Gesù buon pastore con i discepoli e per i discepoli

Inserito in NPG annata 2014.


Lectio divina salesiana

Cesare Bissoli

(NPG 2014-06-12)


“Come Don Bosco con i giovani, per i giovani” è la strenna che approda immediatamente al secondo centenario della nascita di Don Bosco (1815-2015).

È stata preceduta da altre tematiche dedicate alla storia di Don Bosco, alla sua pedagogia e spiritualità . Ora viene proposta la pastorale di Don Bosco, la sua pastorale giovanile, che costituisce lo scopo e la sintesi della sua vita e attività, la sua missione.
Viene proposta con un fine ben preciso e diretto, perché i membri della sua grande famiglia ne assumano l’eredità, con una connotazione specifica espressa bene dal titolo della strenna: una pastorale “come Don Bosco, con i giovani, per i giovani”.
La declinazione italiana della Proposta pastorale, ispirata alla strenna, ma riletta – nella sua applicazione ai ragazzi e ai giovani e alle comunità educative – come "Noi due faremo tutto a metà (don Bosco). La missione di don Bosco con i giovani e per i giovani", ne intende sottolineare un aspetto esistenziale-teologale e di promessa-realtà nel coinvolgimento dei giovani alla stessa missione per cui don Bosco è stato chiamato da Dio e mosso dallo Spirito.
Per comprendere correttamente questa dimensione (anche nella "versione italiana"), occorre mettere in luce la radicalità evangelica su cui poggia la relazione tra Don Bosco e i giovani, ascoltando la Parola di Dio, vedendola concretamente nell’esempio di Gesù Cristo del Vangelo.[1]
Approfondiamo la figura qui proposta di “Gesù buon pastore” già indicata per la strenna 2011-2012, lasciandoci guidare da quei passi dei Vangeli in cui Gesù il pastore per eccellenza si riferisce ai discepoli, li chiama a sé, li educa personalmente, li manda in missione, li impegna a continuare il suo servizio pastorale.
In questa luce apostolica-vocazionale-missionaria di Cristo pastore, il salesiano riscopre anzitutto le radici dell’identità di Don Bosco pastore dei giovani e attraverso il santo può cogliere la propria identità pastorale “come Don Bosco, con i giovani, per i giovani”.
Vediamo anzitutto nel vangelo come Gesù ha realizzato la sua missione di pastore coinvolgendo i suoi discepoli (è la parte più vasta); poi su testimonianza stessa di Don Bosco, notiamo come la Parola di Dio della Scrittura ha influito sulla sua azione pastorale, infine indichiamo alcune piste di approfondimento e attuazione.

GESÙ BUON PASTORE CON I DISCEPOLI E PER I DISCEPOLI

Portiamo la riflessione su due punti: il primo fa da contesto e riguarda il profilo pastorale di Gesù nella sua globalità; per poi distendersi sul servizio pastorale di Gesù verso i discepoli.

“Io sono il buon pastore”

Basta questa solenne e ripetuta autoaffermazione di Gesù (cfr Giov 10) per cogliere l’identità piena e profonda di Gesù, onnicomprensiva del suo agire: è maestro per essere pastore, tratta la gente come fa il pastore, è Figlio di Dio e Figlio dell’uomo per assicurare creatività, efficacia, continuità al suo compito di pastore. Potremmo dire - per intenderci - che non si pone nella categoria dei rabbi e degli scribi, o dei sacerdoti, pur essendolo, tanto meno si comprende come un monaco separato di Qumran. No: egli è totalmente dedicato alla gente, al popolo che è di Dio e che egli comprende come suo popolo e dentro cui si trova immerso (cfr Lc 3,21).
Come lineamenti caratteristici della sua missione di pastore ricordiamo:
- sta sempre in mezzo al popolo, salvo nelle ore notturne dedicate alla preghiera, tanto da essere inseguito e quasi schiacciato dalla folla (cfr Mc1,32-39; 1,45; 3,9; 4,1; 5,25-34; 6,33…). Gesù senza gente non è immaginabile. Cui corrisponde fin da subito il fatto che la gente cerca Gesù (Mc 1,37; 3,8);
- egli ha un rapporto di prossimità che si fa cura premurosa, è guidato da un profondo sentimento di compassione che lo rende operatore di miracoli, come quello del pane (cfr Mc 6,34-44). E l’evangelista dice il motivo: “Perché erano come pecore senza pastore” (6,34);
- patente è la sua attenzione privilegiata per i poveri, i malati, i piccoli, i peccatori… persone a rischio di emarginazione, che egli racchiude nell’espressione “stanchi e oppressi” (Mt 11,28). A loro si offre come uno che non fa paura, bensì “mite e umile di cuore“, che “dà ristoro alla vita” (Mt 12, 28-29);
- non dimentichiamo che questo pastore è mandato da Dio (cfr Mc 1,38), anzi ne è figlio amato (cfr Mc 1,11). Quindi egli fa un discorso religioso, comunica Dio (più specificamente, come Egli dice, “il Regno di Dio”: Mc 1,15). Ma è importante notare che egli ne parla indicandolo dentro l’esistenza quotidiana, nelle piccole cose, nella normalità della vita, più che in ambito esplicitamente religioso (cfr Mt 6,19-34; 16,2-3; Lc 13.1-5);
- per esprimere più profondamente questa sua identità, Gesù sceglie intenzionalmente la figura di grande spessore simbolico e a tutti nota, la figura appunto del pastore, rendendola parabola, anzi allegoria del suo pensare e agire, del suo io: “Io sono il buon pastore” (Giov 10,11). E ne evidenzia i tratti in cui si delineano il suo animus e stile pastorale: conosce per nome, cioè intimamente, le sue pecore (le persone che si affidano a lui), le difende dai pastori falsi e malvagi, le guida a pascoli fertili e le protegge diventando lui stesso porta di sicurezza, va a cercare le pecore che ancora non lo conoscono perché le considera sue (cfr Giov 10,16), anzi si mette in moto per ritrovare le pecore che si perdono, fosse anche una sola, generando un clima di festa (cfr Mt 18,12-14; Lc 15,4-7), e finalmente arriva a dire: “Do la mia vita per le pecore” (Giov 10,15), e il fatto che lo abbia realizzato ha conferito piena credibilità e totale efficacia al suo servizio di “buon pastore”

Il servizio pastorale di Gesù verso i discepoli

Questo è un aspetto forse poco notato, eppure è indivisibile dal servizio di Gesù: egli non è assolutamente geloso delle sue prerogative di pastore, anzi uno dei suoi primi obiettivi è di formare i suoi discepoli a diventare pastori come Lui, per prolungarlo nella missione della Chiesa, più esattamente perché Lui stesso possa continuare il suo compito di pastore attraverso i discepoli. Possiamo anzi dire - come vedremo - che Gesù ha mostrato di essere pastore della gente, anzitutto dei discepoli e mediante i discepoli, già nel suo ministero palestinese.
Qui ci aiuta il racconto evangelico articolato in tre momenti, in cui vediamo Gesù pastore che chiama i suoi discepoli, li forma con cura, li coinvolge nella sua stessa missione di annuncio del Regno di Dio.
Rimarchiamo questo nesso di continuità fra Gesù e i discepoli, perché si manifesta anzitutto nella missione di Don Bosco pastore, che a sua volta si espande verso i destinatari della sua missione, il mondo dei giovani, avvalendosi dei suoi fratelli salesiani.

“Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini” (Mc 1,17)

Gesù nel suo servizio pastorale non si è limitato ad essere “uomo della gente”, a stare in mezzo alle persone per aiutarle. Vi è sempre qualcosa di più. Gesù non è solo un benefattore, o meglio lo è secondo un preciso mandato del Padre: chiamare a far parte del Regno di Dio attraverso il duplice atto del “convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15). La sua relazione è sempre “vocazionale”, cioè apre ad un cammino da compiere per un progetto da raggiungere: la salvezza raffigurata come regno di Dio. Piace ricordarlo proprio in relazione ad un giovane, cui Gesù ricorda di lasciare le ricchezze per seguire Lui (cfr Mt 19,21), giovane che purtroppo rifiutò l’invito. Questo ci dice - e un po’ ci incoraggia - che anche Gesù non fu sempre pastore di successo!
Questa componente vocazionale appare chiarissima e fin dall’inizio della missione con la chiamata dei primi discepoli (cfr Mc 1,16-20).
Notiamo diversi elementi che caratterizzano il suo servizio pastorale:
- Gesù dimostra in modo chiaro di non poter essere “uomo della gente” se non è insieme “uomo dei discepoli”;
- non sono i discepoli a scegliere Gesù come rabbì o maestro, secondo l’uso di allora, ma è Lui che chiama i discepoli, concentrando tale relazione con un verbo tipico del vangelo: seguire Gesù, stargli dietro, mettere i suoi piedi nel solco dei suoi passi (cfr 1Piet 2,21), ubbidirgli e imitarlo in tutto (una settantina di volte nei vangeli!);
- questa vocazione alla sequela ha una finalità precisa: “diventare pescatori di uomini”, cioè condividere la sua missione di trarre dal mare così infido della vita persone vive, membri del Regno di Dio, “onesti cittadini e buoni cristiani” dirà con semplicità Don Bosco ai suoi collaboratori;
- questa chiamata libera da parte di Gesù richiede una risposta libera, pronta e decisa da parte degli interpellati: “E subito lasciarono le reti e lo seguirono”. Praticano il verbo decisivo della sequela, lasciare tutto, non anteporre nulla. Per essere pastori con Gesù pastore, per sempre!
Si pensi per contrasto alla risposta deludente del giovane ricco, citato sopra. Delusione che ha inciso anzitutto su di lui, che udendo “le parole di Gesù si fece scuro in volto e se ne andò rattristato, possedeva infatti molti beni” (Mc 10,22);
- ultima notazione: chi segue il pastore Gesù non rimane un funzionario anonimo. Come dirà Lui stesso, “egli (Gesù) chiama le sue pecore, ciascuna per nome… e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce” (Giov 10,3-4). Si chiamano Simone, Andrea, Giacomo, Giovanni… (cfr Mc 1,16-20).
Seguire Gesù - e noi diciamo lo stesso di Don Bosco alla scuola di Gesù - non comporta la spersonalizzazione, l’insignificanza, il gregarismo, anzi il contrario, giacché il “Pastore grande delle pecore” (cfr Ebr 13,20) rende grandi quelli che lo seguono (cfr Lc 22, 28-30)

“Chiamò a sé quelli che voleva, perché stessero con lui” (Mc 3,13-14)

Alla componente vocazionale, Gesù pastore unisce strettamente la componente formativa. Appare nitidamente in un racconto paradigmatico: “Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici - che chiamò apostoli -, perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni. Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro, poi Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè «figli del tuono»; e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo, figlio di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda Iscariota, il quale poi lo tradì”(Mc 3, 13-19); Luca aggiunge: “In quei giorni Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la note pregando Dio. Quando fu giorno chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici…” (Lc 6,12-13). Matteo poi inserisce l’elenco dei dodici apostoli direttamente dentro il discorso della missione (cfr Mt 10,1-4).
Diversi elementi qualificano questo impegno pastorale del Maestro: non basta chiamare, occorre formare i chiamanti secondo il progetto che si vuole affidare loro. Tutto dunque, salvo un raggruppamento superficiale di persone e un generico affidamento di compiti.
Si tratta di una scelta assolutamente libera (“quelli che Gesù voleva”), ma insieme una scelta ispirata dal Padre e dunque da lui progettata, guidata e sostenuta, come attesta la preghiera del Maestro lungo “tutta la notte”. Solo un’interiore relazione intensamente religiosa (preghiera), una relazione intima con Dio, motiva e regge ogni servizio pastorale nella chiesa.
Compare nitido sia lo scopo sia il metodo con cui Gesù porta avanti un servizio pastorale che si snoda in un processo per un compito impegnativo, il suo stesso: “Perché stessero con Lui” e “per mandarli a predicare”. Stare con Gesù, avere domicilio nella sua abitazione diventa un passaggio essenziale della formazione apostolica.
Ci viene in mente il bellissimo racconto che riportiamo per intero perché fissa bene questa con-vivenza: “Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì - che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio”(Giov 1,35-39).
Qui vengono alla memoria dei contatti formativi quanto mai significativi bene circoscritti in un’affermazione paradigmatica: “In privato ai suoi discepoli spiegava ogni cosa” (Mc 4,34). È un ritornello che compare in momenti diversi in relazione a contenuti vari di ordine dottrinale e di comportamento. Ne ricordiamo alcuni:
- a livello di insegnamento dottrinale, ben rispecchiato dal discorso in parabole, da Gesù preferito per annunciare il Regno di Dio, l’evangelista annota che “Quando poi furono da soli, quelli che erano intorno a lui insieme ai Dodici lo interrogavano sulle parabole. Ed egli diceva loro: «A voi è stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori invece tutto avviene in parabole” (Mc 4,10-11). E conclude che “con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa” (Mc 4,33-34);
- l’intervento di Gesù sa essere energico, quando i discepoli appaiono ottusi. Questo si legge nella cosiddetta “sezione dei pani” di Mc 6,30-8,21. Gesù è alle prese con avversari insidiosi che contestano le usanze di prendere cibo da parte del gruppo di Gesù. Gesù chiarisce che ciò che rende pura e impura una persona non sono i cibi che entrano in lui, ma i pensieri buoni o malvagi che escono dal suo cuore e si fanno opere malvage (cfr Mc 7, 1-23). È un pensiero fondamentale, rivoluzionario, nella visione di Gesù questo primato della coscienza che doveva essere bene assimilato dai discepoli, contro ogni rischio di una pastorale contaminata dal fariseismo. Ma che fatica! (cfr Mc 7,17-23; 8,14-21; 6, 51-52);
- invece a livello di comportamento restano ben noti gli interventi decisi e critici di Gesù rispetto alle pretese di primato e di conseguimento dei primi posti. Merita segnalare due passi, così pregni di senso per chi è chiamato ad esser pastore al seguito di Gesù.
Già al primo annuncio della passione da parte del Maestro, Pietro si era ribellato meritandosi l’appellativo di satana perché non camminava più dietro a Gesù, non era fedele alla sequela (cfr Mc 8,32-33); al secondo medesimo annuncio, i discepoli restano senza parole... ma si mettono poi a discutere chi fosse più grande nel regno dei cieli, al che Gesù risponde: «Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti», e poi con l'episodio del bambino: “E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato» (Mc 9,33-37).
Ma il culmine dell’incomprensione si compie al terzo annuncio di passione, con l'episodio di giacomo e Giovanni sul sedere alla destra e alla sinistra quando nella sua gloria. Ricordiamo la risposta di Gesù: “Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. 43Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, 44e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. 45Anche il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,32-45);
- altri momenti di intervento educativo di Gesù si riscontrano nella drammatica vicenda della passione: al tradimento di Giuda e al rinnegamento di Pietro; al "sonno" dei tre al Getsemani (cfr Mc 10,20-21; 14 66-72; 14,50). Ed anche quando è risorto dai morti, “rimproverò gli undici apostoli per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto” (Mc 16, 14; cfr Lc 24,25; Giov 20, 24-29).
Si manifesta bene il metodo pastorale di Gesù verso i discepoli: li tiene sempre vicino a sé, come si rendesse conto quanto fossero fragili e incostanti. Per questo unisce la paziente spiegazione solo per loro, con la maniera forte del rimprovero per una ragione su tutte: la loro incomprensione che li porta a subire l’influsso farisaico. Ma mai li rifiuta, semmai li riprende (rimprovera) per ri-prenderli più aderenti a Lui, li loda - come vedremo - al momento della loro andata in missione, li incoraggia a non avere paura, facendo miracoli per loro (cfr Mc 4, 35-41; 6,45-52)
Diverse componenti rispecchiano il contenuto del suo insegnamento:
- è necessario che i discepoli superino un atteggiamento di incomprensione che continuamente ritorna: saranno veri pastori se comprendono Gesù, nelle idee e nella prassi. Ultimamente è una fede totale che Egli chiede loro, una fede maturata a contatto con Lui;
- quindi i discepoli saranno in prima fila nei momenti di incontro del Maestro con la gente, in quelli festosi di successo (cfr Mc 3,7-12; Lc 11,27-28) e in particolare nell’assistere a tanti miracoli, ma anche testimoni di momenti di contrasto, espresse dalle dispute accese e dure con gli avversari (cfr Mc 2,1-3,6; cc.11-12), e in particolare dal supremo momento dell’apparente fallimento della croce (cfr Mc 14, 26-27);
- l'apprendimento della pregheira (nel suo esempio, nelel modalità di essa, nei suoi "contenuti" (il Padre Nostro) (cfr Lc 11,1-4);
- soprattutto affida loro l’Eucarestia con il preciso e solenne imperativo fatto a loro soli: o “Fate questo in memoria di me”(Lc 22,19), che per Gesù significa poter in tale modo essere ancora pastore che nutre le pecore tramite appunto i discepoli;
- un altro obiettivo formativo che Gesù va perseguendo nel contatto con i discepoli è che restino liberi da influssi che non siano quelli del vangelo, globalmente rispecchiati nei cultori di una religiosità vecchia, fatte di prescrizioni estrinseche portatrici di un giogo pesante nemmeno sopportate da coloro che le prescrivono (cfr Mt 23); viceversa va osservato e assimilato lo spirito di amore del Maestro per la gente, per gli ultimi, i poveri, i bambini (proprio gli apostoli sono rimproverati perché li vorrebbero tenere lontano da Gesù, perché disturbano (cosa che Gesù assolutamente non accetta: cfr Mc 10,13-16, e Don Bosco con Lui!). In una parola, Gesù offre in se stesso ai discepoli come uno specchio in cui verificare se stessi e conformarsi, per esempio nell'invito a imparre da Lui, mite e umile di cuore (Mt 11, 28-39);
- fondamentale contenuto formativo su cui Gesù insiste - come abbiamo accennato - è l’evento della sua croce e risurrezione, che non può essere accantonato, ma accolto, compreso e condiviso secondo il progetto che il Padre intende attuare in Gesù, perché nella Pasqua si ottiene la salvezza, nel coraggio di una fedeltà totale fino a dare la vita, mantenendo la fiducia della vita nuova che il Risorto darà loro.
I discorsi della Cena in Giov 13-17 rivolti ai discepoli vanno considerati come il ripasso finale di un cammino formativo iniziato sulle sponde del lago due anni prima. Formano il testamento del Signore buon pastore, che dovranno portare con sé. La celebrazione eucaristica ne sarà il sacramento, l’apostolo Pietro farà da guida dei suoi fratelli apostoli, proprio in quanto, chiamato esplicitamente a pascere le pecore del Signore Risorto (cfr Giov 21,15-17).

“… e per mandarli a predicare” (Mc 3,14)

Rimane un ultimo obiettivo formativo nella visione pastorale di Gesù: fare pastorale in pratica. È la missione, sicché non vi possono essere nella chiesa pastori senza che siano missionari, cioè impegnati a trasmettere agli altri ciò che si è ricevuto. È la testimonianza grandiosa e convincente che ci viene offerta dalla prima chiesa, come ci ricorda l’intero NT, a partire dalla Pentecoste, in particolare nel servizio di Paolo, il più grande pastore dopo l’Unico. Noi qui ci riferiamo, come in precedenza, al pensiero e opera di Gesù nei Vangeli. Possiamo focalizzare tre momenti: la partecipazione alla missione di Gesù, il tirocinio di preparazione, il mandato missionario.
Gesù non si limita ad insegnare ad essere buoni pastori, ma vi include come scopo l’esecuzione pratica, coinvolgendo i suoi nella sua stessa esperienza. Facciamo dei cenni:
- fin dalla chiamata iniziale, Gesù prospetta un compito esplicitamente missionario: “Vi farò pescatori di uomini” (Mc 1,16), “per mandarli a predicare”(Mc 3, 14);
- resta significativo il fatto che nella prima moltiplicazione dei pani Gesù dice ai discepoli: “Voi stessi date loro (la folla) da mangiare”. E se è poi Gesù che fa il miracolo, colpisce il fatto che Gesù “prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero a loro” (Mc 6,41);
- una lezione non piccola riguarda una componente della pastorale missionaria, necessaria per Gesù: scacciare i demoni (cfr Mc 3,15). I discepoli mostrano di non esserne capaci nei confronti di un giovane epilettico. Gesù ne dà la ragione: è indispensabile la “preghiera” (cfr Mc 9,29).
I vangeli narrano anche di un tirocinio missionario, voluto, accompagnato e valutato da Gesù stesso. È strettamente collegato al discorso della missione, in cu Gesù delinea il suo modo di intenderla.
Riportiamo il testo più breve di Mc, del duplice momento dell’invio e del ritorno:
- il compito: “Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient'altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano (6, 7-13);
- il risultato: “Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po'». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero” (6,30-33). Qui fa seguito la moltiplicazione dei pani e dei pesci in cu i discepoli sono coinvolti come abbiamo accennato sopra.
È da leggere attentamente anche quanto Luca dice parlando di una missione di settantadue discepoli (cfr 10,1-16; 17-24);
- la valutazione che vi dà Gesù dona il profilo pieno di come lui intenda una pastorale missionaria. Ne citiamo gli aspetti principali: si tratta di esperienza e non solo di teoria, e di esperienza riuscita; una esperienza vittoriosa nel senso che fare missione significa trovare opposizione da parte dello spirito del male così opposto a Gesù (cfr Mt 12,22-30), ma che viene certamente vinto (“Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore”); sarà quindi un’esperienza caratterizzata da una grande gioia anche umana, ma ancora di più perché i nomi dei discepoli sono stampati nel grande Libro di Dio, fruitori di una visione del disegno di Dio che neanche i profeti hanno potuto vedere; se la missione non può essere mai soffocata dalla “potenza del nemico”, non lo sarà dalle insidie velenose di avversari nascosti (“serpenti e scorpioni”); infine il lavoro missionario così urgente e assorbente non può essere un’esperienza travolgente (“non avevano neanche il tempo di mangiare”), domanda momenti di sosta, di riposo materiale e spirituale, di riflessione, così come Gesù stesso impone ai discepoli; sapendo d’altra parte che non si tratta di vacanze dalla missione, la missione del pastore non conosce orari di ufficio: la gente affamata incalza (“Da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero, come pecore che non hanno pastore”), cui andare incontro, secondo Gesù, c con i tre tratti della compassione, dell’annuncio del Regno di Dio e del pane quotidiano in cui il Regno si concretizza (cfr Mc 6,34-44).
Rimane l’ultimo atto, la piena consegna della missione ai discepoli. Appare nella parte finale del racconto evangelico, quando le pecore del buon Pastore, i discepoli, diventano a loro vita pastori a pieno titolo. Citiamo la solenne finale di Matteo: “Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 19-20). Si veda pure Mc 16,14-18; Lc 24,44-49; Giov 20,19-22; Atti 1,6-8.
Notiamo dei particolari:
- alla Chiesa è affidata la missione stessa di Gesù, grazie alla quale è costituita come Chiesa;
- vale per tutti i tempi e tutti i luoghi, per cui la Chiesa - come dice Papa Francesco - è sempre "in uscita";
- la chiesa non dimentica che è il Signore Gesù che continua la sua missione tramite il suo corpo mistico, sotto la guida incessante dello Spirito Santo (cfr Atti 1,6-8) che garantisce la verità di Gesù per intero (cfr Giov 16,13);
- grazie alla missione il discepolo entra nella famiglia stessa di Dio, la SS. Trinità
Così avvenne, e da 20 secoli questa esperienza continua: “Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano”(Mc 16,20).
Ora è tempo di dire i nomi di questi discepoli che erano pastori perché missionari e missionari perché pastori:
“Ne costituì Dodici - che chiamò apostoli -, perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni. Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro, poi Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè «figli del tuono»; e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo, figlio di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda Iscariota, il quale poi lo tradì” (Mc 3,14-19).
Non possiamo evitare di ricordare la chiamata che fece Don Bosco dei suoi primi collaboratori, persone giovani, di cui viene conservato il nome per farli partecipi della sua missione [2].

PISTE DI APPROFONDIMENTO E ATTUAZIONE

È tema da approfondire - oggi più di ieri - la continuità della Parola di Dio nel pensiero e azione pastorale di Don Bosco verso i giovani. Parola di Dio intesa come Scrittura letta nella Tradizione viva della Chiesa. La ricerca sarebbe da svolgere nella tripartizione evangelica di Don Bosco pastore, pastore dei discepoli e collaboratori salesiani, per essere pastori dei giovani nella dinamica di pastorale, vocazionale, formativa, missionaria.
Qui ci limitiamo a ricordare due riferimenti:
Viene facilmente alla memoria l’art 11 delle Costituzioni “Il Cristo del Vangelo sorgente del nostro spirito”, il migliore e primo autorevole tentativo d fondazione biblica di Don Bosco pastore e della sua azione pastorale rivolta ai salesiani prima e tramite loro al mondo dei giovani.
“Lo spirito salesiano trova il suo modello e la sua sorgente nel cuore stesso di Cristo, apostolo del Padre. Nella lettura del Vangelo siamo più sensibili a certi lineamenti della figura del Signore: la gratitudine al Padre per il dono della vocazione divina a tutti gli uomini; la predilezione per i piccoli e i poveri; la sollecitudine nel predicare, guarire, salvare sotto l’urgenza del Regno che viene; l’atteggiamento del Buon Pastore che conquista con la mitezza e il dono di sé; il desiderio di radunare i discepoli nell’unità della comunione fraterna”.
ll riferimento esplicito al Buon Pastore viene compreso nell’ottica di una “conquista”, quindi capace di effetto positivo sui giovani, tramite l’amorevolezza qui specificata come ”mitezza e dono di sé”. Ma è dall’insieme di questi indicatori che si esprime “la carità pastorale”, “caratterizzata da quel dinamismo giovanile che si rivelava cosi forte nel nostro Fondatore e alle origini della nostra Società: è uno slancio apostolico che ci fa cercare le anime e servire solo Dio” (art.10).
Un osservatorio interessante perché poco conosciuto sono i richiami che il Santo fa alla figura del pastore nella Bibbia[3]. Ma per questo rimandiamo al testo citato in nota.
Ci avviamo alla conclusione.
- Essere pastori alla luce della Parola di Dio attestata da Gesù significa realizzare il triplice compito di chiamare, di formare, di inviare.
Le comunità dovrebbero impegnarsi a una verifica se là dove operano tale progettualità viene intesa, condivisa e praticata.
- Un utile compito è leggere gli Atti del CG 27, “Testimoni della radicalità evangelica. Lavoro e temperanza (2014) notando specificamente i riferimenti biblici espliciti e soprattutto impliciti, e in particolare il richiamo alla Lectio Divina.
Ecco una pertinente citazione biblica: “52. I giovani sono il “nostro roveto ardente” (cfr. Es 3,2ss.; EG 169) attraverso il quale Dio ci parla. È un mistero da rispettare, accogliere, di cui scorgere i lineamenti più profondi, davanti al quale togliersi i sandali per contemplare lo svelamento di Dio nella storia di tutti e di ciascuno. Questa forte esperienza di Dio ci permette di rispondere al grido dei giovani” (Si fa rimando alla EG, nn. 187-193; 211).
- Preziosa guida biblica per comprendere il servizio pastorale di Don Bosco e della famiglia salesiana è proposta da Testimoni della radicalità evangelica. Una riflessione biblica e salesiana, dell’Associazione Biblica Salesiana (a cura di J.J.Bartolomé-R. Vicent, Elledici, Torino 2014.
- Una voce autorevole - quella di Papa Francesco - sintetizza senso e portata dell’essere pastori nel mondo dei giovani oggi:
"Quando il Signore vuole darci una missione, vuole darci un lavoro, ci prepara per farlo bene, proprio «come ha preparato Elia». Ciò che è importante «non è che lui abbia incontrato il Signore» ma «tutto il percorso per arrivare alla missione che il Signore affida». E proprio «questa è la differenza fra la missione apostolica che il Signore ci dà e un compito umano, onesto, buono». Dunque «quando il Signore dà una missione, fa sempre entrare noi in un processo di purificazione, un processo di discernimento, un processo di obbedienza, un processo di preghiera». Così «è la vita cristiana», cioè «la fedeltà a questo processo, a lasciarci condurre dal Signore»" (Omelia in S. Marta, 14 VI 2014).


NOTE

[1] Riferimenti biblici delle altre strenne: per il 2011-2012 (Don Bosco nella storia) è stato svolto il testo giovanneo allora indicato: "Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore" (Giov 10.11) (cfr NPG 6/2011, pp. 48-65); per il 2012-2013 (pedagogia di Don Bosco) ho sviluppato la tematica: "Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto, siate lieti" (Fil 4,4) (cfr NPG 6/2012, pp.7-36); per il 2013-2014 (spiritualità di Don Bosco), “Caritas Christi urget nos” (2Cor 5,14) (cfr NPG 6/2013, pp. 3-21).
[2] “Nel nome di nostro Signore Gesù Cristo. Amen.
L'anno del Signore mille ottocento cinquantanove alli 18 di dicembre, in questo Oratorio di S. Francesco di Sales nella camera del Sacerdote Bosco Giovanni alle ore nove pomeridiane si radunavano: Esso, il Sacerdote Alasonatti Vittorio, i chierici Savio Angelo Diacono, Rua Michele Suddiacono, Cagliero Giovanni, Francesia Giov. Battista, Provera Francesco, Ghivarello Carlo, Lazzero Giuseppe, Bonetti Giovanni, Anfossi Giovanni, Marcellino Luigi, Cerruti Francesco, Durando Celestino, Pettiva Secondo, Rovetto Antonio, Bongiovanni Cesare Giuseppe, il giovane Chiapale Luigi, tutti allo scopo e in uno spirito di promuovere e conservare lo spirito di vera carità che richiedesi nell'opera degli Oratorii per la gioventù abbandonata e pericolante” (Memorie Biografiche VI, 336).
[3] Cfr. Wirth M., La Bibbia con Don Bosco. Una lectio divina salesiana, 3 voll (AT, Vangeli, Atti-Lettere -Apocalisse), LAS, Roma 2012 Le citazioni si riferiscono ai volumi.