Perché cosmo e cuore umano sono accaniti pubblici ministeri dell’infinito processo contro Dio?

Inserito in NPG annata 2010.

 

a cura dell’Ufficio PG-ILE – Giancarlo De Nicolò – Cristiana Freni

(NPG 2010-02-08) 

Il percorso

- Sempre più dentro il cammino e nella logica di cui abbiamo detto: non una progressione lineare e dimostrativa di Dio e della sua esistenza e dei suoi «attributi» (non è questo fondamentalmente il problema oggi, ma di una sua insignificanza nella vita), quanto la risposta alle domande inquietanti che lo stesso Dio (e la sua esistenza) pongono all’uomo, al giovane. Perché il dolore e la morte? Perché il nome di Dio è usato per la violenza e l’oppressione? Perché tanti nomi di Dio? Perché il continuo tentativo di farne un idolo a disposizione dell’uomo? Perché senza di Lui si perderebbe il senso della vita e il segreto del bene? Perché si sarebbe incarnato nella debolezza? Perché, perché, perché… Dio ha bisogno di essere giustificato… o noi dobbiamo giustificarci alla sua luce e alla sua presenza. E se si è partiti dall’infinito desiderio, dal bisogno di Lui mai domo, mai colmato (e con questo ne va della nostra stessa essenza), da tutte le parti vengono sferrati attacchi che hanno presa perché esprimono vere angoscianti domande: perché anche all’infinito desiderio e bisogno di Dio l’ambiguità dell’uomo può rispondere con la fabbricazione di luccicanti idoli.

- Un secondo elemento notevole di questo percorso (ce ne rendiamo conto solo ora) è un non improbabile (casuale?) collegamento con l’anno liturgico, con le tematiche essenziali che esso mette a fuoco: – novembre, il tempo dell’Avvento: il tema della ricerca, l’analisi del bisogno mai sopito, espressione di quella ricerca che sembra scolpita dentro l’uomo stesso (primo tema); – dicembre, il Natale, il mistero dell’Incarnazione: Dio c’è… e si rende visibile in un uomo che condivide la storia dell’umanità (secondo tema); – tempo natalizio, l’Epifania… la manifestazione della bellezza, anzi la bellezza che trasfigurata indica o rivela (terzo tema); – tempo di quaresima e della Passione: la realtà della sofferenza e del dolore che da una parte gridano vendetta al cospetto di Dio, ma dall’altra (almeno nel modo di esperienza che Gesù ha vissuto), sono un’altra faccia del bisogno di Dio e della sua presenza (che traluce nell’amore che lo sa accogliere e sostenere, consolare) (quarto tema). E per ora ci fermiamo qua. Non sappiamo se assonanze saranno successivamente possibili o tracciabili. Ma intanto cogliamo questo possibile parallelismo per offrire all’animatore un’ulteriore traccia di «indagine».

IL DOLORE CONTRO DIO?

E veniamo più direttamente al tema dell’articolo: cosmo e cuore umano come «pubblici ministeri nel processo contro Dio», e in particolare il tema del dolore. Una citazione perentoria: «Ogni discorso su Dio, oggi come sempre, non solo non può prescindere dal problema del male, ma acquista veramente senso solo a partire da lì» (V. Mancuso, Disputa su Dio e dintorni – con Corrado Augias – Mondadori 2009, p. 140 e – al termine della riflessione su cui si possono pur prendere le distanze – p. 148). Da notare che cosmo e cuore umano nella tappa precedente erano stati chiamati in causa per dire della bellezza, nome e traccia di Dio. Ma, si sa, ogni medaglia ha il suo rovescio. E accanto allo stupore per la bellezza del cosmo e dell’uomo nella sua capacità di amare e di cogliere l’individuale, la forma, la bellezza, l’esperienza dell’uomo sa cogliere – forse ancora prima della meraviglia – i segni della sofferenza, della mancanza, del limite, del dolore. E l’esperienza del male.

Un uomo decise di far visita a un eremita il quale, come gli era stato detto, viveva non lontano dal monastero di Sceta. Dopo aver camminato a lungo nel deserto, trovò finalmente il monaco. «Ho bisogno di sapere qual è il primo passo che dovrebbe essere intrapreso per il cammino spirituale», disse. L’eremita portò l’uomo ad un piccolo pozzo, e gli disse di guardarsi riflesso nell’acqua. L’uomo provò a farlo, ma come tentò, l’eremita gettò dei sassolini nell’acqua, agitandone la superficie. «Non potrò vedere la mia faccia se continui a tirare quei sassi», disse l’uomo. «Così come è impossibile per un uomo vedere il suo volto nelle acque mosse, è anche impossibile cercare Dio se la propria mente è ansiosa della ricerca», disse il monaco. «Questo è il primo passo!» (P. Coelho).

Ecco, proprio «acque mosse», una bella metafora del dolore, della sofferenza (delle sofferenze) che inquinano la ricerca e che rendono impossibile (quasi) riconoscere Dio. Ma sono soltanto «acque mosse», increspature (o onde) nel comunque placido mare della vita, o veri e propri tsunami che scuotono, devastano la vita, e non la rendono mai un «mare della tranquillità»? La modalità della ricerca è indicata dall’autore, come sempre con chiarezza e sinteticità nel «Dunque?»: 

– si riconosce la presenza della sofferenza e del dolore come autentici ostacoli alla fede in Dio e alla relazione con Lui;
– ma forse proprio sofferenza e dolore rendono ancora più acuta, vera, «sofferta» (dunque appassionata, essenziale, come questione di vita o di morte) la domanda sul senso: non riescono a soffocarla ma la ripropongono ancora più intensamente nella sua crudità;
– un abbozzo di risposta (l’unica che ha la presunzione di contare davvero, una volta accertata l’inconsistenza o fragilità delle altre, per esempio l’indifferenza di Dio o la sua non onnipotenza o la sua connivenza con il male…) è l’amore;
– urge dunque un’educazione del cuore (una sua maturità) che sappia guardare in faccia ed essere rafforzato ad accogliere anche il dolore senza esserne schiacciati;
– una maturazione possibile solo se appoggiata su quel Dio che nella rivelazione cristiana vede il suo Figlio assumere senza bestemmiare il legno della croce (un amore che salva perché non si tira indietro nemmeno davanti all’assurdità e tragicità di una vita innocente condannata al patibolo).
Ognuno di questi passaggi ha bisogno di essere percorso. A questo dunque le attività che seguono e i rimandi finali. Anche qui il materiale è vastissimo, come sono vastissime le domande, che alla fine non rispondono a niente se non quando si è davvero fatta l’esperienza viva. Daremo anzitutto molto spazio alle varie forme di sofferenza del mondo e dell’uomo, contro il quale il grido sorge spontaneo e la giusta ribellione, che per prima cosa chiede di trovare risposte (o giustificazioni). Anche nella stessa vita dell’adolescente.

Attività 

1. Tutti i giorni una tempesta

Se pensiamo che la nostra vita sia la tranquillità noiosa, in cui non c’è mai niente di nuovo, credo che ci troveremo presto delusi. Forse qualcuno vive ancora nell’incoscienza. A che cosa è dovuto l’uso crescente di spinelli e di coca, gli sballi e le continue bevute di birra? Perché dei ragazzi tranquilli, di punto in bianco (si fa per dire, perché nelle loro teste già sono prefigurati tutti i passi dell’assurdo), si scatenano a distruggere tutto? C’è tutti i giorni una tempesta nel cuore; la consapevolezza di un male o di un vuoto che ti crea nel cervello un mulinello di pazzia, una voragine di non senso, che si beve la vita. Qualche altra volta è anche una disgrazia, una ingiustizia subita, un male di cui non sei responsabile, ma che ti cade addosso e non ti senti pronto ad affrontare. Era così anche la vita dei Dodici; sempre assieme a Gesù, sempre tranquilli, ormai distesi e arrivati. Ma un giorno il mare di Galilea, che sembra sempre liscio come l’olio, si scatena. La barca viene sbattuta da ogni parte, la paura è grande. Nessuno capisce più niente e si dà da fare per parare il colpo, come può. Ma quello che fa più fastidio, che balza agli occhi degli Apostoli impauriti, è il sonno tranquillo di Gesù, la sua assenza totale dallo sconquasso della vita. Ma Dio dove è? Perché ci ha abbandonato? Perché deve capitare tutto questo a gente inerme, senza colpa né pena? Tu Gesù ci lasceresti morire così? Ti inabisseresti anche tu senza accorgerti, mentre noi siamo pieni di spavento? Apri gli occhi. Renditi conto del nostro terrore. Che tu dorma, non solo ci fa sentire ignorati, abbandonati, ma anche condannati. La nostra vita non può finire così. Non ti importa che moriamo? Dove è il tuo amore per noi che in questi anni ci ha affascinato, ci ha fatto crescere, ci ha aiutato a guardare in faccia ogni pericolo? Non è una supplica soltanto, ma una accusa, come tante siamo capaci di rivolgere a Dio nella nostra vita. Quando ci capita qualcosa di male, il primo da mettere alla sbarra è sempre e solo Dio, anche quando siamo noi stessi che firmiamo la nostra condanna. A te alla fin fine non importa niente di noi. Sapevamo di essere sfortunati, abbiamo sperato di aver trovato qualche riferimento sicuro, invece siamo ancora e sempre soli. Di tempesta in tempesta si prepara la fine di ogni speranza. Saranno così anche i due discepoli di Emmaus, pieni di tutti quei verbi all’imperfetto e di «ormai», pronti a gettare la spugna e a perdere la fiducia. E Lui, dopo aver fatto sperimentare che la fiducia in Lui deve essere più vera, più forte, incrollabile, a misura di ogni tempesta, si erge solenne e dice: Taci, calmati, qui ci sono i miei amici, qui ci sono dei giovani che tendono l’orecchio ad ogni sussurro di speranza e tu non puoi prevalere sulle loro fragilità, sulle debolezze in cui stanno sempre a crogiolarsi. Non ci sarà nessuna tempesta che l’avrà vinta su chi si affida a me, su chi è capace di buttarsi nelle braccia del Padre. Ma la vostra fede deve crescere, è troppo interessata, autocentrata, miope, legata alle vostre paure. Occorre un colpo d’ala, un volo libero che sa rischiare. Dentro ogni tempesta io ci sono e non vi lascio soli. Ma voi cominciate a crescere e non state sempre a guardarvi addosso, perché dovrete aiutare tanti altri a superare le tempeste della vita nel mio nome (da una riflessione di Domenico Sigalini sul brano Mc 4,35-41).

• Si propone a ciascun componente del gruppo di pensare da quale delle tragedie dell’umanità (dalla strage degli innocenti all’olocausto …) o delle catastrofi naturali (dalla diga del Vajont al recente terremoto dell’Abruzzo e all’ancor più recente «inferno» o «apocalisse» del terremoto di Haiti… che aprono una serie infinita di blog sul «dov’era Dio», «Perché se Dio è buono permette…», ecc.) si sente più spaventato o sconvolto, e per quale motivo. Quando tutti hanno fatto la propria scelta, a turno si condividono le motivazioni, aiutando a far emergere nel gruppo quanto si ritenga Dio colpevole o in qualche modo coinvolto con questi eventi. È bene lasciare aperta la discussione, perché è in genere quando viene sollecitata al massimo la coscienza che emerge il vero sentire che abbiamo dentro soprattutto a proposito di Dio.
• Successivamente si legge in gruppo il brano di Sigalini sopra riportato e si lascia ad ognuno un cartoncino per scrivere una propria riflessione al riguardo, da donare ad un altro componente del gruppo.

2. La «cognizione del dolore»

Non parliamo di Gadda, ma dell’esperienza della vita così come può essere avvertita. Si contrapporrà ad essa ad esempio l’esperienza di Etty Hillesum (vedi sotto): non per poca profondità interiore, ma per un’altra ragione che appella direttamente a Dio e alla consapevolezza che nella storia solo se accettato (e non restituito) il male può essere redento. E ovviamente di Gesù «pensoso palpito» (vedi la poesia di Ungaretti sotto riportata). Tutto questo blocco va dunque visto e interpretato insieme: diversi modi di avvertire la vita e di rispondere ai suoi appelli. E, come si vede in questa schede e nel corso dell’articolo, tante poesie: forse solo i poeti (e i mistici) sanno cogliere nell’immediatezza e nella sua cruda verità un’esperienza «troppo» umana, ma sempre così nuova.

Il cielo a noi non aumenta altro che cura e dolore,
E nulla fissa al suo luogo che non ne lo strappi di nuovo.
Coloro che ancor non son nati, se ben sapessero quello
Che noi soffriamo nel mondo, quaggiù non verrebbero mai.
Omar Khayyâm)

***

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
(Eugenio Montale, da Ossi di seppia, 1925)

***

La capra Ho parlato a una capra.
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d’erba, bagnata
dalla pioggia, belava.
Quell’uguale belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi, prima
per celia, poi perché il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
gemere in una capra solitaria.
In una capra dal viso semita
sentiva querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.
(Umberto Saba, da Casa e campagna, 1909-1910)

«Per la tradizione giudaico-cristiana il dolore è la conseguenza di una caduta dovuta a una colpa, che chiede riparazione ed è suscettibile di redenzione. In questa visione il dolore è castigo e ad un tempo evento purificatore. Come tale concorre alla redenzione e alla salvezza. In questa prospettiva il dolore non è costitutivo dell’esistenza, ma della colpa originaria e insieme mezzo di redenzione. A partire da questa visione del mondo il dolore è riscattato dalla sua negatività assoluta, e in qualche nodo positivizzato se affiancato dalla fede e dalla speranza. Per la cultura greca, invece, il dolore non è la conseguenza di una colpa, ma è il costitutivo dell’esistenza, di cui bisogna accoglierne per intero la caducità, senza illudersi con speranze ultraterrene o con ipotesi di salvezza da colpe originarie. Accolta la caducità dell’esistenza, occorre imparare a vivere tutta l’espansione della vita e tutto il suo rattrappimento, perché questa è la condizione del mortale che nessuna narrazione può modificare. A partire da questa visione del mondo, che non conosce speranze salvifiche e concomitanti disperazioni, si può guadagnare quella temperata saggezza che ci consente di reggere il dolore e, entro certi limiti, dominarlo. L’interpretazione del dolore dipende dalle nostre idee che connotano l’ambito culturale in cui siamo cresciuti e siamo stati educati, e da cui possiamo anche uscire, ma solo per entrare in un’altra visione del mondo» (Umberto Galimberti, Lettere di «La repubblica delle donne»).

• In quale orizzonte di pensiero ci sentiamo più di casa? Nel passaggio che segue Galimberti prende una posizione: il dolore come sconfitta del senso, e l’invito a «prenderne atto».
• È l’unico sensato atteggiamento che possiamo accettare?

«Io vedo due atteggiamenti che la mia psicologia non riesce a fare propri. Uno è quello ‘religioso’, che nel dolore vuol trovare un senso; l’altro è quello ‘eroico’, che denuncia l’orgoglio di aver affrontato a viso aperto il dolore e di averlo vinto. Due modi di non riconoscere il dolore, la cui natura è proprio quella di non avere alcun senso. E noi non vogliamo mai incontrare l’opacità dell’insensatezza che invece fa parte integrante della nostra vita, anche se i nostri deliri di onnipotenza la rifiutano. Dolore vuol dire che qualcosa fa male, punto e basta. La sua natura ha i tratti dell’immediatezza, della brutalità, dell’inconciliabilità, dell’irrecuperabilità. Siccome non lo si può giustificare, né mediare, né convertire, il dolore è la sconfitta del senso… Facciamo i conti con questa ‘estraneità’ che ci abita dal primo giorno della nostra vita e che poi in occasione del dolore conosciamo e con la morte tocchiamo definitivamente con mano. Se accanto al senso che ogni giorno costruiamo per vivere abbiamo cura anche del non-senso che lo fiancheggia, se da questo non traiamo consolazione, almeno possiamo evitare di disperarci» (Umberto Galimberti, Lettere di «La repubblica delle donne»).

3. Il dolore degli innocenti

Ma andiamo oltre il «male del vivere», verso forme di sofferenza ingiustamente inferte o avvertite come sommamente ingiuste: sono queste soprattutto che chiamano Dio sotto processo. In realtà, quanto riportiamo ora nelle schede 3 e 4 di per sé travalica il discorso che andiamo conducendo, si colloca a un diverso livello di «dolore», non omologabile a quello che «normalmente» si sperimenta nella vita: qui entra il dolore «innocente» (che appare oltre che insensato soprattutto ingiusto), e quello causato dalla infinita cattiveria dell’uomo, appositamente inferto (chiama dunque più in causa l’uomo che Dio…). Tale «dolore innocente» o «mali supremi» (qui possono entrare anche i cataclismi) interrogano su Dio, interrogano sommamente Dio. Probabilmente dovrebbero essere «trattati a parte», non in questo capitolo dove si parla della necessaria purificazione del cuore. Dunque, una delle «prove» più evidenti contro Dio, la sua esistenza e la sua bontà (o la sua onnipotenza), è dato dalla sofferenza innocente, ingiusta… che proprio «grida vendetta al cospetto di Dio», e che – nel pensiero della gente – finisce con il travolgere l’immagine stessa di Dio, il Suo nome, la sua possibilità. Le menti e le sensibilità più acute si sono cimentate nel compito di almeno capire questo, dal libro di Giobbe ad Agostino a Leibnitz (iniziatore di una parte di filosofia chiamata Teodicea, appunto giustificazione di Dio), di cui qui sotto alcune righe. Ovviamente non convincono e in ogni caso ogni generazione, ogni evento ripropone le stesse domande: si tratta sempre del grande mistero di come salvaguardare Dio (nella sua santità, nella sua bontà, nel suo amore, nella sua onnipotenza) e insieme il suo «non intervento» nelle vicende drammatiche della natura e sulla libertà dell’uomo.

«Quanto all’origine del male rispetto a Dio, faremo un’apologia delle sue perfezioni, che metterà in luce la sua santità, giustizia e bontà non meno che la sua grandezza, potenza e indipendenza. Si farà vedere come sia possibile che tutto dipenda da Lui, che egli concorra a tutte le azioni delle creature – e crei, anzi, continuamente tali creature, se lo volete – senza tuttavia essere affatto l’autore del peccato. Al qual proposito si mostrerà pure come si debba concepire la natura «privativa» del male. Ancor più: si mostrerà come il male abbia una fonte diversa dalla volontà divina, e che, perciò, si ha ragione di dire che il male di colpa non è voluto da Dio, ma solamente permesso. Ma la cosa più importante è che si mostrerà che Dio poté permettere il peccato e l’infelicità, e, anzi, concorrervi e contribuirvi, senza detrimento della sua santità e della sua bontà supreme; anche se, assolutamente parlando, avrebbe potuto evitare tutti questi mali» (Saggi di teodicea, Prefazione)

Mai brano letterario più stringente e commovente è stato scritto del citatissimo «preludio» alla Leggenda del Grande Inquisitore di Dostoevskij, da I fratelli Karamazov. Lo riproponiamo, con necessari tagli per focalizzare l’argomentazione.

«Ascoltami: ho preso il caso dei bambini perché tutto fosse più evidente. Di tutte le altre lacrime dell’umanità, delle quali è imbevuta la terra intera, dalla crosta fino al centro, non dirò nemmeno una parola, ho ristretto di proposito l’ambito della mia discussione. Io sono una cimice e riconosco in tutta umiltà che non capisco per nulla perché il mondo sia fatto così. Vuol dire che gli uomini stessi hanno colpa di questo: è stato concesso loro il paradiso, ma essi hanno voluto la libertà e hanno rubato il fuoco dal cielo, pur sapendo che sarebbero diventati infelici, quindi non c’è tanto da impietosirsi per loro. La mia povera mente, terrestre ed euclidea, arriva solo a capire che la sofferenza c’è, che non ci sono colpevoli, che ogni cosa deriva dall’altra direttamente, semplicemente, che tutto scorre e si livella ma queste sono soltanto baggianate euclidee, io lo so, e non posso accettare di vivere in questo modo?... Ma ci sono i bambini: che cosa dovrò fare con loro? È questa la domanda alla quale non so dare risposta. Per la centesima volta lo ripeto: c’è una miriade di questioni, ma ho preso soltanto l’esempio dei bambini, perché nel loro caso quello che voglio dire risulta inoppugnabilmente chiaro. Ascolta: se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l’armonia eterna, che c’entrano qui i bambini? Rispondimi, per favore. È del tutto incomprensibile il motivo per cui dovrebbero soffrire anche loro e perché tocca pure a loro comprare l’armonia con le sofferenze. Perché anch’essi dovrebbero costituire il materiale per concimare l’armonia futura di qualcun altro? La solidarietà fra gli uomini nel peccato la capisco, capisco la solidarietà nella giusta punizione, ma con i bambini non ci può essere solidarietà nel peccato, e se è vero che essi devono condividere la responsabilità di tutti i misfatti compiuti dai loro padri, allora io dico che una tale verità non è di questo mondo e io non la capisco… Io capisco quale sconvolgimento universale avverrà quando ogni cosa in cielo e sotto terra si fonderà in un unico inno di lode e ogni creatura viva, o che ha vissuto, griderà: ‘Tu sei giusto, o Signore, giacché le tue vie sono state rivelate!’ Quando la madre abbraccerà l’aguzzino che ha fatto dilaniare suo figlio dai cani e tutti e tre grideranno fra le lacrime: ‘Tu sei giusto, o Signore!’: allora si sarà raggiunto il corona- mento della conoscenza e tutto sarà chiaro. Ma l’intoppo è proprio qui: è proprio questo che non posso accettare. E fintanto che mi trovo sulla terra, mi affretto a prendere i miei provvedimenti. Vedi, Alesa, potrebbe accadere davvero che se vivessi fino a quel giorno o se risorgessi per vederlo, guardando la madre che abbraccia l’aguzzino di suo figlio, anch’io potrei mettermi a gridare con gli altri: ‘Tu sei giusto, o Signore!’; ma io non voglio gridare allora. Finché c’è tempo, voglio correre ai ripari e quindi rifiuto decisamente l’armonia superiore. Essa non vale le lacrime neanche di quella sola bambina torturata, che si batte il petto con il pugno piccino e prega in quel fetido stambugio, piangendo lacrime irriscattate al suo «buon Dio»! Non vale, perché quelle lacrime sono rimaste irriscattate. Ma esse devono essere riscattate, altrimenti non ci può essere armonia. Ma in che modo puoi riscattarle? È forse possibile? Forse con la promessa che saranno vendicate? Ma che cosa me ne importa della vendetta, a che mi serve l’inferno per i torturatori, che cosa può riparare l’inferno in questo caso, quando quei bambini sono già stati torturati? E quale armonia potrà esserci se c’è l’inferno? Io voglio perdonare e voglio abbracciare, ma non voglio che si continui a soffrire. E se la sofferenza dei bambini servisse a raggiungere la somma delle sofferenze necessaria all’acquisto della verità, allora io dichiaro in anticipo che la verità tutta non vale un prezzo così alto. Non voglio insomma che la madre abbracci l’aguzzino che ha fatto dilaniare il figlio dai cani! Non deve osare perdonarlo! Che perdoni a nome suo, se vuole, che perdoni l’aguzzino per l’incommensurabile sofferenza inflitta al suo cuore di madre; ma le sofferenze del suo piccino dilaniato ella non ha il diritto di perdonarle, ella non deve osare di perdonare quell’aguzzino per quelle sofferenze, neanche se il bambino stesso gliele avesse perdonate! E se le cose stanno così, se essi non oseranno perdonare, dove va a finire l’armonia? C’è forse un essere in tutto il mondo che potrebbe o avrebbe il diritto di perdonare? Non voglio l’armonia, è per amore dell’umanità che non la voglio. Preferisco rimanere con le sofferenze non vendicate. Preferisco rimanere con le mie sofferenze non vendicate e nella mia indignazione insoddisfatta, anche se non dovessi avere ragione. Hanno fissato un prezzo troppo alto per l’armonia; non possiamo permetterci di pagare tanto per accedervi. Pertanto mi affretto a restituire il biglietto d’entrata. E se sono un uomo onesto, sono tenuto a farlo al più presto. E lo sto facendo. Non che non accetti Dio, Alesa, gli sto solo restituendo, con la massima deferenza, il suo biglietto». «Questa è ribellione», disse Alesa sommessamente e a capo chino. «Ribellione? Non avrei voluto sentire una parola simile da te», replicò Ivan con ardore. «È impossibile vivere nella ribellione, mentre io voglio vivere. Dimmelo tu, ti sfido, rispondimi: immagina che tocchi a te innalzare l’edificio del destino umano allo scopo finale di rendere gli uomini felici e di dare loro pace e tranquillità, ma immagina pure che per far questo sia necessario e inevitabile torturare almeno un piccolo esserino, ecco, proprio quella bambina che si batteva il petto con il pugno, immagina che l’edificio debba fondarsi sulle lacrime invendicate di quella bambina accetteresti di essere l’architetto a queste condizioni? Su, dimmelo e non mentire!». «No, non accetterei», disse Alesa sommessamente. «E potresti accettare l’idea che gli uomini, per i quali stai innalzando l’edificio, acconsentano essi stessi a ricevere una tale felicità sulla base del sangue irriscattato di una piccola vittima e, una volta accettato questo, vivano felici per sempre?». «No, non posso accettare questa idea. Fratello», prese a dire Alesa all’improvviso con gli occhi che brillavano.

Un brano potente, sommamente interrogante. Citandolo a sua volta, così argomenta Augias: «La mia opinione è che il problema sollevato in questa pagina non ha trovato alcuna soluzione in alcune teologia. Un bambino portato alla sofferenza e alla morte, torturato dagli uomini o dalla malattia, sottrae alla teodicea ogni spiegazione razionale. Salvo due: Dio, ammesso che ci sia, non si cura degli uomini, e allora siamo tutti più liberi, e si capisce tanta sofferenza; oppure dio, molto più verosimilmente, non c’è. Come minimo dobbiamo fare nostre le parole del filosofo Hans Jonas quando disse, sconvolto dallo spettacolo dei campi di sterminio: ‘Dopo Auschwitz dobbiamo dubitare o dell’onnipotenza di Dio o della sua bontà’. Per parte mia aggiungo che, se Dio esiste, sarà bene che si trovi un buon allibri. Se un giorno ci fosse anche per Lui un giudizio universale, potrebbe essere accusato di crimini contro l’umanità per essere stato connivente o non aver impedito una sterminata quantità di ingiustizie e di sofferenze, e per aver addirittura fomentato numerose e spietate guerre combattute in suo nome» (Disputa su Dio e dintorni, p. 133). Che strano, neppure una parola sulla responsabilità dell’uomo, di un uomo la cui libertà si gioca contro il comando dell’amore e della giustizia! Qui dentro ci possono stare tutti gli interrogativi che vengono dall’esperienza del dolore innocente, senza colpa. Non solo quello inferto, ma quello «trovato» (handicap, malattie genetiche…): problema che ha profondamente coinvolto il teologo Mancuso per la sua stessa esperienza personale (vedi il suo libro Il dolore innocente).
• Qui lo spazio per i giovani si apre alle domande, anche e soprattutto a partire dalle proprie riflessioni e dai propri sentimenti.

4. Il non-senso di Auschwitz

Attorno allo sterminio e alla volontà e pratica di distruzione totale, che vede in Auschwitz il simbolo stesso del male e della possibilità del male estremo dell’uomo (e che chiede a tutta la teologia di ripensarsi per non restare un esercizio accademico), dedichiamo una parte di queste schede, perché la riflessione su tale male (ma ovviamente anche i gulag, le cortine di bambù, i genocidi… e le violenza di tutte le guerre lungo la storia…) è quanto mai provocante. Lo proponiamo nella esperienza di un adolescente, dal romanzo Noi, di Walter Veltroni (Rizzoli 2009), figlio di una donna i cui genitori e nonni erano stati deportati da Roma nelle retate del 16 ottobre 1943. Tale episodio, rivissuto dal padre e dal figlio stesso a distanza di 20 anni, suscita nel giovane domande e… intuizioni di risposte.

Prima di dormire Andrea aveva chiesto al padre di fargli vedere dalla finestra il luogo preciso in cui i nonni materni erano stati prelevati dai nazisti. Giovanni indicò con il dito tutto il tragitto, la posizione dei camion neri, la collocazione delle SS che avevano chiuso il quartiere ai lati. Si misero a letto e spensero la luce. Fu dopo un po’, quando si era girato su un fianco per prendere sonno, che Giovanni sentì la voce del figlio: «Papà, ma allora Dio non esiste». Non era una domanda, sembrava una affermazione, incerta forse, ma una affermazione. «Perché lo dici, Andrea?» disse Giovanni riportandosi supino. «Perché se esiste è cattivo. E se è cattivo non è Dio.» «Cioè?» e questa volta a deglutire fu il padre. «Cioè mi avete sempre detto che tutto dipende dalla sua volontà. E allora perché ha consentito che succedesse tutto questo? Perché ha lasciato che degli innocenti fossero sterminati? Perché la nonna e la bisnonna hanno dovuto morire in quel modo? E perché tanti bambini sono stati portati nelle camere a gas? Me lo avete detto voi, l’ho letto sui libri di scuola e l’ho visto in tv. Perché Dio è cattivo?» La voce di Andrea sembrava sull’orlo del pianto. Come se avesse appena scoperto di essere più solo, come se avesse capito per la prima volta che oltre i genitori non c’era nessuno che si prendesse cura di lui, di lui e degli altri esseri umani della terra. «No, Andrea, sarebbe troppo facile per noi umani. Se noi potessimo fare ogni cosa e poi attribuirne la responsabilità a Dio. Siamo noi, con i nostri gesti quotidiani, con le nostre scelte, che facciamo la vita nostra e degli altri. Siamo arbitri del nostro destino. Dio ci ha dato la possibilità di vivere, ci ha fornito i principi in base ai quali orientare la nostra esistenza, cì garantisce un premio per la correttezza dei nostri comportamenti. Ma Dio non è responsabile della follia di Hitler né di quella di Mussolini. Come non è responsabile dell’uomo che uccide la moglie o delle malattie che tanto dolore ci provocano. Siamo noi i registi del destino sulla terra. Dio ci ha fatto e ci giudica.» «Ma non è onnipotente? Lo dicono anche le preghiere. E non è infinitamente buono? Per quei bambini lasciati morire lì, Dio non è esistito.» «Anche Gesù, suo figlio, è morto sulla croce. E anche lui disse: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?». Però hai ragione: Auschwitz è l’inferno della storia dell’umanità. L’uomo ha prodotto un tale abisso di dolore che niente sarà più come prima. È come se gli artefici di quei campi di sterminio avessero voluto dimostrare di cosa l’uomo è capace quando perde proprio quei valori che Dio ha fatto scrivere sulle tavole. Le camere a gas non dimostrano che Dio non c’è. Dimostrano che è stato sconfitto. La sua onnipotenza non arriva a fermare la mano dei criminali. Forse dopo Auschwitz dobbiamo sentirci ancora più in colpa con lui. E forse dobbiamo ripensare il concetto di onnipotenza. Anche Dio può perdere.» Ci fu un lungo momento di silenzio. Giovani sentiva che Andrea stava pensando alle parole che erano volate, da una parte all’altra del letto, in quella stanza buia. Quel silenzio lo emozionò. Si ricordò di quanti pensieri analoghi, quanti interrogativi terribili sulla vita e sul futuro snocciolava con se stesso di notte, nella stanza che era oltre il corridoio. Pensò che è in quei momenti, buio e solitudine, che si fanno vive le paure più rimosse. Ma pensò anche che è in quei momenti che si cresce, che si costruiscono le difese e si rafforzano le certezze dei valori in base ai quali ciascuno decide il corso della propria esistenza. Quei dubbi fanno fondere corazze notturne, che non lasceranno mai chi le ha costruite e indossate. Per questo il silenzio di Andrea, come i suoi interrogativi, gli facevano amare ancora di più quel figlio che cresceva. Ma il silenzio si spezzò, come un vetro crepato. «Io penso allora che Dio, durante Auschwitz, pregasse. Me lo immagino inginocchiato, davanti alla foto di un bambino impiccato, mentre prega. Ma noi preghiamo Dio. Lui pregava gli uomini. Che non lo hanno ascoltato. Onnipotenti, nell’orrore, sono stati gli uomini. Lui soffriva e non gli restava che pregare.» «Sì, è una bella immagine. In fondo il fatto che Auschwitz ci abbia mostrato la fragilità di Dio ci fa capire che solo se gli uomini si faranno davvero a somiglianza della sua bontà eviteranno la fine del genere umano.» Ci fu ancora un silenzio. «Papà?» «Sì, Andrea, dimmi.» «Grazie, buonanotte.» «Buonanotte a te, figlio mio.» «Domani ritroviamo la mamma, vero?» «Sì, la ritroveremo, te lo prometto.» (p. 202-204)

Qui si può lascare davvero lo spazio alla riflessione, alle domande personali e di gruppo.
• «Il cuore, crogiolo dell’amore, ma anche del dolore»: può venire dal cuore dell’uomo tanta cattiveria e malvagità?
• Si possono giustificare le tragedie causate dall’uomo (come le stragi, le deportazioni, le persecuzioni, ecc …) con «il vuoto di amore che rende il cuore umano confuso», o c’è dell’altro? 5. La prova del dolore: la conferma della bellezza e del Nome di Dio La sequenza di canzoni, brani di letteratura e poesia, qui riportati offrono uno spunto per approfondire il ragionamento suscitato dall’affermazione: La prova del dolore: è la conferma della bellezza e del Nome di Dio.

Il giorno di dolore che uno ha

Quando tutte le parole sai che non ti servon più
quando sudi il tuo coraggio per non startene laggiù
quando tiri in mezzo Dio o il destino o chissà che
che nessuno se lo spiega perché sia successo a te
quando tira un po’ di vento che ci si rialza un po’
e la vita è un po’ più forte del tuo dirle «grazie no»
quando sembra tutto fermo la tua ruota girerà.

Sopra il giorno di dolore che uno ha.
Tu tu tu tu tu tu...

Quando indietro non si torna quando l’hai capito che
che la vita non è giusta come la vorresti te
quando farsi una ragione vorrà dire vivere
te l’han detto tutti quanti che per loro è facile
quando batte un po’ di sole dove ci contavi un po'
e la vita è un po’ più forte del tuo dirle «ancora no»
quando la ferita brucia la tua pelle si farà.

Sopra il giorno di dolore che uno ha.
Tu tu tu tu tu tu tu tu tu...

(Ligabue, da Il giorno di dolore che uno ha, WEA Italia, 1997)

 È possibile condurre una riflessione a partire dalla seguente traccia: 

• «Narcisi fragili e spavaldi». Questa è la condizione in cui viene «catalogata» la realtà dell’adolescenza di oggi. Ti riconosci in questa definizione?
• Condividi con Ligabue «che la vita non è giusta come la vorresti te»?
• Quando le cose si complicano e ti scontri con la realtà della sofferenza, «tiri in mezzo Dio, o il destino, o chissà che»?

6. Accettare il dolore? Etty Hillesum

Ieri, per un momento, ho pensato che non avrei potuto continuare a vivere, che avevo bisogno d’aiuto. La vita e il dolore avevano perso il loro significato, avevo la sensazione di ‘sfasciarmi’ sotto un peso enorme, ma anche questa volta ho combattuto una battaglia che poi all’improvviso mi ha permesso di andare avanti, con maggior forza. Ho provato a guardare in faccia il «dolore» dell’umanità, coraggiosamente e onestamente, ho affrontato questo dolore o piuttosto lo ha fatto qualcosa in me stessa, molti interrogativi disperati hanno trovato risposta, l’assurdità completa ha ceduto il posto a un po’ più d’ordine e di coerenza: ora posso andare avanti di nuovo. È stata un’altra breve ma violenta battaglia, ne sono uscita con un pezzetto di maturità in più. Ho scritto che mi sono confrontata col «dolore dell’Umanità» (questi paroloni mi fanno ancora paura), ma non è del tutto esatto. Mi sento piuttosto come un piccolo campo di battaglia su cui si combattono i problemi, o almeno alcuni problemi del nostro tempo. L’unica cosa che si può fare è offrirsi umilmente come campo di battaglia. Quei problemi devono pur trovare ospitalità da qualche parte, trovare un luogo in cui possano combattere e placarsi, e noi, poveri piccoli uomini, noi dobbiamo aprir loro il nostro spazio interiore, senza sfuggire. Forse, su questo punto, io sono davvero molto ospitale, a volte sono come un campo di battaglia insanguinato e poi lo pago con un gran sfinimento e con un forte mal di capo. Ma ora sono semplicemente me stessa: Etty Hillesum, una laboriosa studentessa in una camera ospitale con dei libri e con un vaso di margherite. Scorro di nuovo nel mio stretto alveo e il contatto con «Umanità», «Storia Universale» e «Dolore» s’è interrotto un’altra volta. Così dev’essere, del resto, altrimenti una persona impazzirebbe. Non ci si può sempre perdere nei grandi problemi, non si può essere sempre come un campo di battaglia; dobbiamo poter ricuperare i nostri stretti confini e continuare dentro di essi – scrupolosamente e coscienziosamente – la nostra vita limitata, mentre quei momenti di contatto quasi ‘impersonale’ con tutta l’umanità ci rendono ogni volta più maturi e profondi. Forse, in futuro, saprò esprimermi meglio, o farò dire queste cose a un personaggio di una novella o di un romanzo, ma sarà solo fra molto tempo (Diario, pp. 48-9)

La sofferenza non è al di sotto della dignità umana. Cioè: si può soffrire in modo degno, o indegno dell’uomo. Voglio dire: la maggior parte degli occidentali non capisce l’arte del dolore, e così vive ossessionata da mille paure. E la vita che vive la gente adesso non è più una vera vita, fatta com’è di paura, rassegnazione, amarezza, odio, disperazione. Dio mio, tutto questo si può capire benissimo: ma se una vita simile viene tolta, viene tolto poi molto? Si deve accettare la morte, anche quella più atroce, come parte della vita. E non viviamo ogni giorno una vita intera, e ha molta importanza se viviamo qualche giorno in più, o in meno? Io sono quotidianamente in Polonia, su quelli che si possono ben chiamare dei campi di battaglia, talvolta mi opprime una visione di questi campi diventati verdi di veleno; sono accanto agli affamati, ai maltrattati e ai moribondi, ogni giorno – ma sono anche vicina al gelsomino e a quel pezzo di cielo dietro la mia finestra, in una vita c’è posto per tutto. Per una fede in Dio e per una misera fine. Si deve anche avere la forza di soffrire da soli, e di non pesare sugli altri con le proprie paure e coi propri fardelli. Lo dobbiamo ancora imparare e ci si dovrebbe reciprocamente educare a ciò, se possibile con la dolcezza e altrimenti con la severità… È un modo di esser blasé? No, è un vivere la vita mille volte minuto per minuto, e anche un lasciare spazio al dolore, spazio che non può essere piccolo, oggi. E fa poi gran differenza se in un secolo è l’Inquisizione a far soffrire gli uomini, o la guerra e i pogrom in un altro? Assurdo, come dicono loro? Il dolore ha sempre preteso il suo posto e i suoi diritti, in una forma o nell’altra. Quel che conta è il modo con cui lo si sopporta, e se si è in grado di integrarlo nella propria vita e, insieme, di accettare ugualmente la vita. Sto teorizzando dietro la mia scrivania, dove ogni libro mi circonda con la sua familiarità, e con quel gelsomino là fuori? È solo teoria, non ancora messa alla prova da nessuna pratica? Non lo credo più. Tra poco sarò messa di fronte alle estreme conseguenze… E insieme sono certa che la vita è bellissima, degna di essere vissuta e ricca di significato. Malgrado tutto. Il che non vuol dire che uno sia sempre nello stato d’animo più elevato e pieno di fede. Si può esser stanchi come cani dopo aver fatto una lunga camminata o una lunga coda, ma anche questo fa parte della vita, e dentro di te c’è qualcosa che non ti abbandonerà mai più. (Diario, 136-7)

Bene, io accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale annientamento. Ora lo so. Non darò più fastidio con le mie paure, non sarò amareggiata se altri non capiranno cos’è in gioco per noi ebrei. Una sicurezza non sarà corrosa o indebolita dall’altra. Continuo a lavorare e a vivere con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato, anche se non ho quasi più il coraggio di dirlo quando mi trovo in compagnia. La vita e la morte, il dolore e la gioia, le vesciche ai piedi estenuati dal camminare e il gelsomino dietro la casa, le persecuzioni, le innumerevoli atrocità, tutto, tutto è in me come un unico, potente insieme, e come tale lo accetto e comincio a capirlo sempre meglio – così, per me stessa, senza riuscire ancora a spiegarlo agli altri. Mi piacerebbe vivere abbastanza a lungo per poterlo fare, e se questo non mi sarà concesso, bene, allora qualcun altro lo farà al posto mio, continuerà la mia vita dov’essa è rimasta interrotta. Ho il dovere di vivere nel modo migliore e con la massima convinzione, sino all’ultimo respiro: allora il mio successore non dovrà più ricominciare tutto da capo, e con tanta fatica. Non è anche questa un’azione per i posteri? (Diario, 138-9) Giovedì mattina, le nove e mezzo. E parole come Dio e Morte e Dolore e Eternità si devono dimenticare di nuovo. Si deve diventare un’altra volta così semplici e senza parole come il grano che cresce, o la pioggia che cade. Si deve semplicemente essere… Venerdì mattina. Una volta è un Hitler; un’altra è Ivan il Terribile, per quanto mi riguarda; in un caso è la rassegnazione, in un altro sono le guerre, o la peste e i terremoti e la carestia. Quel che conta in definitiva è come si porta, sopporta, e risolve il dolore, e se si riesce a mantenere intatto un pezzetto della propria anima. Se sopravviverò a questo tempo e se allora dirò: la vita è bella e ricca di significato, bisognerà pur credermi. Se tutto questo dolore non allarga i nostri orizzonti e non ci rende più umani, liberandoci dalle piccolezze e dalle cose superflue di questa vita, è stato inutile.(Diario, 185) Credo di vedere sempre meglio gli abissi che inghiottono le forze creative e la gioia di vivere dell’uomo. Sono buche che ingoiano tutto e queste buche sono nella nostra stessa anima. A ciascun giorno basta la sua pena. Inoltre: l’uomo soffre soprattutto per la paura del dolore.. La realtà è qualcosa che bisogna prendere su di sé, con tutto il suo dolore e con tutte le sue difficoltà, e intanto che la si sopporta, la nostra pazienza aumenta. Ma l’idea del dolore – non il dolore ‘vero’, che è fruttuoso e può render la vita preziosa –, quella va distrutta. E se si distruggono i preconcetti che imprigionano la vita come inferriate, allora si libera la vera vita e la vera forza che sono in noi, e allora si avrà anche la forza di sopportare il dolore reale, nella nostra vita e in quella dell’umanità. (Diario, 223-4)

Come eravamo giovani solo un anno fa su questa brughiera, Maria, ora siamo un tantino più vecchi. Noi stessi non ce ne rendiamo veramente conto: siamo stati marchiati dal dolore, per sempre. Eppure la vita è meravigliosamente buona nella sua inesplicabile profondità, Maria – devo ritornare sempre su questo punto. E se solo facciamo in modo che, malgrado tutto, Dio sia al sicuro nelle nostre mani, Maria. (Lettere 149)

Che testimonianza stupenda! «Quel che conta in definitiva è come si porta, sopporta, e risolve il dolore, e se si riesce a mantenere intatto un pezzetto della propria anima». Ma tante tante espressioni (non esercizi letterari, ma comprensioni profonde vissute sulla propria pelle) interrogano: la vita è bella nonostante; accogliere nell’«ospitalità» personale i grandi problemi del mondo; il dolore che allarga gli orizzonti e rende più umani; conservare Dio al sicuro nelle nostre mani al di là di tutto…

• Si provi a discutere questo, a vedere come può cambiare il nostro modo di percepire, capire, affrontare il dolore. E se dà una risposta alla sofferenza che travalica la nostra vita. E se aiuta a collocare Dio al suo giusto posto, come luce e forza per la vita, come invito a non mollare, come testimone accanto.

7. Apprendere a «sentire». Il cuore contro l’anaffettività giovanile o l’apatia

Eppure sentire

A un passo dal possibile
A un passo da te
Paura di decidere
Paura di me
Di tutto quello che non so
Di tutto quello che non ho

Eppure sentire
Nei fiori tra l’asfalto
Nei cieli di cobalto – c’è
Eppure sentire
Nei sogni in fondo a un pianto
Nei giorni di silenzio – c’è
un senso di te
C’è un senso di te

Eppure sentire
Nei fiori tra l’asfalto
Nei cieli di cobalto – c’è
Eppure sentire
Nei sogni in fondo a un pianto
Nei giorni di silenzio – c’è

Un senso di te
C’è un senso di te …

(Elisa, da Soundtrack ’96-‘06, Sugarmusic, 2006)

Qui entrano in causa alcune modalità degli adolescenti e giovani (ma non solo) di affrontare
il dolore o di riconoscerlo: analfabetismo emotivo, abitudine alla morte neutra… la cura
del dolore…
E si apre davvero la via per un’educazione del cuore: che sappia accogliere, riconoscere, condividere.
• «L’esistere moltiplicando le cure palliative per immunizzare la vita dal dolore» sono effettivamente
efficaci?
Attrezzano l’uomo ad affrontare l’esistenza?
• «La formazione alla sofferenza è una questione affettiva»: chi ha il compito di educarci
alla vita fatta di gioie e dolori?
• Durkheim diceva nel suo testo «Il suicidio» (1897): «Il tasso dei suicidi giovanili nei paesi cattolici è significativamente più basso che in quelli dei paesi protestanti, in quanto la religione cattolica richiede maggior comunione e condivisione dell’esperienza umana e religiosa». Lo condividi, perché?

… È che ho scambiato Dio per un uomo e ho sbagliato. Ma tu questo mio errore lo vorresti cancellare dalla mia mente. Nessun uomo, se non ha tanto sofferto, può pronunciare il nome di Dio … (Alda Merini, da La carne degli angeli, Frassinelli, 2003)

• «Non c’è formazione alla sofferenza, alla maturazione del cuore, che non arrivi a pronunciare il Nome di Dio»: solo chi soffre o ha sofferto allora può veramente credere in Dio?

Il nemico della gioia non è il dolore, ma l’apatia Il sentire è quella facoltà senza la quale non avremmo accesso al valore delle cose, e al disvalore che le minaccia. Alla loro bellezza e alla loro fragilità, ai beni e ai mali dell’esistenza. È dunque ciò senza di cui nessuna azione sembrerebbe valere la fatica che costa, nessuna decisione potrebbe apparire migliore di un’altra, nessun esercizio di libertà sarebbe dunque praticabile. La vita allora sarebbe solo un carico, ma nulla di cui farsi carico. Perché nessuna presa di posizione avrebbe un senso: e dunque nessuna responsabilità, nessun dovere di rispondere delle nostre azioni e delle nostre parole ci parrebbe vincolante. E questo è il perfetto stato di apatia, diabolica caricatura della quiete, del distacco, dell’abbandono di chi ‘vive volentieri’. Ecco una pagina del diario dell’apatico: «Non prendo gusto a niente, né a camminare – è una fatica; né a sdraiarmi perché allora bisognerebbe o restare distesi a lungo ed è quello che non ho voglia di fare, o alzarsi subito dopo e neppure di questo ho voglia…invano cerco qualcosa che possa mettermi in gioco…insomma, non ho neppure voglia di annotare quello che ho appena scritto, né di cancellarlo». È Kierkegaard che parla, e descrive come meglio non si potrebbe l’accidia, vale a dire uno stato depressivo profondo, che come si vede si accompagna alla suprema stanchezza. All’esaurimento di ogni vita, all’appiattimento di ogni differenza, allo svuotamento di senso di ogni alternativa. E questo un’ultima cosa ancora ce la suggerisce, forse: un’ultima piccola verità che può ben servire da congedo per chi scrive, e da augurio per ognuno. Il rigoglio, la fioritura, la felicità di una vita non si oppone affatto alla sofferenza, che è un modo del patire, ma all’apatia, che è la corona triste della suprema stanchezza. Si oppone al vuoto, all’indifferenza, all’aridità. All’anima morta che si lamenta di esser tale: «Tu non sei morta, ma se’ ismarrita/anima nostra che sì ti lamenti…» (Dante). Felicità la piena attivazione, il vigere dalla superficie all’estrema profondità, di tutti gli strati del sentire che ci costituiscono. Forse per questo non esiste piena felicità che là dove il sentire si risveglia e ci scopre più grandi, più vivi, così che sentiamo in noi il respiro che si allarga, mentre si fa più capace e più puro il sentimento della realtà. E questo avviene in ogni nuovo amore, nel suo felice consentire a ciò che esiste. (Roberta De Monticelli)

9. L’angolo della poesia

919 (1864) / F982 (1865)

If I can stop one Heart from breaking
I shall not live in vain
If I can ease one Life the Aching
Or cool one Pain
Or help one fainting Robin
Unto his Nest again
I shall not live in vain.

Se potrò bloccare un Cuore dallo spezzarsi
Non sarò vissuta invano
Se potrò alleviare di una Vita il Soffrire
O smorzare una Pena
O aiutare un languente Pettirosso
Di nuovo verso il suo Nido
Non sarò vissuta invano.

(da Emily Dickinson, Tutte le poesie, n. 919)

La vita acquista significato nel rapporto con gli altri e con la natura. Anche un solo gesto d’aiuto o di compassione basta a renderla degna di essere vissuta.

10. Testimoni di un dolore: Gesù crocifisso

Mio fiume anche tu
Giuseppe Ungaretti

Vedo ora nella notte triste, imparo,
So che l’inferno s’apre sulla terra
Su misura di quanto
L’uomo si sottrae, folle,
Alla purezza della Tua passione.
Fa piaga nel Tuo cuore
La somma del dolore
Che va spargendo sulla terra l’uomo;
Il Tuo cuore è la sede appassionata
Dell’amore non vano.
Cristo, pensoso palpito,
Astro incarnato nell’umane tenebre,
Fratello che t’immoli
Perennemente per riedificare
Umanamente l’uomo,
Santo, Santo che soffri,
Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,
Santo, Santo che soffri
Per liberare dalla morte i morti
E sorreggere noi infelici vivi,
D’un pianto solo mio non piango più,
Ecco, Ti chiamo, Santo,
Santo, Santo che soffri

Dopo aver assistito agli orrori della guerra ed esser stato testimone del dolore che l’uomo, quando dimentica Dio, sa causare al suo simile, il poeta si rivolge a Cristo chiedendogli, tacitamente, di «farsi presente», di porsi accanto all’uomo di ogni tempo, nel momento del Getzemani che tutti, prima o poi, nella vita, sono chiamati ad attraversare. Un modo davvero diverso di porsi di fronte al dolore e di capirlo, viverlo, condividerlo. Una possibile chiave di comprensione, di accettazione, di senso: Gesù, l’uomo dei dolori (vedi Isaia e l’esperienza del Calvario).
• «Solo un amore autentico, assicurato all’alleanza con Dio, sa stringersi al dolore, per dare forma credibile al vivere»: di fronte a questa affermazione non ci sono più domande, ma solo un confronto con la vita di alcuni santi o cristiani coraggiosi. Prova a leggere qualcuna delle biografie di santi o personaggi che conosci.

11. Un approccio dall’arte

Frida
La colonna spezzata,
Frida Kahlo, (Coyoacán, 6 luglio 1907 – Coyoacán, 13 luglio 1954)

La colonna spezzata, 1944, olio su tela riportato su masonite, 40 x 30,5 cm, Città del Messico, Museo Dolores Olmedo Patiño.

«I miei poveri versi
sono brandelli di carne
nera disfatta chiusa,
e saltano agli occhi impetuosi;
sono orgogliosa della mia bellezza;
quando l’anima è satura dentro
di amarezza e dolore
diventa incredibilmente bella
e potente soprattutto.
Di questa potenza io sono orgogliosa
ma non d’altre disfatte»

L’estratto della poesia di Alda Merini riporta poeticamente il significato di questo dipinto: il coraggio di vedere in faccia un dolore che segna profondamente chi ne è colpito. È questa la modalità con cui Frida Kahlo decise di gestire e di illustrare il proprio male interiore e fisico durante tutto il corso della sua stoica anche se sfortunata esistenza. «Non sono malata, sono a pezzi» così amava definire se stessa la pittrice messicana. Frida Kahlo è la prima pittrice (per necessità espressiva, non per mestiere) che nei suoi quadri è riuscita a togliere dall’inespresso cose come il parto, la morte, la sofferenza, con una crudezza mai vista prima. Nell’immagine Frida è allo specchio, quello che sua madre le aveva fatto incastonare nel baldacchino del suo letto dopo il gravissimo incidente che la ragazza aveva subito quando aveva solo 18 anni. L’incidente la distrusse, la costrinse a letto per mesi e creò traumi irrisolvibili al suo fisico già sconvolto dalla poliomelite avuta in età infantile. Eppure, proprio in questa immobilità forzata e duratura, Frida scoprirà nell’attività pittorica uno strumento per esprimere tutta se stessa, con quel suo linguaggio tutto particolare. Il suo è uno stile arcaico (la «colonna» vertebrale di stile ionico, la bidimensionalità della figura, i colori piatti) e nel contempo moderno (tutto il verismo che carica le sopracciglia, i dettagli meticolosi come i fili dei capelli, i surrealistici chiodi). Il corpo a corpo forzato con la propria immagine è ciò che portò Frida ad esprimere nei vari autoritratti, che rispecchiano di volta in volta il suo stato d’animo nella forma più disincantata e pungente, il dolore e l’emozione in una forma così potente. Eppure, il suo volto è fermo, serio, le sue lacrime sono come cristallizzate … non c’è spettacolarizzazione del sentimento, né ricerca di compatimento, né un’espressione «squisitamente» e «accademicamente» patetica e straziante. Quello della messicana è un dolore consapevole, lacerante, espresso sulla tela, ma gestito con dignità e (sappiamo da filmati, biografie e dal suo stesso diario) superato con forza d’animo più volte nella sua vita. Il dolore la rese affascinante, profonda, bella. Infatti, più avanti, la gamba le verrà amputata, ma al suo posto la pittrice porterà uno sti- valetto rosso con molti sonagli: con il suo stile eccessivo, ella non nega così la tragedia personale, ma la trasforma in elemento espressivo che la mette in comunicazione con gli altri, in modo attivo e positivo.
• Quali reazioni mi provoca in genere l’esperienza di dolore? Come mi comporto quando vi sono esposto?
• Cosa provo quando vedo immagini di dolore e disperazione al telegiornale? Sono in grado di combattere la tentazione di scadere nel cinismo o nel pietismo?
• Sono capace di gestire i miei momenti di dolore con dignità, responsabilità e affidamento a Dio?
• Riesco a scorgere il significato vero della morte in Croce di Gesù o preferisco evitare l’argomento?
• So testimoniare a chi mi sta attorno la speranza come compagna del dolore?

12. E allora, quale la tua risposta convinta e convincente alla domanda di partenza: Perché cosmo e cuore umano sono accaniti pubblici ministeri dell’infinito processo contro Dio?

Per continuare (o materiali diversi da sfruttare)…

Film (schede film scaricabili da www.acec.it)
• VAJONT 9 OTTOBRE ‘63, di Marco Paolini, Italia 2008, Warner Home Video.
• MILLION DOLLAR BABY, di Clint Eastwood, USA 2004, 01 Distribution.
• SCHINDLER’S LIST, di Steven Spielberg, USA 1993, Universal Picture.
• HOTEL RWANDA, di Terry George, Canada, Gran Bretagna, Italia, Sudafrica 2004, United Artist.
• AL DI LÀ DEI SOGNI, di Vincent Ward, USA 1998, Universal Picture.
• IL COLORE DELLA LIBERTÀ, di Billie August, Belgio, Gran Bretagna, Lussemburgo, Sudafrica 2007, Istituto Luce.
• FRIDA, di Julie Taymor, USA 2002, Miramax.
• LO SPAZIO BIANCO, di Cristina Comencina, Italia 2009, 01 Distribution.
• L’ARIA SALATA, di Alessandro Angelini, Italia 2006, 01 Distribution.

Libri
• C. Mc Carthy, La strada, Einaudi 2007.
• F. Dostoevskij, L’idiota, Garzanti 2008.
• C.S. Lewis, Le lettere di Berlicche, Mondadori 2000.
• A.L. Bondoux, Le lacrime dell’assassino, San Paolo 2009.
• E. Gilbert, Mangia, prega, ama, Rizzoli 2007.
• P. Rovereto, Tu mandami a dire, Bompiani 2005.
• V. Mancuso, Il dolore innocente. L’handicap, la natura e Dio, Mondadori 2008
• CEI, Lettera ai cercatori di Dio (cap. 1: Felicità e sofferenza)

Musica
• Ligabue, IL GIORNO DEL DOLORE CHE UNO HA, WEA Italia, 1997.
• Evanescence, MY IMMORTAL, Big Wig Enterpises, 2000.
• F. Guccini, HO ANCORA LA FORZA, EMI Italia, 2000.
• F. Mannoia, FRAGILE, Columbia, 2001.
• T. Ferro, ALLA MIA ETÀ, EMI Italia, 2008.

Sussidi

Rimandiamo a NPG 8/2009, l’articolo Dolore e malattia di Francesca Moratti, proprio all’interno di una rubrica «Giovani cercatori di Dio», la puntata n. 8: anche in http://www.cnos.org/cnos/index.php?option=com_content&view=article&id=557:dolore-emalattia&catid=69:giovani-cercatori-di-dio-in-allestimento&Itemid=106 con altri spunti di riflessioni e schede di lavoro di gruppo.