Come Don Bosco con i giovani e per i giovani

Inserito in NPG annata 2014.

 

Prospettiva educativo-pastorale

Giuseppe Ruta

(NPG 2014-06-50)


FACENDO MEMORIA. QUESTIONI DI DNA

Non si tratta di visitare un museo (Evangelii gaudium [1], nn. 83, 95, 234), ma di considerare una realtà viva, intima e relazionale, incisa nel nostro DNA, scritta in ogni nostra cellula e sprazzo di esistenza. Chi si ispira a Don Bosco si trova di fronte ad un fondale imprescindibile dove prende forma ogni attività educativa e pastorale, all’insegna del dono e della fedeltà e con il marchio della creatività e del futuro. Tale imprinting trova nell’esperienza di Valdocco l’esperienza esemplare, reale e ideale insieme, di convocazione che si apre alla missione tra i giovani. “Reale”, perché per nulla irenica e utopistica, “ideale”, perché nient’affatto pedestre, stagnante e chiusa in sé in modo narcisistico, ma “in uscita” (EG, nn. 20, 24, 30, 46, 49, 97, 179, 261) verso le estremità della terra.
Dietro a tale sfondo, come nell’intenzionalità esplicita di Don Bosco, è possibile intravvedere, quasi in filigrana, lo stile di Gesù e delle prime comunità cristiane, un modo di vivere la Chiesa in modo intimo e profondo, ma nello stesso tempo impegnato ed estroverso. A questo stile il Santo dei giovani si è ispirato per realizzare la sua vocazione e per convocare tanti altri sui medesimi sentieri di vita, anch’essi nati «per iniziativa di Dio», suscitati dallo «Spirito Santo, con l’intervento materno di Maria» (cfr. Cost. SDB, 1). A partire da questa convocazione, quasi per forza centripeta che esercita un’attrazione irresistibile, si è sviluppata una missione per gli altri, come una forza centrifuga d’irradiazione nel mondo.
In questa duplice visione ecclesiologica e salesiana, avvertiamo di non essere semplici spettatori. Come in uno specchio, è nostro intento osservare, interpretare e progettare la nostra vita, riflettendo, agendo e verificando di continuo la consistenza della nostra vocazione e missione, e senza temere di correre il rischio di diventare strabici, dando un occhio allo stile di Gesù, e un occhio al modus vivendi di Don Bosco.

Un occhio allo stile di Gesù

Nel Nuovo Testamento, Gesù Cristo, inaugurando il Regno di Dio, evita di attirare l’attenzione su se stesso (cfr. Gv 6,15s.), anche se ciò risultava inevitabile, soprattutto per le folle. Egli non ama presentarsi come un eroe solitario attorno a cui gravita il mondo circostante. Non dirà mai alla maniera di Luigi XIV: «Il Regno sono io!». La realtà profonda e misteriosa che egli annuncia, e che Origene, raccogliendo con acutezza tutta la tradizione neotestamentaria e patristica, definirà, alla luce della Pasqua, «autobasileia» (la manifestazione del Regno coincide, infatti, con lo svelamento personale di Gesù Cristo), si presenta in modo discreto e umile, è fortemente legata alle sue parole, ai suoi gesti e soprattutto alle relazioni che egli instaura, affinché la rivelazione del Dio “dai tratti umani” - secondo la felice espressione di S. Francesco di Sales [2] - diventi non solo udibile come nell’Antico Testamento (cfr. Eb 1,1-2a), ma anche visibile e tangibile (cfr. 1Gv 1,1-3), diventi contatto. In particolare, l’annuncio del Regno si lega indissolubilmente alla chiamata dei discepoli, anzi è proprio questa dinamica “vocazionale” che diventa «convocazione» del Regno, spazio rivelativo e simbolico, perché Gesù potesse affermare con un realismo forte ed espressivo: «Il Regno di Dio è vicino» (cfr. Mt 3,2; 4,17: 10,7.14; 24,33; Mc 1,4.14-15; 6,11; 13,29; Lc 3,3; 9,2.5; 10,9.11; 21,31; Gv 1,19-23), e in modo ancor più espressivo, «il Regno è in mezzo a voi!» (cfr. Mt 12,28; Lc 11,20; 17,21). Egli convoca attorno a sé il gruppo dei discepoli, in particolare la cerchia dei Dodici, secondo quanto riporta la tradizione sinottica e giovannea in modo armonico e unitario. Gesù, sceglie chi vuole (Mc 3,13; Gv 6,70; 13,18; 15,16), forma il primo nucleo di discepoli perché stessero con Lui e rimanessero nel suo amore (cfr. Mc 3,14; Gv 1,39; 15,4-10), superando i legami tribali e di sangue. Il maestro di Nazareth agisce con grande libertà e si pone in discontinuità con i criteri di scelta, di selezione e di aggregazione del suo tempo, richiamando e, nello stesso tempo, travalicando le tradizioni rabbiniche. Lo spettro della scelta e della chiamata è quanto mai originale, contraddistinto dalla creatività e dalla trasformazione. Non risponde a criteri umani e di convenienza mondana: risulterebbe, infatti, immediatamente parossistica e insopportabile. «Si ha l’impressione - afferma H. Schürmann - che Gesù abbia voluto riunire e unificare attorno a sé tutte le tendenze divergenti, tutte le frazioni dell’Israele d’allora» [3]. Si pensi ai Dodici e alla varietà di relazione (familiari e amicali), di professionalità (pescatori, esattori delle tasse), di posizione socio-politica e di cultura (i pubblicani, amici dei romani, e gli zeloti, nemici per la pelle dei dominatori), oltre che di carattere e temperamento. Ci si rende facilmente conto che nel «convocare» sono infinitamente di più le variabili in gioco che le costanti [4].
Gesù innesca nell’alleanza antica un elemento determinante di superamento, propone uno stile di familiarità nuova e di accoglienza incondizionata: «Gesù ha richiesto ai suoi discepoli di la­sciare tutto, ma non li ha chiamati alla solitudine e all’isolamento (non è questo il senso della sequela), bensì a una nuova famiglia di fratelli e sorelle, che è il segno del Regno che spunta» [5].
La convocazione diventa così comunità dei discepoli, connotata da uno stile di vita particolare che tende continuamente alla comunione. Si potrebbe dire che il logos si fa dià-logos e il dià-logos si fa ethos. Questa nuova famiglia, questa comunità alternativa è creazione del Figlio di Dio e si sviluppa in uno stile di confidenza e di servizio, che richiede la rinuncia della logica del profitto e del potere, di ogni forma di violenza e di prevaricazione [6]. Il principio di autorità non viene esautorato ed eliminato, in nome di uno spontaneismo e peggio ancora di un’ostentata anarchia, bensì riconsiderato in un’ottica tutta evangelica, in riferimento al Cristo, nella sfera dell’autorevolezza dell’“essere per”, del servizio e del dono di sé (cfr. Mt 20,28; Mc 10,45; Lc 22,27; Gv 13,14-16).
Dopo la Pasqua del Signore Gesù, la realtà non solo cambia, ma addirittura diventa più radicale ed esigente, in forza della misteriosa assenza-presenza del Risorto in mezzo ai suoi. I discepoli, divenuti compagni (lett. cum-panis, che «mangiano lo stesso pane, sono commensali della stessa mensa»), diventano apostoli (cfr. At 1,21-22). L’opera lucana (comprendente in uno sviluppo unitario il Vangelo e gli Atti degli Apostoli) è, in questa direzione, quanto mai eloquente ed esplicita. La radice della comunione è la fede comune nel Dio «dai tratti umani» che ha risuscitato il Figlio e che, mediante una rinnovata Pentecoste, rende «un cuor solo e un’anima sola» (At 4,32), creando una nuova umanità. Altri motivi di questa inedita e originale convergenza sono possibili, ma non sono sostitutivi, perché concomitanti e di secondo piano: «La comunità primitiva capisce che per essere comunità di Cristo deve vivere all’interno la fraternità. Non basta predicare il nome di Gesù a tutti e porsi a servizio del mondo. […] la fraternità è esigita non per consolare i credenti, neppure per rendere possibile la vita di fede: è esigita, anzitutto, per offrire al Cristo un luogo in cui rendere visibile la sua salvezza, proclamare il mondo nuovo» [7].
Così la comunità che vive la comunione, una volta generata e rigenerata dal Verbo della vita, diventa a sua volta convocazione per altri, non tanto e non solo per quello che dice o per quello che fa, ma per quello che è. La convocazione diventa missione, i discepoli per la potenza dello Spirito diventano apostoli.
Nessuno prenda per utopia questa realtà fondamentale. Se in Atti degli Apostoli sono presenti dei quadri ideali di comunità (cfr. i cosiddetti “sommari”: At 2,(41) 42-47 (48); 4,32-35; 5,12-16), non sono taciuti conflitti e difficoltà. La stessa cosa è riscontrabile nelle lettere di Paolo (cfr. in particolare 1 e 2Cor), ma anche di Giovanni (cfr. 1-3Gv). C’è una dialettica che non viene posta tra parentesi o rimossa; non vengono oscurati conflitti e contrapposizioni, problemi e difficoltà, presenti in comunità e dovuti non solo alla diversità ma anche alle ricorrenti tentazioni che possono sfociare nel peccato o, perfino, nello scandalo (cfr. 1Cor 5,1-13). Questa condizione assai precaria palesa le sue ingenti difficoltà, ma, per la volontà misericordiosa di Dio che non spegne mai il lucignolo fumigante (cfr. Mt 12,20; Is 42,3), apre la strada alla possibilità della conversione e della riconciliazione.
La situazione delle prime comunità oscilla così tra reale e ideale, con l’unica certezza e l’unico punto fermo dell’azione dello Spirito del Risorto tra le tante variabili umane. Chi corre il rischio e scommette di più è quello stesso Gesù, che ben conosce la fragilità umana (cfr. Eb 5,2) e che ha promesso, oltre a persecuzioni e pericoli (cfr. Mt 10,16-31; 24,9; Mc 13,9-13; Lc 6,22-23; 10,3; 12,11; 21,12; Gv 16,1-2. 33; 17,14; At 5,41), nuovi prodigi e nuove creazioni: «In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà più grandi di queste, perché io vado al Padre» (Gv 14,12).

Un occhio a Don Bosco

Il nostro sguardo si sposta, adesso, dalla fonte neotestamentaria alle fonti salesiane, soffermandosi su Don Bosco, dopo essersi fissato sul Cristo. È palesemente dimostrabile che nonostante l’attenzione dei contemporanei (come anche quella della prima generazione dei salesiani e dei giovani che ebbero la grande fortuna di conoscerlo) si sia catalizzata su Don Bosco, egli non si sia presentato e non abbia voluto essere come una meteora e un caso straordinario, isolabile e rimanendo per sempre isolato. Non solo per umiltà, ma per spirito di comunione ecclesiale: infatti, Don Bosco non è stato semplicemente un “vocato” ad uno speciale ministero, ma anche capace di convocare «un vasto movimento di persone che in vari modi operano per la salvezza della gioventù» (Cost. SDB 5).
Se il sogno dei nove anni, che ritornerà con particolari differenti lungo tutto l’arco dell’esistenza del Santo dei giovani, dilatandosi in cerchi sempre più grandi, è segnato da una chiamata del tutto singolare; in modo costante e progressivo, fa riferimento ad un ambiente [8] in cui non solo matura la vocazione di Giovanni divenuto per tutti Don Bosco, ma nel quale c’è tutto un rifiorire di vocazioni, grazie ad un humus contrassegnato da risorse molteplici di natura e di grazia. Dal vissuto familiare all’espansione missionaria nel mondo, l’esperienza salesiana originaria è “al plurale”, scaturisce dall’esperienza del “noi”. Dall’essere con all’obiettivo di essere per, le forme associative che coinvolgono i giovani (dalla “società dell’allegria” alle “compagnie”) e gli adulti (dalle varie forme di vita consacrata e impegno nel secolo, come cooperatori ed exallievi a nuovi e innovativi modi di appartenere alla Famiglia Salesiana), tutto lascia intuire una grande “convocazione”, una grande comunità come “famiglia allargata”, dove si è di “casa” [9] e dove nonostante le varie forme di appartenenza, ci si sente tutti, sempre e comunque, “prediletti” di Don Bosco [10] invitati tutti a realizzare la propria vocazione e pronti a “uscire” per una missione speciale. «Stare con Don Bosco» non significava mai chiusura e dipendenza, ma apertura e disponibilità ad andare lì dove Don Bosco inviava per «essere Don Bosco vivo per tanti giovani».
La Congregazione salesiana (fondata il 18 dicembre 1859) è il nucleo più interno, non l’unico ed esclusivo, di questa vocazione a “congregarsi” che, nella mente e nel cuore del Fondatore, intende raggiungere il maggior numero possibile, allo scopo di unirsi insieme per il duplice e inscindibile compito della santità dei membri e della salvezza dei giovani. A differenza di tanti Ordini e Congregazioni della Storia della Chiesa, quella salesiana, è fatta con i giovani e per i giovani. Tra i primi salesiani uno solo era adulto (Don Alasonatti, 47 anni), tutti erano giovani cresciuti con Don Bosco (44 anni), pronti a restare con Lui a qualunque costo per aiutarlo nella sua missione tra i giovani. La strategia di Don Bosco fu quella di salvare i giovani con i giovani [11].
Quanto riscontrato nella descrizione evangelica, è possibile scorgerlo nel gruppo dei primi salesiani, così differenti per carattere e sensibilità, per cultura e doti, eppure accomunati dalla stessa intenzione di «stare con Don Bosco» [12] e aiutare Don Bosco a salvare i giovani. Basti pensare al misto di amabilità e di rigidità di Don Alasonatti, all’austerità e all’abilità di governo di Don Rua, all’esuberanza e alla genialità di Don Cagliero, alla sapienza e alle abilità letterarie di Don Giovanni Bonetti, alla finezza culturale di Don Francesia, all’ingegnosità e alle attitudini dirigenziali di Don Angelo Savio, tanto per citarne alcuni e richiamare tratti temperamentali dei primi salesiani così disparati e contrapposti, per pensare a quanto Don Bosco abbia “faticato” a mettere insieme i suoi figli ed evitare dispersioni. Eppure, egli stesso, grato a Dio per i suoi giovani con-fondatori, ebbe a dire: «Credo che fino ai tempi nostri non sia ancor nata una Congregazione o un Ordine religioso che abbia avuto tanta comodità nella scelta degli individui a lei più adatti… Coloro che sono vissuti molto tempo fra di noi infonderanno negli altri il nostro spirito» [13].
L’oratorio, di volta in volta, secondo le esigenze dei tempi e l’urgenza dei giovani, assunse, vivente Don Bosco e anche successivamente, il volto di comunità di consacrati, di nucleo educante, di scuola, di laboratorio, di collegio, di missio ad gentes, realizzando le variegate forme esigite dalla volontà di Dio, conseguita con discernimento spirituale e guardando ai bisogni giovanili [14].
Don Bosco si pone così, con una originalità tutta propria, non tanto teorica, ma creativa e organizzativa, sulla scia della tradizione cristiana e dei movimenti di riforma spirituale e di rifondazione religiosa. Lo stile di convocazione di Gesù e gli Atti degli Apostoli hanno ispirato il fondatore dei salesiani; dall’espressione lucana di At 4,32 scaturisce gran parte dello “spirito salesiano” come “spirito di famiglia”.
Analogamente al Cristo riguardo ai suoi discepoli, seppur con delle differenze, anche Don Bosco avverte di dover lasciare i suoi figli e di doversi distaccare fisicamente da loro, essi continueranno la sua missione e porteranno a compimento quanto egli audacemente ha intrapreso: «Ho fatto sempre quello che ho potuto. Quanto ancora resta da fare… Ci penseranno i miei figli […]. Chi sa che non debba venire il giorno in cui i figli dell’Oratorio non siano sparsi per tutto il mondo!» [15].

COGLIENDO IL PRESENTE, COINVOLTI E COINVOLGENTI

Dopo aver considerato le radici cristiane e salesiane, non ci fermiamo ad esse come un ricordo che sollecita unicamente mozioni di nostalgia. Assumendo l’eredità “genetica” del Vangelo e del carisma salesiano, ci lasciamo coinvolgere con tutte le nostre risorse e potenzialità in questa dinamica educativa ed evangelizzatrice, al fine di coinvolgere altri, in particolare i giovani, in questo movimento di forte e intensa esperienza di comunione e missione.
Non si tratta di trasmettere delle indicazioni, ma di “generare” come a nostra volta siamo stati generati dal Vangelo della gioia e dal carisma giovanile. Crediamo che la ricorrenza del Bicentenario della nascita di Don Bosco (1815-2015) possa segnare il fiorire di nuove forme espressive e la “rinascita” di quelle che già operano nella Chiesa e nel mondo.
Rimane indelebilmente inciso nel cuore dei Salesiani partecipanti al Capitolo Generale XVII, l’accorato appello di Papa Francesco, durante l’udienza del 31 marzo 2014: «L’evangelizzazione dei giovani è la missione che lo Spirito Santo vi ha affidato nella Chiesa. Essa è strettamente congiunta con la loro educazione: il cammino di fede si innesta in quello di crescita e il Vangelo arricchisce anche la maturazione umana. Occorre preparare i giovani a lavorare nella società secondo lo spirito del Vangelo, come operatori di giustizia e di pace, e a vivere da protagonisti nella Chiesa. Per questo voi vi avvalete dei necessari approfondimenti e aggiornamenti pedagogici e culturali, per rispondere all'attuale emergenza educativa. L'esperienza di Don Bosco e il suo “sistema preventivo” vi sostengano sempre nell'impegno a vivere con i giovani. La presenza in mezzo a loro si distingua per quella tenerezza che Don Bosco ha chiamato amorevolezza, sperimentando anche nuovi linguaggi, ma ben sapendo che quello del cuore è il linguaggio fondamentale per avvicinarsi e diventare loro amici» [16].

GUARDANDO AL FUTURO. PROCESSI DA ATTIVARE

In base alle riflessioni precedenti, si possono indicare tante traiettorie per i percorsi spirituali dell’Anno Bicentenario. Provo a suggerirne alcune in base all’Esortazione apostolica Evangelii gaudium di Papa Francesco e facendo riferimento al Bicentenario della nascita di Don Bosco.

Processi da attivare alla luce di Evangelii gaudium

«Usciamo, usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo. Ripeto qui per tutta la Chiesa ciò che molte volte ho detto ai sacerdoti e laici di Buenos Aires: preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti. Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita» (EG 49). Così si esprime Papa Francesco in uno dei paragrafi più incisivi e profondi dell’Esortazione sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale. Per smuovere acque stagnanti e rinnovare l’impegno missionario, occorre verificarsi in profondità e attivare movimenti di “uscita” (cfr. EG 20). Ne evidenzio solo quattro in quanto attinenti al tema:
- uscire dall’isolamento e dall’autoreferenzialità (cfr. EG 1, 33, 78, 94), per condividere con gli altri la gioia dell’essere discepoli del Signore Gesù e la bellezza di essere Don Bosco vivo per i giovani del nostro tempo. Si tratta di rimuovere decisamente ogni forma di egoismo pastorale, dove si esalta l’”io”, si perpetua il mito dell’eroe solitario che basta a se stesso e basta a tutto, che pensa di salvare il mondo da solo;
- uscire dal ghetto e dal narcisismo comunitario, per andare verso le periferie geografiche ed esistenziali (cfr. EG 20, 46), per incontrare la gente, i giovani del nostro tempo, nel loro vissuto, testimoniando lo splendore di una Chiesa che si prende cura, di una comunità come quella di Valdocco che si fa carico dei problemi altrui e si scopre missionaria. Si tratta di rimuovere ogni tentativo di chiusura intimistica intrattenendoci solo con quelli che ci sono simili, dimenticando tutti gli altri e il resto del mondo (cfr. EG 80);
- uscire dalla passività e dall’essere solo destinatari (cfr. EG 81-83), per scoprire di essere coprotagonisti di Dio per la salvezza del mondo, servi umili e operosi degli altri, in particolare dei giovani più poveri, lasciandosi coinvolgere dall’azione educativa e pastorale di Don Bosco, mettendo a disposizione creatività e risorse, energie e impegno per l’utilità comune. Si tratta di superare forme di paralisi e tutte quelle remore che non fanno rischiare e osare, “fino alla temerarietà” come Don Bosco e come invita il Papa.
- uscire dall’inattività e dalla frenesia del fare (cfr. EG 95-97), per incarnare l’atteggiamento di farsi prossimo, di stare accanto, di accompagnare nel cammino della vita, privilegiando la qualità dei percorsi alla quantità delle cose da fare, l’attenzione alle persone alle mille occupazioni che intasano le nostre giornate. Si tratta di evitare gli eccessi dell’attivismo (il fare per il fare) e dell’inconsistenza operativa (lo stare a guardare senza mai intervenire).

Processi da attivare in riferimento al Bicentenario della nascita di Don Bosco [17]

In sintonia con Evangelii gaudium (n. 273) e facendo riferimento alla celebrazione del Bicentenario (16 agosto 2014 - 16 agosto 2015), è possibile intravvedere due aree formative: come consacrati, educatori, famiglia salesiana e giovani, siamo chiamati ad essere CON i giovani (missionari in uscita verso e con i giovani) e PER i giovani (corresponsabili della missione di Don Bosco).
Su queste due aree interconnesse e interdipendenti, imperniate sulle due preposizioni CON e PER, è possibile avviare alcune linee di pensiero e soprattutto alcuni percorsi educativi.
A partire dalla caratteristica salesiana che pone gli educatori, non distanti, al di sopra o al di sotto dei ragazzi, ma in mezzo a loro (“assistenza salesiana”), la dinamica CON i giovani significa oggi riscoprirsi missionari in uscita “verso” e “con” i giovani, valorizzando i momenti di contatto con loro, dal dialogo più informale (la “parolina all’orecchio” di Don Bosco) a quello formativo (accompagnamento spirituale e vocazionale), raggiungendo coloro che sono dentro le opere salesiane, ma anche coloro che sono “fuori” e che in modo sbrigativo designiamo “lontani”, senza mai determinare chi è distante da chi. Evocazioni salesiane in tal senso sono l’invito di Don Cafasso a Don Bosco “va' per la città e guardati intorno” e l’esperienza di Don Bosco in mezzo ai giovani a Valdocco, con l’illuminante riconsiderazione che ne fa per salesiani e ragazzi nella famosa Lettera da Roma del 10 maggio 1884. L’esperienza di condivisione tra educatori e con i giovani si sviluppa crescendo nel discepolato del Signore Gesù, attraverso momenti di ascolto e di fraternità, di formazione e di spiritualità. Altra suggestione delle fonti salesiane è data dal “sogno del pergolato di rose”, che esprime la non facile condivisione del lavorare con Don Bosco (“preti e laici si misero a lavorare con me”), l’apparente gratificazione della missione salesiana tra i giovani e dei sacrifici che essa comporta. “Stare con Don Bosco” significa condividere esperienze di servizio missionario insieme ai giovani e agli educatori, da quelle più feriali e semplici, a quelle più ardimentose ed eroiche. Le icone salesiane di questa dimensione sono tante e vanno dalle forme di accoglienza verso i nuovi arrivati nell’Oratorio, al servizio reso nei confronti degli appestati, fino alle spedizioni missionarie.
L’essere CON si traduce necessariamente nell’essere PER i giovani, divenendo corresponsabili della missione di Don Bosco, favorendo un orientamento di vita aperto all’essere PER gli altri fino alla donazione totale, “fino all’ultimo respiro” direbbe Don Bosco stesso. Pagine della storia salesiana illuminanti in tal senso sono la fondazione della Compagnia dell’Immacolata prima e della Congregazione Salesiana dopo. Rilevano una forte corresponsabilità alla missione salesiana a partire e non a prescindere dai giovani [18]. Se nel “sogno dei nove anni”, Don Bosco aveva osservato la trasformazione dei lupi in agnelli, in un sogno successivo (quello “delle tre fermate”) aveva potuto constatare che una seconda metamorfosi era possibile e auspicabile: che gli agnelli divenissero pastori; una visione profetica che annunciava un vasto movimento apostolico. Altri in futuro avrebbero condiviso il suo ideale spirituale ed educativo, proprio quei ragazzi che erano stati oggetto delle sue premure o dei suoi figli. Le frontiere dell’impegno salesiano non sono frutto di una logica funzionale e di una macchina organizzativa più o meno perfetta, ma sono contrassegnate da uno stile di famiglia e dalla “paternità spirituale” che permette di generare continuamente energie per la Chiesa e per il mondo.
In questo senso, nella sua pedagogia spirituale, Don Bosco ha proposto a quanti si ispirano al suo stile missionario, due punti di sostegno e di rilancio: il sacramento della Penitenza che permette la ripresa spirituale, dopo gli immancabili cedimenti nella tenuta personale e nella generosità apostolica, e l’Eucaristia, quale inesauribile fonte da cui attingere continuamente la forza e rinverdire le motivazioni per essere sempre, dovunque e comunque CON e PER i giovani.


NOTE

[1] Cfr. Papa Francesco, Evangelii gaudium. Esortazione apostolica… sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale, Libreria Editrice Vaticana – San Paolo, Città del Vaticano – Milano 2013. Sigla: EG.
[2] Cfr. Benedetto XVI, La vera libertà esclude la violenza. All’udienza generale [2 marzo] Benedetto XVI parla di San Francesco di Sales, in “L’Osservatore Romano” (3 marzo 2011), p. 8 (pp. 1, 7-8).
[3] H. Schürmann, Le groupe des disciples de Jésus signe pour Israël et prototype de la vie selon les conseils, in “Christus” 133 (1966), p. 205.
[4] Cfr. M. Ko, C’erano Pietro, Giovanni, Giacomo…» (At 1,12). Armonia nella diversità, in A. Strus – R. Vincent (edd.), Parola di Dio e comunità religiosa, Elle Di Ci, Leumann – Torino 2003, pp. 50-51.
[5] G. Lohfink, Gesù come voleva la sua comunità? La Chiesa quale dovrebbe essere, Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 1987, pp. 64-65.
[6] Le indicazioni di Ge­sù sul comportamento che devono tenere i suoi discepoli mirano a fondare una vita alternativa, «una comunità che disegna un proprio spazio vitale in cui si vive diversamente, si hanno rapporti reciproci diversi da quelli che circolano abitualmente nel mondo. [...] In essa non devono dominare le strutture di vio­lenza dei poteri di questo mondo, ma la riconciliazione e la fraternità»: G. Lohfink, Gesù come voleva la sua comunità?, p. 82.
[7] B. Maggioni, La vita delle prime comunità cristiane. Riflessioni bibliche e pastorali, Borla, Roma 1983, pp. 30-31.
[8] «Il sistema preventivo di Don Bosco ha preso forma prevalentemente in comunità giovanili di grandi dimensioni: oratori, ospizi, collegi, scuole. Esso è, quindi, primariamente programma di una pedagogia d’ambiente»: P. Braido, Prevenire non reprimere. Il sistema educativo di Don Bosco, LAS, Roma 1999, p. 305 (pp. 305-323); cfr. Idem, Il sistema educativo di Don Bosco. Edizione speciale per i Cooperatori Salesiani, SEI, Torino 1971, p. 155.
[9] «Diciamo la Casa, perché questa fu sempre la parola usata da Don Bosco, annettendo alla parola un senso di convivenza famigliare, quasi d’intimità, quale intendiamo noi pure quando parliamo di casa nostra…»: A. Caviglia, Savio Domenico e Don Bosco, SEI, Torino 1943, p. 68. Lungi dall’indicare una struttura o l’edificio, il termine richiama nell’intenzione di Don Bosco il focolare domestico, home - direbbero gli inglesi - non house.
[10] «D. Bosco ci prediligeva in un modo unico, tutto suo: se ne provava il fascino irresistibile […] sentivo d’essere amato in un modo non mai provato prima, che non aveva nulla da fare neppur con l’amore vivissimo che mi portavano i miei indimenticabili genitori. […] Oh! era l’amore suo che attirava, conquistava e trasformava i nostri cuori! Quanto è detto a questo proposito nella sua biografia è ben poca cosa a paragonare della realtà. Tutto in lui aveva per noi una potente attrazione»: Lettera circolare del Rettor Maggiore D. Paolo Albera (18 ottobre 1920), in Lettere circolari di Don Paolo Albera ai Salesiani, Direzione Generale delle Opere Salesiane, Roma 1965, p. 373.
[11] Cfr. P. Braido, Don Bosco prete dei giovani nel secolo delle libertà, LAS, Roma 2003, vol. 1, p. 439; P. Stella, Don Bosco nella Storia economica e sociale (1815-1879), LAS, Roma 1980, p. 295.
[12] Cfr. MB vol. VI, pp. 334-335.
[13] Cfr. MB vol. XII, p. 300.
[14] Cfr. P. Stella, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica. Vol. I, Vita e opere, LAS, Roma 1968, 19792, pp. 115-118; Idem, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica. Vol. 2. Mentalità religiosa e spiritualità, LAS, Roma 19812 [1969], p. 504.
[15] Cfr. MB vol. IV, p. 318.
[16] “Testimoni della radicalità evangelica”. Lavoro e temperanza. Documenti del Capitolo Generale XXVII della Società di San Francesco di Sales, in ACG 95 (2014) 418, pp. 109-110.
[17] Le riflessioni che seguono sono frutto del confronto con l’equipe congiunta di PG (SDB-FMA) della Sicilia.
[18] Cfr. R. Sala, Luce e forza per il cammino. Strategia, stile e qualità per un rilancio della Pastorale Giovanile, in “Note di Pastorale Giovanile” (2014) 4, pp. 48-50.