci ha detto, noi possiamo imparare a dire “sì” alla vita degli altri come Dio ha detto “sì” alla nostra. Un sì che va detto con decisione e non come sentimento. “Come sentimento” vuol dire che io istintivamente provo un trasporto verso certe persone che mi sono simpatiche, attraenti, che mi tirano fuori dalla mia solitudine, che arricchiscono la mia vita… e questo è bellissimo ma è un sentimento che a volte c’è e altre volte non c’è; più o meno forte rispetto a chi ho di fronte. È un sentimento che c’è nella nostra vita e, intendiamoci, può rimanere, ma non è ancora la decisione libera per cui dico “sì” alla vita degli altri, alla vita di tutti!
Poiché il sì nei miei confronti è incondizionato, il sì nei confronti degli altri deve essere altrettanto incondizionato, cioè l’attenzione all’esistenza dell’altro non va sotto riserva, ma questo “sì” occorre cominciarlo a dire a se stessi. Debbo iniziare a dire sì alla mia vita, nonostante i miei difetti e i miei errori, incondizionatamente e liberamente.
Con una incondizionatezza e una libertà che derivano dalla fede, dall’amore di Dio.
Non mi devo giudicare. Devo cominciare a dire sì a quello che sono e come sono, senza riserve. Ciò non vuol dire che non devo cambiare, cercare di convertirmi, imparare ad uscire dal mio egoismo. Per essere testimoni di Cristo dobbiamo puntare alla santità e la santità parte proprio dal riconoscere che Dio ha detto un sì incondizionato d’amore alla nostra esistenza e siccome l’ha detto Dio lo posso dire anche io e siccome Dio lo ha detto anche sulla vita degli altri lo devo dire anche io alla vita degli altri.
Essere testimoni di Cristo, ossia vivere la vita cristiana, la santità che è la misura alta della vita cristiana ordinaria, è tutto qui: vivere un cammino che nasce dall’amore di Dio per noi in Gesù Cristo, e va verso l’amore del prossimo, verso l’accoglienza nei confronti del prossimo partendo da noi stessi, dall’accoglienza dei nostri cuori, dal dire “si” alla mia vita con le sue debolezze e miserie e sentendoci profondamente amati, anche noi, a nostra volta, siamo chiamati a prolungare, a dilatare l’amore di Dio per l’uomo.
Gli scienziati dicono che il mondo dobbiamo pensarlo in evoluzione. Sono 15 miliardi di anni che il mondo esiste e la combinazione di idrogeno, ossigeno e carbonio è diventata vita e poi sensazioni, pensiero e da quei mattoni di cui siamo fatti è venuto fuori un essere sorprendente, da ammirare, capace di pensare, prendere coscienza di sé, di rendersi conto di quello che è nei rapporti con gli altri.
Ma il punto di arrivo è la capacità di amare. Il grande miracolo è quando questi elementi producono un essere capace di amare; di superare l’istinto di difesa di sé; di guardare solo alla propria autorealizzazione ma diventa capace di dono di sé, di guardare all’altro, a volte anche di sacrificarsi.
Ecco perché Paolo dice che il Vangelo è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede! Certamente è una parola il Vangelo, ma non è una parola vuota; è una parola che contiene la forza dell’amore di Dio che è scritto dentro alla realtà delle cose e delle persone. Per questo è una potenza, perché produce la gioia e la sicurezza di essere amati, perdonati e accolti da Dio. E per questo è liberazione, perché è il fondamento della nostra vita, perché possiamo essere aperti agli altri, per fare della nostra vita un dono.
Pensate che una persona –che siate voi o coloro a cui testimoniare il Vangelo poco importa – pensate che creda perché conosce l’amore di Dio? Perché conosce il Vangelo? Perché la fede è l’apertura dell’uomo che si lascia raggiungere dalla Parola di Dio, e quindi conoscere è un fare? No!
No, la fede non è un fare! La fede è un ricevere! Nella fede non realizzo: io ricevo, accolgo, dico “si” all’amore con cui Dio mi ha amato. Il Vangelo è la dichiarazione di Dio per l’uomo, ma una dichiarazione di amore diventa efficace quando una persona la accoglie. E di fronte al ricevere siamo tutti uguali. Se la fede e il testimoniare Cristo fosse solo un fare allora ci sarebbero distinzioni anche in questo. Ma siccome è un ricevere, siamo tutti uguali. L’amore di Dio è per tutti uguale e ha un unico nemico: l’autosufficienza che dipende dal modo in cui ci collochiamo di fronte a Dio.
Per questo il Vangelo “è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede”.

5. Ecco dunque cosa vuol dire essere testimoni di Gesù: far nascere in tutti, partendo dai nostri cuori, il desiderio, l’incontro e la nostalgia dell’amore di Dio, della vita che ci è donata.
Attraverso l’ascolto; la relazione, la nostra vita intrisa di Parola di Dio e di sacramenti – a partire dall’Eucaristia e dalla confessione – l’insegnamento e la condivisione della preghiera, il cercare di accompagnare gli altri a vivere l’amore di Dio e la risposta a questo amore stando loro vicini con la parola e con l’esempio come hanno fatto e continuano a fare anche oggi come ieri tanti santi e martiri, fino a dare la vita, per amore, come Cristo, per gli altri.