Scheda/3. La Riconciliazione: la festa del perdono

Inserito in NPG annata 1995.

 

(NPG 1995-07-55)

Riconciliazione: sacramento in crisi. Si tratta di luogo comune o d'una realtà? Forse i catechisti non trovano difficoltà a livello di fanciulli. Salvo rare eccezioni, essi accedono al sacramento volentieri; non foss'altro per il fatto che si tratta di un gesto importante e quindi promovente.
Ma nella comunità cristiana, come vanno le cose? E quale posto occupa tale sacramento nella nostra personale vita di fede?
Non occorrono statistiche per renderci conto che davvero si tratta di un sacramento in crisi. Ma la crisi non significa necessariamente decadenza o abbandono. Può anche essere un momento di ripensamento e di riscoperta, espressione di un bisogno di vivere meglio una realtà che porta i segni del tempo, tra i quali un certo ritualismo, fatto di abitudine più che di esperienza di fede personale e comunitaria. Se ciò è vero, il compito per gli educatori si fa impegnativo.
Portiamo in noi il desiderio di educare alla fede svelando e proponendo questi che sono i sacramenti; è allora necessario che noi per primi ci rimettiamo in cammino per riscoprire tale dono, per accoglierlo con stupore e viverlo con gioia.
È bene perciò che liberiamo il campo di coscienza da tutto ciò che può costituire ostacolo: pregiudizi, giustificazione della nostra condotta, problemi di superficie, difese. Ci rendiamo disponibili alla Parola di Dio. Accogliendola e incarnandola in noi stessi la faremo esistere come possibilità di salvezza: per noi e per gli altri.

DAL PECCATO ALLA LIBERAZIONE

Quando le circostanze ci inducono ad ammettere il nostro peccato, a riconoscere cioè la nostra incapacità di amore, può venirci la tentazione di prendercela con i progenitori: se non avessero commesso quella colpa all'origine della storia, noi non saremmo così fragili e peccatori!

Siamo tutti in situazione di peccato

Il ragionamento tiene fino a un certo punto, e si giustifica, al massimo, come sfogo emotivo.
Di fatto, se ben consideriamo, essere umani significa essere portatori di una capacità specifica: quella di poter scegliere. Tra l'amore e il suo contrario. Ipotizziamo la situazioni in cui l'uomo fosse obbligato ad amare. Sarebbe possibile? Sarebbe amore vero quello imposto con la forza? La coazione è la smentita stessa dell'amore. Esso non può fiorire che sul terreno della libertà.
L'amore nasce quando ti viene offerto: e lo senti come un bene, un dono, una possibilità di vita. Questa ricchezza ti attira e ti seduce, ti riempie di gioia e di nuovo senso. Liberamente ti muovi verso quel bene, lo accogli e vi rispondi.
Ora trasportiamo il nostro sguardo su Dio.
Dio è amore. E dunque non ci possono essere in lui costrizione e violenza. Per amore ha posto dinanzi a sé un altro essere: l'uomo come soggetto libero, capace di accogliere o di respingere il dono che gli viene fatto.
Il peccato dunque, se è rifiuto d'amore, è una possibilità reale, connaturale all'uomo in quanto creatura libera.
Ebbene, questa possibilità si è realizzata, si è fatta possibilità storica. L'uomo, l'umanità, ciascuno di noi, di fatto ha respinto e respinge l'amore. È questione secondaria sapere con precisione il quando e il come tutto questo è cominciato. Di
fatto la possibilità di rifiutare l'amore è una possibilità, una mia reale capacità e spesso io la esercito. Posso esservi indotto dall'ambiente, oppure dagli stimoli che trovo dentro di me. Ogniqualvolta respingo l'amore, io sono l'Adamo che pecca, l'Adamo di sempre che ancora una volta opera una scelta decidendosi contro Colui che è l'Amore pieno e infinito e contro ogni espressione di amore che può essere realizzata quaggiù sulla terra dentro la storia.
Di fatto, ogni mia decisione contro l'amore non fa che peggiorare l'ambiente nel quale vivo, quasi inquinando l'aria che tutti respiriamo. Poiché il mio peccato diventa abitudine, mentalità, costume, struttura sbagliata, cultura ammalata.
Come io sono stato negativamente condizionato dal male altrui, così il male che io produco condiziona altri uomini adesso e in futuro.
C'è una profonda, misteriosa a volte, ma tuttavia reale solidarietà del peccato. È una verità che ci viene dalle pagine della Genesi, oltre che dalla nostra esperienza personale. Verifichiamo meglio come le pagine dell'Antico Testamento ci descrivono il peccato dell'uomo.
Esso è presentato come un andare contro la chiamata di Dio. Dio chiama ogni uomo all'incontro d'amore. Perché l'uomo sia realmente se stesso. Egli infatti è costruito così. La sua struttura intima è di esser fatto per l'amore.
Il fiume va dalla sorgente alla foce, la pietra precipita dall'alto verso il basso, la casa per reggersi deve affondare le fondamenta entro la terra.
È una legge intrinseca alle cose, che le fa essere se stesse.
L'uomo porta dentro di sé questa legge che è l'amore. Solo che, a differenza delle realtà materiali, egli può scegliere: o l'amore o l'egoismo.
Dio continua a chiamare. E parla in tanti modi. Attraverso le persone, gli eventi, l'ambiente, le riflessioni e i desideri dentro di te, i sogni che ti esaltano... tanti stimoli, tante parole che Dio ti invia per chiamarti all'amore.
È questa la fondamentale vocazione dell'uomo, di ogni uomo, nessuno escluso. Peccato è rifiutare questa chiamata, negare questa legge costitutiva del nostro essere uomini. Peccato è decidere di andare contro se stessi; è autolesionismo, autodistruzione. Non per niente l'Antico Testamento usa vocaboli quanto mai significativi. Peccato è «bata», cioè mancare al segno, fallire alla mèta; è «passa», rottura di un patto e tradimento dell'amore; è «awon», corrosione della persona, perversione. In altri termini, peccato è fallire se stessi. Morire. Perché tu decidi di morire recidendo il collegamento che ti unisce a Dio, sorgente di vita. Sinteticamente, peccato, per l'Antico Testamento, è morte.
Si lamenta Iahvè per bocca di Geremia: «Forse costoro offendono me – oracolo del Signore – o non piuttosto se stessi a loro vergogna?» (Ger 7,19).
Dunque: peccato è offesa contro se stessi; e quindi contro Dio, perché viene frustrato il desiderio di Dio che l'uomo cresca nell'amore; si manda a vuoto la volontà di Dio che l'uomo sia creatura che cresce in pienezza di vita.
L'amore negato è un amore ferito e frustrato, un amore che conosce la sofferenza. Ogni qual volta rifiuti l'amore vai contro te stesso e contro Dio.
Ma anche contro il fratello. Poiché ogni peccato è offesa all'altro. Anche il peccato più nascosto e segreto. Infatti: una corrente d'amore stava per uscire da te, per essere donata; ma tu egoisticamente l'hai ripiegata, fatta ritornare e rinchiusa in te. Hai così impoverito d'amore e minacciato la vita d'un fratello, che attendeva quel tuo dono per averne luce e forza. Lo hai defraudato d'un dono di vita. Ogni peccato è un po' un omicidio.
Così, quando respingiamo le esigenze della verità, della giustizia, dell'uguaglianza, del perdono... quando insomma non rispondiamo ai richiami dell'amore, andiamo sempre contro noi stessi e gli altri, e quindi contro Dio. Perché l'Amore è lui; e ogni amore da lui proviene e a lui conduce. Ora, se peccare è morire, l'Antico Testamento ha chiara coscienza che nessuno può restituire la vita da solo. Soltanto colui che è la Vita può richiamare i morti dalla polvere.
Solo Dio.
E Dio si manifesta come colui che continuamente fa rinascere, che ristabilisce una possibilità nuova di vita, che fa risorgere in noi ancora una volta la capacità di amare e dunque di essere umani, di maturare e di realizzarci fino alla misura colma delle nostre possibilità.
E questo sempre, incessantemente, senza mai stancarsi né esaurirsi. Perché Dio è Dio, e non uomo!
Anche il Nuovo Testamento si interessa al nostro problema. Il termine che incontriamo è «amartia». Che significa: mancare allo scopo.
E ciò è gravissimo, sembra ammonire il Nuovo Testamento. Perché? Dicevamo che Dio chiama all'incontro di amore. E lo fa in tanti modi, mediante segni e parole.
Ma ecco: è venuta tra noi la Parola stessa di Dio, Gesù di Nazaret, il segno più eloquente dell'amore di Dio a noi offerto e partecipato.
E Dio stesso fatto carne. Egli offre l'incontro fra umanità e Dio, un incontro che non è solo conoscenza o maggiore prossimità, ma è comunione di vita.
Ecco la possibilità più grande, l'ultima, la definitiva, perché la più completa. Come non vedere in Gesù Dio che fa offerta d'amore? Solo chi s'accieca, solo chi si tappa le orecchie e sigilla il cuore, non vede, non ode e non accoglie. Questo è il peccato più grande: incontrarsi con Gesù Cristo e rifiutarlo.
Giovanni dirà «La luce è venuta nel mondo, ma i suoi non l'hanno accolta» (1,11). E questo chiudere volontariamente gli occhi è autogiudizio e autocondanna.
«Dio ha mandato il Figlio nel mondo non per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già condannato perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie» (3,17-19). Decidi di non lasciarti amare da Dio.
Decidi di non consentire a Dio di liberare in te l'amore inceppato, prigioniero del non-amore. Perché è questo che Gesù ti offre: di liberare il tuo amore di modo che tu possa incontrare la pienezza stessa dell'amore — Dio — e, incontrandolo, tu riesca ad amare in modo sempre nuovo.
Decidi di andare contro te stesso. Perché, guardando a Gesù Cristo, tu capisci bene che cos'è l'uomo, capisci che siamo fatti per l'amore, che vita riuscita è quella imbastita sull'amore, che vita piena — risurrezione — c'è solo per chi vive di amore e nell'amore. Decidi di respingere questo progetto di vita che viene da Dio e che ti rivela a te stesso, ti rivela come da sempre Dio ti ha pensato, voluto, amato. Decidi di scegliere l'egoismo, il «vivo-per-me-stesso».
E allora ogni volta che rifiuti un gesto d'amore tu non fai che ratificare questa tua decisione, non fai che rifiutare l'offerta di Dio, non fai che respingere Gesù Cristo, non fai che predisporre, a poco a poco, la tua stessa morte, il tuo definitivo e radicale fallimento.

Non più schiavi ma chiamati a libertà

Ma se accogli Gesù Cristo, ecco, vivi, maturi fino alla pienezza.
Incontri lui che ti dice: lasciati amare da Dio. Gli amori umani non bastano alla tua fame d'amore. Perché è infinita. Solo Dio la può colmare. E quando Dio la colma, anche gli amori umani acquistano senso, valore, tono, intensità, fedeltà, espressività particolari.
Lasciati amare da Dio. E Dio prende il tuo povero, il tuo piccolo amore umano e lo libera, lo salva, lo purifica, lo potenzia, lo rinnova. Amerai con cuore nuovo. E allora cesserai di aver paura di te stesso, orrore e disgusto di te stesso. Perché se Dio non ha orrore di te, non ha senso che tu ce l'abbia verso te stesso.
E allora, ogni giorno, incontrando lui, potrai riuscire, crescere, tornare a vivere, a sperare, a camminare in avanti. Ogni giorno. Se tu a volte ti stanchi di te stesso, Dio no. È inesauribile. Ogni giorno lasciati raggiungere da lui!
Il gesto che Gesù compie («Ti sono rimessi i tuoi peccati... cioè sei liberato da quella profonda e terribile capacità di non saper amare») egli lo ripete ogni giorno. Basta volerlo accogliere, basta desiderarlo. Ad ogni istante!
Quel tuo gesto e quella sua parola egli la ripete sempre. Anche oggi. Perché è risorto, è contemporaneo, presente ad ogni uomo, di tutti i tempi e di tutti gli spazi. Il sacramento della liberazione è gesto suo. Purché tu lo voglia. Purché tu ti senta bisognoso di liberazione, purché tu abbia fiducia (fede) in lui, purché tu scopra con lui una vita diversa e abbia il coraggio di sognare e di progettare una vita nuova.
rL'amore libera e rende nuovi. Ne facciamo esperienza anche nell'amore umano. Solo che l'amore umano prima o poi si stanca, si fiacca, conosce momenti di delusione e sconforto; solo che l'amore umano non è mai pieno, mai puro. E questo ogni giorno, ogni attimo. Finché incontrerai l'Amore a faccia a faccia e, con stupore, ti scoprirai tutto capace di amore, tutto fatto di amore. Sarà il giorno della tua nascita alla vita piena. Morte dies natalis. Ecco: chi si è fatto battezzare in Gesù Cristo, ha deciso di immergersi nella sua vita e nella sua morte, ha deciso di far propria la vita sua e di far propria la morte sua... E la sua vita e la sua morte sono state un dono d'amore, sempre... fino alla fine. Ti fai battezzare: scegli lui, ti butti dalla sua parte, ti schieri per una vita e per una morte d'amore. Ma rimani uomo, essere in costruzione, soggetto all'evoluzione, al divenire, al mutare delle circostanze, influenzato da un ambiente che trasuda peccato; sempre capace tu stesso di libertà, di scelta libera, sempre capace di ritirare la scelta fatta e di farne un'altra. Non sei ancora completo, bell'e fatto in tutto e per tutto, definito, integro. Sei un uomo in crescita, in cammino... Sei libero e giochi a ogni istante la tua libertà. Il che significa che puoi dimenticare l'amore, tradire l'amore, rinnegare le esigenze dell'amore, rifiutare che la tua vita e la tua morte siano come quelle di Gesù. Lo puoi: è la tua grandezza ma anche la tua terribile responsabilità. E può capitare che davvero respingi l'Amore di Dio, respingi quel progetto di vita che fu quello di Gesù Cristo (l'unico veramente valido perché convalidato dalla risurrezione), respingi te stesso perché ti decidi per il fallimento e la morte. Ma lo puoi fare, e succede.
Credi che questo ti tagli fuori per sempre dall'amore di Dio? Credi che Dio sia come noi, noi che diamo una o due possibilità ad un altro uomo e poi diciamo: Adesso basta, ha provato, è finita...?
No, Dio continua a proporre amore. Perché sa come siamo fatti, fragili e deboli. Sa che non siamo ancora giunti a destinazione, ma che siamo per strada, in cammino. E che ci può capitare di tutto.
E allora, ecco, lungo la strada, lungo la storia, sempre disponibile è il gesto di Gesù Cristo: «Ti sono rimessi i tuoi peccati». Il che non significa: «Dimentico, cancello, faccio finta che niente sia successo», ma: «Ti rendo nuovo, libero anco-. ra una volta la tua possibilità di amore, ti do effettiva capacità di vivere relazioni nuove, diverse da quelle di prima, ispirate all'amore vero, gratuito, fedele, genuino. Sempre ti do la possibilità di rifare la scelta di vivere la mia vita e la mia morte. Sempre mi puoi incontrare come il Liberatore, il Rigeneratore delle tue capacità d'amore. E questa possibilità io la faccio giungere a te tramite i gesti concreti della comunità dei miei discepoli, perché lì io sono presente e operante».

IL GESTO DELLA CHIESA

Il gesto della Chiesa, lungo i secoli, ha conosciuto accentuazioni diverse.

Nei primi secoli: epoca della penitenza

Era una disciplina che prevedeva la possibilità di riconciliare il peccatore con la Chiesa una sola volta nella vita. Naturalmente si trattava di peccati particolarmente gravi. Pubblicamente il fedele si riconosceva peccatore; il vescovo gli imponeva le mani e lo aggregava ad un gruppo specifico: quello dei penitenti.
Iniziava così il periodo della penitenza che poteva durare più o meno a lungo. Gli atti penitenziali erano sia privati (digiuno, preghiere...) che pubblici (vestire di sacco, portare il cilicio, chiedere alle porte della chiesa la preghiera dei fratelli...). Quale il senso? Aiutare il peccatore a riprendere una vita nuova, a staccarsi da uno stile di vita ispirato al peccato.
Alla fine di questo periodo il penitente veniva riconciliato mediante un rito liturgico che prevedeva l'imposizione delle mani da parte del vescovo e la preghiera sacerdotale cui si univa tutta la comunità.
Ciò fino al IV secolo.

Epoca della confessione

Sotto la spinta dei monaci che vanno missionari in Irlanda, a poco a poco si diffonde in tutta Europa una prassi diversa, nel senso che accentua non più la penitenza, ma l'importanza del riconoscimento delle proprie colpe.
Ciò si ricollega a un costume monastico, il capitolo delle colpe, o manifestazione pubblica, operata dai monaci, di fronte alla comunità, delle trasgressioni compiute contro la Regola.
L'accusa balza in primo piano. Subito dopo viene concessa la riconciliazione. Rimane l'impegno di compiere le opere di penitenza imposte.
Il sacramento, da eccezionale, diviene reiterabile più volte. Inoltre diventa privato: il peccatore si presenta al ministro e accusa i propri peccati senza che ci sia un rito pubblico.
Non è più solo il vescovo, ma anche il sacerdote che celebra la riconciliazione. Il vescovo si riserva alcuni casi più gravi, quelli che hanno recato maggior danno alla fede e alla carità della comunità intera.
Ma, a poco a poco, si cade nell'abuso del legalismo: sembra che la cosa più importante diventi l'accusa di tutti i peccati, elencandoli a uno a uno minuziosamente.
E si cade pure nel lassismo: tra le altre intemperanze, quella dei ricchi che pagano i poveri perché facciano le opere di penitenza al loro posto.
E la Chiesa si vede costretta a respingere questi abusi.

Epoca della riconciliazione

Oggi, con il nuovo rito, la Chiesa torna a sottolineare un aspetto importante: la dimensione di comunità.
È dando e ricevendo perdono che ti rendi capace di accogliere il perdono di Dio; è lasciandoti liberare e liberando che ricevi la liberazione che proviene da Dio; è ristabilendo la comunione con i fratelli che puoi avere la certezza di accogliere il dono di comunione che Dio torna a offrirti.
Il sacerdote è lì come segno visibile: segno di Cristo dal quale ha ricevuto il mandato e il potere di riconciliare a nome suo; e segno della comunità tutta, perché è il servitore della comunità, il pastore che è preposto per guidare i fratelli verso il Signore Gesù e il suo Regno.
Un segno che dà certezza. Per mezzo suo giunge a noi — se ne abbiamo le disposizioni — la riconciliazione da parte di Dio e della comunità.
Ma ciò non toglie che il segno d'una comunità presente, che celebra tutta insieme la riconciliazione, sia quanto mai importante.
La festa di Dio diventa la festa d'un popolo che viene liberato, avviato alla terra promessa, proiettato verso un futuro nuovo.
È la riconciliazione d'un popolo, la conversione d'un popolo, il ricostruirsi d'una Chiesa più Chiesa, più segno, per il mondo, di che cosa può compiere l'amore di Dio tra di noi.
Educare a questa dimensione comunitaria significa mutare sensibilità e mentalità. Abituati forse a fare della confessione un atto privatistico, dobbiamo aiutarci a ricuperare questo aspetto di comunità, per riscoprire una storia comune di salvezza che ci lega in solidarietà: tutti peccatori, tutti raggiunti dall'amore di Dio, tutti nuovamente capaci di riconoscerci e di trattarci come fratelli, tutti rifatti uomini nuovi, impegnati a rendere nuovo il mondo e la storia.

CELEBRARE LA RICONCILIAZIONE

La celebrazione della riconciliazione è il momento culmine di tutto un cammino. È il momento in cui il Padre ci incontra per donarci il suo perdono e la sua gioia. È la celebrazione dell'Amore che rigenera e fa nuova la nostra vita.
Il rito della Penitenza, nella sua struttura e nelle sue varie modalità, ci offre lo schema per vivere intensamente e godere la pienezza del Dono:
- introduzione;
- la parola di Dio: amore che ci viene incontro;
- la confessione: la confessione della vita;
- la preghiera: richiesta di perdono;

- il gesto sacramentale: l'assoluzione;
- il grazie: grazie e lode;
- congedo.
La realtà più importante è dunque la misericordia del Signore e non l'accusa dei peccati.
E un incontro tra Dio-amore e l'uomo che ha deluso l'amore del Padre.
Si deve avere l'attenzione di collocare la celebrazione in un itinerario di conversione.
Quindi:
- quando collocare la celebrazione;
- preparare insieme la celebrazione;
- celebrare in clima festoso con un linguaggio adeguato.
Da tenere presente:
Itinerario. La celebrazione fa parte dell'atto catechistico e costituisce una tappa importante del medesimo.
^ La Parola. Scelta con cura.
^ Segni:
gestualità
tempo
spazio
decorazione
oggetto
canto-mistica-silenzi
testi, preghiere.