E il Verbo

si è fatto carne

Maria Rattà

Matthias Stomer Torino

Il Verbo si è fatto «carne».
Con queste parole, nel suo prologo, Giovanni ci introduce al mistero di un Dio che arriva a farsi uomo, che entra nella storia e nel tempo, per vivere una vita come quella di ogni altro essere umano. Una vita scandita dallo scorrere delle ore e dall'avvicendarsi delle stagioni; una vita intrecciata con altre vite, di poveri e di ricchi, di semplici e di potenti, di buoni e di cattivi; una vita in cui si inanellano giornate felici e giornate drammatiche, momenti di gioia e momenti di estremo dolore fisico, spirituale, psicologico. Una vita che, una volta iniziata, comincia il suo conto alla rovescia verso la morte.
Carne ci dice tutto questo, rimandandoci alla condizione umana e mortale che conosciamo bene, per esperienza diretta. Carne è la parola della caducità, della fragilità che Dio decide di abbracciare per amore, per far passare la carne dell'uomo dalla decadenza all'eternità, dalla corruttibilità all'incorruttibilità. Ma carne è anche la parola della tenerezza, e usandola in riferimento al Natale, probabilmente riporta alla mente l'idea delle carni morbide e rosee di un bambino, che sembrano una tela dai colori purissimi, lisci, soffici, privi d'imperfezione. Quella carne che, per la sua bellezza, ogni madre e ogni padre si fermano a contemplare, dopo la nascita del proprio bambino.
Ma carne ci parla anche di qualcos'altro. Perché dire carne non è necessariamente dire uomo. E Giovanni avrebbe benissimo potuto scrivere che il Verbo si è fatto uomo. Invece scrive che si è fatto carne. Non è una scelta casuale (quale scrittore userebbe a caso le parole?) e neppure dettata dal desiderio di raffinatezza, perché la carne rimanda anche a un atto umano, quello del mangiare, che di poetico, almeno in un contesto che dovrebbe essere la poesia per eccellenza (Dio ama così tanto l'uomo da farsi uomo, per fare dell'uomo un dio) ha veramente poco.
Eppure anche in questo senso Giovanni usa questa parola, infatti egli torna altre volte a scrivere carne e, in particolare nel discorso eucaristico di Gesù, quello sul pane che dà la vita:

«"Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo".  Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: "Come può costui darci la sua carne da mangiare?".  Gesù disse loro: "In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda"».
(Gv 6,51-52)

Ci può essere poesia più sublime di questa? Dire che il Verbo, ossia la Parola si è fatta carne significa rimandarci immediatamente a quello che di più prezioso Cristo ci ha donato: la sua carne da mangiare. Nella carne è riassunta tutta l'esperienza umana di Cristo; quella carne racchiude il suo mistero divino ed è unita ad esso; quella stessa carne ci viene donata nell'Eucaristia. Ecco che la carne di Cristo è la nostra porta di accesso più potente, più straordinaria all'esperienza umana del Dio fattosi uomo e a quella divina dell'Uomo che era, è e sarà per sempre Dio. È un mistero davanti al quale non possiamo avere altre parole: cosa mai potremmo dire per esprimere cosa sia questa Parola incarnata? Nessuna valanga di concetti e termini potrebbe mai raggiungere la pienezza e la ricchezza di ciò che Essa è. Sappiamo solo questo: nel Natale facciamo memoria (riviviamo, oggi!) del grande mistero dell'Eterno e Infinito che è diventato carne umana, esperienza vissuta, gioia e dolore, pianto e riso; morte e risurrezione: è infatti una carne che ha seguito il sentiero della volontà del Padre, una carne unita al Verbo divino che è stata glorificata e resa immortale. Di questa carne noi ci possiamo nutrire, assimilandola, gustandola, lasciando che ci doni energia per vivere, e per vivere bene, al meglio... per vivere per sempre.
Carne, a Natale, è parola di gioia e di speranza. Anche noi, alla luce della carne del Dio Bambino, possiamo dire: "Siamo nati per non morire mai più" (Chiara Corbella Petrillo).

FONTE: http://chiamatiallasperanza.blogspot.it/2017/12/pensieri-per-lo-spirito.html