Una mappa di navigazione per la PG dopo il Bicentenario e alla luce della EG

Inserito in NPG annata 2015.


Intervista sulla pastorale giovanile al Rettor Maggiore Don Ángel Fernández Artime

a cura di Giancarlo De Nicolò


(NPG 2015-06-08)

Domanda. Vi sono grandi segnali di novità nella Chiesa, certamente dono dello Spirito per i nuovi tempi. Quali sono i temi portati in evidenza oggi e che necessitano di essere affrontati con una nuova visione e un nuovo coraggio?
Risposta. Il Concilio Vaticano II, e specialmente la Costituzione pastorale Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo attuale, ci ha ricordato che Dio si nasconde nei segni dei tempi. Anche oggi la Chiesa, in questo inizio del sec. XXI, cerca in questi segni le orme di Dio perché, fedele alla missione che ha ricevuto, vuole essere "sacramento universale di salvezza".
Credo che si possa affermare che lo Spirito Santo conduce la sua Chiesa per cammini sempre nuovi. Gli ultimi anni hanno mostrato il dito dello Spirito che guida la sua Chiesa evidenziando la gioia del Vangelo, proponendole di essere una Chiesa più povera e per i poveri, capace di mostrare il volto misericordioso di Dio specialmente a quelli che maggiormente soffrono, essendo più semplice e non lasciandosi intrappolare dalla mondanità spirituale. In effetti papa Francesco sta spingendo verso un forte rinnovamento nella Chiesa. Il Santo Padre è davvero lo strumento che lo Spirito sta utilizzando per attrarre la gioventù alla sua chiesa.
Papa Francesco, parlando della pastorale giovanile, dice che "a noi adulti costa ascoltarli con pazienza, comprendere le loro inquietudini o le loro richieste, e imparare a parlare con loro nel linguaggio che essi comprendono" (EG 105).

Partire dall'oggi di Dio

Perciò il Santo Padre propone una pastorale giovanile di discernimento che risponda all'oggi del mondo a partire dall'oggi di Dio, sapendo che Dio ci parla anche attraverso i segni dei tempi.
Tutto comincia con l'ascoltare e il guardare i giovani come Dio li ascolta e li guarda. Mi piacerebbe che tutti noi Salesiani - mi permetto anzi di dire tutta la nostra Famiglia Salesiana – diventassimo più profondi in questo cammino di ascolto, comprensione e proposta. E questi tre compiti servono a tutti, sia per chi sta in cortile che nell'aula scolastica o di laboratorio, sia nella celebrazione della fede come nel servizio di animazione e governo, nello studio e ricerca sulla pastorale giovanile oggi... ripeto, in tutti e per tutti.
Non solo abbiamo bisogno di cambiare i nostri concetti, ma soprattutto di rinnovare gli atteggiamenti. A tale rinnovamento ci invitò l'Assemblea dell'Episcopato Latinoamericano riunita ad Aparecida nel 2007, quando parlò dell'urgenza di una conversione pastorale.  vero che in senso stretto solo Dio è l'oggetto della nostra conversione, però è altrettanto vero che tale trasformazione, quando tocca il cuore dell'uomo, va accompagnata da cambiamenti pastorali.
L'ultimo Capitolo Generale dei Salesiani parlava di una conversione che è spirituale, fraterna e pastorale. Non solo c'è bisogno di coraggio per intraprendere tali cambi, ma è necessaria anche molta umiltà e molta fede.

D. Ma nel nostro piccolo (se così si può dire) ci sono novità anche nella Congregazione Salesiana. Quali le indicazioni di marcia che vengono dal nuovo Rettor Maggiore, non solo per questo anno bicentenario di don Bosco?
R. Queste le ho indicate, credo in maniera sufficientemente precisa, al termine del nostro Capitolo Generale 27. Dobbiamo camminare nella direzione di crescere in una maggior profondità di vita spirituale, come consacrati da Dio per dare e darci completamente. Dobbiamo essere in maniera sempre più trasparente uomini e donne (come Salesiani e come Famiglia salesiana) capaci di testimoniare quel Dio della vita che in altri ambiti e contesti si cerca di far tacere o nascondere.
Dobbiamo offrire una più irresistibile testimonianza della nostra maniera di vivere la fraternità, dal momento che la fraternità vissuta a partire dal Vangelo, in se stessa e per ciò che significa, quando è autentica si fa davvero attraente e irresistibile, per quanto racchiude di controculturale in un mondo dove i vincoli sono tanto relativi, fragili quando non interessati.
E infine dobbiamo essere una Congregazione e una Famiglia religiosa (appunto, Salesiana) che viva con, tra e per i giovani, per i ragazzi e le ragazze, dal momento che sono loro che ci salveranno. Non saranno le nostre strategie, nemmeno le nostre tecniche che ci faranno essere maggiormente di Dio e dei giovani. Sarà la fede e l'esperienza personale di Dio (o quella che Dio opera in ciascuno di noi, per essere più teologicamente precisi) così come una profonda passione educativa quella che darà quel "più di senso alla nostra vita".

Un fecondo confronto e scambio

D. Lei viene dalla PG spagnola e latinoamericana. Quali le acquisizioni principali e le perplessità nella PG di questa linea?
R. Credo di poter affermare che questo cammino non è niente più che il cammino che ha percorso la Congregazione Salesiana dopo il Concilio Vaticano II; però in questo caso, concretizzato nel contesto spagnolo e latinoamericano.
La Congregazione è andata formulando in questi anni di postconcilio una ricca dottrina pastorale. In questo senso, i Capitoli generali e il magistero dei Rettori Maggiori precedenti ci hanno lasciato una feconda eredità. La Congregazione ha vissuto un chiaro processo di fedeltà dinamica. In questo tempo abbiamo letto don Bosco e la missione salesiana con i criteri teologici e pastorali emanati nello stesso Concilio Vaticano II. Oggi, accompagnati dalla Chiesa, continuiamo in questo stesso sentiero di lettura e di proposta perché la storia non si arresta e l'invio missionario verso i giovani è sempre attuale, dal momento che lo Spirito sollecita sempre la sua Chiesa.
Mi viene chiesto circa la pastorale giovanile salesiana portata avanti in Spagna e in America Latina. In Spagna, come nel resto d'Europa, ha fatto irruzione con forza la questione di Dio e la mediazione ecclesiale della fede di fronte a una indifferenza religiosa ogni giorno sempre più estesa. Nell'America Latina, in una società dove Dio è ancora molto presente nella coscienza del popolo, in maniere ed espressioni diverse, si toccano molto da vicino le crepe, le ferite della vita, la povertà, la ingiustizia e le diseguaglianze. Però, se ci concentriamo sull'attuale crisi economica, molto presente nei media perché ha avuto luogo in Europa, o sul fenomeno della globalizzazione, possiamo constatare che la povertà produce molto danno anche in Europa, o che la questione di Dio è una urgenza anche nell'America Latina.
In questa mia risposta voglio sottolineare il patrimonio pastorale della Congregazione e anche la mutua illuminazione tra i diversi contesti dove portiamo avanti la nostra missione. Questa potrebbe benissimo essere una traduzione pratica del criterio pastorale che Papa Francesco formula in EG quando dice che il modello non è tanto la sfera ma il poliedro (cfr EG 236). Una congregazione religiosa come la nostra, presente in 132 paesi del mondo, ha bisogno di un patrimonio pastorale comune e, al tempo stesso, di sviluppi contestualizzati nelle diverse realtà.
Per questo non possiamo avere paura di pensare, non possiamo conformarci a una pastorale giovanile pigra e svogliata, ma dobbiamo avere il coraggio di fare domande e confrontarci, lasciarci illuminare dal magistero della Chiesa e dal magistero nostro di Congregazione, e dialogare con altre Congregazioni, Movimenti e Gruppi che hanno la loro propria visione.
Credo che il nostro Dicastero di pastorale giovanile stia facendo un valido cammino in questa direzione, portando a compimento processi per condividere il patrimonio pastorale comune e per valorizzare i percorsi pastorali concreti che si compiono nelle diverse parti del mondo. Dal mio punto di vista, in un mondo sempre più globale, dobbiamo considerare che la nostra missione ha una caratteristica di universalità e di globalità. Questo ci obbliga a generare reti di relazioni pastorali, a imparare gli uni dagli altri, a disegnare sinergie di arricchimento e di aiuto reciproco.
Abbiamo qui una sfida importante. Come Salesiani vogliamo essere missionari dei giovani in un modo di fare riconoscibile, consapevoli al tempo stesso che il contesto propone accenti diversi. Dobbiamo imparare gli uni dagli altri.

La PG italiana

D. Dove vede i punti di forza e di debolezza della PG italiana, o almeno di quella salesiana (italiana)?
R. Siccome non ho elementi che mi permettano di parlare della PG italiana, preferisco riferirmi all'Italia salesiana. Mi sembra che, in generale, questa possiede una buona organizzazione, struttura e sistematizzazione pastorale. C'è una grande varietà di opere e di processi avviati al servizio della missione, così come una buona capacità di convocazione e di attenzione ai destinatari.
La presenza generalizzata di gruppi che offrono ai giovani diverse modalità di crescita e maturazione umana e cristiana continua a essere una realtà pastorale viva, ricca di possibilità evangelizzatrici.
Da molti anni si ha particolare cura in ambito nazionale della dimensione e della cultura vocazionale come parte essenziale della pedagogia pastorale. È davvero molto arricchente il lavoro quotidiano dei Salesiani e laici che offrono al territorio e alla Chiesa locale esempi concreti di generosità, di creatività, di "consegna" radicale alla causa dei giovani: un esempio di ciò è la presenza della formazione professionale in tutto il territorio pur in condizioni di grande difficoltà per la sua sopravvivenza. In generale, si vede una proposta pastorale convinta della centralità di Gesù e tradotta in esperienze significative, anche se penso che potremmo essere più coraggiosi ed espliciti nelle nostre proposte. Devo aggiungere come positiva la presenza di molti educatori e la diversità di esperienze formative per gli animatori giovanili, catechisti ed educatori nella fede.
Però, nonostante questa solida base carismatica e di tradizione, credo che abbiamo bisogno di affrontare alcuni cambi che ci vengono esigiti, da una parte dalla dinamica che stabilisce la realtà sociale ed ecclesiale, dall'altra dalla stessa realtà dei giovani, le loro chiamate e "grida", dal momento che quelli di oggi sono diversi da quelli dei decenni passati.
Questi cambi, secondo me, devono essere assunti con decisione per provare a servire con fedeltà i giovani di oggi e il Vangelo.
E tra le altre, alcune sfide che vedo sono: il lavoro pastorale con i giovani universitari; la collaborazione pastorale effettiva tra le diverse province (ispettorie, nel nostro linguaggio salesiano), tra i diversi, gruppi, congregazioni e diocesi e, in definitiva, un vero lavoro di rete nella Chiesa di oggi; vedo necessario un cammino più articolato e condiviso di formazione congiunta tra salesiani, gli altri membri della nostra Famiglia salesiana e i laici; è necessario crescere in una mentalità comune delle comunità circa l'animazione e la cultura vocazionale, di cui ho già detto.
E, per ultimo, facendomi eco del forte e appassionato intervento di Papa Francesco a Valdocco, abbiamo bisogno di giungere a "offrire una educazione a misura della crisi" che stiamo vivendo, e proposte educative quasi di emergenza per i giovani, che permettano loro di avere "strumenti" con cui affrontare questa realtà complessa che tocca loro vivere, senza molto orizzonte.

D. Lei afferma che “fa parte della nostra essenza carismatica l’impegno a leggere le realtà sociali, soprattutto quelle giovanili”. Quale la sua lettura del giovani di oggi, nella sua esperienza passata, gli elementi su cui sperare e costruire, e quelli che considera come nuove povertà?
R. Don Bosco non fu uno studioso o un teorico della realtà sociale ma un sacerdote che cercò di rispondere ai bisogni di vita e di educazione degli adolescenti e giovani che arrivavano a Torino in cerca di lavoro.

Una lettura pastorale attenta del mondo giovanile

Che cosa ha fatto per offrire questa risposta? È uscito fuori per le strade, ha accolto i ragazzi che venivano dalle campagne e dalla montagna, ha organizzato laboratori di formazione, ha offerto una esperienza educativa che preparasse i ragazzi ad affrontare la vita. Però, prima di proporre queste risposte, ha fatto la sua propria lettura della realtà giovanile. Che fu anzitutto una lettura pastorale, a partire dal suo cuore di prete e di educatore pratico.
Con questa eredità carismatica, che credo di avere assimilato, penso di poter dire che prima di tutto ho uno sguardo positivo sui giovani, uno sguardo che considero gentile, ragionato, ragionevole.
Rimango per un momento su questo aspetto. Penso che uno sguardo attento alle società attuali, in generale, ci fa vedere che la cultura dominante esercita sui giovani (e sui non tanto giovani) una influenza che potremmo qualificare da "seduzione". Mi sembra che certe impostazioni sociali non stiano in opposizione diretta e argomentata ai criteri, valori e atteggiamenti evangelici, ma siano piuttosto una interrogazione permanente e una proposta di altri valori che sono, in molti casi, molto lontani da quelli evangelici e che sono presentati mediante "modelli di successo sociale".
Di fronte a questa realtà al giovane si presenta l'alternativa di dover vivere controcorrente, dovendo dare a se stesso ogni giorno "ragione della sua speranza".
Molti giovani soffrono la tensione tra il loro desiderio di vivere come cristiani e la difficoltà pratica di rendere compatibile quella scelta con le "esigenze" o richiami che arrivano da altre parti.
Non sto proponendo in nessun modo il rifiuto dello spirito del mondo di oggi, il che sarebbe, d'altra parte, una posizione di carattere difensivo e poco lucida. Però credo che dobbiamo riconoscere oggi più che mai che ci vuole attenzione per non sentirsi fortemente condizionati da tante voci che riducono la capacità critica e promuovono la superficialità, il narcisismo, la rivalità, la violenza, l'esclusione e il disincanto.
L'uso che facciamo del nostro denaro, beni, tempo o i rapporti umani che viviamo è un segno visibile della fede che confessiamo. Con questi tratti dominanti della cultura attuale, lo stile di vita cristiano dovrà essere in buona misura alternativo e con dosi importanti di resistenza critica.
Riguardo le nostre povertà, sembra ragionevole pensare che alcune questioni attuali cin interpellano fortemente. Siamo chiamati a scoprire le diverse forme di abbandono, di emarginazione, di disgrazia, di ingiustizia... Soprattutto ci devono preoccupare quelle povertà o limitazioni che sono, a loro volta, causa immediata di altre povertà, come anelli di una catena che imprigiona sempre più la persona. Cito soltanto alcuni temi che stanno creando ambiti di povertà a livello personale e strutturale: il grave problema dell'immigrazione, i giovani e le giovani sfruttati e schiavizzati dalla diverse mafie, i bambini soldato, i giovani tossicodipendenti; il languore religioso e la mancanza di spirito profetico nelle società di consumo; la disuguaglianza sociale che provoca miseria spirituale e materiale (fame e analfabetismo). Paolo VI, al termine del Concilio Vaticano II, diceva nel giornale Le Monde che la Chiesa si è messa accanto all'umanità sofferente "per curare le sue ferite e ridarle speranza". Ciò riassume molto bene la missione che come Salesiani abbiamo nei confronti dei giovani e delle loro povertà.
In questo senso il contatto che ho nei miei viaggi di animazione in molte parti del mondo mi sta permettendo di vedere che la Congregazione, l'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice e l'intera Famiglia Salesiana, nella loro varietà e ricchezza fanno un lavoro magnifico a favore dei giovani più poveri.
Per me è motivo di orgoglio e di ringraziamento a Dio e ai fratelli.
Nell'ultimo Capitolo generale sono risuonate con forza le parole di Papa Francesco: "Andare incontro ai giovani emarginati richiede coraggio, maturità e molta preghiera. E per questo lavoro bisogna inviare i migliori! I migliori!". Noi Capitolari abbiamo compreso queste parole come un mandato del Santo Padre. Io le interpreto così ed è mio desiderio percorrere questo cammino accanto ai miei fratelli e sorelle.

D. Quali le linee prioritarie di una PG attenta all’oggi dei giovani e dei tempi, e saggia del patrimonio del passato?
R. Come Salesiani e Famiglia salesiana siamo eredi di un ricco patrimonio pastorale. Una eredità è sempre una responsabilità e in questa responsabilità vogliamo essere attenti all'oggi dei giovani, al tempo stesso in cui ci lasciamo illuminare dal cammino che oggi la Chiesa percorre.

Attenti all'oggi dei giovani

Come essere attenti all'oggi dei giovani?
Mi sembra imprescindibile che la nostra pastorale giovanile sappia dialogare con la cultura giovanile. Conoscere con precisione e discernere in modo corretto le correnti e i fenomeni sociali che condizionano tale cultura giovanile è un punto di partenza di tutta la proposta pastorale. Questo esige una lettura credente ed educativa della condizione giovanile per saper apprezzare i valori emergenti. Dobbiamo in questo modo fare uno sforzo per vedere gli aspetti positivi tanto della situazione sociale come dei giovani attuali, mantenendo certamente, come ho già indicato prima, un atteggiamento critico davanti agli elementi disumanizzanti, ma con capacità di discernimento spirituale per cogliere i segni dei tempi e le orme di Dio nel mostro mondo.
Non dimentichiamo che la pastorale giovanile salesiana mette il giovane al centro perché lui è, allo stesso tempo, soggetto e oggetto del proprio progetto di vita. In questo senso, la dignità di ogni giovane come persona e figlio/a di Dio è un punto di partenza irrinunciabile. È questo giovane del XXI sec. che noi vogliamo mettere al centro della nostra attenzione, per aiutarlo a trovare il senso della sua vita e poterlo accompagnare all'incontro tra Dio e se stesso. Dio prende l'iniziativa e offre il suo amore fondante, che fa della vita una grazia e conduce l'essere umano alla consegna fiduciosa nelle "Sue mani". Nel seno della Chiesa, lungo i secoli, tramite la parola di Dio e i sacramenti, per mezzo della trasmissione della fede e con la testimonianza viva dei cristiani coerenti, ha luogo - con i condizionamenti culturali e sociali propri di ogni epoca - l'esperienza di Dio che ci rivela il suo volto e il senso del suo Mistero d'amore nel volto di Gesù crocifisso e risorto. Lo Spirito santo guida e sostiene il cuore di chi cerca, consapevolmente o inconsapevolmente, quell'incontro con il Mistero di Dio.
La Chiesa d'oggi percorre un cammino che ha nell'Evangelii Gaudium la sua mappa per i prossimi anni. In questo contesto e senza volermi dilungare, propongo alcuni atteggiamenti per realizzare una pastorale giovanile concorde con la cultura attuale e il giovane d'oggi.
1. Una pastorale giovanile che si esprime come spiritualità
I processi di animazione pastorale, per noi, a partire della eredità carismatica ricevuta, non possono mancare di una buona strutturazione interiore della spiritualità giovanile salesiana. Si richiede, per questo, un'autentica pedagogia catechetica. La mancanza di una spiritualità può nascondere a numerosi giovani la dimensione di enorme regalo che la proposta educativo pastorale loro offerta ha per la loro vita.
2. Una pastorale giovanile che conosce e interpreta
La pastorale giovanile deve prevedere come essere un osservatorio della conoscenza e della interpretazione della realtà giovanile illuminata dalla luce del Vangelo. Intrepretiamo la realtà giovanile come pastori e come educatori dei giovani che si domandano che cosa ci sta suggerendo Dio per aiutare questo giovane concreto a crescere come persona e come credente.
3. Una pastorale giovanile che ascolta, accoglie e accompagna
Come nel racconto di Emmaus in cui vediamo Gesù che ascolta, accoglie e accompagna due pellegrini rattristati che si stanno allontanando da Gerusalemme dopo i drammatici avvenimenti del Venerdì Santo, se noi che ci dedichiamo all'educazione ed evangelizzazione dei giovani non siamo convinti che dobbiamo ascoltare e accogliere la vita dei giovani, non è strano che ci risulti tanto difficile aprire nuovi cammini di evangelizzazione. Dobbiamo imparare ad ascoltare i giovani come Cristo ascoltava, dobbiamo accogliere i giovani come Cristo accolse la Samaritana, dobbiamo imparare a camminare con i giovani come Gesù camminò sempre tra i suoi.
4. Una pastorale giovanile con una dimensione comunitaria della fede
Continuiamo a pensare che l'unica cosa importante è che Gesù e il suo progetto costituiscano il centro della vita del credente. E anche se questo è essenziale, dobbiamo tuttavia tener in conto che senza un'appartenenza ecclesiale effettiva, l'identità cristiana tende a diventare sfuocate e, alla fine, a dissolversi. L'appartenenza a una comunità è vitale per aiutare i giovani a impegnarsi progressivamente in spazi comunitari che sostengano la loro fede e potenzino i loro impegni, specialmente in contesti ambientali relativamente avversi.
5. Una pastorale giovanile capace di proposta: l'impegno apostolico
La Chiesa, per fedeltà alla missione ricevuta, propone l'esperienza della fede; e proporre la fede ai giovani è una delle urgenza pastorali di questo momento. Occorre andare all'essenziale dove sta l'amore di Dio rivela in Gesù Cristo, nello Spirito Santo, il mistero di Dio, Gesù Cristo e la Chiesa. Qui abbiamo tracciate alcune chiavi essenziali per qualsiasi progetto di pastorale giovanile, e pertanto, per ogni itinerario formativo.
mi piacerebbe però segnalare che questa proposta di fede deve concretizzarsi in un impegno non è un semplice aggiungere attività o servizi, dimenticando la necessità di continuare a formarsi e arricchire la propria fede. Constatiamo a volte che a distanza di alcuni anni, non pochi giovani che iniziarono con entusiasmo il loro impegno, si trovano oppressi e scarsi di risorse e di esperienza, con poca motivazione a continuare ad assumere le loro responsabilità e a far parte dei progetti che non gli entusiasmano. Per nessuno è un segreto il costo elevato di questa "miopia" di prescindere della formazione personale nel servizio ecclesiale e o sociale.
6. Una pastorale giovanile capace di tessere alleanze con le famiglie
Ogni giorno aumentano gli agenti pastorali che affermano che la pastorale giovanile e la pastorale familiare non possono essere separate. Qui abbiamo un altro punto di riflessione per ripensare la nostra pratica pastorale.
Sono grandi le opportunità che abbiamo. Non possiamo dimenticare che la famiglia è il primo luogo di umanizzazione, di strutturazione e di identificazione delle persone; che anche nelle situazioni più complesse la famiglia è il luogo di riferimento relazionale; che la famiglia trasmette valori e tradizioni in modo più iniziatico che cognitivo. Per tutto questo possiamo affermare che la famiglia può essere lo spazio dove la fede può essere accolta in una società plurale.

Verso una rinnovata condivisa fiducia

D. Giovani ed educatori: Lei vede una fiducia che continua o da ricostruire, soprattutto dopo i brutti casi del recente passato? Insomma, il giovane ha ancora fiducia nell’educatore e su cosa vorrebbe essere ascoltato?
R. Il fatto che esistano giovani che non si fidano dei loro educatori è una tragedia per tutte e due le parti. Dobbiamo ricordare che i "modelli di riferimento" giovano un ruolo decisivo, perché rendono credibile e attraente una proposta di vita per i giovani. Senza modelli di riferimento adulti, è molto difficile generare fiducia educativa. Dobbiamo riconoscere che a volte le esperienze degli educatori sono poco attraenti e ispiratrici. In realtà i "modelli" educativi nelle nostre opere salesiane non ci sono per essere imitati, ma per incrementare la creatività dei giovani che devono scoprire il proprio modo di vivere, organizzare le loro opzioni con libertà, senza l'ipoteca di decisioni passate e aperti in misura maggiore al nuovo e utopico. D'altra parte gli educatori, senza una vera comunicazione con i giovani, si chiudono nel proprio recinto generazionale e nella nostalgia dei presunti tempi migliori, con ciò dimostrando che né comprendono i giovani né il dinamismo trasformatore del mondo attuale.
Sono convinto che la fiducia è un elemento essenziale del nostro servizio educativo. Sarà possibile andare avanti nella buona direzione soltanto se personalmente e come comunità diamo testimonianza di autenticità. L'autenticità è un valore apprezzato tra le giovani generazioni. Un educatore autentico è un educatore affidabile, è una persona che vive e lascia trasparire ciò che dice.
Credo che questo spiega la positiva accoglienza che papa Francesco ha nella Chiesa e in altri settori della società; le sue parole e i suoi gesti sono un unico messaggio. È un credente del quale ti puoi fidare.
Diceva Paolo VI che "!'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri... o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni" (EN 41). Rimangono inascoltati o sotto sospetto i maestri che non vivono ciò che dicono; rimane riaffermato il maestro che è testimone, che ha esperienza di ciò di cui parla e che lascia intravedere la sua esperienza.

D. Il tema vocazionale indica un’urgenza e il buon esito di una sana pastorale giovanile. Perchè c’è una certa stanchezza dei giovani nei confronti della chiamata di Cristo e magari nell’impegno di lavorare nella vigna giovanile ed educativa? Su cosa Lei punterebbe per ridare fiducia e speranza e come “mossa strategica”?
R. Don Barberis, primo Maestro di Novizi della Congregazione salesiana, diceva che per don Bosco il momento della scelta vocazionale è il momento più determinante nella vita di un giovane. È vero che don Bosco comprendeva questa affermazione dalla teologia del XIX sec., ma per noi quella stessa espressione, con la teologia del XXI sec. continua ad avere forza e ad essere significativa.
Quando aiutiamo qualcuno nel suo processo vocazionale, ciò che facciamo è aiutarlo a scoprire la verità del suo essere personale, e rendere possibile un dialogo unico tra Dio e se stesso.
Così lo vedeva il card. Newman quando diceva che "Dio mi ha creato per una missione concreta. Mi ha affidato un compito che non ha dato ad altri". In questo stesso modo lo vede papa Francesco quando dice che "Io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo" (EG 273). La missione, ciò che Dio vuole da me, è radicata nel mio essere. Per questo, accompagnare vocazionalmente è aiutare ogni giovane a scoprire la sua identità più profonda.
Di fatto l'invito di Gesù e la missione affidata apportano, senza dubbio, un senso positivo alla vita e ai suoi sforzi, unificando e integrando la personalità. L'azione pastorale deve aiutare i giovani a poter orientare la loro vita in questo modo. Solo in questo invito e impegno, un giovane può sentirsi gioioso e beato. La nostra proposta pastorale non è, come ho già detto, un programma di attività, ma un incontro personale e di amore, aperto all'imprevisto di Dio. Dovremmo far sì che i giovani si ponessero queste due domande: Che esperienza ho io di Dio? Chi è Gesù per me? Questa è naturalmente la questione fondamentale. Se la conversione iniziale al Signore non è avvenuta, non ha senso tentare di orientare la vita come discepoli. Come succede nell'amicizia, se il rapporto non si cura e alimenta, finisce per morire. Se il dialogo tra il Signore che chiama e la risposta fiduciosa del credente non si ripete e rinnova continuamente, tenderà a rattrappirsi prima o poi.
Sappiamo bene pertanto che la dimensione vocazione non è per la pastorale giovanile una opzione tra altre possibili, ma un aspetto essenziale. Non è un qualcosa di opzionale. Non è una ciliegina sulla torta, ma è la torta stessa. La pastorale giovanile parte, nel suo nucleo centrale, da una antropologia, da una immagine di ciò che è la persona umana. Ci comprendiamo in uno schema di chiamata-risposta, di grazia e responsabilità. Dio ci chiama e noi, nella nostra libertà, rispondiamo. È il dialogo della creazione, è il dialogo della chiamata alla vita, è il dialogo della vocazione. In questo senso possiamo dire che la principale vocazione dell'uomo è essere figlio di Dio.
Credo di poter dire che sotto questo aspetto ci sentiamo capaci di condividere il nostro patrimonio carismatico. E nell'ultimo Capitolo generale, così come anche nel nuovo quadro di riferimento della pastorale giovanile salesiana, la dimensione vocazionale rimane rafforzata nel nostro progetto. È tempo di vedere come possiamo dare più forza a questa dimensione. Abbiamo fiducia! "Dove c'è vita, fervore, voglia di portare Cristo agli altir, sorgono vocazioni genuine" (EG 107). Di cosa abbiamo bisogno? Papa Francesco ci dice che abbiamo bisogno soprattutto di comunità vivaci (cfr EG 107).

Un carisma sempre valido ed esigente

D. Il Bicentenario della nascita di don Bosco, un’occasione per tutti di riscoprire la vitalità del carisma salesiano e dell’attualità della figura stessa di don Bosco.
In quali ambiti vede le migliori possibilità?
R. Credo che è vero ciò che si dice in questa domanda. Il Bicentenario della nascita di don Bosco sta diventando una magnifica occasione per scoprire la vitalità del carisma salesiano e l'attualità dello stesso, così come della figura dello stesso don Bosco. Di fatto, sento cher quest'anno sta diventando un vero "anno di grazia del Signore" per tutta la nostra Famiglia salesiana.
In quanto agli ambiti nei quali vedo le migliori possibilità per questa vitalità del carisma salesiano, è molto chiaro che noi siamo nati per stare con i più umili, con i più bisognosi e con le classi popolari. La nostra esperienza di più di 150 anni di esistenza della Congregazione ci dimostra che sono i più semplici e poveri quelli che meglio sintonizzano con il nostro modo di stare tra loro e con loro, e accettano ciò che si offre loro e, tra tutto quello, anche Gesù.
Partendo da questa priorità e certezza, gli altri sono mezzi per arrivare a coloro con cui condividiamo la vita. Ciò che è meno importante è se si tratta di una scuola, di un centro di ricerca lavoro, o di una scuola tecnica o agricola di formazione professionale, se si tratta di una casa famiglia per i ragazzi di strada o dei nostri amati oratori. Tutto questo sarà sempre un mezzo educativo per arrivare all'unica cosa essenziale: l'incontro di gratuità di vita con il ragazzo e la ragazza, specialmente i più poveri, per accompagnarli nel loro crescere come uomini e donne che sviluppano il loro potenziale umano e che trovano Dio nel cammino della loro vita, a partire dalla libertà con cui vengono loro offerti questa testimonianza e annuncio.

D. Ci racconti il sogno che don Bosco fa oggi nelle “notti” (o nelle preghiere) del nuovo Rettor Maggiore.
R. È duplice il sogno che con Bosco lascia nel mio cuore e nei momenti di preghiera.
Una parte del sogno è questa: sogno di vedere tutti e ognuno dei miei confratelli salesiani felice della vita che vivono, felice della loro vocazione salesiana, felice di donare tutto (voglio dire, pienamente) e a tutti sempre a favore dei ragazzi, ragazze e giovani più bisognosi, i più poveri ed esclusi.
La seconda parte del sogno è questa: sogno una congregazione e Famiglia salesiana capaci di dare il meglio di se stessi alla Chiesa, non rinchiusi in noi stessi ma aperti ad ogni chiamata alla porta, a ogni mano tesa, ad ogni lacrima da asciugare. Sogno questa congregazione e famiglia salesiana formata da uomini e donne profondamente credenti e pieni di speranza.
E mi sembra che non sia piccolo il sogno.

(traduzione dallo spagnolo a cura di María Mercedes Guaita e Giancarlo De Nicolò)