Giovani, felicità, vita cristiana

Inserito in NPG annata 2013.


Cesare Bissoli

(NPG 2013-04-06)


Inizio con una domanda scottante, difficile: è possibile una relazione tra felicità e cristianesimo, tra uno stato quanto mai soggettivo dell’io, il desiderio inesausto di felicità, e una oggettiva, specifica e in sé rigorosa prassi di vita, la religione cristiana? Si possono comporre o sono alternativi? Quale è il passaggio per una convergenza o una dissolvenza?

UNA NECESSARIA PRE-COMPRENSIONE

Una domanda seria, avvertita, permanente, è dunque diffusa tra noi. Dico che è una domanda seria, che non significa automaticamente affermare che non è possibile essere felici essendo cristiani, perché vi sono altri che dicono di sì, il Papa ad esempio. In verità a me sembra che anche tra i cristiani, sembra più facile accettare che Dio sia uno in tre persone, che ritenere la proposta cristiana capace di felicità. Diversi cristiani provano un reale senso di infelicità, come quel credente che si sfogava così: «Sono cattolico, è domenica, e per di più devo andare a messa!». La domanda urge, brucia: si può o non si può essere felici essendo cristiani?
Se nel Corriere della sera, come è proprio di questo giornale, apparisse la domanda-inchiesta quotidiana con queste parole: «Molti affermano che essere cristiani non permette, anzi assicura di essere infelici: sei d’accordo?», ebbene quale percentuale di sì e quale di no?

I testimoni

Dalla domanda teorica passiamo ai testimoni che hanno dato una risposta.
– Vi è chi pensa che si può essere felici da cristiani. Benedetto XVI, Papa teologo quanto mai serio per la profondità del pensiero, è stato colui che più di ogni altro Papa ha parlato di gioia: ai giovani in particolare nelle diverse GMG. Nell’ultimo documento sulla Parola del Signore (Verbum Domini) ha costruito come un ponte tra inizio e fine del testo, ponendo in avvio come motivazione del documento «perché la nostra gioia sia perfetta» (n. 2) e concludendo alla fine con «l’annuncio della Parola crea comunione e realizza la gioia» che solo Dio può dare. E con un cenno provocante affermava: «si possono organizzare feste, ma non la gioia» (n.123)
Questa è una prestigiosa voce del «sì può» di cui vorremo esplorare le ragioni.
– D’altra parte ci viene incontro (per uno scontro) un personaggio che esprime la forma mentis di un’epoca: Nietzsche, e con lui De Sade, Schopenhauer, Freud, Foucault e diversi altri. Nietzsche dice esattamente il contrario: per essere felici bisogna abbattere il Dio dei cristiani e accogliere piuttosto Dioniso. Anche se in realtà quando afferma che «Dio è morto e noi l’abbiamo ucciso», egli stesso sente profumo di morte.[1] Questo profeta della modernità in fondo non crede alla felicità costruita da mani d’uomo, ben pasciuta e soddisfatta come il ricco stolto del vangelo: crede alla felicità nell’istante, che essendo istante ci sfugge di mano, additando la via ad un infinito, cioè in una paradossale trascendenza immanente per acquietare il mai finito desiderio della persona.
Dunque, ad un primo, evocativo bilancio, persone qualificate dicono sì, altri no. Vi sarà mai un consenso definitivo, come potrebbe essere la soluzione di un problema matematico ereditato da tempi antichi e finalmente risolto?[2]

I tratti costitutivi

Andiamo più avanti ed entriamo nel tema che possiamo tradurre così: quali sono i tratti costitutivi della visione cristiana (diciamo meglio ebraico-cristiana) della gioia?
– Riconosciamo – ma lo vedremo più distesamente – che il tema della felicità (gioia, beatitudine) è contenuto intrinseco alla visione biblica: si pensi all’originario ambiente di vita chiamato gan, giardino, eden, al clamoroso annuncio delle Beatitudini da parte di Gesù nella pienezza dei tempi, alla concezione dei cieli nuovi e terra nuova dell’Apocalisse come fine dei tempi.
– Ma va subito aggiunto una cosa: il cristianesimo intende essere religione della gioia, della felicità della vita, tramite la salvezza. Si può essere pienamente felici nell’area della salvezza. La salvezza salva la felicità; la felicità sgorga nel cammino della salvezza e ne attesta il corretto processo. Più sotto ne vedremo il perché. Intanto ci aiuta ancora a suo modo Nietzsche quando critica i cristiani di non mostrare proprio il volto lieto di essere dei salvati, palesando invece i tratti della nebbia e della irrilevanza.
– Il discorso si fa ampio come anse di un fiume che sembrano allungarlo, non farlo venire mai alla foce, ma in compenso esso porta molta acqua per rinfrescare, pulire e dissetare. Si potrebbe anche dire che nella saggezza biblica si è infelici quando/perché si è precipitosi: tutto e subito! Dice Cristo: con la vostra perseveranza salverete le vostre vite (Lc 21,19).
– Prima di passare oltre stimo positivamente che il punto di vista cristiano sia molte volte scelto ad aprire la serie di tanti «incontri culturali» per la sua fecondità dialettica nei confronti di altre visioni, antiche e moderne.
Ciò permette di focalizzare meglio la portata della concezione cristiana, che ritengo fondatamente valida e umanamente benefica per tutti, e insieme coinvolta in una lettura critico-integrativa di altre visioni.
Addentrandoci adesso nel tema, ritengo inerente al dato cristiano, da esso richiesto, un percorso in tre momenti:
– osserviamo il motivo della gioia-felicità come un esistenziale primario della persona;
– successivamente leggiamo alla fonte biblica il rapporto felicità e salvezza, come si compenetrano;
– nel terzo momento annotiamo come la felicità sia commisurata alla salvezza: quale gioia sia quella legata alla salvezza.

LA FELICITÀ, UN ESISTENZIALE DOMINANTE

Compiamo una brevissima indagine fenomenologica rivelativa della condizione umana, di quell’uomo cui si rivolge il Dio della Bibbia.

Felicità

Partiamo dalla definizione di un Dizionario della lingua italiana di Devoto-Oli.
«Felicità: La compiuta esperienza di ogni appagamento; avvenimento o stato conforme ai desideri; Gioia: stato o motivo di viva, completa, incontenibile soddisfazione (felicità, diletto)».
È indubbiamente un ingorgo semantico cui si approssimano altri quasi infiniti sinonimi sia in senso positivo che negativo.
Vediamone i tratti caratterizzanti che ritengo normativi dell’esperienza quotidiana:
– tutti vogliamo essere felici. Fa parte di quei desideri, ne è anzi il principe, che ci costituiscono persone: noi in certo modo ci sentiamo noi stessi, ci identifichiamo con il nostro desiderio di felicità;
– è una continua ricerca perché non si arriva mai al traguardo della soddisfazione che sia insieme piena e stabile;
– di conseguenza la felicità è valutata in modo diversissimo da chi l’ha provata, da chi no e da chi dubita – e sono i più – che sia possibile. Fanno seguito innumerevoli consigli, spesso sotto forma di aforismi, di sapienza concentrata su ciò che rende felici, su ciò che rende infelici, sul cosa fare. Giornali e più ancora riviste, sceneggiati TV sono infaticabili produttori di ricette di felicità : dal riso Scotti, al Grande Fratello, al volto di Clooney…;
– i contesti culturali sono determinanti la concezione di felicità. Nella storia si può teorizzare una doppia tendenza: l’eudemonismo o dottrina che mettendo come fine dell’uomo la felicità, l’attribuisce, stando nel mondo secolarizzato, alle mani dell’uomo. Ognuno costruisce la sua felicità, con una doviziosa strumentalizzazione, di cui il progresso tecnologico e consumistico appare la via più facile, volgare;[3] fa da contrasto, la concezione più raffinata, filosofica, epicurea e stoica, che afferma l’impossibilità di disporre della felicità se non negli istanti che ci sopravvengono più che nel programmarli in tempi lunghi.
Nasce una situazione esistenziale per cui ciò che vorremmo fosse intimamente nostro riesce ad essere più grande di noi. La conclusione è il ripiegamento disincantato tipo «chi si accontenta gode», o la ricerca trans-umana nell’eccesso (droga…) e nel virtuale; si dà anche la via religiosa che poggiando sull’idea di un Dio onnipotente si articola in una duplice direzione: da una parte si fa dipendere più o meno strettamente il Trascendente dal mio desiderio (religione surrogato); dall’altra si rende dipendente il mio desiderio dalla sua Trascendenza, da ciò che Egli vuole per me (religione di rivelazione).
Come si può intuire, è su questa piattaforma oscillante dell’humanum che si innesta la visione ebraico-cristiana, avvertiamolo bene, non come una teoria separata e dispersa in chissà quali mondi ultraterreni, ma in relazione ad un esistenziale ontologico della natura umana, codificato storicamente in un dibattito mai cessato, a partire dall’interno dello stesso mondo biblico e poi lungo i secoli e sotto tutti i cieli, vissuto quotidianamente tra canti di festa e grida di dolore, come una invocazione a Dio o come una delusione e un’invettiva nei suoi confronti. Insomma si vuol essere felici, siamo nati per questo. Eppure…

SALVI PER ESSERE FELICI. LA VISIONE CRISTIANA

Appellandosi a Dio come Jahvè, cioè il Signore assoluto e decisivo della vita (tale è il senso che Lui stesso dà al suo nome, cf Es 3, 13-15), la rivelazione biblica garantisce chiaramente la soluzione di ogni bisogno esistenziale (ciò che tocca l’intelligenza, la coscienza, la volontà dell’uomo) collegando tale soluzione indissolubilmente con Dio come causa di ogni effetto. Tale nesso sarà tanto più solido quanto più è a rischio la componente umana in gioco. Ciò si addice certamente a questa incontenibile e mai soddisfatta ricerca della felicità o gioia, in quanto gravata non di rado da situazioni oppressive. Storicamente è quello che avvenne per gli ebrei schiavi in Egitto: senza libertà, senza patria, senza dignità! Jahvè è colui che ascolta il grido del suo popolo (Es 2, 23-25). Egli «è colui che è» capace di liberarlo e lo fa con un azione prodigiosa, indimenticabile tanto da fondare il futuro del suo popolo nella sicurezza della divina protezione e insieme coinvolgendone la responsabilità. Il Decalogo, le dieci parole per eccellenza, si apre così: «Io sono Jahvè il tuo Dio tuo che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile. Non avrai altri dei di fronte a me» (Es 20, 6-7). Non suscita meraviglia che l’azione potente di Dio nel passaggio del mare scateni il canto di felicità tra i più alti e gioiosi di Israele: «Uscirono le donne con i tamburelli e con danze», dicendo: «Voglio cantare al Signore perché ha mirabilmente trionfato cavallo e cavaliere ha gettato nel mare!» (Es 15, 21).

La ricaduta nella prassi

Ma vediamo cosa importi questo connubio tra Dio e la felicità dell’uomo, quale ricaduta ha nella prassi.
– Questo connubio pone chiaramente ogni espressione umana di felicità o gioia nelle mani di Dio, riconosce Dio necessario protagonista compartecipe della nostra ricerca di gioia.
– Ciò significa riconoscere la felicità come dono di Dio, iniziativa del suo amore gratuito, quindi una felicità pari alla sua grandezza, da poter dire che non saremo mai felici come Dio vuole che lo siamo, e lo siamo sempre di più se l’accettiamo come dono, atto di amore ineffabile.
– Ed insieme è felicità, quella voluta dal Dio biblico, che vuol essere in pieno adeguamento alla nostra condizione umana pienamente e volutamente terrena. Quella biblica è dono di felicità totale che tocca l’essere umano in quanto umano, anima e corpo, pensieri ed emozioni nel tempo e oltre tempo, per sempre.
– Ciò comporta una disciplina educante (tale è il senso biblico di disciplina, musar in ebraico) in corrispondenza alla nostra fragilità. Sarà dunque una felicità che non può diventare arbitrio assoluto dell’uomo. Non si potrà mai accogliere il giudizio di Nietzsche: la morale cristiana è la «morale degli schiavi» che deriva dal «dire di sì ad un altro»; e ad essa si contrappone la «morale aristocratica» che ha inizio nel momento in cui «si dice di sì a se stessi»: con altre parole, io mi faccio la mia felicità.
– Finalmente la visione biblica di questa felicità con il sigillo di Dio prevede una felicità che cammina nel tempo del vivere di ciascuno, perché abbia il sapore della nostra terrenità, dove però essa, ad essere onesti, è spesso più inseguita che gustata ed è così instabile. Ma ecco dalla Parola di Dio la promessa di un compimento indicibile (cf 1Cor 2,9; 2Cor 12,4), nei termini affermati con precisione da Gesù. La beatitudine – così egli chiamava felicità – è strettamente connessa alla dinamica del Regno d Dio, ci viene donata – tramite la Parola d Dio – come un piccolo seme, che cresce anche se non si vede, anche se appare il contrario, mostra già nel tempo la sua bellezza come giglio del campo (cf Mt 6,28) che però appassisce, per sfociare nella gioia della mietitura alla venuta del Signore (cf il discorso in parabole in Mt 13).
Ebbene, questo costrutto di felicità mostra dunque un’interessante dinamica: è insieme dono di Dio, consonanza profonda con l’esistenza umana, disciplina educante e compimento escatologico. Non si realizza da sé, si attua entro precise coordinate cumulativamente chiamate divina economia, traducibile con piano o storia della salvezza. Quindi la dinamica della felicità si intreccia intimamente con la dinamica del progetto divino di salvezza: si è felici se si viene salvati, si è salvi per essere felici, salvezza della felicità e felicità della salvezza sono due facce della stessa esperienza.
Perché – si potrebbe dire – questo ricorso alla salvezza di Dio per essere autenticamente felici? Anche nei momenti in cui sembra che tutto vada bene?
La risposta biblica intercetta un fattore forse in oblio anche tra i cristiani, eppure così legato al tema della felicità, in quanto – sempre nella visione biblica – ne è la faccia opposta, scimmiesca, l’antifelicità, e cioè il Mysterium iniquitatis (2Tess 2,7), l’esistenza feroce del male, cui l’umanità è esposta fin dalle origini, e con il quale Dio viene in lotta, tanto vittoriosa quanto faticosa, dal serpente maligno della Genesi al drago pauroso dell’Apocalisse. Anche la felicità avrà il sapore della lotta di Dio e di noi con Lui contro il male, e dovrà passare per tunnel oscuri che sembrano ridurla quasi a spegnerla, ma ciò non avverrà: Dio è il più forte. La felicità più alta avrà sempre il sigillo della lotta e il segnale della promessa. Pensiamo a quell’ultima inesorabile sfida che è la morte. Ebbene, la salvezza di Dio – codificata per sempre dalla vittoria sulla morte nella risurrezione di Gesù – porta alla felicità suprema, tradizionalmente chiamato Paradiso, sito di tutte le possibili aspirazioni, deposito anche di cianfrusaglie risibili nell’immaginario collettivo, ma destinazione di ogni desiderio di vita, inconsapevolmente gradito anche a chi il Paradiso rifiuta. Per entrare in questa visione bisogna ovviamente che la ricerca terrena si apra ad una ricerca celeste, la terra dia spazio al cielo, l’uomo alla Parola di Dio.

UN PERCORSO INTRECCIATO

Ma vediamo ora questo percorso così intrecciato di salvezza della felicità e di felicità della salvezza. Accogliendo da Papa Benedetto, appassionato di musica, la concezione – espressa dal Sinodo del 2008 – di Parola di Dio come sinfonia, come un canto a più voci (cf VD, 7), possiamo distinguere quattro momenti che insieme formano la sinfonia unitaria della felicità o gioia in chiave cristiana: il momento delle radici od originario della creazione; il momento della prova e dell’attesa che è l’AT; il momento della prima esecuzione rapida ma splendida e indimenticabile, per opera di Gesù nel suo mistero pasquale, continuamente fatta riecheggiare dalla Chiesa nel tempo del suo pellegrinaggio, tra memoria e speranza; rimane il momento conclusivo, escatologico, ove sarà realizzata un’armonia di gioia e di pace per sempre, come un inno alla gioia della Nona di Beethoven che non finirà mai.
Per ciascun momento, indichiamo la dinamica interveniente: dono di Dio, consonanza con l’uomo, disciplina educante, compimento finale.

1. La rivelazione fondativa

Il momento sinfonico originario della vita felice, la cellula germinale sta nella creazione, quando – per volere di Dio – la felicità nasce mentre nascono il primo uomo e la prima donna. Il racconto di Gen 1-3 ne è la rivelazione fondativa.
* In tale racconto ci viene rivelato il principio del dono che Dio liberamente offre volendo l’essere umano a sua immagine e somiglianza (Gen 1,26), per cui l’uomo è frutto della felicità di Dio, e quando è felice fa felice Dio. La gioia dell’uomo è in certo modo il sacramento della gioia di Dio, la sua ricerca di felicità è di matrice divina, è felice perché – per sé – il volere di Dio è in sintonia con lui; e d’altra parte commisurare la gioia umana sul parametro divino determina una ricerca continua: chi è finito può essere contento soltanto quando attinge alle rive dell’infinito, quindi anela al sempre di più. «Ci hai fatti per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te», afferma Agostino. Ricordiamo che la causa di questo dono di Dio ha una sola ragione nella Bibbia: l’amore di agape di Dio, per nulla invidioso come Zeus di fronte a Prometeo, ma felice di renderci e saperci felici.
Ancora, annotiamo che questa visione biblica vale per ogni creatura umana sulla terra, non solo per il suo popolo. Il riso di un bimbo nella selva amazzonica fa sorridere Dio come la gioia di un bambino delle nostre parrocchie che fa la prima comunione.
* La gioia che Dio vuole per l’uomo è anzitutto umana, laica, per tutti. A tutti apre il suo giardino come sua casa (anche chi non appartiene al popolo eletto, come Adamo ed Eva che non sono ebrei), li toglie dalla solitudine creando la coppia, l’essere uomo e donna nell’incontro di gioia dell’intimità e la gioia del figlio, stabilendo un’armonia cosmica tra animali e animali e l’uomo (cf Is 11,8ss), l’albero della vita è a loro disposizione (cf Gen 2,9).
Amore, conoscenze, lavoro, armonia, futuro sicuro, la stessa morte come cambio non come castigo, il clima di pace… sono tutti ingredienti della felicità originaria, dal punto di vista di Dio. Tanti Salmi di creazione magnificano questo agire di Dio con la gioia dell’inno e di un’intera orchestra di flauti, trombe, arpe, cetre… (cf Sal 104, 150).
Gesù riecheggia questa naturalità dell’essere felici nel cosmo quando addita ad esempio il volo degli uccellini e i gigli del campo sorretti dalla provvidenza di Dio (cf Mt 6,25-30).
* In verità non manca una disciplina educante, che non nasce dalla gelosia di Dio, ma dalla finitezza fragile dell’uomo. Da qui il precetto: non prendere dall’albero del bene e del male, non credersi e non farsi Dio (cf Gen 2,16; 3,3). È una sorta di educazione preventiva di fronte al potenziale cedimento della libertà.
Ed infatti purtroppo vi è un essere maligno che tenta l’uomo («sarete come Dio», Gen 3,5) che cade.
Prende forma concreta quel mysterium iniquitatis che inquina da allora in poi tutta la storia umana. Il cammino della felicità non ha il compimento, ma lo s-compimento (una prova dell’essere felici al negativo, all’incontrario). Irrompe una tragica sequenza di mali, una sequenza che non rispetta lo shalom biblico, ma si fa dilaniante lacerazione con Dio («Adamo, dove sei?»), lacerazione tra uomo e donna, lacerazione in se stessi («si accorsero di essere nudi e provarono vergogna»), lacerazione con il cosmo (triboli e spine), con la vita (la morte come condanna), perdita del giardino sigillato dalla spada fiammeggiante (cf Gen 3,7s).
* A questo punto l’unico compimento è l’infelicità esistenziale come cifra permanente dell’identità umana (il cosiddetto «peccato originale» nei suoi effetti). Qui si innesta il motivo della salvezza da parte di Dio, la sua volontà di trarre via con forza l’uomo da un pericolo mortale.
Si ha un cenno nel famoso protovangelo quando Dio rompe l’alleanza spuria dell’uomo con il serpente maligno stabilendo una lotta impari tra il seme della donna e il serpente a favore dell’uomo (cf Gen 3,15). Nasce la trepida, ma fondata felicità dell’attesa assicurata dalla parola di uno capace come Dio che può realizzarla.

2. Un’esperienza storica e paradigmatica

La salvezza è un nome ampio che indica il fine dell’agire di Dio nella storia, che è stabilire un’alleanza con l’uomo, che sia vittoriosa del male e partecipazione dell’uomo all’intimità con Dio nella fedeltà.[4]
L’uomo biblico vede questo collegamento tra salvezza e felicità in una esperienza storica paradigmatica, che va sotto il nome globale di esodo dall’Egitto fino all’entrata nella terra e più avanti ancora (l’abbiamo accennato sopra).
È il momento sinfonico delle prove generali, il periodo della nostra storia di felicità antico-testamentaria, in previsione di Cristo, quando Dio si manifesta coinvolto direttamente nella ricerca di vita felice, del shalom, di un intero popolo.
* Qui il dono di Dio si manifesta totale e decisivo: la liberazione dalla schiavitù di Egitto (come poi da Babilonia) può avvenire solo per mano di Dio. «Allora la nostra bocca si riempì di sorriso. La nostra lingua di gioia» (cf Sal 126,2).
* La consonanza con la vita dell’uomo per renderlo felice si manifesta offrendo la terra stessa, la libertà dunque, le istituzioni, la legge, il culto. L’uomo biblico prima la sogna questa terra felice (le promesse ai Patriarchi), poi vi entra e l’esalta come una sorte di Eden ritrovato, la «terra in cui scorre latte e miele» (Deut 6,3). Il culto in particolare nelle feste, a partire dalla Pasqua, diventa il luogo della gioia illimitata (così spesso in Deut). Leggendo i testi sacri si prova il sapore terreno, carnale della felicità. In questo, il libro di Qohelet si contraddistingue con un invito pressante alla gioia pur misurata dei sensi, in quanto donata da Dio nel frammento felice del quotidiano penoso (3,22, 5,17-19)… Ma in questo modo apre anche l’interrogativo di sempre: essere felici si deve, ma si può?
* Non manca la disciplina educante necessaria per un popolo che è assediato dal mistero dell’iniquità: ecco la Torah, il Decalogo perché «viviate e siate felici e rimaniate a lungo nella terra di cui avete il possesso» (Deut 5,33).
* Purtroppo non fu così. Il culto del vitello d’oro è l’icona del peccato che – nella coraggiosa denuncia dei profeti – genera il malessere dal cammino nel deserto fino alla fine della monarchia, con l’irrimediabile perdita della terra, della libertà e dignità e naturalmente la rottura dell’alleanza con Dio. È l’esilio di Babilonia. I testi biblici, in particolare i Salmi di lamentazione e i sapienziali come Giobbe, Qohelet, denunciano l’infelicità dell’esistenza, per soprusi, ingiustizie, precarietà, mediocrità, monotonia, malattie e morte, facendone critica allo stesso Dio, ma davanti a Lui!
* Tutto perduto? Dio si è dimenticato di noi? Ancora una volta Dio dimostra la sua salvezza, ha pietà per il suo popolo. I profeti ricordano il volere di Dio per una nuova alleanza, con cambio di cuore, di mentalità, prima ancora che di strutture (Ger 31, 31-34; Ez 36, 24-36). Novità imprevista: l’intervento salvatore di Dio avviene tramite un suo unto, il Messia, un Emmanuel, un Figlio dell’uomo che è Dio con noi. Il compimento è rimandato al tempo dell’Israele qualitativo, agli anawim o poveri di Jahvè che hanno fede solo in Lui.
Vi sono pagine vigorose con linguaggio apocalittico, in cui il primo sconcertante impatto di eventi terribili va compreso come lotta e vittoria sul mysterium iniquitatis, cui fanno seguito i cieli nuovi e la terra nuova, il ritorno nel giardino (v. Is 65,17).

3. Gesù

Parlando di Gesù di Nazaret – e della Chiesa che lo segue nel tempo – è corretto parlare del terzo momento sinfonico della Parola di salvezza e di gioia, però con la novità eccedente che è la sua persona, il suo mistero. Qui dovrà passare ogni riflessione sulla felicità in una prospettiva cristiana e la sequenza del dono, della consonanza, della disciplina educante, del compimento viene profondamente trasformata. Qualche breve cenno evocativo.
* Per Gesù salvezza e felicità coincidono a causa dell’avvicinarsi del Regno di Dio, della sua misericordia diventata signoria sul mondo (cf Mc 1,14-15). È il dono di Dio che Gesù esemplifica nelle Beatitudini, diventato il codice della felicità cristiana: «Beati voi poveri perché vostro è il regno di Dio» (Lc 6,21), con la svolta inimmaginabile secondo cui i piccoli, gli umili, gli ultimi, i perseguitati, gli affamati, i piangenti sperimentano in sé la gioia di Dio.
Si protende così l’arco della gioia evangelica: dall’annuncio gioioso a Maria («Rallegrati piena di grazia»: Lc 1,28), poi ai pastori del Natale cui viene detto: «Vi annuncio una grande gioia che sarà per tutto il popolo, è nato per voi un salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,11), la gioia dei magi al vedere la stella là dove giaceva Gesù (Mt 2,10) fino all’altro capo dell’arco della vita con la risurrezione di Cristo (cf Lc 24,32) quando i discepoli «tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano nel tempio lodando Dio» (Luca 24,52-53).
* Ma non trascuriamo il volto terreno di questa gioia evangelica, riassunta proprio nel termine «evangelo» (bella/buona notizia). La consonanza con l’umanità delle persone in cerca di aiuto è concreta, Gesù fa i segni del Regno, fa miracoli. Dice che grazie al suo intervento «i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti resuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo» (Mt 11,4-5). Intravvediamo il suo stile assolutamente ospitale che non smorza ciò che è esile, accoglie gli infelici di corpo e i tanti infelici di anima, dalla peccatrice innominata a Zaccheo (che ricevette Gesù «pieno di gioia», Lc 19,6), al buon ladrone (Lc 22,42-43). Si può concentrare in una celebre affermazione la sua attenzione per le nostre infelicità di qualsiasi tipo: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi e io vi darò ristoro» (Mt 11,28).
E il nostro bisogno di essere felici lo assume in se stesso risolvendolo in un grido di giubilo: «In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo: Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Lc 10,21). Dicendo queste cose ai discepoli e alla gente certamente Gesù non mostrava un muso ingrugnito, ma sorrideva, se non proprio ridesse. Insomma chi sta con Gesù ha la gioia di Gesù. Non vi è nulla di più grande. Qui Paolo fa da insuperabile testimone e maestro (v. 2Cor, Fil).
* Gesù conosce il cuore fragile dell’uomo. Anche lui propone la sua disciplina educante. La riassume in un atteggiamento costante: «seguire Lui», fare come fa Lui. Blocca perciò quel tentativo di felicità ricercata dai discepoli nell’essere i primi, mostrando invece se stesso come servo di tutti (cf Mc 10,35 – 45); al giovane ricco ricorda che la vita eterna, la felicità senza fine che sta cercando, è riconoscere il proprio tesoro in Dio e condividerlo con i poveri (cf Mt 19,21), erigendo questo criterio del dono ai poveri e bisognosi come criterio di gioia eterna nel giudizio finale (cf Mt 25, 31ss); affronta le situazioni che appaiono più cariche si direbbe di delusione, anzi di disperazione, come la carenza di cibo, di vestito, di dimora, questi tre esistenziali universali dell’uomo, proponendo la fiducia nella provvidenza, perché «il Padre sa», è al corrente, non aggravando così l’affanno quotidiano (cf Mt 6,19-34). Ma insieme invita la comunità a sentire il compito della fraternità: «Vendete ciò che avete e datelo in elemosina» (Lc 12,33). Tale modo di agire diventerà norma nella prima comunità (cf Atti, 2,42-47), per questo essa appare avvolta di «letizia e semplicità, lodando Dio», fattori che determinano la sua credibilità, ieri e anche oggi, «godendo il favore di tutto il popolo». Anche Gesù propone un giogo, ma lo propone con un cuore mite e umile e un peso che qualifica dolce e leggero, accogliendo il quale «troverete ristoro per la vostra vita» (Mt 11, 30).

E la croce?

E la croce, dov’è la croce? Doverosamente non può venire dimenticata quella dura disciplina che è la croce, ritenuta da Nietzsche e da altri scandalo feroce e insuperabile, prova contro la presunta felicità del Rabbi di Nazaret, eppure da Gesù e da Paolo affermata ineliminabile nel processo di una vera gioia!
Bisogna comprendere bene questa componente scandalosa della croce, per capire bene quella dinamica del compimento per cui la proposta di Gesù tiene e attira. Bisogna anzitutto mantenere unita morte e risurrezione nell’unico mistero pasquale, sicché se non si dà risurrezione senza croce, ancora di più vale il contrario, nessuna croce senza risurrezione. È quello che vediamo nei racconti del vangelo e nella testimonianza di Paolo. Il dolore sconfinato e sconcertante della passione esplode nel giubilo di pasqua, che evoca il terzo grande esodo dopo quello dall’Egitto e da Babilonia. Questo avviene perché ora ad essere sconfitto è lo stesso mysterium iniquitatis, ossia la tendenza a fare il male e quindi a farsi del male, a creare per sé e per gli altri l’infelicità dell’avidità, dell’orgoglio, della violenza, dell’«essere senza speranza e senza Dio nel mondo» (Ef 2,12), prendendo la citazione paolina come l’ha resa il Papa in Spe Salvi. La morte, l’ultimo nemico a noi insormontabile, che così tanto impaurisce, sarà sconfitta. E questo mutamento radicale, da nuova creazione, avviene grazie ad una sola realtà: l’amore incredibile del Padre per ogni creatura, attestato visibilmente da Gesù. «Dio ha tanto amato il mondo da dare il figlio unigenito perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Giov 3,15). L’alleanza si fa veramente nuova ed eterna (cf Lc 22,20). La croce esiste non perché voluta da Dio, ma dal mistero dell’iniquità eretta come capestro ineludibile e insuperabile. Ma l’amore di Dio per l’uomo che ha portato Gesù ad assumere la croce fa sì che questa sia un passaggio oscuro ad una situazione di luce e di pace, anzi può diventare in se stessa esperienza positiva di amore e di sicura speranza. «Non mi può abbandonare Colui che ha assunto la sua croce per amore mio, se io assumo la mia croce per amore suo».
Gesù sa bene che la sua Pasqua ci vede liberi, ma esposti alle insidie del male, allora annuncia la sua venuta finale quella sì finalmente superamento di ogni mal-essere e garanzia di felicità definitiva.
Si voglia notare che la sua venuta tra noi è stata ben più di una indicazione preziosa, un dito puntato verso il beato mondo futuro, egli ha vissuto nei suoi giorni terreni una reale prolessi o anticipazione di ciò che sarà alla fine, Lui è avvio verso il compimento assoluto: «In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: Ti tendo lode, o Padre Signore del cielo e della terra perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza» (Lc 10, 21).
È il tempo della Chiesa, di noi cristiani – ma è proposta che vale per ogni creatura – posti fra il già e il non ancora, il già di un evento quello pasquale che ha compiuto la battaglia decisiva contro il male, ma senza che sia terminata la guerra. Prendo il paragone da O. Cullmann che paragona la Pasqua di Cristo al D-Day, quello del grande sbarco in Normandia che determinò la caduta inesorabile dell’Asse anche se Berlino era ancora lontana e i pericoli incombevano fino alla pace finale. Vivendo genuinamente nella Chiesa, il che non è esente da difficoltà, rimane la solida certezza che nel mistero di Cristo morto e risorto per amore, vi è insita una caparra di felicità (dice Paolo, Rom 8,17) che riesce a resistere anche con la croce, con il buio più disagevole. La via è l’esistenza terrena di Gesù da percorrere non solo come Lui, ma con Lui.
Lui attesta di se stesso di recare la pace vera, sostanziale, profonda, ultima: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò da voi» (Giov 14,27-28). Per Paolo e altri apostoli la gioia diventa l’atteggiamento fondamentale del cristiano: «Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione» (2Cor 7,4; cf Rom 14,17; Fil 2,17s; 3,1; 4,4; Col 1,12; 1Piet 1,6: 4,13).

4. Il destino finale

Diamo finalmente un’occhiata all’ultimo momento sinfonico che è l’esecuzione completa del poema della salvezza e quindi della felicità in chiave di vangelo.
È chiamata la fase escatologica, finale, definitiva riguardo al cammino attuale dell’uomo nel tempo. Ne siamo così intimamente interessati e curiosi, da lasciare spazio al desiderio senza limiti, all’immaginazione, al virtuale, al prefabbricato da noi stessi. La rivelazione è molto sobria, ma per questo possiede il realismo della verità. Cogliamo semplicemente questi tratti essenziali in relazione al nostro tema:
– è un incontro con Dio valutativo e decisivo sul nostro modo di essere stati felici, a spese degli altri come il ricco epulone, o facendo condivisione con gli altri, come il buon samaritano. Si veda la parabola del giudizio ultimo già citata (Mt 25,31-46);
– è uno stare insieme con il Signore (oppure no) (cf 1Tess 4,17) in una intimità di visione amorosa che si traduce in inesauribile sorgente di pace e di vita (cf 1 Giov 3,1-2);
– si determina la nuova creazione che riporta il giardino delle origini e noi stessi rifatti nell’anima e nel corpo: «Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio.
E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate… Non vi sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di lampada né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà. E regneranno nei secoli dei secoli» (Apoc 21, 3-4; 22,5).
La Chiesa vive tra Gesù venuto e Gesù venturo, accompagnata dallo stesso Gesù nei segni sacramentali. La sua è una felicità in stato di pellegrinaggio, in cammino, in divenire, vive del segreto di avere in dono, e già lo pregusta, il Signore della gioia risolvendo in Lui i nodi più dolorosi in una solida e tenace speranza. Ha la possibilità di conoscere tutta la sinfonia della salvezza custodita dalla Parola di Dio, che legge, medita, e adempie. Vive e cerca nella terra le gioie quotidiane, perché la terra è di Dio, gioie mai piccole anche quando lo sono, perché sono presagio di una gioia ben maggiore, espresso così dal nostro Manzoni: «Dio non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande».

ORIENTAMENTI DI VITA E PISTE PER L’EDUCAZIONE DEI GIOVANI

Ho cercato di sviluppare l’esistenziale della felicità nella prospettiva cristiana. Vi ricavo questi punti di sintesi conclusiva.
* Dio è felice quando siamo felici. La ricerca umana, laica della felicità il cristiano la vede come grazia e compito voluto dal Creatore e insito nel dinamismo della creazione. Anche qui sarebbe interessante ripassare i termini per dire felicità e gioia nella Bibbia.[5] Merita ricordare che nella visione cristiana non vi è disprezzo né invidia delle vie di felicità proposte in altre religioni con le proprie vie di salvezza, ma piuttosto condivisione di quanto è comune, e ultimamente la visione cristiana crede di proporsi come salvezza delle salvezze.
* Dio vuole l’uomo felice quando è infelice, quando in particolare è abbattuto, si sente schiacciato dall’amarezza di ogni tipo. Dio non è mai contento del malessere dell’uomo, anche di chi si dichiarasse suo nemico. Una sfaccettatura tipica e propria della gioia cristiana è la consolazione.
* La sua proposta al nostro malessere esistenziale si snoda nella storia non in termini automatici, o come gioco di fortuna, ma secondo un progetto di salvezza o liberazione dal male che tenga conto della nostra libertà e dunque nel rispetto della nostra autonomia. Lui avanza un processo di avvicinamento che si chiama alleanza, che è un dono gratuito ma profondamente congruo alla nostra natura, dono che sorregge con una disciplina educante e assicura un compimento che supera ogni ostacolo che l’uomo incontra, come la paura, il fallimento, la morte. Dio dunque ci vuole felici attraverso un processo di salvezza; la salvezza produce felicità, la felicità va commisurata sulla salvezza.[6] Testimonianza travolgente di Pietro ai poveri cristiani perseguitati della Bitinia: «Senza vederlo, ma credendo in Lui, voi esultate di gioia indicibile e gloriosa» (1Piet 1,8). Fanno ecco dopo 20 secoli queste parole detta a sua mamma da Chiara Luce Badano, rosa da un cancro osseo, deceduta a 19 anni nel 1990 e beatificata il 26 settembre 2010. Ormai vicina a morire decide di rifiutare la morfina: «Toglie lucidità – dice – e io posso offrire a Gesù solo il dolore. Mi è rimasto solo questo. Se non sono lucida che senso ha la vita?». Le sue ultime parole sono: «Mamma ciao, sii felice perché io lo sono!». E al papà stringe la mano quando le chiede se quelle parole valgono anche per lui.[7]
* Gesù è il testimone indimenticabile di questo snodo arduo della nostra felicità. Come annota Jörg Lauster, «i grandi pensatori cristiani, che si sono occupati del problema della felicità lo hanno fatto richiamandosi espressamente alla persona di Gesù. In Gesù e per Gesù essi vedono realizzato in maniera normativa quanto, dal punto di vista cristiano, si deve intendere per felicità».[8] Puntare su Gesù vuol dire confrontarsi con uno stile che si può chiamare al meglio «vita buona». Non quindi un sporgersi positivo di tanto in tanto sulla vita dei sudditi come nella parusia dei re ellenistici, ma la sua è stata un’intera vita buona nei nostri confronti, condividendo con noi gioie e dolori, dando la sua esistenza per quello che lui ritiene la radice dell’infelicità: il misterium iniquitatis, ereditato da tutti e interiorizzato da ciascuno con il proprio peccato. Insomma un amore che fa sacrificio della vita non come la massima perdita, giacché la sua risurrezione è la massima garanzia di una vita che assume il profilo della beatitudine senza fine nel Regno di Dio. Chiaramente in questo snodo di morte e risurrezione, in questo che i cristiani chiamano mistero pasquale, si colloca il centro di gravità del problema della felicità e della sofferenza per oggi e per domani, per domani a partire da oggi.
Vi è dunque un’attesa di felicità piena da parte dei cristiani, che pur nascendo in questo mondo, va oltre questo mondo per essere gustata in questo mondo. Agostino con la celebre espressione: il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te, diceva che la nostra è una felicità inquieta, ma è anche una inquietudine gioiosa.
* Gesù che creò per sé e per gli altri un futuro felice, cominciò a fare esperienza per sé e per gli altri già in questo esilio terreno. In verità questa parola «esilio» lui non avrebbe mai adoperata. La vita su questa terra conta perché è unica e preziosa. E invece di portare la terra subito in cielo ha preferito portare il cielo in terra, generando gioia e felicità nelle persone che incontrava, «facendo del bene a tutti quanti stavano sotto il potere del diavolo» (Atti 10,38). È un enorme insegnamento, che egli diceva già nelle parabole: se come Gesù creeremo felicità per gli altri, oltre ad esserlo noi stessi, potremmo trovare felicità domani. Non potremo mai fare della terra un paradiso, ma possiamo e dobbiamo renderla sempre meno inferno. Chi rende infelici gli altri e non gusta per sé la felicità che ci dona la vita con tanti segni umani e soprattutto con la fede in Dio, resterà infelice per sempre, come chi deve mangiare e non ha bocca, vedere e non ha occhi, udire e non ha orecchi, amare e non ha cuore. La felicità cristiana è attiva, come il chicco di grano e deve mostrare gioia già da oggi per poterla renderla credibile per domani. Si tratterà – come dice giustamente Benedetto XVI – avere la «grande speranza» oltre il tempo, ma sapendola nutrire di piccole speranze in questo tempo.
* Tre grandi centrali cristiane della gioia sono la lettura della Parola di Dio, in particolare dei cc. 13-17 del vangelo di Giovanni, che è una grande rilettura post-pasquale del modo di pensare di Gesù sulla nostra gioia; la celebrazione dell’Eucaristia che rifà e ci consegna il segreto della gioia, la sua offerta di amore così totale; da cui deriva la carità che fa esperienza per sé e per gli altri, questa strana e straordinaria logica dei cristiani, da oltre 2000 anni! Insomma non puoi dire Dio se non provi gioia. Non potrai provare gioia vera e ultima se non entri in dialogo con Dio.
* È un capovolgimento dei valori tutto questo? Non lo è se ciò volesse dire che i cristiani devono stranamente camminare testa in giù e piedi in alto. Direi invece che è un approfondimento radicale della nostra vicenda umana. Non ci è data la felicità del bengodi,del ricco stolto dai granai ripieni, nemmeno si identifica con le ricette di felicità che l’uomo si dona da sé con i suoi ragionamenti e la sua sola esperienza. Il cristiano non le disprezza queste risorse, anche lui gioca al lotto, fa i giorni di vacanza, si ingegna per avanzare, ma le discerne per darle respiro vasto e permanente di cui solo Dio è capace. E dalla Parola di Dio viene ad avere la certezza di sapere che Dio vuole la nostra gioia e ci dà in Cristo la certezza di raggiungerla anche nel buio più radicale. La possibilità certa di felicità è felicità. Tante volte è l’unica. A patto che tra gli uomini circoli lo stesso stile di vita di Gesù, la vita buona di Gesù, la stessa carità di Gesù. È la carità il segreto della felicità domani e oggi. E questo è anche la forma naturale, da diversi laici presagita tra le più ambite, per essere e fare felici: amare ed essere amati.
«Allora ci sarà un sentiero e una strada e la chiameranno via santa. Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto» (Is 35, 10).


NOTE

[1] «Dio è morto. Dio resta morto. E noi l'abbiamo ucciso. Come potremmo sentirci a posto, noi assassini di tutti gli assassini? Nulla esisteva di più sacro e grande in tutto il mondo, e ora è sanguinante sotto le nostre ginocchia: chi ci ripulirà dal sangue? Che acqua useremo per lavarci? Che festività di perdono, che sacro gioco dovremo inventarci? Non è forse la grandezza di questa morte troppo grande per noi? Non dovremmo forse diventare divinità semplicemente per esserne degni?», Da La gaia scienza, III, 125.
[2] Aggiungiamo un particolare: il Papa parla di gioia (Freude), abitualmente – anche noi – parliamo di felicità (Glück). Sono la stessa cosa, la medesima esperienza? Qui dovrebbe entrare un’analisi fenomenologica attenta. Io qui parlerò di gioia, lasciando aperto il nesso con il termine felicità, ritenendoli di fatto intercambiabili nella Bibbia e in ogni caso difficili da identificare in termini specifici, anche perché nella visione di Dio tutto si accumula ultimamente in felicità (gioia) o infelicità (tristezza).
[3] Il vertice - sia pur con buone intenzioni - l’ha toccato l’invenzione del FIL al posto del PIL (Felicità interna lorda invece che Prodotto interno lordo) nel Regno del Buthan e adesso si tenta anche in Inghilterra. In Buthan si valuta il benessere del popolo tramite 72 indicatori che vanno dall’economia sostenibile alla frequenza alla preghiera, dalla gelosia alla salute, alla cultura (in Sette - Corriere della sera 2 dicembre, 66.
[4] In verità gli esegeti annotano che la rappresentazione delle origini è in realtà già un discorso di salvezza: la creazione è vista più come separazione dal caos che produzione dal nulla. Ed è già un avvio di alleanza, di patto, siglato da un comando, alla cui osservanza si dona la vita, al contrario la morte.
[5] Nell'AT l’area semantica è espressa dai verbi: ricevere benedizione, essere buono, esultare, rallegrarsi, allietarsi, giubilare, fare festa. Nel NT: il termine più diffuso è gioia (chara 58 volte), beatitudine, consolazione, lode, riso. In verità l’uomo biblico esprime la sua felicità o infelicità in esistenziali come vita, pace, riposo, salvezza, speranza, festa…. Cfr Dizionario teologico dell'AT, 2 voll, Marietti, Casale M., 1982; Léon - Dufour X., Dizionario di teologia biblica, Marietti, Casale M., 1972.
[6] Così sinteticamente K. Berger: nella maggioranza dei testi neotestamentari la gioia è un modo primario di appropriarsi da parte degli uomini, dell’evento escatologico della salvezza, conseguenza della presenza di Dio negli uomini; è frutto dello Spirito (Gal 5,22), vi è gioia nella stessa sofferenza per lo stretto legame con il Crocifisso risorto (v. Chara, Dizionario esegetico del NT, Paideia, Brescia 2004).
[7] Unità e carisma, n. 4 2010, 28.
[8] Dio e la felicità. La sorte della vita buona nel cristianesimo, Queriniana Brescia 2006, 11.