Preti e laici nella pastorale giovanile

 

Franco Floris – Domenico Sigalini

(NPG 1986-02-4)


Parlare del rapporto tra preti e laici è come tirar su una ciliegia da un vassoio. Se ne vuol prendere una e ne viene su, incastrate l'una con l'altra, un intero grappolo.
Per evitare questo ci limiteremo ad alcune osservazioni che nascono da una rilettura di alcune esperienze pastorali. Senza la pretesa di esaurire le cose da dire e di rappresentare in modo compiuto la realtà pastorale odierna.
Al centro dell'attenzione sta il rapporto non tanto tra laici e preti in generale, quanto tra i preti e quei laici, oggi sempre più numerosi e spesso sempre più qualificati, che si assumono specifici compiti nella educazione alla fede e nell'animazione dei gruppi giovanili ecclesiali. Alcuni di questi laici sono animatori, altri hanno compiti diversi connessi alla pastorale nel suo insieme in parrocchia o in diocesi; alcuni sono giovani animatori e catechisti o anche allenatori, altri sono adulti membri del consiglio pastorale parrocchiale o di quello oratoriano, dirigenti delle squadre sportive, genitori sensibili alla crescita umana e cristiana dei figli.
Il prete, visto nell'ambito della pastorale giovanile (ma i suoi compiti sono ben più estesi), è coinvolto, anche se non sempre al centro, in innumerevoli rapporti con i laici a livello di elaborazione di progetti, organizzazione di attività, formazione e direzione spirituale, amicizia e buon vicinato. Tra questi rapporti emerge quello del prete con gli animatori degli adolescenti e dei giovani, in quanto sono i più coinvolti nel lavoro pastorale e si pongono come figure di rilievo nel centro giovanile. Essi possono funzionare come «ponte», ma anche come diaframma e ostacolo al rapporto tra giovani e prete.
Questi rapporti fra prete e laici che si occupano di pastorale giovanile, sembrano oggi segnati da una sorta di disagio e sofferenza che rimandano a tre interrogativi. Qual è la vocazione e missione del prete nella pastorale giovanile? Qual è la vocazione del laico e dell'animatore di gruppo? Come raccordare le due vocazioni a servizio della crescita umana e di fede dei giovani?
Questi interrogativi vanno approfonditi per uscire dal generico. Lo facciamo prendendo in esame una serie di problemi in cui si trovano coinvolti quanti lavorano nella pastorale giovanile. Li raccogliamo attorno ad alcuni nuclei: problemi di carenza di strutture, problemi di conflitto sui progetti, problemi di identificazione dei ruoli, problemi di dinamica relazionale.

PROBLEMI DI CARENZA DI STRUTTURE

Anche qui c'è il rischio di allargare troppo il discorso e di finire in una geremiade senza senso.
Ci limitiamo a sottolineare alcune carenze. Una prima carenza è la mancanza di preti — soprattutto giovani preti— che si vogliano occupare dei giovani e che sentano di essere a servizio di tutti i giovani di una parrocchia o di un paese o quartiere. Molti giovani preti preferiscono rifugiarsi tra i ragazzi o tra gli adulti, pur di non affrontare i venti freddi del mondo giovanile e la sofferenza di un lavoro lungo e senza frutti immediati. Da cosa dipende questa fuga dai giovani? Come non pensare che sono problemi «nati» in seminario, durante la formazione teologica? Son fin troppi in giro i sintomi di una carenza di formazione pastorale dei giovani preti.
Una seconda carenza è la mancanza di spazi di accoglienza istituzionale dei giovani. Solo adesso, in alcune zone e regioni, si stanno riaprendo i gloriosi oratori parrocchiali. L'aver ridotto la pastorale giovanile a fare un gruppo senza un ambiente retrostante in cui vivere, ha impoverito il rapporto tra giovani e preti. Spesso lo ha ridotto a un contatto con gruppi elitari di preghiera, di studio della bibbia, di confronto culturale e politico.
Una terza carenza strutturale è la carenza di preti in parrocchia. Al punto che rimasto solo il prete, un poco costretto dai fatti e un poco perché ha fiducia, delega l'animazione dell'oratorio e dei gruppi ad un nucleo volenteroso di giovani e adulti. I problemi nascono nel momento in cui, per le troppe cose da fare, il prete «scompare» dalla vita concreta dei giovani.
Gli animatori sono, in questo caso, abbandonati a se stessi, senza un rapporto personale col prete. E, peggio ancora, i giovani vedono il prete solo più come padrone di casa che ogni tanto chiede i conti e rimbrotta qualcuno, o come il celebrante di messe domenicali. C'è da chiedersi quali siano le conseguenze di questa assenza del prete nella crescita di fede dei giovani.
Una quarta carenza riguarda la vita parrocchiale e diocesana, dove mancano consigli e consulte per affrontare i problemi e decidere una linea di pastorale giovanile. Soprattutto in parrocchia, se mancano o non funzionano i consigli pastorali e oratoriani, il rischio è che non si decida mai niente, e ci si limiti a lasciar andare avanti le attività esistenti.
Viene a mancare un «progetto» di pastorale giovanile, con un minimo di obiettivi e strategie, a cui tutti possono fare riferimento. A volte finisce che «il prete è il progetto». È lui che sa tutto e a lui bisogna continuamente far ricorso. Finché il progetto non assume una sua autonomia rispetto al sacerdote, la pastorale giovanile procede sempre a singhiozzo.
Una quinta carenza strutturale sembra connessa all'immagine del «prete (giovane) nomade», che ogni due o tre anni cambia parrocchia, gruppo, attività. Certamente i problemi in gioco sono tanti, come la necessità di far fare esperienze diversificate, l'urgenza di tamponare dei buchi, le difficoltà personali del prete che non «incontra» con la gente.
Proprio la crisi dei gruppi quando va via il «loro» prete, sottolinea che in mancanza di progetti parrocchiali e diocesani, la pastorale viene a soggettivizzarsi sempre più, identificandosi col singolo prete e con i collaboratori di cui è riuscito a circondarsi. Quando cambia prete, cambiano collaboratori. Ma molti giovani, chiusa l'amicizia con un prete e incapaci di aprirla con un altro, se ne vanno.

PROBLEMI DI CONFLITTO SUI PROGETTI

Dove un minimo di strutture di pastorale giovanile esistono e funzionano, emergono altri problemi. Esaminiamo per ora quelli connessi al «progetto» della pastorale giovanile in una parrocchia o in una diocesi e alle iniziative per realizzarlo. Attorno al progetto, anche se in modo sotterraneo, si verificano una serie di conflitti che coinvolgono il rapporto tra laici e preti, e tra gli stessi preti.
I conflitti si radicano nell'attuale pluralismo culturale e teologico. Molti, vissuti magari a livello emotivo relazionale, nascono dalla diversità di filosofia della vita, atteggiamento verso la cultura moderna, visione di educazione, concezione dell'autorità e del suo ruolo. E nascono da una diversa impostazione teologica e spirituale, da una diversa soluzione al rapporto fra chiesa e mondo, dall'evidenziare la paura o
il coraggio nell'affrontare da credenti questa società.
Il pluralismo teologico e culturale viene a conflitto nel momento in cui, per fermarci al nostro ambito, ci si mette a elaborare un progetto di pastorale giovanile.
Fin dalle prime battute ci si scontra sul metodo stesso con cui procedere. Lo sappiano o meno, alcuni procedono in modo deduttivo: dai principi astratti, fuori dalla mischia dei problemi e delle intuizioni dei giovani, alla loro applicazione senza alcuna mediazione educativa. Altri procedono in modo induttivo: dai problemi dei giovani alla ricerca di risposte «significative», ma senza «immergerli» nella tradizione culturale e religiosa e senza assumere un atteggiamento educativo verso di loro.
Come trovare un raccordo tra questi due metodi diversi nell'elaborare il «progetto» di pastorale giovanile?
Lo scontro fra sostenitori del metodo deduttivo (in genere i preti e gli adulti) e i sostenitori del metodo induttivo (in genere gli animatori, soprattutto i più giovani) porta al rifiuto e alla distruzione reciproca dei materiali prodotti.
I sostenitori del metodo deduttivo sono più sistematici, preparati per cogliere il quadro complessivo dei problemi e delle soluzioni, capaci di cogliere le contraddizioni e le manchevolezze di ogni affermazione «dal basso». Spesso si limitano a riaffermare le verità essenziali e intoccabili, mentre difendono ciò che già esiste a livello di strutture e di attività. In fondo per loro elaborare un progetto è «applicare», concretizzare forme astratte di pastorale, derivate dal passato e dalla personale sintesi teologico- pastorale.
I sostenitori del metodo induttivo sono, invece, sensibili ai nuovi problemi, intuitivi e disposti a rischiare pur di farsi «risposta viva» alle sollecitazioni dei giovani, meno attenti alle conseguenze a lungo termine di una pastorale dei falò o di una pastorale consumista e alla moda, capaci di maggior elasticità.
Non è così facile «comporre» in unità forze pastorali che procedono secondo modelli mentali e operativi diversi.
Le difficoltà si manifestano nello stendere il progetto. Troppi preti e laici si sono limitati a pensare per anni a come pagare i debiti dell'oratorio, dove trovare i soldi per fare il campo sportivo, come mettere in piedi un organigramma di ruoli e compiti, quale calendario prevedere... Richiesti di lavorare attorno a un «progetto», manifestano disagio e rifiuto, magari isolando gli altri come gli intellettuali di turno. A volte davvero mancano le condizioni preliminari per elaborare insieme, preti e laici delle varie tendenze, un progetto per lavorare con i giovani. Dal progetto si fugge per la strada dell'efficientismo, del pragmatismo, della giustificazione a oltranza del presente...
Dei conflitti di elaborazione del progetto spesso sono i giovani preti e gli animatori di gruppo a farne le spese. A meno che questi ultimi non impongano un «documento» pastorale molto stimolante... Con il risultato che rimane un pezzo di carta, frutto del resto di violenza.
Altri problemi sono più interni al progetto, legati alla realizzazione di singoli aspetti. Ne ricordiamo due, perché creano sofferenza e a volte avvelenano i rapporti tra preti e animatori.
Una volta che una parrocchia ha elaborato il progetto, in realtà è ancora tutto (o quasi) da fare, perché solo ora (o quasi) si cominciano ad avere animatori e a moltiplicarsi i gruppi. Man mano che i gruppi crescono di numero rispondendo alle diverse attese giovanili, si ha l'impressione che si moltiplichino anche le forze centrifughe. I singoli progetti di gruppo finiscono per ignorare il «progetto comune»: gli sportivi fanno il loro cammino, gli scout procedono secondo il loro stile, e così via.
I conflitti riprendono. Da una parte i garanti del progetto unitario, dall'altra i difensori del pluralismo delle realizzazioni del progetto. In genere tocca al prete il lavoro di raccordo e dunque il rapporto conflittuale con i gruppi.
Le difficoltà hanno tuttavia un altro versante che va subito sottolineato. Le associazioni e movimenti di respiro nazionale e con un programma di lavoro che, almeno a grandi linee, arriva dal «centro» del movimento o associazione, sono spesso guardati con diffidenza, quando non boicottati. Il loro inserimento nella pastorale locale rischia di essere sempre sulla difensiva, e non per un capriccio personale, quanto per di‑
fendere il «carisma» e l'autonomia educativa e pastorale delle proprie associazioni. Come raccordare il progetto locale di pastorale con i progetti e i programmi delle singole associazioni? Come, per i preti e per i rappresentanti delle associazioni, evitare di dover essere sempre sulla difensiva? A quale livello incontrarsi?

PROBLEMI DI SOVRAPPOSIZIONE DI RUOLI

Preti e laici, animatori e non, immersi nella pastorale a fianco dei giovani, vengono a trovarsi nello stesso terreno di gioco e nella stessa squadra per giocare una partita in cui, però, sembra difficile assegnare le maglie e un ruolo ai giocatori. Con il rischio che tutti giochino a tutto campo, togliendosi il pallone reciprocamente, lasciando aree sguarnite, ammucchiandosi nella stessa zona.
Per fortuna, nella realtà, le cose non sono così complicate, ed è possibile identificare alcuni ruoli per i preti e per i laici. Solo che questa identificazione rimane generica e crea confusione.
Proviamo a descrivere alcuni elementi di confusione di ruolo.
Un primo elemento di confusione sono le eccessive richieste che vengono rivolte al sacerdote che fa pastorale giovanile. A parte il fatto che a volte deve fare di tutto perché mancano i collaboratori, anche quando questi ci sono ci si rivolge a lui per troppe cose, costringendolo ad entrare in troppi ruoli. Il prete organizza i campionati, fa direzione spirituale, si occupa di verde pubblico,.gestisce la preghiera e i ritiri, prepara il giornali... Se questo logora a lungo andare le energie fisiche, c'è qualcosa di più grave che logora quelle psicologiche: è al centro di una serie di rapporti che tentano di fagocitarlo e imprigionarlo in mondi tra loro contraddittori.
Un secondo elemento di confusione nasce nel momento in cui il sacerdote delega l'animazione a laici, giovani o adulti. Così facendo egli viene ad avere sempre meno contatti personali con i giovani, come singoli e come insieme. I giovani vivono nei gruppi e si affezionano all'animatore. Il quale, attento a salvare la correttezza del lavoro educativo nel gruppo, tende istintivamente a dimenticare il prete. Non solo si dimentica di invitarlo ogni tanto al gruppo, ma soprattutto non crea l'esigenza di incontrare il prete in quanto tale. Anche se il prete può risultare difficile e scomodo. A questo punto il prete, se non si mette a far personalmente l'animatore, rischia di perdere il contatto con i giovani, i quali finiscono per vederlo sempre più come responsabile dell'ordine, padrone di casa, burocrate, uno che dice messa. Viene a saltare il contatto umano e la possibilità concreta di direzione spirituale e di confessione.
Quale, allora, il ruolo del prete in una pastorale che fa sua la scelta del gruppo e dà fiducia ai laici animatori? Basta dire che egli è animatore degli animatori? E cosa vuol dire fare l'animatore degli animatori?
Si può sottolineare un terzo elemento di confusione. È dato dal tentativo, magari frutto di buone intenzioni, di confinare il prete in una funzione «spirituale». Al prete verrebbero delegati momenti «spirituali» (come se tutte le attività di animazione non fossero spirituali!) come la preghiera, la lezione catechistica, la conferenza al ritiro mensile, la disponibilità per le confessioni e la direzione spirituale.
È corretto confinare il prete in queste funzioni? Non c'è il rischio di offrire ai giovani quell'immagine «clericale» di prete che si rifiuta? Se, prima di essere prete, ogni cristiano è laico e dunque responsabile dell'animazione di tutte le realtà umane, perché limitare nel prete questo dovere, solo per non sovrapporsi ai laici? Ma, allora, in che cosa si «distinguono» la vocazione pastorale del laico e del prete? Del resto, spesso i laici sanno animare meglio dei preti la preghiera e i ritiri spirituali e sono maturi nell'affrontare con i giovani una vera direzione spirituale.
Va ricordato un ultimo elemento di confusione, a quanto pare nuovamente di moda oggi: la riduzione dei laici a «esecutori» di progetti. Sembra che per alcuni preti il recupero di una identità personale venga risolto nel recupero di un'immagine di leader carismatico che si impone agli altri per l'autorità che gli nasce dal carisma.
La confusione sembra nascere da un cortocircuito tra «autorità presbiterale» e leadership pastorale (autoritaria). Il problema emerge soprattutto dove gli animatori hanno molta esperienza e sono capaci di progettare, realizzare, valutare da soli l'attività pastorale, consapevoli della loro dignità. A volte «resistono» senza paura ai conflitti con il prete.
A parte che taluni preti operano in maniera preventiva, facendo in modo che tali animatori vengano allontanati e sostituiti, è irrisolto il rapporto tra «autorità presbiterale» e modalità del suo esercizio, a confronto con un laicato e con animatori con una loro visione della vita, della fede e della pastorale giovanile.

PROBLEMI DI DINAMICA RELAZIONALE

I problemi di ruolo appena elencati sono, in fondo, di dinamica relazionale. Qui accenniamo ad altre «difficoltà» relazionali dei preti, come spesso denunciano gli animatori e i laici in genere. Con tutti i limiti di parte che le loro denunce comportano.
Una prima difficoltà è, in genere, l'apertura alla relazione interpersonale.
La difficoltà ad identificare un ruolo pastorale sufficientemente chiaro porta il giovane prete, al di là della naturale riservatezza magari accentuata dalla formazione ricevuta, a dover spendere troppe «energie soggettive». Nella comunicazione egli è costretto ad adattarsi a eccessive «esigenze», consapevole che il successo delle iniziative dipende dalla sua abilità relazionale. Non avendo un ruolo preciso a livello istituzionale, deve sempre (o quasi) giocare sulle sue qualità personali. Il dispendio è eccessivo, soprattutto perché spesso è vissuto da «prigioniero» di certi gruppi e da escluso da altri.
Questo dispendio di energie, a lungo andare, stanca e lascia traccia nella vita del prete, soprattutto quando si aggiungono problemi affettivi non risolti e più o meno accentuati.
Una seconda difficoltà del prete sembra la scarsa disponibilità ad un «cambio di atteggiamenti e comportamenti», lasciandosi educare dalle situazioni che sperimenta, dalle persone che incontra, dagli animatori che gli stanno vicino. Forse per un'educazione sbagliata, il prete se da una parte è fragile, dall'altra rischia di essere «caparbio» nelle sue idee e progetti. Come spesso dicono gli animatori: «si discute, ma poi è lui ad avere ragione»; «si lavora alla pari, ma poi è sempre la sua idea a imporsi».
In certi casi è giusto che egli resista alle «pressioni», ma è il modo di difendere le posizioni che lascia intuire dei disturbi relazionali.
In fondo per il prete, ma anche per i laici, non è facile lasciarsi coinvolgere in una comunicazione che pretende di essere educativa, e dunque chiede alle persone dei «cambiamenti» a livello di atteggiamenti e modalità di pensiero, azione, relazione. Una terza difficoltà relazionale la si riscontra in quel compito che generalmente si riserva al prete e che va sotto il titolo di «animazione degli animatori», in quanto gruppo e in quanto persone. Le difficoltà che l'animatore si ritrova nel gruppo nel considerarlo un soggetto educativo, le ritrova il prete responsabile degli animatori. Può capitare anche, e di fatto capita, che il prete mentre è competente nei rapporti a tu per tu, non lo sia invece nei rapporti con un gruppo nel suo insieme.
Rischia in questo caso di non mantenere la «giusta» distanza dal gruppo, di accentrare il potere o di delegarlo in modo scorretto, di trasformarsi in organizzatore di attività.
Dietro a queste difficoltà si pone l'interrogativo: animare un gruppo di animatori è identico ad animare un gruppo di giovani? Tutto questo si complica nel momento in cui, oltre che animatore del gruppo, il prete vuole instaurare rapporti formativi e di direzione spirituale con i singoli. Non sembra così facile passare da animatore a direttore spirituale e gestire le due funzioni educative. Del resto, è davvero compito del prete fare l'animatore degli animatori? Non si può prevedere che sia un laico adulto e competente a svolgere questo ruolo?
rete complessa che li collega. Le soluzioni non sembrano facili né immediate, perché coinvolgono tutta la pastorale giovanile. Ma non è in nome del pessimismo che questa riflessione è stata avviata. A ben guardare, diversi dei problemi accennati sono dovuti a una crescita effervescente della pastorale giovanile e all'ingresso, sempre più massiccio e qualificato, dei laici in questo servizio ecclesiale. La sensazione di disagio e confusione in molti casi è indice della presenza di nuove e qualificate forze educative e pastorali. Segno di vitalità che richiede di prendere atto dei problemi e di affrontarli in vista di un servizio più adeguato ai giovani.
Diversi problemi nascono dal desiderio dei laici di avere uno spazio specifico, autonomo e non strumentale, nel lavoro educativo con i giovani. Questo fatto nuovo, frutto dell'azione dello Spirito nella chiesa, turba gli equilibri esistenti e solleva un problema «vecchio» e nuovo allo stesso tempo: qual è la funzione pastorale del prete? E, insieme, qual è la funzione pastorale del laico?