Perché nessuno può essere davanti a Dio rappresentante legale di nessuno?

Inserito in NPG annata 2010.

 

a cura dell’Ufficio PG-ILE – Giancarlo De Nicolò – Cristiana Freni

(NPG 2010-08-10)


Il percorso

Continua l’approfondimento del “nome” di Dio, quasi un’esplicitazione del comandamento del “non nominarlo invano”, un nominare nel senso dell’appropriarsi, dell’utilizzarlo come strumento legittimante o di imposizione delle proprie ideologie. Da questo punto di vita interessante una rilettura “teologica” del comandamento, e della prima Tavola delle leggi, quelle propriamente riferite al rapporto con Dio. In effetti la strumentalizzazione (ideologica, politica, financo religiosa) del “nome di Dio” è una delle più terribili azioni dell’uomo, soprattutto quando questo diventa violenza, oppressione, distruzione. Nel cammino verso Dio, verso il “Tu” di Dio, questo è un passo necessario di purificazione, di verità. E diventa anche la riscoperta della “prima persona” del soggetto, la scoperta del proprio “io” nella sua profondità, nella sua individualità relazionale e responsabile. In questa scheda di approfondimento rimandiamo anche alla puntata precedente, per quanto riguarda “il nome di Dio”, e in questa restiamo essenzialmente sul risveglio della propria identità proprio al cospetto del “Tu” di Dio.

LA PRIMA PERSONA SINGOLARE

«La relazione con Dio è così: estranea a finzione, esibizionismo, spettacolarizzazione mediatica, è custode gelosa dell’aut-aut della profondità che solo se frequentata in prima persona può essere conosciuta e analizzata nel suo proprium». La sequenza di canzoni, brani di letteratura e poesia, qui riportati offrono uno spunto per approfondire il ragionamento suscitato dall’affermazione riportata. È possibile condurre una riflessione a partire dalla seguente traccia:

1. Nel paese dei cyborg

Una città qualunque, sul pianeta industrializzato. Per le strade ci sono uomini e donne che camminano parlando da soli. Alcuni, con passo svelto, muovono labbra concentrati, lo sguardo sul marciapiedi, gesticolando con decisione. Da un loro orecchio punta un filo, che sparisce chissà dove, in una tasca o in qualche misterioso contenitore mimetizzato sotto i vestiti. Altri si aggirano sur place. Sono apparentemente rilassati, nell’atteggiamento di chi si è preso qualche minuto di ozio. Tengono in mano, quasi incollato alla guancia, un oggetto piccolo piccolo, di varia foggia e colore. Sembrano osservare il cielo. Sorridono svagati. Passano le auto, ingorgate nel traffico. Dentro, altre persone che borbottano. Gli occhi sulla carreggiata, le mani sul volante. E le labbra che si muovono. Qualcuno tiene la testa piegata di lato. Fra l’orecchio e la spalla, incastrato e nascosto, c’è il solito oggetto misterioso. In una piazza un gruppo di ragazzini con lo zaino sulle spalle tiene qualcosa fra le mani, gli occhi sul display luminoso. Le dita corrono veloci su tasti grigi, mentre l’oggetto dondola pericolosamente, sempre in bilico fra il controllo e la caduta. Ovunque, nel rumore bianco e spesso, si fanno strada frammenti di melodie elettroniche: alcune sono sonate classiche, rivisitate da un sintetizzatore; altre sono piccoli jingles da discoteca. Non appena i suoni si fanno sentire, scattano comportamenti rituali: mani che frugano tasche e borsette, una lieve ma palpabile tensione nella ricerca. Qualcuno si allontana dal gruppo in cui si trova, o interrompe bruscamente una conversazione; qualcun altro si mostra spazientito e chiede scusa al suo interlocutore. Una ragazza guardando il display trattiene il respiro: forse aspetta da minuti interminabili. È un paesaggio noto, in cui ci muoviamo con confidenza, di cui sappiamo le regole: è il mondo con il cellulare, il paese dei cyborg. Il telefono mobile fa parte della nostra vita al punto che siamo arrivati a considerarlo una protesi naturale, qualcosa di organico e inorganico insieme. Inglobato nel nostro corpo e nella nostra vita di relazione, questo oggetto così giovane ha determinato svolte radicali nei comportamenti e nei linguaggi, cioè nella società intera. Eppure, dieci anni fa, sembrava un gadget di alto consumo vistoso per le élites. Dalla metà degli anni Novanta, in concomitanza con l’avvento del GSM, e in Italia con la progressiva liberalizzazione del mercato, il cellulare è divenuto un fatto di massa. Negli ultimi anni del millennio la sua crescente diffusione fra i giovani ne ha fatto un vero e proprio nuovo medium, che anche le generazioni più anziane hanno imparato a utilizzare. Anni decisivi per noi tutti e per il nostro modo di vivere. Descrivere il telefono mobile, oggi, significa stilare un rapporto su come siamo, comunichiamo, ci parliamo e scriviamo, insomma su come passiamola maggior parte del nostro tempo. Raccontare il cellulare significa raccontare noi stessi, il cyborg del Duemila. (F. Colombo, Il piccolo libro del telefono. Una vita al cellulare, Bompiani, 2001)

• «“Dove sei?”. Quando c’è campo questa domanda perseguita ormai il cliente, esponendolo ad una visibilità e rintracciabilità persino fastidiose». Questa affermazione, oltre a definire una delle “persecuzioni” a cui è sottoposto l’uomo contemporaneo, richiama alla memoria una delle domande indisponibili dell’esistenza: “dove sei?, a quale livello ti posizioni nel tempo, nello spazio, nella vita?
• Le domande fondamentali dell’uomo (chi siamo? da dove veniamo? dove andiamo?) seguono ancora il gusto corrente?

2. Oltre il cortile

Il brutto anatroccolo aveva passato una giovinezza infame. Nel cortile dov’era nato ce n’eran d’ogni specie: tacchini, oche, polli e anatre, appunto un po’ appartate in verità, perché le anatre vivevano in uno stagno a due passi dalla fattoria. Alle cinque in punto, il gallo, tornando dai suoi bagordi immancabilmente ubriaco, svegliava tutti con i suoi schiamazzi prima di andarsene a dormire, e allora cominciava il solito tran tran. Ogni mamma metteva in fila i piccoli e se li trascinava dietro per la camminata mattutina, sempre uguale, sempre per un identico percorso, senza mai variare un solo giorno: si salutava la lepre, si riveriva il pavone, si cercava di evitare il gatto e si aspettava il becchime dal padrone: poi ci s’infilava in acqua uno dietro l’altro e guai a scontare o allontanarsi, anche per un solo istante. Le giornate più belle in fondo erano quelle delle di pioggia, quando tutti gli altri animali restavano al coperto per la paura di bagnarsi e le anatre eran le sole a girare qua e là. La sera tutti i piccoli andavano a nanna e le mamme e i papà si riunivano al centro dell’aia a parlottare e starnazzare contro i vicini, contro i padroni, contro la scarsità del cibo, i pericoli, il cielo, il postino, i bambini che non li lasciavano in pace, contro i rumori, il calo e le uova che non erano più quelle di una volta. Dopo tanto chiasso si salutavano e andavano a dormire, e il giorno dopo ricominciava tutto da capo, allo stesso modo. Il brutto anatroccolo non piaceva a nessuno perché era nato più grosso dei suoi fratellini, tutto bianchiccio e spennato, e con due ali incredibilmente corte, e invece di «pio pio» faceva «gra gra». Gli abitanti del cortile lo sbeffeggiavano di continuo e gli facevano il verso al passaggio. La madre sospettava che fosse venuto fuori dall’uovo di un’altra nidiata, chissà quale, poi. Il padre si sentiva spuntare le corna solo a vederlo. Ma d’altronde nemmeno a lui piacevano gli altri, non condivideva i loro giochi, non capiva i loro discorsi sempre così uguali e la loro paura, ma pensieri dentro, quelli sì, solo che doveva tenerseli per sé perché nessuno lo avrebbe ascoltato. Quando poteva, magari di nascosto, dietro qualche cespuglio, provava a raccontarseli da solo, a bassa voce per non farsi scoprire, e gli parevano belli, e nuovi e proprio suoi. Poi, un giorno di primavera, si accorse di saper cantare: ma non come gli usignoli o i canarini, piuttosto come il vento, come il bubbolio di un temporale, con un tono grave, basso e rasposo. E proprio quel giorno, specchiandosi nello stagno e vedendosi brutto come sempre, notò che anche il passaggio intorno si rifletteva in quello specchio d’acqua. Com’erano diverse le piante, le nubi, le montagne così capovolte! E com’era azzurro sfumato, tremolante, quel mondo riflesso! «Ma allora, - pensò, - non esiste solo l’aia, non esiste solo il sentiero di tutti i giorni». Per accertarsene colpì la superficie dello stagno e la visione per un attimo si confuse, svanì. Poi subito tornò limpida, serena come pri- ma. «Allora esiste un mondo mio! Un piccolo mondo che io posso far apparire e sparire! Che sia questo, sognare?». Alzò lo sguardo; soltanto allora notò quanto fosse alto il sole e quante montagne imbiancate spuntassero dietro alle querce e ai pini che conosceva da quando era nato. Si sentì invadere da una gioia immensa che a stento il piccolo cuore riusciva a contenere, e quasi senza accorgersene si trovò fuori strada, là dove non era mai arrivato. E ascoltò il rospo, seguì una fila di formiche: e s’immaginò di conversare con il rospo, di dare una mano alle formiche. E quanti fiori diversi! Ma a cosa servono i fiori? E i ruscelli! Ma dove vanno? Perché si agitano tanto? E i sentieri! Come mai tutti questi sentieri? E li lasciò trasportare ogni giorno su un ruscello diverso, e seguì uno per uno tutti i sentieri, e vide frutti nuovi, spazi verdissimi e grano alto da perdercisi dentro. E imparò a parlare con l’acqua, con le rose e con il grano, e la sera, quando prima di addormentarsi cantava, era come se tutte quelle cose si acquietassero e prendessero sonno con lui, dandogli appuntamento al giorno dopo. Il brutto anatroccolo aveva passato un giovinezza infame, ma quel tempo era trascorso, e forse trascorso per sempre. Il primo giorno d’autunno, al tramonto, apparve in cielo uno stormo di candidi uccelli dai lunghi colli flessuosi. – Sono cigni, – gli disse una vespa. – Migrano verso paesi caldi. Il brutto anatroccolo non aveva mai visto niente di più bello e gli venne una storta al collo per continuare a guardarli, mentre gridano la loro gioia volavano tutti insieme incontro al sole calante. Abbassò lo sguardo, si specchiò nello stagno e si rivide brutto come sempre, così diverso, così lontano da quella bellezza. Ma quella gioia, quella leggiadria, quel canto sublime sarebbero rimasti dentro di lui eternamente. Non era un cigno, non lo sarebbe mai stato: chissà da che uovo era venuto fuori tanto tempo prima, ma sicuramente non di cigno. Così quella sera, dopo aver addormentato tutti i suoi amici col canto, piegò la testa e sognò. Sognò di essere un meraviglioso brutto anatroccolo. (R. Vecchioni, Diario di un gatto con gli stivali, Einaudi, 2006).

• «La crisi di tante forme contemporanee della relazione con Dio viene forse dalla crisi di profondità che attraversa la società dell’apparire». Quanto è importante capire chi siamo e a cosa siamo chiamati?
• Come si può evitare la tentazione comune di vivere in superficie e, di conseguenza, di realizzare una vita mancata?

Hai un momento Dio

C’ho un po’ di traffico nell’anima
non ho capito che or’è
c’ho il frigo vuoto
ma voglio parlare
perciò paghi te
Che tu sia un angelo od un diavolo
ho tre domande per te:
chi prende l’Inter, dove mi porti
e di’, soprattutto, perché?
Perché ci dovrà essere un motivo, no?
Perché? Forse la vita la capisce chi è più pratico

Hai un momento, Dio?
No, perché sono qua
insomma ci sarei anch’io
Hai un momento, Dio?
o te o chi per te
avete un attimo per me?

Li pago tutti io, i miei debiti
se rompo pago per tre
quanto mi costa una risposta da te,
di’, su, quant’è?
Ma tu sei lì per non rispondere
e indossi un gran bel gilet
e non bevi niente o io non ti sento,
com’è? Perché’?
Perché ho qualche cosa in cui credere
perché non riesco mica
a ricordare bene cos’è

Hai un momento, Dio?
No, perché sono qua
se vieni sotto offro io
Hai un momento, Dio?
lo so che fila c’è,
ma tu hai un attimo per me?

Nel mio stomaco son sempre solo
nel tuo stomaco sei sempre solo
ciò che sento, ciò che senti
non lo sapranno mai

Almeno di’ se il viaggio è unico
e se c’è il sole di là
se stai ridendo, io non mi offendo
però, perché
perché nemmeno una risposta ai miei perché
perché non mi fai fare
almeno un giro col tuo bel gilet?

Hai un momento, Dio?
No, perché sono qua
insomma ci sarei anch’io
Hai un momento, Dio?
o te o chi per te
avete un attimo per me?
(L. Ligabue, da Buon Compleanno Elvis, WEA, 1995)

3. Pensare Dio

Caro Paolo, dopo la lettura del bel romanzo di Antonio Tabucchi, Sostiene Pereira, ti era presa fissa, come il protagonista, con la questione della resurrezione della carne. Allora fu la meditazione sui cinquecentomila cadaverini dei bambini del Lago Victoria in Ruanda a risolvere il problema: il mistero della loro morte, come quello dei moncherini di Sarajevo, invocavano il diritto a un riscatto nella pienezza dei tempi, a una vita senza fine, a una bellezza infinita. A partire dalla vigilia del Giubileo – ricordi? – ti è presa fissa con l’idea, il tormento, di «pensare Dio». Se non addirittura di dimostrare l’esistenza di Dio, cosa impossibile anche al più acuto dei teologi e dei filosofi, di cercare la «credibilità di Dio» di fronte alla ragione umana, alla nostra cultura, di fronte ai tuoi stessi dubbi. L’ossessione, insomma, di dire ai tuoi amici non credenti, ai giovani, che la fede in Dio è razionale, o comunque ragionevole; l’ossessione di tornare alle fonti dell’Assoluto, di rispondere alla diffusa – quasi rassegnata – sensazione che «i cieli siano vuoti». […] Tuttavia questo tempo di passaggio che ci ha dato da vivere ci propone una cultura di massa decristianizzata, con istruzioni più povere e marginali; ci istilla il dubbio feroce – e in realtà fertile per la nostra fede – che il cristianesimo sia quello che il mondo pensa: un’esperienza religiosa legata alla civiltà rurale e contadina in via di estinzione, una bella fiaba da rispolverare sotto Natale e magari a Pasqua, come colla buonista, come sentimentalismo vago, in realtà del tutto superfluo e addirittura di impaccio nella ferialità della vita. E le risposte dei credenti appaiono flebili vocii di fronte ai pulpiti potenti del mercato, delle grandi televisioni, delle severe leggi della concorrenza, del successo, imbranate persino di fronte al dolore e al mistero della morte. […] Io penso che l’intelligenza, la ragione siano doni portentosi di Dio e noi dobbiamo usarli. La sproporzione tra la nostra cultura laica, universitaria, scolastica, professionale, tecnica e tecnologica, e la nostra cultura religiosa è evidente e noi siamo talmente presi dalla ferialità, dal peso della quotidianità, che rischiamo di restare nani nell’approfondimento dei contenuti della fede. […] Ma la relazione con Dio deve essere coltivata. Capisco il tuo tormento: presentare Dio, il cristianesimo e il suo Fondatore come una sfida, come un’alternativa valida, affascinante, attraente, realizzante, per i ragazzi che ascoltano il metal e affollano le discoteche, come una proposta che non pone negazioni ma affermazioni. (P. Giuntella, Strada verso la libertà. Il cristianesimo raccontato ai giovani, Paoline 2004).

• La relazione con Dio richiede una profondità che lo stile di vita odierno ritiene “sorpassato”: come credi sia possibile dare qualità a questa relazione?

 

4. Un approccio dall’arte

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Natività, George de La Tour (1593 – 1652), cm. 76x91, Rennes, Musée des Beaux-Arts et d’Archéologie, olio su tela, 1648 circa.

Cosa succede nell’immagine? Cosa stanno facendo le due donne? George de La Tour, il pittore francese autore di questa tela, regala a noi, spettatori del vorticoso terzo millennio, una splendida immagine di docilità e dolcezza tutta concentrata e sospesa nell’evento natalizio. Può sembrare, infatti, questa, un’immagine emblematica della contemplazione, della pausa dalle attività domestiche che una madre si prende per stare alla presenza di suo figlio. La verità è che de La Tour, un pittore della cui biografia non si conosce molto, è un ottimo illusionista. Il fulcro delle sue tele è senza dubbio la luce. L’artista sa benissimo come ammaliare il proprio pubblico (questa è una delle pochissime certezze che si evincono dalla critica entusiasta che egli seppe suscitare tra i suoi contemporanei e persino alla corte di Francia) e lo fa tramite quest’uso così particolare d’una luce di candela, che sa evidenziare oppure oscurare i vari elementi del soggetto dipinto. Eppure, per cogliere con attenzione le sensazioni che questa immagine suscita, è importante provare a svelare qualcuno degli affascinanti trucchi, proprio come lui stesso fece nel più famoso dei suoi dipinti, mostrando le carte del baro con complicità. In questa composizione, lo sguardo è attirato innanzitutto dal bambino dormiente e dal colore caldo della veste composta indossata da Maria; si rimane invece talmente abbagliati dalla luce sulla figura di sinistra, cosicché il forte chiaroscuro induce l’occhio umano a coglierne solo la massa, e molto meno i dettagli. Quindi, la luce e la prima impressione data da questa tela sembrano suggerire un’immagine di Maria come giovane donna dal volto docile e vellutato, presumibilmente una contadinella semplice e amorevole, anche se il retrogusto che lascia non è affatto romantico, né bucolico, né idealizzato. Il perché è nascosto nell’ombra: Maria ha i capelli diligentemente raccolti in un foulard senza vezzi, non del consueto celeste, acconciato in una posa molto più pratica che estetica. La mano liscia della giovane madre in luce, fa quasi dimenticare l’altra, che trattiene con dolce fermezza il figlio e che mostra qualche piccola ruga. Il viso incantevole del piccolo Gesù, lascia soltanto intravedere le forme del suo corpo umano un po’ costrette nelle fasce brune in cui è avvolto. La pelle lucente delle due donne nasconde con pudore il naso troppo lungo di Maria e le rughe d’espressione di una donna non più giovane, che è probabilmente Sant’Anna o una nutrice. La Madonna di George de La Tour è dunque una donna vera, pratica e umana, che pure ha detto decisamente un sì ad una richiesta assurda di Dio, ha messo a repentaglio la propria vita, il proprio stato di moglie e il suo stesso promesso Giuseppe. Ha agìto eccome, e ancora, con serenità ma estrema attenzione al figlio, lo trattiene avendo cura di non stringerlo. La donna di fianco, ugualmente, ha un gesto di protezione per il bimbo. Ecco cosa fanno le due donne. Si attivano per rispondere alle richieste di Dio, anche in un momento di apparente quiete domestica.
• So rispondere ‘sì’ alle richieste faticose a cui tutti i giorni il mio essere cristiano mi richiama?
• Dedico almeno parte del “fare” della mia vita ad un’attività che testimonia la mia fede?
• I miei momenti di svago o di tranquillità coincidono anche con una vacanza dal mio essere credente?

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Ofelia, Sir John Everett Millais (1829 - 1896), cm. 76x112, Londra, Tate Gallery, olio su tela, 1851-1852.

Dove si trova la fanciulla innamorata del Principe Amleto di Danimarca e perché? Ci sono diverse risposte possibili alla domanda e ognuna può suggerire una diversa interpretazione di questa splendida tela preraffaellita. L’interpretazione dello scrittore dell’opera teatrale, Shakespeare, presenterebbe probabilmente Ofelia come una ragazza che «nella vitrea corrente» sta per annegare. Nell’Amleto parla così di lei: «Le sue vesti, gonfiandosi sull’acqua, / l’han sostenuta per un poco a galla, / nel mentre ch’ella, come una sirena, / cantava spunti d’antiche canzoni, / come incosciente della sua sciagura / o come una creatura d’altro regno / e familiare con quell’elemento. / Ma non per molto, perché le sue vesti / appesantite dall’acqua assorbita, / trascinaron la misera dal letto / del suo canto ad una fangosa morte». Secondo lo scrittore, dunque, Ofelia è una ragazza ormai staccata dalla realtà, non è ben chiaro se per pazzia o per estrema lucidità, e totalmente assorbita da un unico ambiente in cui si sente a suo agio: la natura. Non si accorge nemmeno che l’ambiente stesso le sta togliendo la possibilità di ritornare alla realtà e alla vita stessa, quella vera che ella desidererebbe, accanto al suo amato. L’Ofelia letteraria non è diversa da tanti uomini e donne del nostro tempo, che per scappare ad una vita relazionale che non li rende felici, s’abbandonano fino ad affogare nel lavoro o in altri mondi paralleli dal quale sono tenuti a galla momentaneamente, in quei non-luoghi si sentono significativi, ma rimangono senza possibilità di autoconsapevolezza, così che quell’ambiente li possa intrappolare e prendersi la loro vita. Persone in un luogo preciso, scelto, ma senza coordinate per capire la propria collocazione. Per Sir Millais, questo dipinto è esemplificativo invece della “truth to nature”, una dottrina formulata da Ruskin secondo la quale ogni più piccolo dettaglio deve avere la propria identità come ogni individuo possiede la propria. Proprio questo è strano dell’immagine: non dovrebbe il mondo di una donna folle sembrare acquerellato, sfuocato, non dovrebbe essere un allucinato universo parallelo? Non secondo l’artista inglese. Ofelia vive nel mondo, nella reale natura, secondo natura, contemplando l’anima degli elementi creati intorno a sé, dunque l’affogamento della fanciulla non è un suicidio, è piuttosto visto come un affidamento totale alle mani del creato, e dunque, secondo i principi preraffaelliti, al Creatore stesso. La lezione dell’artista in questo dipinto unico nella sua poeticità, ci restituisce un’idea di umanità amata, voluta e creata unica fin nel dettaglio più infimo. Grazie a questa consapevolezza, è l’umanità stessa che accetta e sceglie l’affidamento totale e rischioso (perché fa perdere momentaneamente le redini della propria vita) al progetto divino, si scontra con la ragione umana ed entra nell’abbraccio di una ragionevolezza diversa, trascendente. «Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.» (Mt 16, 26).
• Nella mia vita, sono capace di uscire dal fiume di eventi che mi travolge per cogliere l’essenziale?
• Ho costanza nella preghiera per trovare delle coordinate sensate alle mie azioni quotidiane?
• Chi ha deciso e decide la meta della mia vita, se essa mi è chiaro, e dove mi trovo realmente ora?

Per continuare (o materiali da sfruttare)…

Film (schede film scaricabili da www.acec.it)
* LE CHIAVI DI CASA, di Gianni Amelio, Italia, Francia, Germania 2004, 01 Distribution.
* INTO THE WILD – NELLE TERRE SELVAGGE, di Sean Penn, USA 2008, BIM Distribution.

Libri
* G. Renzini, A. Bagnoli, Cartoline dell’anima, Paoline 2009.
* J. Giono, Il bambino che sognava l’infinito, Salani 2007.
* L. Marigo, La stanza del cuore, Santi Quaranta 2004.
* L. Enger, La pace come un fiume, Fazi 2009. * P.W. Young, Il rifugio, BUR 2009.
* M. Ferraris, Dove sei? Ontologia del telefonino, Bompiani 2005.

Musica
* R. Vecchioni, IN CANTUS, Universal Music 2009.
* F. Battiato, COME UN CAMMELLO IN UNA GRONDAIA, EMI 1991