Prima catechesi
Saldi nella fede (Mt 14,22-33)
Mons. Roberto Busti, Vescovo di Mantova


1. Costretti ad attraversare il mare
In mezzo al mare in preda a una tempesta! Era già capitato ai discepoli di trovarsi in una situazione simile; al capitolo 8 del vangelo di Matteo si racconta di una traversata da un capo all’altro del lago di Galilea. Quella volta furono i discepoli a prendere l’iniziativa, seguendo Gesù sulla barca. D’un tratto ci fu un grande sconvolgimento nel mare, tanto che la barca era coperta dalle onde. Gesù dormiva ed essi, disperati, si avvicinarono a lui per svegliarlo. Egli, dopo averli biasimati per la loro poca fede, si alzò minacciò i venti e il mare e ci fu una grande bonaccia (cfr. Mt 8,18.23-27). Gesù era con loro, disponibile; bastò svegliarlo per uscire dall’incubo di annegare.
Ora, invece, i discepoli sono soli sulla barca. Gesù non è con loro; è rimasto a terra per congedare le folle, dopo aver moltiplicato i pani e i pesci (Mt 14,13-21). Il testo usa un verbo aspro, dice che egli li costrinse a imbarcarsi: Gesù stesso stabilisce una distanza tra sé e i suoi. Questa traversata devono compierla da soli! È una necessita della nostra vita che è libera.
[È proprio così! Ci sono situazioni nella vita in cui l’uomo è solo o, perlomeno, si sente solo nel mare della propria esistenza. Il Signore è distante: (A) a volte è lontano perché deliberatamente ci si allontana da lui, per seguire altre rotte e altri orizzonti; (B) a volte – ed è l’eventualità più sconcertante – è lontano per una misteriosa disposizione della sua libertà: egli permette che la vita ci separi da sé. In certi momenti capita anche a noi come ai discepoli di trovarci in alto mare senza Gesù: forse egli ci considera abbastanza grandi per navigare da soli e ci costringe a salpare! ]
(A) A volte siamo soli perché ci troviamo a vivere la fede in un particolare contesto socio-culturale in cui non c’è spazio per Dio. La cultura attuale, soprattutto in occidente tende ad escludere Dio, Non c’è posto per lui sulla barca della mia vita: dove studio, dove mi diverto, dove vivo i miei affetti, dove lavoro… Se va bene, gli posso concedere lo spazio del privato, le mie domeniche, il mio cuore, purché non m’intralci negli altri ambiti della vita. Di fatto la presenza di Dio è spesso percepita come una zavorra  e la fede come una forza oscurantista che si contrappone al rigore della ricerca scientifica e impedisce il progresso, che mi vieta lo sballo, che mi  preclude la libertà di amare e mi limita nell’uso dei beni e della ricchezza... Così pensano tanti dei vostri amici, dei vostri colleghi, delle persone che vivono accanto a voi; a volte, forse, capita anche a voi di ragionare così! Il Papa descrive bene quest’attitudine nel messaggio che vi ha inviato in occasione della XXVI Giornata Mondiale della Gioventù: “La cultura attuale, in alcune aree del mondo, soprattutto in Occidente, tende ad escludere Dio, o a considerare la fede come un fatto privato, senza alcuna rilevanza nella vita sociale… si pretende di eliminare Dio per far vivere l’uomo!” (n. 1).
(B) A volte non si tratta di un’esclusione consapevole e riflessa: semplicemente avviene che la vita ci allontana da Dio; la routine, le preoccupazioni, le difficoltà, i dubbi, soprattutto l’esperienza del dolore nelle sue varie forme – la morte di un genitore, la malattia di un parente, la scomparsa di un amico… – ci allontanano a tal punto, che rischiamo di non riconoscerlo più quando torna a farsi vedere. Lo sanno bene quanti tra voi, in un modo o nell’altro, sono già stati messi a dura prova dalla vita. Il male è come una tempesta che ci rapisce dalla presenza di Dio e c’impedisce di vederlo e di riconoscerlo presente accanto a noi in mezzo alle onde. Non a caso l’uomo della Bibbia, per nulla avvezzo al contatto col mare, percepisce le grandi acque come un incubo: l’abisso è per lui la quintessenza del male. [Ce lo ricordano le pagine drammatiche del diluvio primordiale (Gen 6-9), che ci mostrano ancora una volta il volto misterioso e paradossale di Dio: colui che, creando l’esistente, ha separato le acque e ordinato l’universo (Gen 1), riversando il diluvio sulla terra, pare contraddire il suo originario progetto di bene; anche Noè, suo servo fedele, è costretto a una dura traversata.]

2. Riconoscere il Signore
È questa l’esperienza dei discepoli nel brano che abbiamo appena ascoltato: anch’essi, come noi, non sanno più riconoscere il volto del loro Signore, quando si ripresenta in mezzo al mare. Si fa sera e il buio ottenebra gli occhi del loro cuore! È questo il paradosso messo in luce dal vangelo: il testo non spende una parola per  descrivere la paura dei discepoli in mezzo alla tempesta; al contrario, si dice che essi furono sconvolti vedendo Gesù camminare sulle acque. Sono sconvolti al vedere Gesù, sono turbati davanti ai segni della sua divinità (il camminare sulle acque è per il mondo antico una prerogativa divina), addirittura lo scambiano per un fantasma! Ma Gesù li rassicura: “Sono io – egô eimi – Io-sono”. Egli si presenta ai suoi, richiamando il nome con cui Dio si rivela a Mosè dal roveto ardente nel libro dell’Esodo (Es 3,13-15) e in alcune pagine memorabili dell’Antico Testamento (Dt 32,39; Is 41,4; 43,10; 45,18s.; 48,12; 51,12): Io-sono… io ci sono… con te, al tuo fianco per sempre! Ricordate? Dio chiama Mosè dal roveto, che brucia senza estinguersi, per inviarlo a liberare il suo popolo dall’Egitto. Quegli, in risposta, domanda a Dio il suo nome, perché gli israeliti sappiano chi lo ha inviato. E Dio risponde con un’espressione enigmatica, difficile da tradurre, che suona circa così: Io sono colui che sono, o meglio, Io sarò colui che sarò, colui che di volta in volta vorrò manifestarmi. E comanda a Mosè: “Così dirai ai figli d’Israele: IO SONO mi ha mandato a voi». Dio rivela il suo nome e la sua identità a metà: garantisce che ci sarà a fianco del popolo ma come e quando egli vorrà. Un nome che dice e non dice, che salvaguarda l’alterità e la grandezza di Dio – il suo nome non può essere fissato in una parola! – ma, soprattutto, un nome che è garanzia di una presenza, anche in mezzo al mare della vita. “Io sono con voi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo” recitano le ultime parole del vangelo di Matteo (28,20): Gesù non smette mai di essere con i suoi, ma è lui a stabilire tempi e modalità di tale presenza.
Vedete quanto è bella la Bibbia: le parole sono come dei link invisibili che mettono in relazione le pagine: da un verbo del vangelo di Matteo siamo risaliti al libro dell’Esodo!
Ma torniamo al nostro brano; eravamo rimasti a Gesù che, a un certo punto della traversata dei discepoli – quando vuole lui! – li raggiunge e viene scambiato per un fantasma. Essi sono spaventati dalla sua presenza. Mi sembra che, talvolta, una simile paura rischi di compromettere anche il nostro rapporto con Dio. Anche a noi, anche agli uomini e alle donne del nostro tempo, capita di aver paura di Dio e di scambiarlo per un “fantasma”. Ciò avviene quando le rotte che percorriamo (a) o le tempeste che attraversiamo (b) ci fanno scordare il suo volto familiare e il suo nome: Io-sono. Ma egli ripete anche a noi: “Coraggio sono io, non abbiate paura… io sono accanto a te, non per toglierti le tue più grandi aspirazioni, non per derubarti della libertà e della vita, ma per dartele in abbondanza”.  “La gioventù – vi scrive il papa – rimane l’età in cui si è alla ricerca della vita più grande”. E continua: “Il desiderio della vita più grande è un segno del fatto che ci ha creati Lui, che portiamo la sua “impronta”. Dio è vita e per questo ogni creatura tende alla vita. Allora comprendiamo che è un controsenso pretendere di eliminare Dio per far vivere l’uomo! Dio è la sorgente della vita; eliminarlo equivale a separarsi da questa fonte e, inevitabilmente, privarsi della pienezza e della gioia” (n. 1).
Quando comprendiamo questo, ci rendiamo conto che il Signore non ci abbandona mai, anche quando ci costringe, come i discepoli, a precederlo sull’altra riva. Si dice nel testo che, “congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare”. Come altrove, il monte è luogo dell’intimità con Dio (cfr. Mt 17,1-8). Mi piaceimmaginare che da quel luogo elevato, Gesù accompagna e veglia sui discepoli nella prova, mentre si fa notte: li segue con lo sguardo e col cuore e li raggiunge al momento opportuno, sul finire della notte, precisamente alla quarta veglia della notte, all’alba, che è al contempo l’ora biblica dell’intervento soccorritore di Dio (Es 14,24; Sal 46,6; Is 17,14) e il tempo della risurrezione di Gesù (Mt 28,1)**. Egli non era distante, li ha seguiti passo, passo! Ci accorgiamo di questo, osservando l’angolatura da cui viene raccontato il brano; come un film, così ogni storia raccontata è filtrata da uno sguardo, non quello della videocamera ma quello dei personaggi o dell’evangelista che racconta (il narratore). La nostra storia – se ci badate – è in gran parte narrata attraverso lo sguardo di Gesù: è con i suoi occhi che vediamo la barca distante già molte miglia e agitata dal vento. Soltanto quando Gesù si avvicina, c’è offerta un’introspezione nel cuore dei discepoli. Fate una prova! Quando avete tempo, leggete il brano corrispettivo di Giovanni (6,16-21) e vedrete che in quel caso l’autore sceglie di raccontare la storia dalla prospettiva dei discepoli, dalla barca dunque. Matteo fa una scelta diversa: è Gesù che, poco per volta si avvicina alla barca. Raccontandoci le vicende con il suo sguardo, che si fa sempre più prossimo, come in una grande zoomata, l’evangelista ci assicura che egli non ha mai distolto i suoi occhi dai discepoli. Li ha costretti a partire ma non li ha mai abbandonati. Allo stesso modo custodisce anche noi: possiamo fidarci di lui, come Pietro!

3. Fidarsi di Gesù
Dinanzi a Gesù che si avvicina sulle acque, Pietro si fida, tanto da compiere un gesto assurdo sulla parola del suo Signore: chiede di poter anch’egli camminare sulle acque. Non è un gesto egocentrico il suo; in questa richiesta impossibile si rivela la sua fede, la sua fiducia  in colui che ha ogni potere in cielo e sulla terra (Mt 28,18). Eppure la sua fede è a metà, come spesso la nostra; già lo si evince dalla premessa della sua richiesta: “Signore, se sei proprio tu, comandami di venire verso di te sulle acque”. Se sei tu! Pietro crede e dubita allo stesso tempo; come noi pone condizioni e insieme si consegna. Il suo tentennamento iniziale apre a quella mancanza di fede che, di lì a poco, lo farà sprofondare. La scena è descritta con grande pathos: Pietro scende dalla barca, si mette a camminare sulle acque e va verso Gesù… ma a un certo punto smette di guardare a lui; la paura è tanta ed egli vede che il vento è forte. Quando si guarda al vento più che al Signore, si finisce per affondare: questa è la poca fede, che gli biasima Gesù: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”. Si tratta di una “miscela” di coraggio e paura, di ascolto del Signore e del vento, di fiducia e di dubbio. Questa poca fede (oligopistìa) è per Matteo una caratteristica fondamentale dell’esistenza cristiana; essa accompagna i discepoli sino alla fine del vangelo: anche quando in Galilea incontreranno il Risorto, alcuni di loro dubiteranno (Mt 28,17). L’evangelista c’insegna che il dubbio non è estraneo alla fede, fa parte dell’itinerario di ricerca del discepolo. Mostrandocelo quasi a ogni svolta del vangelo, Matteo non lo demonizza; semplicemente ne prende atto e ci mette in guardia, perché non abbia il sopravvento.
L’attitudine di Pietro è anche la nostra, a metà strada tra l’incredulità e la fede. In certi momenti della vita anche noi perdiamo il ricordo della presenza del Signore e finiamo paralizzati, incapaci di agire, percependo il nostro mare e i nostri limiti come insuperabili. Eppure anche in questi frangenti potete fare esperienza di Dio, intercettando la sua mano tesa che vi afferra per trarvi fuori dai vostri abissi, quando la sofferenza, vostra o altrui, vi sconvolge la vita, quando l’incertezza sul futuro vi attanaglia, quando la coerenza con le scelte e gli impegni che vi siete assunti (come fidanzati, un giorno forse come mariti, mogli, genitori, preti, religiose o religiosi…) vi sembra troppo gravosa, quando è frustrato il vostro desiderio di rapporti autentici di amicizia o di un vero amore, quando vi è negata l’aspirazione a vivere in una famiglia unita o a raggiungere una stabilità personale e una reale sicurezza, che possano garantire un futuro sereno e felice. Come Pietro, assumendo anche voi il rischio della fede – non importa se poca – abbiate il coraggio di abbandonare la barca delle vostre sicurezze, avventurandovi in acque profonde, dove talvolta si sperimenta il proprio fallimento ma anche il sostegno di Dio. Le vicende di Pietro ci mostrano proprio questo: che è possibile superare, attraverso la fede, i propri limiti nell’abisso della difficoltà, della paura, della sventura, della sofferenza, della colpa. Per mezzo della fede l’uomo può vincere il suo limite. Quando è costretto a misurarsi con la propria fragilità, abbandonando le sue false sicurezze e velleità, anziché disperare, può scoprire la forza di Dio, il solo capace di farci attraversare – non evitare! – i nostri abissi, prendendoci per mano come Pietro. Questo camminare sulle acque, sperimentando la propria debolezza, è la via d’accesso a una fede adulta, a un incontro personale, vero, con Dio… il Dio che ti salva dalle acque. Come scrive il papa, questo è il presupposto “per acquisire una fede matura, solida, che non sia fondata unicamente su un sentimento religioso o su un vago ricordo del catechismo della vostra infanzia” (n. 4). “Perciò la fede cristiana non è solo credere a delle verità, ma è anzitutto una relazione personale con Gesù Cristo, è l’incontro con il Figlio di Dio, che dà a tutta l’esistenza un dinamismo nuovo” (n. 2). Vi esorto quindi a coltivare gelosamente questa relazione se già l’avete e a investire tutte le vostre energie e la vostra creatività per promuoverla. Essa non nasce dal nulla, men che meno da una nostra iniziativa: è un dono che si riceve dall’alto e passa attraverso l’incontro con una comunità. È questo il terreno fecondo in cui germoglia e si coltiva: la comunità. La nostra fede è immersa nella fede della comunità cristiana e sostenuta da essa. È lì che in tanti modi, non da ultimo attraverso la celebrazione eucaristica domenicale, c’è dato d’incontrare Gesù, che tende la sua mano e ci afferra e rinfranca la nostra fede, perché nel ‘noi crediamo’ corale di tutta la Chiesa, ciascuno di noi possa pronunciare il suo personale ‘io credo’ (cfr. CCC 166), che ci fa camminare sui mari tempestosi della vita.


Seconda catechesi
Radicati in Cristo
(Mt 1,18-25)
 

1. Il valore della prova
“Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede!” Questo versetto, tratto dalla lettera di san Paolo agli abitanti di Colossi, sta ritmando le nostre giornate. Il papa, nel messaggio che vi ha inviato in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù (n. 2), si sofferma sulle tre immagini che risaltano dietro quest’espressione paolina: al cristiano è chiesto di essere “radicato” come un albero che affonda le sue radici nel terreno, per essere stabile e ricevere nutrimento; “fondato” come una casa che trova la sua stabilità in solide fondamenta; e “saldo” come chi sta aggrappato alla roccia e non molla la presa da ciò che gli dà sicurezza. Oggi vorrei riflettere con voi su questo tema a partire dall’esempio di un uomo che visse saldo nella fede e la cui vita fu radicata e fondata in Dio. Quest’uomo è Giuseppe di Nazareth, il padre di Gesù!
[Proclamazione di Mt 1,18-25].
Radicati e fondati… saldi, dicevamo all’inizio. Tre qualità che emergono soprattutto quando l’uomo è messo alla prova. Tutti (o quasi!) sanno reggersi in piedi, quando tutto va bene; è nella prova, invece, che si vacilla ed emerge di che “pasta” siamo fatti. È un adagio della sapienza di tutti i tempi: la qualità dell’uomo si misura nella prova, come l’oro si prova col fuoco (cfr. 1Pt 1,6-7). Così avviene anche per Giuseppe. Il brano che abbiamo ascoltato si apre raccontandoci di un “inconveniente” incorso nella sua vita: Maria, sua promessa sposa, è incinta prima che egli l’abbia potuta conoscere, cioè prima che i due siano andati a vivere insieme, secondo le tradizioni matrimoniali del tempo. Per noi che leggiamo, lo svolgersi dei fatti è elementare: sin dall’inizio ci viene comunicato che ella “si trovò incinta per opera dello Spirito Santo!” Per Giuseppe la comprensione dei medesimi eventi dovette essere molto più difficoltosa: discernere l’intervento di Dio nella vita della sua promessa sposa – come ci attesta l’evangelista Matteo – fu un’operazione sofferta e travagliata.
Di Giuseppe si dice che era un uomo giusto; con quest’aggettivo la Bibbia designa gli uomini integri davanti a Dio. Il primo a meritare tale qualifica nella Scrittura è Noè; di lui si dice che “era un uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio” (Gn 6,9). Giuseppe è giusto allo stesso modo… eppure – mi piace costatarlo – il punto di partenza delle vicende che si riferiscono a lui è un rifiuto. Giuseppe è giusto ma non un superuomo! Nella prova il suo primo atteggiamento è la fuga… una fuga che  gli fa onore, ma pur sempre una fuga!  Per non esporre pubblicamente Maria, intentando un processo pubblico contro di lei, come prescritto dalla Legge, Giuseppe sceglie una via di compromesso: decide di ripudiarla segretamente. Elaborando una soluzione “umana” a un problema che rischia di scardinare i suoi progetti e le sue aspettative, Giuseppe si chiude al mistero di Dio, non riesce a pensare che dietro questo fattoci possa essere la mano provvidente di Dio; vorrebbe risolvere la situazione in segreto… senza dare troppo nell’occhio! Dietro la scelta di Giuseppe c’è molta bontà, molta saggezza e senso pratico: egli prova a sistemare le cose a modo suo, presumibilmente per evitare a Maria uno scandalo. È qui, però, che mi sembra di poter scorgere la vera fatica di Giuseppe: egli si deve misurare con un evento misterioso, più grande di lui, che evidentemente non comprende. Ripudiando Maria, egli allontanerebbe da sé quest’incognita; ma questa via non è conforme alla volontà di Dio, che gli domanda di confrontarsi e di accogliere quel mistero che si schiude nel grembo della sua promessa sposa. Giuseppe dovrà imparare che la “faccenda” non può gestirla a modo suo ma secondo il disegno di Dio.
Giuseppe non è poi così diverso da noi che spesso, di fronte a certe domande o incognite della vita, agiamo allo stesso modo: rimandando la lettera al mittente… fuggendo! Certi problemi, certe domande ingarbugliate sul vostro presente o sul vostro futuro, sul senso della vita, sul valore della fede… non sono una “patata bollente”, di cui sbarazzarsi il più presto possibile.* Occorre la pazienza e il coraggio di confrontarsi con tali domande, senza cedere alla pretesa illusoria di avere subito una facile risposta.** Essere persone radicate significa saper convivere con queste domande e accettare la fatica di guadagnare le risposte col sudore di una vita, non di un giorno. Siete chiamati a costruire la vostra vita come si costruisce una casa: non bastano poche ore! Questo anche nelle questioni – oggi così spinose – che riguardano la gestione dell’affettività o della vita di coppia; non accontentatevi di risposte facili, prese sull’onda dell’emotività o semplicemente misurate soltanto su voi stessi. Il Vangelo, la Chiesa non vuole “farla da padrona” sulla vostra vita, intromettendosi nel vostro privato, ma stimolarvi – forse non sempre riuscendoci nel migliore dei modi – a cercare soluzioni che non siano “a modo nostro”, cioè decisioni di compromesso! Chiedete al Signore il coraggio di scelte controcorrente, chiedetegli la tenacia per arrivare alla Verità con la maiuscola, evitando scelte di comodo, come vi suggerisce il papa: “Vi vengono presentate continuamente proposte più facili – scrive nel suo messaggio – ma voi stessi vi accorgete che si rivelano ingannevoli, non vi danno serenità e gioia” (n. 2), non vi danno stabilità!***

2. La fatica del discernimento
rovate allora a chiedervi: quali sono queste domande urgenti con cui è necessario che mi confronti? Quali sono quelle incognite che tendo a liquidare sbrigativamente o… a risolvere nel segreto? A che cosa impedisco di venire alla luce, magari in un confronto autentico col mio confessore? Quali verità mi fanno paura? Quali scelte continuo a rimandare e non voglio prendere? Forse dietro tante di queste problematiche si nasconde la voce di Dio, la sua parola. Il papa vi ricorda che “solo la Parola di Dio ci indica la via autentica, solo la fede che ci è stata trasmessa è la luce che illumina il cammino” (n. 2). La pazienza della ricerca presuppone, quindi, lo sforzo della formazione nell’ascolto autentico della Verità. Altrimenti non è possibile alcun discernimento: è vera la voce di chi grida più forte, è vero ciò che è più seducente, più facile, ciò che mi dà più piacere. Vi chiederete: che cos’è la verità? Non c’è una risposta già data, un pacchetto preconfezionato con su scritto ‘VERITÁ’ a caratteri cubitali; essa va guadagnata attraverso il discernimento, lo studio, il confronto con coloro che consideriamo guide autorevoli della nostra vita, ultimamente attraverso il confronto, nella preghiera, con la Verità che è Gesù. Questo ci mette al riparo da due rischi oggi assai insidiosi: il dogmatismo e il relativismo. Il primo è la presunzione di avere la verità in tasca; quest’attitudine c’impedisce di dialogare, di capire che la verità non è monolitica: in certe situazioni un atteggiamento è corretto (vero), in certe altre no. Sta a noi discernere, in ascolto della voce di Dio, cos’è giusto al momento giusto! Il secondo è l’incapacità o la convinzione dell’impossibilità di trovare il bene e il vero nella vita, al punto che diventa indifferente il confronto con la verità. Si giudica vero ciò che immediatamente e soggettivamente si percepisce come tale; il rischio è di confrontarsi esclusivamente con il proprio ombelico!
Giuseppe rappresenta per noi un esempio di questa capacità di discernimento e di questo ascolto coraggioso della voce di Dio. Di lui si dice che considerava nell’animo suo tutte queste cose:* Giuseppe è uno che pondera e riflette, che pensa ma soprattutto è uno disponibile ad aprirsi alla Parola di Dio, alla Verità che gli viene comunicata, in sogno, per mezzo dell’angelo. Il sogno è un motivo ricorrente nella Bibbia: sovente, per mezzo del suo angelo, Dio visita chi dorme nella notte, rivelandogli in sogno la sua volontà (cfr. Gen 28,10ss.; 31,24; 40,5: 41,11; 1Re 3,5). Attraverso la visione dell’angelo il testo ci mostra come Dio si fa carico della chiusura di Giuseppe e lo incoraggia ad assumersi il suo ruolo di padre vero, accanto a Maria, senza paura. La prova di Giuseppe è grande:
(A) in primo luogo deve imparare a fidarsi di Dio, accettando di essere padre, il che significa accettare di ricoprire un posto scomodo, essere padre di un figlio non suo, ma che necessita della sua protezione, di educazione e del suo amore paterno. Giuseppe deve riconoscere qual è il suo posto nella vita e nel grande progetto di Dio e imparare a starci.
Questo vale per ciascuno di noi: troviamo la nostra stabilità quando scopriamo la nostra strada nella vita. Il papa ve ne parla e scrive: “C’è un momento, da giovani, in cui ognuno di noi si domanda: che senso ha la mia vita, quale scopo, quale direzione dovrei darle? É una fase fondamentale, che può turbare l’animo, a volte anche a lungo. Si pensa al tipo di lavoro da intraprendere, a quali relazioni sociali stabilire, a quali affetti sviluppare…” E prosegue, rifacendosi alla sua personale esperienza: “In questo contesto, ripenso alla mia giovinezza. In qualche modo ho avuto ben presto la consapevolezza che il Signore mi voleva sacerdote. Ma poi, dopo la Guerra, quando in seminario e all’università ero in cammino verso questa meta, ho dovuto riconquistare questa certezza. Ho dovuto chiedermi: è questa veramente la mia strada? È veramente questa la volontà del Signore per me? Sarò capace di rimanere fedele a Lui e di essere totalmente disponibile per Lui, al Suo servizio? Una tale decisione deve anche essere sofferta. Non può essere diversamente. Ma poi è sorta la certezza: è bene così! Sì, il Signore mi vuole, pertanto mi darà anche la forza” (n. 2).
Assumere il proprio posto nella vita, cioè corrispondere alla propria vocazione, è una sfida faticosa, che domanda, a voi come a Giuseppe, coraggio e capacità di esporsi, rinunciando alle proprie sicurezze, per giungere a una vera e duratura realizzazione di sé. L’esito di questo cammino travagliato è il compimento della propria personalità, non la frustrazione: è l’accettazione del sacrificio come componente necessario e fruttuoso: il Signore mi chiama a diventare veramente me stesso, anche se il cammino per arrivarci m’impone talvolta spoliazione e sacrificio.

3. Credere in Gesù, il Dio con noi
(B) In secondo luogo la prova di Giuseppe è grande perché egli deve credere nell’adempimento delle Scritture, deve credere che le parole del profeta, cioè le promesse fatte a Israele, si stanno compiendo nella sua vita: “La vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele”. Obbedendo alle parole dell’angelo, Giuseppe è chiamato ad accogliere qualcosa di paradossale: il figlio promesso da Dio e atteso dal suo popolo è il bambino che nascerà dal grembo di Maria! L’annuncio dell’angelo culmina con l’ordine circa l’assegnazione del nome del nascituro che era compito paterno (v. 21): Giuseppe dovrà chiamarlo Gesù, forma aramaica del nome ebraico Giosuè, Yeoshua, che significa ‘il Signore salva’. Nella Bibbia l’assegnazione del nome è un atto importantissimo: il nome dice l’identità della persona. Dando questo nome al figlio di Maria, Giuseppe riconosce quel bimbo non suo come Yeoshua, il Dio che salva il suo popolo, il Dio che lo salva.
Ma il testo, attraverso la citazione del profeta Isaia, ci ricorda anche un altro nome importante per comprendere l’identità del bambino: gli sarà dato il nome di Emmanuele, che significa ‘Dio con noi’. Accogliendo il frutto del grembo di Maria, Giuseppe è chiamato a riconoscere non solo che quel bimbo è salvezza ma che è anche presenza di Dio. Matteo lo ricorda a più riprese sino alla fine della sua opera: Gesù è il Dio con noi (cfr. 17,17; 18,20; 26,29).* Le ultime parole del vangelo ne sono la conferma; il Risorto dice ai suoi discepoli: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (28,20). Gesù, il figlio di Maria e di Giuseppe, è la figura attraverso cui Dio sarà per sempre al fianco del suo popolo, al nostro fianco.
Abbiamo meditato sulla prova di Giuseppe; attraverso di essa quest’uomo impara a radicare e fondare la sua vita in Dio. Anche a noi il Signore fa compiere il medesimo cammino: c’insegna a fidarci di lui senza paura e ad avere il coraggio di dare credito all’impossibile, accettando come Giuseppe di occupare un posto scomodo nella vita, assumendoci le responsabilità di cristiani fidanzati, marito e moglie, genitori, cittadini..., perché no, magari anche da consacrati. C’insegna ad accogliere il suo figlio Gesù come Yeoshua, il Dio che salva, che mi salva dai miei peccati, dal male che ho dentro e da cui talvolta mi sembra impossibile liberarmi. M’insegna che egli è sempre con me, perché è l’Emmanuele. Alla fine Giuseppe decide di prendere con sé Maria come sua sposa: ella è per lui una responsabilità ma anche un dono; così è per ogni dono di Dio. Se ti fidi di lui, alla fine, scoprirai che in quei pesi della vita così difficili da accogliere, in quelle domande cui saresti tentato di non dare risposta, in quelle circostanze apparentemente così sterili e infeconde, le Scritture continuano a compiersi anche per te: la vergine – cioè colei che di per sé non può generare alla vita – continua a concepire e partorire un figlio che è la tua salvezza e che non ti abbandonerà mai!


Terza catechesi
Testimoni di Cristo nel mondo
(At 1,1-11; cfr. Mc 16,15-20)
 

1. Incontrare il Risorto
“Di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della Terra”. È il comando che Gesù risorto consegna ai suoi, prima di lasciarli, ascendendo al cielo. Gesù ci vuole testimoni; di questo vorrei riflettere con voi oggi, meditando sul brano appena ascoltato, che costituisce l’esordio del libro degli Atti. Questo parole di Gesù tracciano, sin dal principio, l’itinerario che i discepoli percorreranno, adempiendo tale comando. Attraverso il loro annuncio, la Parola del Vangelo si propagherà prima a Gerusalemme, poi in Giudea e in Samaria e in tutto il mondo allora conosciuto... fino a noi. L’annuncio del Vangelo è come un’onda che si propaga, allargandosi per cerchi concentrici. All’origine di tutto, come punto di propagazione, è l’incontro dei discepoli con il Crocifisso risorto. È da questo incontro decisivo, da questo grande Big Bang della fede, che vorrei iniziare la mia catechesi.
Il testo di Atti si premura di ricordarci l’importanza di questo incontro, osservando che “egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione… apparendo loro e parlano delle cose riguardanti il regno di Dio”; anche i vangeli, attraverso le narrazioni pasquali, ci parlano di questo incontro. Colpisce, tuttavia, che pur essendo concordi nel riportare questo evento, essi non ci lasciano una memoria univoca circa il luogo in cui esso è avvenuto. Nel vangelo di Matteo Gesù precede i suoi in Galilea; così anche in Marco. Secondo la tradizione lucana e giovannea, invece, per incontrare il Risorto, i discepoli non devono spostarsi da Gerusalemme. Il testo di Atti conferma questa tradizione: “Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme”. I discepoli non si sono allontanati dalla città santa e non dovranno farlo neppure in seguito, perché lì riceveranno il dono dello Spirito che li abiliterà a diventare testimoni del Risorto. Se ricordate, anche i due discepoli di Emmaus, alla fine, ritornano a Gerusalemme. Viene da chiedersi dove esattamente sia avvenuto questo incontro così importante? A Gerusalemme o in Galilea? Come spesso accade, i vangeli non offrono risposte esaustive a questo genere di domande. Non sono un libro di storia e non sono interessati anzitutto a una cronaca dei fatti. Con tutta probabilità sia la Galilea sia Gerusalemme sono ben più che un’informazione topografica!
La Galilea è per i discepoli la terra delle origini, ove è iniziata la loro storia con Gesù. Dando loro appuntamento in quella terra, il Risorto vuole ricondurli all’inizio di tutto, alla genesi del loro cammino di sequela, invitandoli a rileggere dall’inizio il percorso della loro vita, a partire da questa esperienza che stravolge il giudizio sull’affermazione dell’esistenza.  Per essere testimoni è necessario prendere consapevolezza della coerenza del proprio cammino e sapere da dove si viene. Questo vale per i discepoli di ieri ma anche per quelli di oggi che siamo noi. Soprattutto quando ci sembra di aver perso le motivazioni che ci fanno andare avanti o gli stimoli per continuare la strada che stiamo percorrendo – penso soprattutto al nostro itinerario di fede, – siamo invitati a tornare nella nostra Galilea. Non solo in modo sentimentale (ho fatto il chierichetto); ma nella purezza di cuore che ci portava a credere e fidarci. Il Signore attende anche noi là, nel luogo delle nostre origini, ove è nata la nostra vocazione, ove lo abbiamo incontrato consapevolmente per la prima volta. Sappiamo individuare questo “luogo” così importante, che può essere un’esperienza, una persona, una lettura…? E sappiamo tornarci con la memoria quando è necessario? Il tempo non ci permette di tornare indietro, ma si può e si deve tornare alle motivazioni originarie delle nostre grandi scelte di vita: del mio essere cristiano, educatore, amico, figlio… e poi marito, moglie, prete, suora, padre, madre…
Ma è altrettanto vero che, talvolta, il Signore c’incontra non in Galilea ma a Gerusalemme. Per i discepoli quello è il luogo dello scandalo e della sconfitta, ove hanno visto il loro Maestro rifiutato, tradito e messo a morte e loro hanno preso parte all’abbandono. Non a caso i due di Emmaus, inizialmente, fuggono da Gerusalemme. Per essere testimoni, i discepoli devono restare nella città della disfatta, per rendersi conto che quel Gesù che è risorto dai morti è il medesimo che è morto in croce e ha patito per loro.* E così avviene anche per noi: talvolta l’appuntamento con il Risorto è in quei luoghi della nostra vita ove s’innalzano le nostre più grandi croci… dove soffriamo per le ragioni più disparate. Lì capita spesso d’incontrare il Signore che resta con noi sino alla fine!
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2. Testimoni DI LUI sino ai confini della terra
Sono questi incontri con il Risorto, tra la Galilea e Gerusalemme, che abilitano i discepoli a essere testimoni e li rendono capaci di adempiere quella missione di annuncio che il Risorto ha consegnato loro: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura” sentiremo nel vangelo della messa di oggi (Mc 16,15); e nel brano di Atti appena ascoltato il Risorto dice: “Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra”. Soltanto dopo averlo incontrato e pranzato ancora con Lui (fede/mangiare), i discepoli possono diventare testimoni di lui; è molto felice l’espressione usata: testimoni di lui. Non si testimoniano dei concetti o delle verità, si testimonia l’incontro con una persona. Questo vale anche per noi: se non l’abbiamo mai incontrato e conosciuto veramente – se non abbiamo fissato la memoria di alcun incontro con lui, in “Galilea” o a “Gerusalemme” poco importa – saremo incapaci di qualsiasi testimonianza: è questa la causa della fragilità della fede. Testimonieremo dei dogmi, la nostra fedeltà nell’adempiere dei precetti, testimonieremo noi stessi e le nostre stravaganze, ma non lui! Oggi ci accorgiamo quanto scarsa e improduttiva è una testimonianza che spinge con le sole parole a un comportamento o a un giudizio di valore. La sfida della testimonianza sta, quindi, nel diventare capaci di una relazione intensa e autentica con il Signore, a partire dalla preghiera compresa come necessità e non come “dovere”. Se non impariamo a pregare non incontriamo il Signore! È così anche la testimonianza di un amore umano vero e duraturo: una convivenza fatta di dialogo, di pazienza, apertura di cuore, “sopportazione” vicendevole ecc.
Testimoni di lui, allora! Non solo perché la nostra vita parla di lui, perché nei vari ambiti della nostra esistenza – la famiglia, la scuola, il lavoro, la piazza, il bar… – siamo capaci di annunciare Cristo esplicitamente con le nostre parole e i nostri atti, ma soprattutto perché gli apparteniamo, veniamo da lui, siamo suoi: «in lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At.17,28). L’espressione di lui non descrive solo l’oggetto della testimonianza, il suo contenuto, ma anche l’origine: siamo di lui, siamo suoi! «o non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito santo, che è in voi e che non appartenete più a voi stessi. Infatti siete stati comprati a caro prezzo» (1Cor 6,19.7,23). Ogni nostra testimonianza è radicata in lui: è lui stesso che ci manda, per mezzo del suo Spirito. È lui che agisce, è lui che, attraverso di noi, si mostra a coloro che incontriamo. Se la nostra vita è innestata alla sua, come i tralci alla vite, e noi gli apparteniamo, diveniamo capaci di una vera testimonianza, siamo trasparenza di lui. «Glorificate dunque  Dio nel vostro corpo» (ib), perché anche questo corpo è chiamato ad assumere la vita di risorto (è la radice della legge morale). È quanto nella vita della Chiesa ci confermano i santi e i martiri, “cristiani che – come vi scrive il papa nel messaggio inviatovi per questa Giornata Mondiale – “sono stati e sono una testimonianza vivente della forza della fede che si esprime nella carità: sono stati artigiani di pace, promotori di giustizia, animatori di un mondo più umano, un mondo secondo Dio; si sono impegnati nei vari ambiti della vita sociale, con competenza e professionalità, contribuendo efficacemente al bene di tutti. La carità che scaturisce dalla fede li ha condotti ad una testimonianza molto concreta, negli atti e nelle parole: Cristo non è un bene solo per noi stessi, è il bene più prezioso che abbiamo da condividere con gli altri. Nell’era della globalizzazione, siate testimoni della speranza cristiana nel mondo intero: sono molti coloro che desiderano ricevere questa speranza!”
Vi leggo una paginetta di un santo molto amato qui in Spagna: Rafael Arnàiz Baron, morto a 27 anni nel 1938.
La sua fu sempre una vita di croce. Molto bello e corteggiato, a 23 anni se ne va in Trappa, lasciando l’università di Madrid e tutti i comodi e la bella vita alla quale era abituato. Ma la malattia e le vicende della Spagna di quegli anni lo costrinsero a uscire più volte dalla trappa, alla quale comunque volle sempre tornare, perché la sua vocazione era di “amare Dio attraverso la croce e il sacrificio”.
Giovanni Paolo II lo ha presentato come “testimone eroico di Gesù Cristo” durante la GMG del 1989 a Santiago di Compostela. Benedetto XVII lo ha canonizzato nel 2009
“La persona però che riflette un poco vedrà come il mondo si inganna, vivendo in mezzo a ciò che viene chiamato "libertà": vedrà che la vera libertà molte volte è rinchiusa fra le quattro mura di un convento. La libertà del corpo non è libertà, perché questi è asservito all'uomo carnale, alla sua carne e alle sue passioni, mentre nell'uomo spirituale lo è al suo spirito. Nemmeno la libertà dello spirito è vera liber­tà, perché mentre vive unito al corpo è un prigioniero che non può volare.
Dove si trova dunque la libertà?
Si trova nel cuore dell'uomo che ama solo Dio e la cui anima non è attaccata allo spirito o alla materia, ma solo a Dio. Si trova in quell'anima che non si assoggetta all'io egoista, che vola al di sopra dei propri pensieri, dei propri sentimenti, del suo proprio soffrire o gioire.
La libertà si trova in quell'anima la cui unica ragione di esistere è Dio, la cui vita è Dio e nient'altro che Dio. (8 dicembre 1936).
Per tanti giovani, tuttavia, Gesù non è neppure una domanda! Lo sapete bene: molti ragazzi vivono “come se Dio non esistesse”, mentre il Papa ha affermato con chiarezza: “Tutto cambia se Dio c’è o Dio non c’è!” In certi ambienti e in certi luoghi è come se fosse vietato parlare di lui; magari si parla della Chiesa, quando appare sui media o quando le sue ferite fanno notizia e procurano scandalo, ma non di Dio. Non credo sia facile parlarne liberamente al pub, durante le vacanze, sul lavoro – che so io – nel tempo dell’Erasmus! Si rischia di passare per bigotti o di essere tacciati d’integralismo. Dio è fuori del discorso pubblico; al più è divenuto una questione privata, intima, tutta personale. È anche vero che molti giovani sono cresciuti senza che nessuno ne parlasse loro, in famiglia, a scuola, nel loro ambiente di vita. Talvolta non sono contrari per principio; semplicemente non sanno nulla di lui! Alcuni, riferendosi a voi, parlano di prima generazione incredula, poiché c’è una povertà diffusa nella conoscenza di Dio, non solo tra coloro che non ne hanno mai sentito parlare. Val la pena di riflettere su tutto ciò, non per scoraggiarsi ma rendersi conto che è necessario recuperare un po’ della “grammatica” fondamentale della nostra fede. È per questo che vi è stato regalato un catechismo… perché non releghiate la formazione cristiana a una “cosa da bambini”!
Testimoniare Lui, tuttavia, è molto più che avere una formazione religiosa di base; significa assumere le sue scelte e comportamenti, per esempio a favore della dignità di ogni vita, il coraggio di lottare a favore dei più poveri, contro le ingiustizie perpetrate a svantaggio dei fratelli e del pianeta, impegnarsi per una società più solidale, che non abbandona chi ha un passo più lento (esempi dei santi antichi e moderni: sanità ed educazione). Quanta crudeltà si nasconde dietro un sistema economico che sempre più dimentica le persone a favore del profitto! La crisi economica odierna ne è chiara testimonianza. A voi è chiesto di essere giovani dalle grandi passioni, come lo sono stati i santi. Quanti uomini e donne, in ogni parte del pianeta, hanno dedicato e dedicano la loro vita per gli altri nel nome di Gesù, scoperto come spinta propulsiva del loro quotidiano impegno per un mondo e una Chiesa migliori.
 
3. Basta guardare il cielo!
E allora facciamo nostre le parole che i due uomini in bianche vesti rivolgono ai discepoli, mentre fissano il cielo, dopo che il loro Signore si è sottratto ai loro occhi: “Perché state a guardare il cielo?” Probabilmente nel loro sguardo c’è un po’ di delusione: guardano il cielo, esterrefatti, perché ancora attendono il compimento glorioso del regno di Dio, il tempo in cui il Signore ricostituirà il regno d’Israele. Ma il Risorto non si è mostrato ai suoi persecutori e non è rimasto tra noi per sempre. È quanto emerge dalla domanda che essi pongono a Gesù, prima che egli ascenda al cielo: “Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?”. I discepoli hanno fretta di vedere il Regno realizzato nel presente e a modo loro! Ma i due uomini li rimproverano: “Basta guardare il cielo!”
Anche noi, talvolta, “guardiamo il cielo” attendendo gesti eclatanti, una parola, un segno inequivocabile della presenza di Dio, che ci convinca definitivamente e ci metta in moto, che ci renda testimoni. A noi come ai discepoli viene ripetuto: “Basta guardare il cielo!” Il compimento e la chiarezza che cerchi ci sarà, un giorno, come assicurano ai discepoli i due uomini in bianche vesti: “Questo Gesù che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà nello stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”.  Per ora, tuttavia, siamo invitati a percepire che il Signore continua a essere con noi, in modo discreto ma indefettibile, ogni giorno della nostra vita. Esigiamo anche un’assoluta purezza della Chiesa (intesa però soprattutto come clero) e va bene; ma se ci mettiamo in gioco anche noi, avremmo forse più pazienza e anche più verità.
Chiediamogli che ci apra gli occhi, che ci aiuti a guardare alla terra, alla nostra vita, a chi ci vive accanto; lì si trova la nostra Galilea e la nostra Gerusalemme, lì ci attende il Risorto perché possiamo incontrarlo oggi e fino alla fine del mondo, oggi e fino al giorno in cui tornerà allo steso modo in cui è stato assunto in cielo. Lì vi attendono tante persone, tanti vostri coetanei, che aspettano il vostro annuncio (es. esperienza pastorale di Sermide). C’è urgente bisogno della vostra testimonianza. Portate Gesù ai vostri contemporanei! Siate protagonisti di questa nuova epoca missionaria, di questa “nuova primavera” della storia. Non si tratta di fare “nuove crociate” o di trasformare la fede in una bandiera, ma di restituire l’uomo a se stesso, riumanizzando il tempo e lo spazio che c’è dato di vivere. Se avete scoperto Gesù, non potete tenerlo per voi: un amore così non può rimanere nascosto! Se ha guarito la tua vita, se ti ha liberato dai lacci della paura, se ti sta portando al largo, perché tu intuisca orizzonti nuovi, allora condividilo con chi ancora non lo conosce; raccontagli del suo amore e di come lui ti sta educando a diventare grande, uomo e donna, secondo una verità che è ben più grande del tuo sentire e del tuo ragionare.
Ognuno di noi è chiamato a questa missione; essa non riguarda solo alcuni membri della Chiesa ma è un mandato e una grazia per tutti i battezzati. Gli Undici devono “immergere” cioè battezzare per conferire a tutti la medesima missione. Siate protagonisti di una nuova epoca missionaria. “Anche voi, se crederete – vi scrive il papa – se saprete vivere e testimoniare la vostra fede ogni giorno, diventerete strumento per far ritrovare ad altri giovani come voi il senso e la gioia della vita, che nasce dall’incontro con Cristo!” (n. 5). Nella vostra Galilea o in Gerusalemme non abbiate paura d’incontrarlo; ciò vi renderà capaci di una vita bella e di una parola convincente, vi renderà testimoni di lui fino ai confini della terra!

[1] Si propone una lettura del testo a partire dal v. 22. Il vangelo della messa inizia al v. 23!