Sottrarre la morte alla disumanità

Inserito in NPG annata 1998.


Antonio Amato

(NPG 1998-01-47)

Parlare di morte in ambito medico è impresa ardua.
Ancora oggi si discute, ad esempio, su quale sia il momento in cui l'esperienza di vita biologica possa considerarsi irreversibilmente e irrimediabilmente conclusa.
Dal punto di vista medico inoltre l'evento morte costituisce il segno più evidente del fallimento dell'attività terapeutica e porta con sé senso di frustrazione e un recondito desiderio di rimozione dell'evidenza. La morte, di fatto, è percepita come l'elemento di crisi della moderna scienza medica e diviene perciò il contrappeso ai successi terapeutici delle più avanzate biotecnologie che nell'immaginario collettivo spesso vestono i panni del miracolo.
Ma la presunta umana onnipotenza, decantata da tanta parte del pensiero moderno, trova il suo limite nell'evento terminale che accomuna tutti gli uomini, ristabilendo tra loro una uguaglianza assoluta nell'ineluttabilità del suo mistero.
«Nostra corporal sorella morte» non è avvertita come qualcosa che appartiene alla stessa dimensione umana, estremo elemento di limite dell'uomo stesso, bensì come un mostro che minaccia la vita quotidiana e produce ansia e fobia.
Per questo è necessario esorcizzare la morte: si può tentare di relegarla negli angoli più in ombra della nostra quotidianità (emblematica la celebrazione di un funerale alle tre del pomeriggio in una grande città) o, in casi estremi, si può giungere a cancellarla dalla prospettiva umana (è il caso di uno dei più grandi ospedali italiani il cui progettista aveva dimenticato di prevedere la camera ardente).
Ma il tentativo di esorcizzare la morte può indurre nella tentazione di manipolarla e quindi, da una parte genera l'assurda pretesa di strumentalizzare l'evento morte per fini che non coincidono con l'interesse del moribondo, come nell'accanimento terapeutico; all'altro estremo è ogni giorno più evidente il progetto di sottrarre alla natura il controllo, appropriarsene e indurlo arbitrariamente divenendo di fatto padroni della vita e della morte propria e altrui, come nell'eutanasia attiva.
Per uscire dal disagio culturale in cui versa il concetto di morte è necessario che questa ritrovi la sua collocazione dentro la vita, recuperi a pieno la dignità che le deriva dalla solennità del mistero che l'avvolge, venga reinserita nella natura stessa dell'essere umano per ritrovare quel rapporto di pace che la pseudo-onnipotenza dell'uomo tecnologico ha volutamente distrutto.
È una delle sfide decisive e irrinunciabili per l'uomo, all'esordio del terzo millennio, una rivisitazione culturale che richiede coraggio e determinazione e un grande impegno per l'intelligenza e il cuore delle nuove generazioni.